La saga di Birdman

Pubblicato da Simone Severi il

Parte tutto con una semplice domanda, fatta quasi per caso…

Raga ma Andersen s’è ritirato poi? Intendo ufficialmente.
Controlliamo e: Mah..qui non dice nulla. Credo sia “in attività”-
Ed infatti no, non s’è ufficialmente ritirato.

Testardo come sempre. Testardo come quando nel 2005 durante un All-Star Game provò otto volte la stessa schiacciata senza successo.

Ezra Shaw / Getty Images Sport / Getty

 

Birdman in un certo senso è ancora tra noi e non credo, in fondo, vorrebbe mai andarsene via. Neanche dopo l’infortunio del 2016, (12 partite coi Cavs, arruolato mediante l’amicizia con LeBron e, manco a dirlo, JR Smith) neanche dopo esser stato ceduto a Charlotte in cambio di una seconda scelta, ed immediatamente tagliato.
Neanche a 40 anni ed un tenore di vita alquanto particolare.

Ad oggi è Free Agent, e credo che il perché, come sempre, lo sappia solo lui.
Conoscevo un po’ la storia di Chris, ma dopo essermi messo in testa di scrivere su di lui sono andato a documentarmi per giorni, leggendo ogni parola scritta sulla sua vita, guardando ogni video e pescando una vecchia rivista in cantina con dentro uno speciale su di lui, e dopo tutto questo spulciare mi chiedo solo due cose: perché se si parla di “stravaganti bad boy” si ha sempre e solo Rodman in bocca? Perché ecco, parliamoci chiaro, alla fine di questa saga vi accorgerete che in fondo Andersen è un Rodman prestato a “Sons of anarchy”, forse più Rodman dell’originale Rodman e, più che figlio dell’anarchia lui, beh, lui è l’anarchia stessa…

21 giugno 2013:

Gara 7, Heat vs Spurs. A 55 secondi dal finale e sul meno due Duncan sbaglia il gancio. Possesso a Lebron che dal mid-range ne mette due. Altro giro e tiro improbabile di Ginobili sbagliato, rimbalzo Lebron che viene mandato in lunetta da Duncan e freddamente fa due su due. Tripudio Heat. In questo finale Andersen era in panca. Non lasciatevi ingannare però, in quei play off fu importante eccome, con sei partite senza mai sbagliare un tiro (praticamente tutta la serie di finali di Conference contro i Pacers) sgomitando e lottando su ogni pallone.

Cerco altri video. Trovo quello della premiazione. Sul palco Stern premia la squadra. Lui mastica una gomma, quasi ignaro di tutto. La cresta alta piena di gel, completamente tatuato fino al mento. Gli Heat alzano coralmente la coppa. La sua mano viene inquadrata per ultima, la riconosci perché è completamente dipinta. Nell’immagine immediatamente successiva ha il trofeo tra le mani. Lo guarda per un attimo come si guarda un nuovo tatuaggio, con ammirazione e solennità, vedendoci riflesso sopra non so cosa. Ma dura solo un attimo, il tempo di un’istantanea. Perché poi se lo mette sotto braccio, quasi a volerlo rubare e rivendere. Lo potrebbe pure fare, eccome se lo potrebbe fare.

Scherza coi suoi compagni, ma a vederlo così non sembra il tipo di festa in cui è a suo agio.
Già perché la sua è una storia d’inchiostro, donne, droghe, motociclette, alci, serpenti e povertà.
Andersen ha vissuto mille vite. E’ forse per questo che è meglio partire dall’inizio, per una delle storie più assurde che abbiate mai letto…

Capitolo 1 – LA GENESI

L’unica regola della vita, è vivere senza regole” (Il cavaliere oscuro/C. Nolan)

La figura di Chris Andersen è imprescindibile da un altro incredibile personaggio: sua madre Linda Holubec, nata in Tennessee da una coppia di biker dell’epoca, harleyisti per l’appunto, che per sbarcare il lunario svolgevano saltuariamente la mansione di falegname e cameriera.

Linda impara a guidare ad 8 anni a bordo della Chevy ’54 del papà e soltanto due anni dopo impara già a sparare.
Quando suo padre viene chiamato in Vietnam Linda decide di partire anch’essa, verso tutt’altra strada. Trova così un lavoro alla base di Port Hueneme, a nord di Malibu, come cameriera al refettorio. E’ proprio qui che si innamora di Claus Andersen, un ufficiale di origini danesi, con la passione per la pittura. Dopo tre mesi si trasferiscono a Long Beach, California. Si sposano e nascono tre figli: April, Tamie e, il 7 luglio 1978, il nostro Chris.
La famiglia si trasferisce questa volta ad Iola, un paesino sperduto con più cinghiali che cristiani, a 100 miglia a nord di Houston, nel Texas.

Dura davvero poco tutto questo, perché Claus scappa a New York con la scusa di vendere i suoi dipinti. Si rivelerà col tempo una fuga premeditata, visto che non farà più ritorno ed eluderà così le severe leggi texane sugli alimenti ed il mantenimento dei figli.

La donna rimane così abbandonata, disoccupata e senza soldi, con tre figli da sfamare.

La leggenda, e leggenda neanche tanto visto il personaggio, narra che cacciasse e scuoiasse serpenti per rivenderne la pelle e preparare succulenti pasti con le interiora d’essi.

Tuttavia tirano a campare grazie all’aiuto dei vicini di casa, che preoccupati da quanto vedono si offrono di dare sostegno alla famiglia, timorosi di vedere i tre bambini morire di fame.

Questo limbo getta però Linda nell’abisso della disperazione.

“Avevamo mezzo contenitore di burro d’arachidi ed un pezzo di pane” dichiarerà anni dopo ad ESPN.
Nel mentre i vicini si procurano il numero di telefono di James, zio di Chris che (sino a quel momento ignaro della disperazione di sua sorella) parte dalla California e corre ad aiutare la famiglia. Cerca di rendersi utile sistemando, anzi, praticamente finendo di costruire la casa, dove i coniugi Andersen, prima della fuga del capofamiglia, pianificavano di farne una fattoria ed allevarne bestiame.

Piazza un fatiscente canestro in fienile ed è proprio qui che Chris inizia ad approcciarsi alla pallacanestro, dove passa intere nottate ad imparare a tirare, in maniera autodidatta.

Nel frattempo Linda si riprende dalla depressione. Improvvisamente ricomincia a salire in sella alle amate Harley, ma stavolta non sono quelle dei genitori, no; perché oltre a coprirsi di tatuaggi la mamma di Chris si aggrega ad un giro di motociclisti, i Bandidos.

Mi spiace ma qui occorre lasciare per un attimo stare Linda, Chris, la pallacanestro; tutto: parliamo dei Bandidos.

Sono una realtà attiva in 22 paesi, contano una cosa come 180 filiali (“chapters”) ed un numero di membri che oscilla fra i 3000 e 5000. Il numero esatto è difficile da quantificare, in quanto gli stessi fanno spesso e volentieri dentro e fuori dalle prigioni. Sì perché “Bandidos” non è solo un nome scelto da un gruppetto di persone durante una gita fuori porta la domenica pomeriggio:
Dall’anno di fondazione 1966 i Bandidos sono stati accusati e condannati per rapimenti, traffici di droga, possesso illegale di armi, omicidi.

Durante una singola retata del 1985 vennero arrestati più di 100 membri.
In Texas, fra Houston – città di fondazione – El Paso e San Antonio batte il cuore dell’organizzazione, con più di 400 membri presenti.

Ci sono dei chapter presenti anche in Italia, moltissimi. E’ uno dei gruppi più numerosi al mondo, come già detto, e Linda credo dovesse all’epoca frequentare qualcuno di importante, lì nel territorio di origine della gang. Questo perché le donne non possono unirsi al gruppo, se non da “PBOLs” (Proud Bandido Ol’ Ladies) praticamente le donne dei cattivi.

Per gli aspiranti membri uomini entrarci consiste nell’affrontare riti e prove d’iniziazione tradizionali: una d’esse prevede che i vecchi, prima di consegnare l’emblematica giacca in pelle nera, la buttino a terra e la porgano al futuro novello solo dopo averci defecato/urinato/vomitato letteralmente sopra. Poi questo la indossa e via, si parte per un lungo viaggio in moto, che terminerà quando la giacca avrà assunto una parvenza diciamo decente.

Il logo presenta la scritta “Bandidos” in rosso su sfondo giallo. Sotto ad esso il disegno di un messicano (non dimentichiamoci che fino al 1848 il Texas era sotto territorio messicano) che impugna una pistola su una mano ed un machete sull’altra. A fianco un piccolo rombo con all’interno la scritta “1%”, ed il motivo è fantastico: 

Ad inizio anni ’50 il capo dell’American Motorcyclist Association, (associazione senza lucro dedita alla promozione di eventi e campagne per i diritti dei motociclisti) infastidito dai pregiudizi che giravano attorno alla propagazione del fenomeno delle gang di biker, affermò: “Il 99% dei motociclisti americani sono cittadini perbene”. Ecco, i Bandidos ci tenevano a far sapere che loro erano quell’altro 1%.

Ma torniamo alla nostra storia:
Cresce così Chris, a dismisura ed in fretta, fra tiri a canestro e salti di recinti di bestiame, nell’intento di dar sfogo alle mancanze della propria vita.
Questa crescita fisica paurosa lo aiuta nella pallacanestro, dove riesce a sopperire alla mancanza di tecnica (molto comune per un autodidatta) con il suo atletismo, che lo rende in breve tempo uno dei prospetti più interessanti di tutto il Texas. 

La pallacanestro, al contrario della scuola, è l’unica cosa che sembra suscitare un minimo interesse in lui, a parte i tatuaggi. Il tutto grazie a Linda, che nel mentre ne è piena.

Si narra che a 12 anni, sulla Route 66, sua madre gli regalò il suo primo tatuaggio. Decise di imprimersi due simboli cinesi, uno per avambraccio: i simboli del bene e del male.

Tenete a mente la Cina, tenete a mente il bene ed il male. Nulla si rivelerà casuale.

Per colpa di una pessima media voti ed un comportamento anche peggiore tra i banchi di scuola, gli viene sbarrata la possibilità d’iscriversi alla Houston University ed andare a giocare per un certo Clyde Drexler.
Deve così accontentarsi del più modesto e meno quotato Blinn College.
Importa ben poco. Una casacca vale l’altra.
Sono le doti atletiche che lo contraddistinguono. E’ quella fame. Fame di emergere. E fame intesa in senso letterale:

“Ho imparato a combattere su ogni pallone. A non dare mai nulla per scontato. Sentivo di avere un buon istinto a rimbalzo. Crescendo uno inizia a capire il gioco e leggere le traiettorie dei tiri., conoscere i rimbalzi dei ferri, sapere quando saltare con il tempo giusto, ma da giovane e senza avversari di grande livello è l’istinto che ti guida. E’ quello alla base di tutto…”

L’istinto di sopravvivenza. Ogni palla non afferrata vuol dire tornarsene a casa. Una casa fatiscente. Un’ esistenza disastrata. Per uno che sogna di volare nulla è peggio di un paio di ali tarpate.

Nel 1999, dopo un solo anno, Chris pensa bene di mostrarsi già ben folle: si dichiara eleggibile per il draft NBA.
Una scelta assurda, considerando che nessuno scout della lega nel frattempo può aver avuto il tempo di testare il suo potenziale, ancor più considerate le sue deboli doti tecniche ed il suo profilo non proprio incline alla normalità.

Al draft non lo calcola nessuna squadra; anche se avesse suscitato qualche interesse ad una sola franchigia dubito che in via ufficiale avrebbe firmato per questa, visto che comunque si era dimenticato di presentare il documento originale di presentazione alla lottery.
Una squadra lo nota, a dir la verità. Già, va a “bussargli” alla porta (considerando che le cose semplici e normali sembrano non accadergli mai) un emissario dei Jiangsu Nangang Dragons.

La Cina.
Non chiedetemi quanto possa essere geneticamente intrinseca la cultura cinese in Chris Andersen, credo esattamente nulla. L’unica cosa che so è che a tal proposta lui rispose, ovviamente, “Sì”.

E’ il Dicembre del 1999 quando a 20 anni, seduto in aereo al fianco di Linda, parte per la volta di Nanchino…

Capitolo 2 – PRIMO DECOLLO E PRIMA NEMESI

Non posso rimpiangere nulla di questa scelta. E’ stato un po’ più difficile, ma è servito.”

A distanza di anni Chris Andersen commenterà così la propria avventura nel Paese del Dragone.
La verità è che fu maledettamente difficile.
Chris, che fino a quel momento era uscito dal Texas solo un paio di volte, passa quattro mesi e mezzo in un hotel di Pechino. Passa il maggior tempo lì, escluso ovviamente quello speso ad onorare il suo impegno cestistico e quello in cui inizia a farsi dipingere la pelle.

Sangue. Inchiostro. Un modo per voler dire la propria, per inciso.

La grande passione per il tatuaggio non può che nascere realmente in Oriente.
Uno Yakuza prestato alla NBA”. Così lo definirà anni dopo Federico Buffa.
E’ in Cina che l’ago inizia a correre sulla sua pelle, frequentemente ed insistentemente.

Il tempo corre un po’ meno:

Immaginate di prendere un ragazzo che è uscito dal Texas sì e no due volte in vita sua e mettetelo in Cina, ecco, vi basta questo, cazzo.” 

Arriva una chiamata. Lasciatemela immaginare:
“Chris, mi ha contattato una squadra qui in America”
“Merda. Finalmente. Finisco di tatuarmi e arrivo”
“Chris. Aspetta. Sono i.. Pronto? Chris!?”.
Sono solo i New Mexico Slam di Albuquerque, franchigia dell’IBL, ma in qualche modo vuol dire “casa”, semmai ne avesse mai realmente avuta una.

Dieci partite di cui non si sa nulla e poi via, altro giro ed altro regalo: i Fargo-Moorehead Beez, Nord Dakota, lega CBA.
Sì, proprio a Fargo (quella Fargo dei fratelli Coen) in cui approda dopo essere stato, come già detto, ad Albuquerque (quella che sarà poi la città di Breaking Bad). Due coincidenze “cinematografiche” che fanno più che sorridere, visto poi il personaggio.

Sei partite che gli valgono comunque una chiamata al draft, quello della D-League però. Prima scelta assoluta, spesa dai Fayetteville Patriots.
Non se ne accorge neanche, ma l’ingranaggio è partito. Le ali spiegate. Il decollo è pronto.
Giusto sei partite e si accendono finalmente i radar NBA.
Le sue doti atletiche e la sua esplosività, condita da movimenti elastici, portano i Denver Nuggets a farsi avanti. Eccolo lì quindi Chris, pronto ad entrare in quella piccola porta che lo introduce all’ingresso del grande parquet.
Ogni passo detta un passo, ogni salto ti porta un po’ più in alto.
Di quei salti se ne accorgono i nuovi compagni. E’ così che Chris Andersen un bel giorno diventa, per tutti, semplicemente BIRDMAN.

“Birdman nasce nel 2002. Stavo giocando la Summer League a Utah con i Nuggets. Junior Harrington, assieme a Kenny Satterfield,( allora miei compagni di squadra) mi iniziarono a chiamare così per la mia tendenza a giocare sopra il ferro. Da lì in poi la cosa è diventata virale.
Rispecchia perfettamente il mio stile di vita. Io mi sento un’anima libera
…”

Mark D. Smith/US Presswire

Il suo stile di vita, già..
Il suo stile di vita gli costerà caro.

289.747 dollari al mese. Sono tanti per chiunque, figuriamoci per uno cresciuto cosparso di nulla.
Tutti quei soldi possono dare alla testa a chiunque e, nel suo caso, vogliono dire nuove compagnie.
Vuole dire cocaina, metanfetamina, fumate di eroina, alcool, donne, festini, compagnie discutibili.

Nello specifico all’epoca emergono conti di oltre 900 $ a sera in night club, noleggi di limousine per scarrozzare i suoi amici e fior fiori di dollaroni per pagare la cauzione a “soci” intenti a non lasciarsi scappare neanche una scorribanda.
5’000 $ per una borsa di Gucci ad una fidanzata, mentre all’altra regala una Jaguar. Biglietti per le partite, fuochi d’artificio illegali.
Un format che piace al pubblico: troppo sregolato per non piacere e mai preso troppo sul serio come atleta, malgrado i risultati sportivi siano abbastanza convincenti: 3 punti, 3,2 rimbalzi e 1,2 stoppate nelle 24 partite da rookie (10 minuti a partita).
5,2 punti, 4,6 rimbalzi, 1 stoppata a partite nelle 59 da sophomore (15,9 minuti l’utilizzo medio).

Piace un po’ meno ai suoi allenatori. Jeff Bzdelik (allora head coach dei Nuggets) non crede ai suoi occhi quando scopre che sul pullman della squadra in viaggio verso Memphis c’è Red Sonjia, un cucciolo di pitbull appena acquistato da Chris, a mordere e pisciare sui sedili.

La giostra gira veloce.
Troppo veloce per fermarla.

“Non è stato difficile, vedi!?. La follia, come sai, è come la gravità: basta solo una piccola spinta..”
(Il cavaliere oscuro/C. Nolan)

26 Gennaio 2006.
Jeff Bower, GM dei New Orleans Hornets fa capolino dalla porta d’ingresso di quella che è la principale palestra d’allenamento della squadra. Un timido cenno del capo a coach Byron Scott che si avvicina, ascolta le brevi parole sussurrategli all’orecchio ed abbassa le spalle sconsolato. Deluso. Avvilito. Per nulla sorpreso.
In maniera discreta richiama Andersen a sé ed a sua volta gli sussurra le poche, simili frasi. Chris fa un cenno col capo. Anch’esso dispiaciuto. Anch’esso afflitto. Anch’esso per nulla sorpreso. 

Prende le sue cose e se ne va.
Il giorno seguente arriva il comunicato ufficiale NBA che recita: “Andersen dismissed and disqualified from NBA”. Violazione dei termini del programma anti-droga. Sospensione ad effetto immediato. Nel migliore dei casi fanno due anni di squalifica. Nel peggiore la radiazione.

Birdman aveva da due stagioni firmato per gli Hornets un contratto di 1,6 milioni annui. Il primo anno aveva registrato un buonissimo 7,7 punti, 6,1 rimbalzi e 1,5 stoppate in 21,3 minuti di media, ma quei soldi e quelle abitudini sono legna da ardere nel fuoco dei suoi peccati.
Nel frattempo tutto ciò che è la sua vita lontano dal parquet lo porta a litigare e rompere con sua madre, con la quale smette di parlare.
Rompe anche con la fidanzata. L’uragano Katrina invece gli rompe, nel senso di distruggere, quasi completamente la casa. La sua situazione economica è complicata. E’ solo. Ogni cosa gli si scaglia addosso per poi infrangersi. Bruciare. Scivolare via. Birdman smette di lottare.

E’ nudo in mezzo al vento della proprio esistenza. Chiuso nel limbo delle sue mille vite.

“Dimmi bambino, tu danzi mai col diavolo nel pallido plenilunio?” (Batman/T. Burton)

Sua madre apprende della squalifica e dei suoi problemi di droga, da quanto si dice, soltanto dai giornali.
E’ delusa anch’essa di come Chris abbia gettato tutto al vento. I due, come già detto, hanno chiuso il loro rapporto, ma una mamma è sempre una mamma. Per quanto particolare e sregolata può essere c’è solo una cosa da fare:

Linda non possiede un’auto, ha solo una Harley ed il suo giubbotto di pelle. Lo fodera con della carta di giornale. Imbottisce i piedi di diverse paia di calze e attraversa mezzo Paese per andare a strigliare quella testa di cazzo di suo figlio, ma anche e sopra ogni cosa per dargli man forte. Lo sente, lo sa che Chris è molto più di questo.

Lo sprona quanto basta. Lo incita a non mollare. Gli dice che non è solo. Che non deve buttar via tutto quello che si è costruito dal nulla. Il nulla. Birdman è nato dal nulla. In quel nulla non vuole tornarci.
Non deve. Non vuole.

E’ la spinta giusta, ed è la persona più importante della sua vita a mostrargli la via della redenzione.

E’ la carica, la rincorsa che ci vuole per tornare a volare.

Chiama Joe Abunassar, una specie di guru per giocatori del calibro di Kevin Garnett. Gli chiede di aiutarlo a lavorare su ogni punto del suo gioco, di farlo esser pronto per quando sarà il tempo di tornare a dimostrare al mondo che lui non è soltanto uno di quei stupidi drogati; uno dei tanti a cui è stato dato un dono speciale ma l’ha gettato al vento. Non sarà nulla di questo perché lui è molto di più. Lui è Andersen. E’ Birdman:

“..Ho continuato a pensare e a sperare che sarei tornato a giocare a basket, non potevo buttare via così il sogno che avevo avuto sin da bambino. Per questo non ho mai smesso di allenarmi con Joe, a Las Vegas.”

25 marzo 2008,
due anni dopo. 26 mesi, per l’esattezza.
Indiana Pacers – New Orleans Hornets.

Il pubblico inizia a rumoreggiare, prima dalle file prossime al parquet, poi da quelle più lontane.
Quando tutti gli spettatori si accorgono che Birdman sta per fare il proprio ingresso in campo il rumore si fa sempre più forte.
La bizzarria. I tatuaggi. La storia della droga.
E’ un personaggio che fa curiosità a tanti, simpatia ad altri. Ribrezzo magari a qualcuno; il fatto è che di super atleti ne è piena la lega; di super eroi fatti di roba no. E’ la cosa che a molti lo fa catalogare come un umano. Un eccentrico, appariscente uomo; con grandi debolezze e dannosissimi vizi. 

L’Andersen in campo si muove però in maniera diversa. Ha dei movimenti più fluidi. E’ più concentrato. Ha allontanato il suo range di tiro. Sembra avere più arsenale e più soluzioni in campo. Più benzina.
What happened?. Is it really you?”.
Sì, è lui. Sarà sempre lui, ma in un certo senso è la sua versione migliore.

“Non voglio buttare via quanto di buono ho fatto finora per qualcosa di stupido, ma non sono cambiato, sono la stessa persona di sempre, con la differenza che non faccio più le cose che mi hanno portato a rovinarmi con le mie stesse mani; sono molto più intelligente e … amico, il mio tiro da tre è diventato devastante!.”

Pochi giorni dopo termina così la Regular Season. Chris è Free Agent, decide di firmare con Denver.
Si ritorna in Colorado e non c’è momento migliore per farlo.
I nuovi Nuggets sono infatti un gruppo pronto ad esplodere, guidato da coach Karl dietro le quinte, da Chauncey Billups in campo, dalla spinta della stella Carmelo Anthony e da quella di J.R. Smith in uscita dalla panca. Il J.R. nel frattempo divenuto, come accennato nel preambolo, uno dei migliori amici di Andersen.

Coach Karl prima della firma vuole parlare con lui e gli bastano pochi, pochissimi secondi per cogliere tutta la voglia e le serie intenzioni di Birdman.

E’ la sua nuova vita. E’ la sua redenzione, nessuno può fermare questi Nuggets nella cavalcata all’Ovest.
Nessuno tranne quei Lakers di Kobe e Gasol, che li battono 4-2 in finale di Conference per poi conquistare l’anello ai danni di Orlando.
Quella sconfitta, a detta di Chris, pesa come una ferita che solo il tempo rimarginerà.

Ce ne sono altre di ferite che invece, probabilmente, neanche i più lunghi inverni possono dar tempo alla pelle di cicatrizzarsi. Ci sono tagli nell’anima che per cucirli serve tanto di quel coraggio che bisogna essere davvero dei supereroi; perché a volte nella vita, quando sconfiggi un mostro che ti aveva trascinato sul fondo, ne arriva poi uno più grosso. Ne arriva uno così bastardo che capisci che quello che credevi fosse il fondo in realtà era solo un mezzanino. E’ solo allora che rialzarti ti sembrerà la più enorme delle utopie. Ti dirai che rimetterti in piedi non serve a nulla, perchè tanto poi ti riporteranno a fondo.

Aveva in tasca un biglietto per l’inferno, ma ancora non lo sapeva.

Capitolo 3 – LA SECONDA NEMESI. LA GRANDE LOTTA. L’ULTIMO VOLO

O muori da eroe, o vivi tanto a lungo da diventare il cattivo”(Il cavaliere oscuro/C. Nolan)

10 Maggio 2012, quattro anni dopo.
Le cose vanno tutto sommato bene. E’ cambiato davvero poco da quelle finali di Conference del 2008: beh oddio, se ne è andata la stella Carmelo Anthony e non conquisteranno più la finale, ma negli ultimi quattro anni ai Playoff ci sono sempre arrivati. i Nuggets sono ancora una squadra viva.
Come quella mattina, a poche ore da un’essenziale gara-6 contro i Lakers, “win or go home”, già durante il primo turno di Playoff. Vacillanti ma ancora in piedi.
Chris si sta dirigendo in palestra a bordo della sua Jeep, quando si accorge di una macchina della Polizia che gli corre dietro a sirene spiegate.
Accosta e gli agenti gli mostrano un mandato di perquisizione. Il tempo di comunicare con le altre pattuglie fuori dalla sua casa che gli irrompono dentro, per poi uscirne fuori con Xbox e PC.
L’unità di pattuglia incaricata dell’azione di sequestro è identificata dalla sigla ICAC: Internet Crimes Against Children. Una sigla che pesa tonnellate, che fa rabbrividire al solo pensiero.
La sera stessa il nostro protagonista si dirige lo comunque alla partita, libero di farlo in quanto non ancora in stato di fermo.

I Nuggets vincono gara 6, ma due giorni dopo, nella fatidica gara decisiva, il suo nome non compare nell’elenco dei convocati.
Per Andersen era importante (quella finale di quattro anni prima premeva ancora per essere riscattata) e così chiede di partecipare almeno come accompagnatore, per stare comunque vicino alla squadra.
No way. La dirigenza decide di far imbarcare la squadra per Los Angeles senza di lui, consigliandogli di occuparsi di questa storia. Risponde che non può comunque fare nulla, ma non c’è verso.
I Nuggets quella sera perdono gara-7, uscendo così dai Playoff.

Nell’era dei social si sa, l’informazione gira in un turbinio di danze e la gente si sente un po’ giudice ed un po’ boia.
Nell’epoca di Facebook le accuse, vere o false, vanno di pari passo alle sentenze.

In un attimo il nostro Chris si vede così etichettato della peggior nomea al mondo, quella del pedofilo.

I pregiudizi sono come le corna: tutti ne abbiamo e nulla possiamo farci.
D’altronde la cresta, tutti quei tatuaggi, le cattive compagnie, i locali notturni, la storia dell’abuso di droghe.

In un batter di ciglia ha il mondo contro, e stavolta neanche Linda riesce a fargli trovare un sicuro appiglio, per salvarlo dall’ennesimo vortice che minaccia d’inghiottirlo.
Un vortice di una portata enorme.

La gente giudica e probabilmente neanche lo sa, che la minorenne è una diciassettenne, conosciuta online da Andersen ed incontrata un weekend a Denver. Consensualmente.

La cosa che fa più “ridere” è che legalmente non ci sarebbero neanche problemi, visto che la ragazza è ok minorenne, ma secondo la legge del Colorado ha superato legalmente la soglia del consenso, col compimento, appunto, dei 17 anni.
Questo non interessa neanche alla madre di lei, che inizia a tempestare Chris di messaggi privati, promettendo di andare a raccontare per filo e per segno di come è scioccata sua figlia, minacciando di rovinarlo e marcarlo permanentemente di quell’onta riprovevole.

Gli chiede dei soldi: 5000 dollari.
Chris preferisce cedere piuttosto che denunciare il fatto: si è sollevato un polverone sulla faccenda. Lui vuole solo che quella fottuta storia finisca.
Birdman vuole solo giocare a pallacanestro ora. Vuole essere sereno, perché altrimenti tutta quella merda piovutagli addosso lo porterà ad ammazzarsi.
Se tutto non si risolve rischia di tornare nell’oblio. Come ai tempi in cui da piccolo non avevano da mangiare, quando una cena era solo un tozzo di pane. Quando saltava i recinti di bestiame per migliorare la sua elevazione.
Quando sognava di “volare” e non di tornare a cadere in picchiata, schiantandosi con addosso un paio di ali sciupate e quel minimo di dignità rimastagli in parte cucita addosso, ed in parte penzoloni, anch’essa prossima a spalmarsi al suolo.

Con il risarcimento dato alla madre è per qualche giorno convinto che questa storia sia davvero, almeno legalmente, conclusa.
Non è così.
A denunciare il fatto questa volta è la ragazza stessa, che dice di aver ricevuto dei messaggi privati di Andersen, con implicite minacce.

Le accuse si fanno sempre più pesanti e sempre più dimostrabili in un eventuale tribunale.
Lui giura alla Polizia di essere completamente estraneo alla questione. Nega di averle scritto alcun tipo di minaccia.
Parole che valgono meno di nulla, se confrontate a quelle scritte.
Prove schiaccianti.

“Non conta ciò che siamo… è ciò che facciamo che ci qualifica (Batman Begins/C. Nolan)

Già, o ciò che pensano che tu abbia fatto; e biasimarli, in certi casi, non è neanche possibile.
E’ il 17 Luglio quando gli tolgono l’unica cosa che in quel momento era davvero importante: la pallacanestro.
I Denver Nuggets, dopo questa storia, lo lasciano libero sul mercato NBA, tagliandolo dalla squadra.
Nessun’altra franchigia, successivamente, vuole reclutarlo.
L’unica persona, ancora una volta, che sembra crederlo è ancora lei: Linda, ma questo stavolta non lenisce le sue sofferenze; perché è grande il dolore che ti provoca una passione strappata di forza dal petto; mentre giuri di non aver fatto nulla, in questo caso, per meritartelo.

Gennaio 2013.
Andersen ha chiuso da sei mesi con la pallacanestro. Ora vuole vivere a modo suo. Alcool? Droga? Puttane?
No, quella è acqua passata.

La leggenda narra che Chris, nel momento in cui riceve la telefonata più importante della sua vita, stia uscendo di casa con in spalla un sacco a pelo e sull’altra una faretra, con arco e frecce.
Dall’altro capo della cornetta c’è un mito di sempre: Pat Riley, ex allenatore ed ora GM dei Miami Heat, a cui manca un ragazzotto sotto canestro che possa fare il lavoro sporco. Gli offre un contratto di 10 giorni, per metterlo emotivamente alla prova e vedere, nel frattempo, se è ancora in grado di farlo.
A Riley non interessano le indagini. Birdman era uno che faceva fuoco e fiamme, e finchè non sarà accusato (se sarà accusato) vuole che sia dalla sua parte.

Salve “Coach”. Wow, la ringrazio. Magari vengo. Ma ho bisogno di pensarci.”
“Di pensarci?”
“Sì Coach, nulla di personale, ma son successe troppe cose. Starò via per qualche giorno. Vado a caccia di alci nella foresta”
“Dove!?!”
“Sì ma con arco e frecce. Sappia che ho i miei principi. Ci sentiamo Coach
”.

Io non credo che a Chris non interessasse più la pallacanestro; credo altre due cose. La prima è che volesse anch’esso testare la fiducia di Riley. Quella fiducia venutagli a mancare da chiunque, nel mondo NBA. Il secondo motivo è semplicemente che, se ancora non l’aveste capito, Chris Andersen non è un personaggio comune.

Potresti rimettere quella tuta se lo volessi. Non siamo morti!” (Birdman/A.G. Inarritu)

25 gennaio 2013.
Ci ha pensato, Chris, e questa volta lo ha fatto da solo. In mezzo al nulla. Lontano da qualsiasi influenza che non sia sé stesso. La sente forte, in quel preciso momento, la voglia di dimostrare che si può rinascere ancora, magari solo per una manciata di fottuti giorni.
Quella sera di gennaio, a Miami, indossa la sua nuova tuta da supereroe: la divisa degli Heat.

Non può saperlo ma, più o meno in quell’istante, a più di 4000 chilometri di distanza, la coppia di poliziotti a cui è stato affidato il suo caso irrompono in una casa di uno sperduto paesino del Canada, Easterville. Settanta anime o poco più.
A condurli lì gli indirizzi IP associati a quasi tutti i messaggi online indagati, perlomeno quelli contenenti ogni minaccia ed ogni tipo di offesa.
Scoprono che a creare questo sottilissimo e complicato intreccio è stata una ragazza di 29 anni, Shelly Lynn Chartier. Una ragazza, pensate voi, con soltanto un diploma di scuola elementare; che si era creata un vario tipo di account fasulli per manipolare ben tre persone.

Ricapitolando: come prima cosa triangola i primi contatti fra Andersen e la ragazza, forzando la mano. I due si incontrano e, successivamente, una volta segnalato anonimamente il tutto alla polizia, indossa i panni della madre per estorcere soldi al giocatore. Infine si finge di nuovo Andersen per minacciare la ragazza.
La giovane canadese viene arrestata. Per Birdman è la fine di un incubo.

Pregiudizi.
Ci sentiamo sempre liberi ed in diritto di giudicare qualcuno. Di elevarci al ruolo di Dio. A volte non ci rendiamo neanche conto, di quanto queste nostre sentenze possano far male ai diretti interessati.

Ma Birdman non vuole più sentirsi ferito.
Birdman è finalmente libero di prendere il volo. Così come i suoi Heat.
In uscita dalla panchina si rivela il pezzo mancante del già rodato ingranaggio della squadra di LeBron, Wade e soci.
E’ anche per questo che Pat Riley non esita un istante a fargli estendere per tutta la stagione il contratto iniziale di 10 giorni.
Birdman ringrazia giocando da perfetto gregario.
Quando arriva in squadra gli Heat vantano un discreto record di 29-13, ma si trasformano in macchina letale dopo il suo approdo: 37 vittorie e 3 sconfitte da lì alla fine della regular season, compresa la striscia incredibile di 27 vittorie consecutive.
Questione di equilibri, non solo di fattori tangibili. Come spiega lo stesso LeBron James:

E’ un giocatore fondamentale per la squadra. Il suo atletismo. La sua grinta. Lui esce dalla panchina e dà tutto quello che ha. Non importa se gioca 8 minuti o 38, lui dà sempre il massimo.”

Terminata la regular season con il miglior record della lega (66-16), Miami si presenta al debutto nei Playoff contro i Bucks. 4-0 secco. 8,5 punti di media per Andersen. 

Semifinali.
Bulls liquidati 4-1, comprensive, tra l’altro di due mezze zuffe con Noah e Belinelli.
Finali di conference. Heat contro Pacers.
Già, le finali di conference. Le aveva perse anni prima quando militava tra le fila dei Nuggets. Non doveva e poteva più accadere.
E’ così che decide di spiegare le ali; di portare il suo gioco ad un livello superiore. Come mai prima di allora.

(Photo by Jesse D. Garrabrant/NBAE via Getty Images)

Gara-1: 16 punti con 7/7 al tiro.
Gara-2: 2/2.
Gara-3: 4/4
Gara-4: Lavora solo in difesa, preziosamente, e non si prende nessun tiro.
Gara-5: 2/2 più (manco a dirlo) una piccola rissa con Tyler Hansbrough, che gli costa la sospensione in gara-6.
Sbaglia il suo primo tiro della serie in gara-7. Diciassette canestri consecutivi e serie portata a casa, grazie anche a quel contributo in attacco e ad una difesa con le unghie e coi denti.
Le Finals 2013 contro gli Spurs ce le ricordiamo tutti.
Birdman fa semplicemente il Birdman. Ogni fottuta volta che esce da quella panchina fa sentire la sua presenza difendendo come un forsennato su tutto quello che si muove.
Stoppate. Grinta. Ci mette ogni dannato centimetro di quel corpo pieno d’inchiostro.
E’ la sua redenzione. E’ la vittoria di una vita di stenti e di eccessi.
Di tante, troppe vite.

E’ campione NBA, nell’epilogo di una storia che poteva finire nel peggiore dei modi; ed invece, alla fine di tutto, lo vede vincitore.
A modo suo. E questa è stata la cosa che più ha significato per lui.

Durante il suo tortuoso percorso ha giocato e lottato con quella grinta di cui parlava James.
Come se fosse l’ultima battaglia della sua esistenza. Come se fosse questione di vita o di morte.
Come se un rimbalzo mancato lo potesse far ricadere nell’oscurità.

Combattere per una causa superiore.
Lottare contro tutti. Anche contro sé stesso.
Combattere contro chi gli diceva che non era in grado.
Contro chi lo voleva all’interno di uno schema designato.
Contro chi lo voleva omologato agli altri.

Birdman non voleva essere come tutti gli altri.
Ha lottato contro un passato difficile.
Contro ogni fottuto dolore.

Sempre in aria come un predatore del vento;
come in picchiata verso la follia.
Volando lontano da ogni contesto,
perché non provarci sarebbe stata l’unica eresia.

Chris Andersen è stato tante cose. Ha vissuto mille vite.
In ognuna d’esse moriva e rinasceva come
Birdman;
il più stravagante dei supereroi.


Simone Severi

Simone Severi

Classe (poca) 1985. Papá, malato di pallacanestro, dirigente di una squadra di Prima Divisione. Mischio parole per necessità personale; perchè nel bene e nel male ci portiamo dietro qualcosa, e dentro c'é una storia da raccontare.