Baby Boy

Pubblicato da Davide Piasentini il

206. Seattle Southside. Dejounte Murray è nato e cresciuto qui, in una delle zone più complicate e problematiche della Emerald City. Tanta la violenza nelle strade, troppe le richieste d’aiuto inascoltate di centinaia di giovani alla deriva. Per un ragazzo come Dejounte, “born and raised in Seattle”, non è stato facile trovare la propria strada. Non è una storia nuova quando si parla di giovani afroamericani alla ricerca del proprio destino. Non lo è mai stata negli Stati Uniti d’America.

Cresciuto senza un padre, del quale non si sa nulla o quasi, e con una madre single che ha avuto più di un problema con la giustizia. Dejounte non ha ancora terminato l’high school, infatti, quando la donna viene condannata a sette anni di reclusione. Di lui si sono occupati gli zii, i cugini e, soprattutto, la nonna che lo cresce come se fosse un figlio e gli resta vicino in ogni momento della sua vita.

È lei a dargli il soprannome “Baby Boy”, quello che lo accompagnerà lungo tutta la sua carriera nella pallacanestro. A Seattle tutti lo chiamano così, compreso il suo grande amico e mentore Jamal Crawford, aka J-Crossover.

I due si conoscono per la prima volta quando Dejounte non ha nemmeno 12 anni compiuti durante un torneo AAU. Murray gioca nella squadra sponsorizzata da una vera e propria leggenda dei Seattle SuperSonics. Parlo di “Reign Man”, Shawn Kemp. Crawford, nonostante la sua carriera lo abbia portato sempre lontano da Seattle, vi ritorna ogni volta che può (oltre ad aiutare economicamente la comunità). Rimane letteralmente folgorato dal talento di Murray, un ragazzino smilzo ed esile ma davvero impressionante con la palla fra le mani. È veloce, estremamente dinamico e in difesa vende carissima la pelle. E poi lo sguardo. Sempre concentratissimo e tirato.

“Chi è quel ragazzino?
Ha davvero talento”, chiede Jamal a uno degli spettatori.

“Quello?”, indicando Dejounte. “Quello è Baby Boy, amico”, gli risponde.

Crawford aveva sentito parlare di lui dall’amico ed ex compagno di squadra, David King, ora allenatore. Dejounte ne segna 40 quella sera. Domina senza mezzi termini. Crawford a fine partita si presenta al ragazzo e i due iniziano a parlare. Parlano per diversi minuti, a dire la verità. Non saranno gli ultimi, anzi. 

La loro profonda amicizia è una delle cose a cui Dejounte tiene di più al mondo. I due sono quasi fratelli.

“Se non fosse per lui (Crawford), Dio solo sa dove dove sarei finito nella mia vita. Mi ha letteralmente strappato dalla strada, dicendomi che avrei avuto una chance e guardatemi ora”.

I due stringono un rapporto davvero unico, non solamente perchè entrambi provengono da Seattle. Il legame che li unisce è radicato nella loro comune voglia di farcela a tutti i costi, nonostante le difficoltà della vita e le problematiche del tessuto sociale in cui sono cresciuti. Alcune apparentemente insormontabili. 

Uniti contro il mondo.

“La mia storia è diversa dagli altri. Non sono mai stato cresciuto con un cucchiaio d’argento nella mia bocca”.

La fame di Dejounte è quella che ne ha contraddistinto marcatamente la carriera sportiva e, soprattutto, la sua vita fino a questo momento. Si è sempre rifiutato di finire alla deriva come tanti ragazzi della sua età. Non ha mai fatto un passo indietro di fronte a una sfida o a una responsabilità. Mai. Ha sempre dato e messo in gioco tutto se stesso.

Goin’ all in.

Spurs on Twitter

Un’altra cosa che accumuna Dejounte Murray a Jamal Crawford è la scelta del liceo. Entrambi, infatti, sono stati a Rainer Beach. Non solamente loro, a dire il vero. Anche Doug Christie, Nate Robinson e Terrence Williams hanno fatto questo percorso. La pallacanestro di Seattle vive fra le mura di questo istituto da sempre.
Murray passa quattro stagioni splendide alla Rainer Beach HS, portando in dote ai Vikings tre campionati statali. Mike Bethea, l’allenatore della squadra, è rimasto incantato dalla mentalità e dalle doti tecniche di Dejounte. Un ragazzo sempre motivato, una “spugna” a livello di apprendimento con un QI cestistico fuori dal comune. Durante il periodo a Rainer Beach, Dejounte conduce una vita senza distrazioni, senza eccessi, sempre focalizzato sul suo percorso come giocatore.

“I really just watch basketball, sleep basketball, wake up and go do basketball”.

Guardare basket, dormire pensando al basket, svegliarsi e poi andare ad giocare a basket. Una mentalità che non si può allenare. O ce l’hai o non ce l’hai.

Seguendo le orme di Brandon Roy e Isaiah Thomas, anche la scelta dell’Università si è rivelata relativamente semplice: Washington Huskies. Quando hai Seattle che ti scorre dentro le vene, non puoi fare altrimenti. Il sodalizio tecnico con coach Lorenzo Romar, seppur di un solo anno, è di quelli che lasciano il segno nella vita di Dejounte, sia a livello cestistico che, soprattutto, in quello umano.
Difficile per i tifosi degli Huskies dimenticarsi di uno come Baby Boy. Come quella domenica pomeriggio di inizio Gennaio del 2016, quando all’Hec Edmundson Pavilion i ragazzi di coach Romar ospitano i Trojans di USC, University of Southern California. Tutti a Seattle si ricordano quella partita, uno dei momenti più belli della storia recente degli Huskies.

Quella gara l’hanno chiamata in seguito “A comeback for the ages”.

Gli Huskies, infatti, nel secondo tempo inoltrato si ritrovano sotto di 22 punti. La partita sembra finita, morta e sepolta. È stato Julian Jacobs, guardia di USC, a scavare il divario fra le due squadre, giocando in maniera sublime sui due lati del campo e mostrando una facilità irrisoria nel finire sopra al ferro. Il suo infortunio nel secondo tempo, però, scuote emotivamente gli Huskies che, dopo alcuni buoni possessi, materializzano nelle loro menti l’insano proposito di recuperare il risultato. È Andrew Andrews, anima della squadra, a guidare la folle rimonta (24 punti). Non è lui, però, ad accendere l’irrefrenabile entusiasmo dell’Hec Edmundson Pavilion.

Dejounte Murray è un freshman solamente sulla carta. Nel secondo tempo, infatti, mette in scena uno spettacolo di pallacanestro difficile da dimenticare. Canestri dal mid range e da tre punti segnati con una semplicità disarmante.
Galleggia nell’aria quando si avventura nel pitturato, controllando spazio e tempo come un demiurgo cestistico. Elegante, mentalmente solidissimo e sempre in controllo del proprio corpo e dei suoi movimenti con la palla in mano. Salta dappertutto senza quasi scomporsi.

Alla fine ne segna 29, di cui 20 nel secondo tempo, con 11/22 dal campo e 5 rimbalzi. Gli Huskies rimontano i Trojans, partendo da -22, e conquistano una vittoria senza precedenti. Finisce 87-85.

“Non ho paura di nessuno. Siamo tutti uomini. Sanguiniamo tutti allo stesso modo. Ci allacciamo tutti le scarpe e andiamo là fuori a giocare lo stesso gioco. Questa è la mia mentalità. Non aver mai paura di nessuno ed essere sempre se stessi”.

Dejounte Murray non è cambiato di una virgola nemmeno dopo essere approdato nella Nba, dopo un solo anno di college, voluto a tutti i costi agli Spurs da coach Gregg Popovich, un uomo capace spesso di vedere dove altri non riescono. Pop ha percepito qualcosa di profondo in Dejounte. Qualcosa che si è manifestato oltre il suo essere un giocatore di pallacanestro, seppur potenzialmente un possibile ottimo giocatore di pallacanestro. Baby Boy è riuscito a conquistarne la fiducia a tal punto da ricevere le chiavi della squadra per il suo nuovo corso, dopo la partenza di Tony Parker e il ritiro di Manu Ginobili.

Ora questo maledetto ginocchio che si rompe e tutto che sembra di nuovo essere in discussione. Dejounte è un ragazzo che non si lascia mai cadere e crede che ogni difficoltà che si incontra nella vita sia sempre una sfida da accettare. Se ci viene posto un ostacolo davanti, significa che siamo in grado di superarlo.

La sua mente torna a qualche anno fa, precisamente all’estate del 2015. Dejounte riceve una chiamata nel cuore della notte, attorno alle quattro o giù di lì. Viene informato che il suo amico Jamal (non Crawford) è stato coinvolto in uno scontro a fuoco. Il giovane è stato crivellato almeno venti volte in tutto il corpo. Una scarica di pallottole impossibile da raccontare. Jamal, però, riesce miracolosamente a sopravvivere. Oggi riesce ancora a sorridere, felice di aver ricevuto una inspiegabile seconda possibilità.

Ogni volta che Murray torna nella sua Seattle, Jamal è il primo a cui va a far visita. Lui ha sempre creduto in Dejounte. Sapeva che un giorno avrebbe giocato nella Nba. Nel Southside di Seattle sognare una vita diversa dalla propria può essere un’arma a doppio taglio. Bisogna aver coraggio nel perseguirla e, soprattutto, lottare ogni giorno per la propria libertà individuale. Non è affatto scontato riuscirci.

To reach greatness you got to be all in. You got to really love the game. There’s no days off”. Per raggiungere la grandezza devi dare tutto. Devi amare davvero il gioco. Non ci sono giorni di riposo.

Mai.

Baby Boy ha intrapreso la sua nuova sfida. Tornare a giocare a basket. Tornare a farlo più forte, più solido e più maturo di prima. Non c’è tempo per piangersi addosso, per chiedersi per quale cazzo di motivo sia toccato a lui questa volta. Se l’amico Jamal è riuscito a sopravvivere a 20 colpi di pistola, non sarà certo un maledetto crociato a fargli perdere la speranza.

Soobum Im/USA TODAY Sports

Arrendersi non è mai stata un’opzione percorribile per Dejounte Murray.

Non lo è stata in campo. Non lo è nella vita.

Tornerà.
Cazzo se tornerà.


Davide Piasentini

Davide Piasentini

Nato a Padova nel 1986, è scrittore e analista sportivo per passione. Figlio adottivo di Seattle, del grunge e dei Supersonics. Rodmaniano convinto da sempre affascinato dai "Beautiful losers" della pallacanestro. Autore dei libri "Shots for the Ages" (2016), "Ten. Storie di Grunge Basketball" (2017) e "Sotto il cielo di Rucker Park" (2018).