Be humble

Pubblicato da Davide Piasentini il

A Kinston, in North Carolina, il basket non è mai stato uno sport come tutti gli altri. Anzi, non è mai stato considerato semplicemente una disciplina sportiva nella maniera più assoluta. La città è stata recentemente definita da ESPN uno dei più grandi focolai di talento cestistico dell’intera nazione.

L’hanno chiamata “America’s basketball heaven”.

Dalla stagione 72/73 un giocatore su 52, uscito da Kinston HS, raggiunge la Nba. Non esiste nessun altro posto negli Stati Uniti come questa città. Nessuno. Se pensiamo a Kinston, il primo giocatore che si materializza davanti ai nostri occhi non può che essere Jerry Stackhouse, forse il più grande talento prodotto negli ultimi trent’anni da questa specifica zona della Carolina del Nord. Nato e cresciuto a Kinston. Uno capace di riempire i palazzetti ben oltre la loro capacità ai tempi del liceo. La gente si accontentava perfino di vivere la partita da fuori, ascoltando il frastuono dei fortunati che potevano assistere alle sue giocate da fuoriclasse.

Kinston, però, non è affatto un posto semplice in cui vivere. Violenza, criminalità, omicidi cruenti, vere e proprie esecuzioni sulla strada. E poi crisi economiche, alluvioni e, anche recentemente, devastanti tempeste tropicali. A Kinston non c’è nulla, o quasi, per un giovane afroamericano che vuole fare qualcosa di importante nella sua vita. Morte o galera, il più delle volte.

“Grow old”, dicono da queste parti ai giovani in cerca di risposte.

Invecchiate perchè non è affatto scontato qui a Kinston. Sembra puro fatalismo. No, non lo è affatto. Una speranza, ecco.

Brandon Ingram è cresciuto qui. Senza farsi notare per lungo tempo, restando lontano dal sangue che scorre copioso nelle strade. Lontano dalla sua ombra, cercando in tutti i modi di non farla inghiottire dall’oscurità del degrado e del fallimento individuale. Il basket è stato l’unico modo per riuscirci.

Brandon ci gioca fin da bambino, senza smettere mai un singolo giorno di farlo, incoraggiato dalla famiglia a cui non sembrava vero di aver trovato un modo per tenerlo lontano dai guai. All’Holloway Recreation Center, il giovane Ingram ha bruciato le tappe della sua crescita cestistica, facendosi notare subito come uno che con la palla fra le mani sa fare cose inimmaginabili. Un fenomeno come se ne sono visti pochi da queste parti. Brandon ha iniziato a giocare a pallacanestro per divertimento, cullando il suo amore per il gioco ogni giorno come fosse il primo. Poi vi ha intravisto una possibilità di evasione.

Andarsene da quella merda di Kinston, una volta per tutte. Cambiare la sua vita come previsto dal copione di ogni buon sogno americano che si rispetti. Un biglietto di sola andata per il futuro. Non solo invecchiare, dunque, ma farlo nella maniera migliore possibile. Mentre fuori dalla palestra o dal playground, la gente si sparava contro, Brandon giocava a basket. L’ha fatto per tutto il tempo senza battere ciglio. Senza mostrare alcuna emozione sul suo volto.

I successi leggendari ottenuti durante le stagioni giocate alla Kinston High, hanno portato il nome di Ingram su numerosi taccuini di tantissimi scout universitari. Uno così, con quel fisico e quella mobilità, non si era mai visto.

Mai.

Maddie Meyer/Getty Images)

Quando si è ritrovato a giocare con gente molto più grande e più grossa di lui, il risultato non è mai stato differente. Sembrava un predestinato, uno che sarebbe stato in grado di fare cose importanti nella pallacanestro. Gli dicevano “You’re skinny” e “You can’t play defense”.
Troppo gracile fisicamente e soft in difesa. Gli dicevano che contro di loro non avrebbe mai potuto giocare. Erano troppo più grossi di lui. Dei veri figli di puttana sul campo da basket. Lui, invece… Dicevano questo prima di averlo visto effettivamente giocare. Cercavano di intimidirlo. Nah.

Brandon Ingram è abituato a molto peggio. Come sentire una scarica di pallottole o urla lancinanti durante un semplice pick up game. È diventato totalmente insensibile ad ogni tipo di pressione. Lui gioca a basket. Punto.
Del resto non gliene è mai fregato un cazzo. Si trova in una cazzo di bolla di sapone quando tiene stretta la palla fra le mani. Mentalmente è estremamente maturo per la sua età.

Quando nel 2015, all’ultimo anno di HS, si presenta alla sua porta Coach K per cercare di reclutarlo (o forse viceversa) e portarlo a giocare a Duke University, la conversazione verte soprattutto sull’aspetto mentale del ragazzo. È lì che si trovano tutte le risposte alle difficoltà e le motivazioni più profonde di ogni atleta. “Per andare al livello successivo”, gli dice coach K, “la parte più importante sarà quella mentale”.
L’allenatore poi gli mostra il cellulare. È aperto sull’app di Instagram, sul profilo di Brandon.

Coach K, indicandogli un suo post, gli chiede: “Dimmi che cosa significa per te”.

Nella foto la citazione scritta da Brandon era: “Stay hungry and stay humble”.

Affamato e umile. Un mantra per il giovane talento da Kinston.

I dieci minuti successivi, Coach K li passa ad ascoltare il pensiero di Brandon. Il resto della storia lo conosciamo. Un anno a Duke e poi la Nba. Il biglietto di sola andata per fuggire da Kinston. Brandon sa perfettamente cogliere una opportunità. Sa crearsela da sé. La pressione non gli fa paura, così come le responsabilità. Se sei sopravvissuto a Kinston, come Brandon, nessuna illusione si può frapporre fra te e il tuo obbiettivo.

Sean M. Haffey/Getty Images

Ora l’opportunità si chiama LeBron James. Si chiama Los Angeles Lakers. Stavolta non per fuggire da Kinston ma per diventare un grande giocatore di pallacanestro.

“He’s a very special talent”, dice di lui “The Chosen One”.

“He next”. Dicono molti.

Brandon, invece, resta in silenzio.

Lui gioca a basket.

Ha sempre fatto così, anche quando là fuori, un tempo, tutto sembrava spingerlo sul fondo del baratro, lì dove molti suoi coetanei erano già finiti, più o meno, inconsapevolmente. Non c’è alcuna differenza per Brandon. Un colpo di pistola. Un urlo di disperazione. I fischi di disapprovazione. Le aspettative dei critici. Il frastuono dello Staples Center.

Lui gioca a basket.

Altro non esiste.


Davide Piasentini

Davide Piasentini

Nato a Padova nel 1986, è scrittore e analista sportivo per passione. Figlio adottivo di Seattle, del grunge e dei Supersonics. Rodmaniano convinto da sempre affascinato dai "Beautiful losers" della pallacanestro. Autore dei libri "Shots for the Ages" (2016), "Ten. Storie di Grunge Basketball" (2017) e "Sotto il cielo di Rucker Park" (2018).