Emeka

Pubblicato da Leandro Nesi il

“Le persone sono orgogliose di me”, disse, dopo aver tirato una lunga sorsata da una bottiglia. “Ma non posso essere orgoglioso di me stesso, devo essere risoluto, devo essere un duro.”

Queste parole sono state pronunciate da Emeka Okafor, nel suo ultimo anno al College. I suoi compagni di squadra avevano finito l’allenamento. Lui aveva cominciato la sua routine: short jumpers, long-two, movimenti in post. 30 minuti di lavoro solo sulla mano debole, la sinistra. Poi, la frase sopra. Dopo quell’unico, lungo sorso d’acqua, palla in mano. Due volte sbattuta a terra, con violenza. Aveva appena cominciato.

La storia di Chukwuemeka Noubuisi Okafor è una di quelle che lasciano il segno. Almeno in me, che per una serie di combinazioni mi sono trovato a provare a leggerne qualcosa. Classe ’82, nato a Houston, Texas, da genitori nigeriani. La famiglia del padre proviene dall’est della Nigeria. Il fatto che sia l’est della Nigeria non è un dato inutile. 

È fondamentale.

Quando il padre, Pius Okafor, era un adolescente, la Nigeria venne devastata da una guerra civile che provocò circa un milione di morti. Una piccola parte della Nigeria, quella, appunto, ad est, dichiarò la propria indipendenza dalla Nigeria nel 1967, fondando la repubblica di Biafra. La famiglia del padre di Okafor finì in un campo per rifugiati del Biafra, dove vissero per un paio d’anni. Molti, in quel campo, morirono di fame. Altri di malattia. Il padre di Emeka capì che i soldati avrebbero ricevuto provviste prima dei “semplici” rifugiati, e prese le armi. Questa scelta fece sì che potesse sopravvivere. Quattro anni dopo la fine della guerra civile (e la fine dell’indipendenza del Biafra), nel 1970, il padre di Okafor emigrò negli Stati Uniti. Dopo qualche mese in
Louisiana, si spostò a Houston. Mentre lavorava in una pompa di benzina di notte, studiava alla Texas Southern University di giorno. Nel 1980 conosce Celestina in un breve viaggio in Nigeria. Celestina diventerà molto presto sua moglie e comincerà a lavorare come infermiera. Pius, contro quasi ogni previsione, si riuscì a laureare in economia e commercio.

Emeka cominciò a crescere con il mindset del padre. Serio e studioso. In quarta elementare tornò a casa in lacrime per una “B” presa ad un compito in classe. Non un brutto voto, ma non era il massimo. Per lui, una tragedia. Perché nel frattempo giocava. Ed era bravo. Ma: “La pallacanestro è un dono, ma lo è anche l’intelligenza. Non voglio sprecare nessuno dei due”.

Emeka non ha mai scisso lo studente dall’atleta. Mai. Al liceo, era sicuramente migliore come studente che come giocatore. Hands down. A mani basse. Non aveva un solido gioco offensivo. Era un eccellente stoppatore, capace di intercettare tanti tiri e alterarne tantissimi, il tutto con pochissimi falli commessi. Eccellente rimbalzista. Ma gli osservatori del college non lo guardavano più di tanto, perché al solito è l’attacco a vendere i biglietti. Ai suoi Scholastic Aptitude Test collezionò un roboante 1310 su 1600, adatto a far drizzare le antenne ai top-college degli Stati Uniti. Si diploma con 4.3 di voto. Su 4 di massimo. Mostruoso. Nel frattempo, si guardò allo specchio e si disse: “Too skinny”. Cominciò a lavorare in palestra, facendosi seguire da un personal trainer.

10 kg di muscoli in 6 mesi. 

Anche il corpo era un dono. E come tale, andava rispettato e coltivato.

Sceglie UConn, perché il tipo di gioco che si faceva lì era adatto, perché la Big East Conference attraeva, con Georgetown e Villanova a competere. UConn aveva eccellente tradizione per il basket E per il lato accademico. E il lato accademico, ormai è chiaro, era cosa fondamentale, per Emeka. Nel 1999 gli Huskies avevano anche vinto il titolo NCAA, nel basket femminile vinsero il titolo dal 1995 al 2000.

Nel 2001, in autunno, arriva Emeka.

La partitura non cambia. Mentre continua a migliorare sul campo da basket, finendo la sua prima stagione come miglior stoppatore di TUTTI i college (136 stoppate), prende corsi extra. L’NBA gli mette gli occhi addosso. Lui è intenzionato a rimanere al college: “Per quanto io ami il basket, voglio avere opzioni. Sono focalizzato sul mio obiettivo, e non mi piace fallire”. Il suo primo anno coincide anche con il primo ingresso di Emeka alla March Madness. Gli Huskies avevano collezionato un 25-6 in stagione, non eccellente, ma non da buttar via. Andarono oltre le aspettative. Vennero battuti dai Maryland Terrapins 90-82, che poi vinsero il titolo. In quella partita, Rolan Roberts, diretto avversario di Okafor in campo, negli ultimi 17 (!!!!) minuti di partita, non riuscì a fare neanche un punto. Neanche uno. Neanche per sbaglio. Neanche un libero. Perché Emeka stoppava, senza commettere falli. Proprio come al liceo.  

L’anno dopo la stagione regolare andò peggio, ma riuscirono ad arrivare più avanti nella March Madness, perdendo però in semifinale con i Texas Longhorns di 4.

Nel 2003-2004, Okafor era al suo ultimo anno al college, visto che, nonostante fosse un junior, stava per finire il college. Con un anno da anticipo. Finire il college non è per tutti. Specie con quel talento, con l’NBA che chiama. Finire un college come UConn con un anno da anticipo è un risultato accademico notevole, per uno che non dedica ore ed ore della propria giornata a giocare a basket. Parlando di uno come Emeka, finire UConn con un anno di anticipo è semplicemente fuori dal mondo. Per la mera cronaca, prese SOLO il massimo dei voti. In TUTTI gli esami, eccetto uno, che scelse di non seguire, proprio per finire con un anno di anticipo. Un’altra “B”, come in quarta elementare. 

Stavolta senza lacrime. 

Stavolta, con la convinzione fosse la cosa giusta, perché un anno del proprio tempo è più importante di un voto più alto.

Proprio per i suoi risultati fuori e dentro il campo, la NCAA usò il suo volto come esempio di ottimi giocatori E studenti. Di come fosse possibile fare bene entrambe le cose. Okafor rispose, pungente, che l’NCAA avrebbe dovuto fare molto di più per gli studenti-atleti.

Oggi, con tutte le polemiche che si sentono, sembra che la vedesse nel modo giusto. 

Nel suo ultimo anno, ha un infortunio alla schiena che gli provoca spasmi e dolori atroci. Tanto che si pensa possa essere panchinato nelle fasi finali del torneo.

La determinazione di Emeka, però, è enorme. Gioca. UConn si guadagna l’ingresso alle Final Four. In finale, Georgia Tech viene battuta 82-73, con 24 punti, 15 rimbalzi di Emeka, Most Outstanding Player del torneo. 

Completa il college con 3.95 GPA (Grade Point Average). Su 4. Abbastanza per finire con il massimo dei voti.

Il 16 aprile del 2004 si rende eleggibile per il Draft 2004, il 24 giugno del 2004 viene scelto alla #2 dagli Charlotte Bobcats, alle spalle di un ragazzo che usciva direttamente dal liceo: Dwight Howard.

Photo by Jim McIsaac/Getty Images

Nel suo anno da rookie fa 19 doppie-doppie di fila, da novembre a gennaio. Guida i rookie per punti (15.9) e rimbalzi (10.9). Viene convocato per l’All Star Game. A fine anno arriva davanti al suo ex compagno di squadra Ben Gordon, e vince il ROY.

FlashForward.

La sua carriera si interrompe, bruscamente, nel 2013. È il 15 Aprile, ed Emeka si ferma a causa di un’ernia del disco. “Dal momento in cui mi sono infortunato, volevo solo tornare. Non mi aspettavo ci volesse così tanto, ma volevo davvero tornare. Voglio giocare. I want to play the game again”. Posso solo immaginare cosa voglia dire non riuscire a tornare in campo per cinque anni. Cinque anni fa, per capirci, Anthony Davis stava per finire la sua stagione da Rookie, Steph Curry non aveva ancora un anello al dito, LeBron James era ai Miami Heat.

A settembre, il suo processo di guarigione lungo quasi cinque anni terminava. Non era solo il guarire dall’infortunio. Era tornare a sentirsi libero di saltare. Libero di prendere rimbalzi e di stoppare, come ha fatto per tutta la carriera. Con la solita intelligenza, con la solita pazienza, con la solita dedizione. 

Quest’anno la firma, a settembre, con i 76ers per il training camp. Poi, la G-League con la squadra affiliata ai 76ers, gli 87ers. 26 partite, 7 punti e 8 rimbalzi. Attendendo la sua occasione.

“La prospettiva è una benedizione. Il mio tempo nella G League è stato tutta una questione di prospettiva”.

Ha visto l’altro lato del gioco, quello degli undrafted, quello dei contratti dei garantiti, quello dei meno talentuosi, quello di chi non si arrende. Il lato di chi ha un sogno chiamato NBA.

L’infortunio di DMC gli ha dato la possibilità che tanto aspettava. L’occasione per cui si era così a lungo preparato. 10 giorni di contratto con i Pelicans. Nelle sue prime 4 gare, 29 minuti complessivi, molto poco. Troppo poco. Contro Detroit, la VERA occasione.

Torna in quintetto.

E torna per fare la cosa che riesce meglio, difendere. Difendere su uno dei Top Centri della Lega, Andre Drummond.

Anche, non solo, ma anche il suo occuparsi di Drummond ha permesso ad Anthony Davis di esplodere una partita da 38+10, dominare la gara, e portare la seconda di sette vittorie in fila. And counting. Emeka ha chiuso con 8 punti e 7 rimbalzi, in soli 14 minuti.

Dopo la partita con i Lakers, il secondo contratto di 10 giorni. New Orleans ha continuato a vincere.

Notizia di due giorni dopo, Emeka aveva un contratto fino alla fine della stagione. Ce l’ha fatta.

Photo by Yong Kim

“I feel I belong.”

Yeah, Emeka. 

You belong.

Appartieni alla pallacanestro, e appartieni alla Lega più bella del mondo. Quella che riesce a trasformare anche un infortunio terribile come quello di DeMarcus Cousins in un’occasione. L’occasione per un ragazzo, un uomo, che non si è mai arreso. Un uomo che non ha mai smesso di essere un duro. Un uomo che non ha mai smesso di essere risoluto.

Un uomo che oggi, forse sì, può e deve essere orgoglioso di sé stesso.


Leandro Nesi

Leandro Nesi

Leandro Nesi, nato in Scozia ma Romano di Roma, 28 anni, felicemente sposato. Dottorando in ingegneria meccanica teorica e applicata. Amo il Gioco, detesto il tifo, specie quello con la t minuscola, che impedisce le discussioni. Simpatizzo per i Jazz e per LeBron, che mi hanno fatto innamorare della palla a spicchi. Di una partita guardo i giochi e gli schemi, di un giocatore gli aiuti in difesa e i tuffi sul parquet. Se c'è tattica, sono nel mio mondo. L'NFL e il tennis sono sul podio dei "miei" sport, dopo il Grande Amore (sportivo) che è il Basket.