It wasn’t easy

Pubblicato da Leandro Nesi il

It wasn’t easy. Eri diverso. Hai passato l’infanzia in Gran Bretagna, tanto che a 13 anni ti dicevano “You talk like a white boy”.

Ogni tre anni un cambio casa. Ritmico. Una routine. La prima di tante. North California. Germania. Oklahoma. Inghilterra. South California. South Carolina. E avevi solo 13 anni. Tredici.

Sempre, ogni giorno della tua vita, passato ad essere “quello nuovo”. Quello che nessuno conosce. Ogni giorno a non appartenere a nessuna categoria. Non a tuo agio fra i bianchi, non accettato dai neri. Una cosa però la sapevi fare. Una cosa l’avevi capita. Andare al campo. Mettere i piedi a canestro, e lasciare andare il tiro. Sentire il suono della retina, quello della palla che rimbalza. Immaginarti, costantemente, a segnare il tiro della vittoria. Quello della vittoria più grande, quella che consegna l’Anello di NBA Champ. Un’ossessione che ha origini lontane.

Ha origine nel dover indossare quelle uniche due paia di jeans. Ha origine nel non avere il pranzo, perché i soldi mancavano. Tuo padre, Walter Allen, serviva per l’Air Force degli Stati Uniti. Era un uomo rispettato ma non fece mai realmente carriera. Non come avrebbe realmente potuto. Di qui, quella promessa a te stesso. 

“Whatever job I get when I grow up, I’ll work as hard as I can.”

Poi, quello che poteva essere un problema è diventata un’occasione. Il litigio dei tuoi genitori, tuo padre che alza le mani e tu che ti metti in mezzo. Hai 13 anni, e non hai una singola chance. Ma tuo padre viene chiamato in Corea, e voi, per una volta, rimanete dove siete, probabilmente per vedere se il rapporto fra i tuoi potesse beneficiarne.

Così, hai avuto la tua prima, vera, casa. Dalzell, South Carolina.

Il basket già lo amavi. Lo amavi da quando eri in Gran Bretagna. I tuoi genitori giocavano, entrambi. Tuo padre la metteva dentro al canestro da qualsiasi posizione. Un tiratore formidabile. Destro, sinistro, non importava. E anche tua madre, Flora, giocava. “Truck”, la chiamavano. Un bulldozer. Inarrestabile. Voleva una cosa e la otteneva. Voleva un canestro, lo faceva.

Il tiro e l’abnegazione: Il tuo DNA.

Avevi otto anni, quando hai preso la prima palla in mano consapevolmente. Era dopo una partita dei tuoi genitori alla Bentwaters Royal Air Force Base in Inghilterra, il campo vuoto. I tuoi e tutti gli altri nello spogliatoio.

Palla in mano, qualche tiro.

Poi, la prima, primissima routine. Venuta chissà come. Tre layup da destra, tre da sinistra. Tre con la mano destra, tre con la mano sinistra. Per completarla, dovevano essere sei canestri, senza errori.

L’errore arriva. E anche le lacrime, e la voglia di non toccare più una palla da basket.

Un paio di anni più tardi, Jeff Lensch ti vide tirare in una partitella. Tiravi a due mani, saltando in avanti mentre lo facevi. Ma lui arrivò pieno di consigli, di suggerimenti e della non scontata capacità di farsi ascoltare da un ragazzino di poco più di 10 anni.

Ti insegnò a mettere le mani in un certo modo, i gomiti in un altro, a tirare dritto, in sospensione.

Era nato il tiratore. Era nato Sweet Ray. Con lui, le tue routine.

Sempre più difficili, giorno dopo giorno.

Gli allenamenti, sempre più sfiancanti. Un’idea, fissa, in testa: “Practice doesn’t make perfect. Perfect practise makes perfect”, diceva Vince Lombardi Jr, l’uomo che dà il nome al trofeo che appartiene a chi vince il SuperBowl.  

Nonostante i tuoi allenamenti, ne sentirai tanti dire che il tuo jumpshot è un dono di Dio. Una cosa che ti farà incazzare come poche.

 “God doesn’t care wheter or not you make your next jump shot. God will give you a lot of things in life, but he’s not going to give you your jump shot. Only hard work will do that”

 

È faticoso. È durissimo. Le routine diventano sempre più difficili, fino a quelle, folli, di quando eri già un giocatore NBA.

In ginocchio, poi in piedi, si prende la palla e si tira.

Sdraiato sullo stomaco, un push-up, si prende la palla e si tira. Sulla schiena, giro sulla schiena, push-up, tiro. Una, due, cento volte. Cento, mille, diecimila volte. Una routine. Una delle tante. L’idea, l’ossessione, era creare una memoria nei muscoli e nel cervello. Far sì che il corpo si abituasse a segnare un tiro nelle condizioni più difficili. Perfect practise makes perfect.

Lo dirai a te stesso, lo dirai a chiunque ti ascolti. Non è Dio, non è fortuna, non è una pozione magica, una dieta o una bevanda.

“The secret is there is no secret. It’s just boring old habits”

Game 6. 

10 seconds left, NBA Finals. LeBron prende il tiro, sbaglia. Palla che si impenna, la prende Bosh.

“The second I saw the ball in CB’s hands, there was only one place for me to go: behind the three-point line”.

Era stata una pessima serata al tiro, non sembravi nel match. Eppure, eri arrivato alla Triple A Arena prima di tutti, come al solito. Avevi preso quasi 200 tiri, prima della partita. E, anche se la palla non stava entrando, eri preparato. Una vita a tirare. Una vita intera, per prepararti a quell’unico, spettacolare, drammatico momento.

Photo by Robert Mayer, USA TODAY Sports

La palla, andando via dalle tue mani, non ti sembrava stesse andando dentro. Pensieri, nello spazio di centesimi di secondo. “I didn’t jump high enough. I didn’t get the ball up enough”.

Poi, succede quel che era giusto succedesse: “Swish!”

“Tie game with 5 seconds remaining”, urla il commentatore. Tutti urlano. Urla Norris Cole, che saltava prima ancora che la palla entrasse nel canestro. Urla tutta Miami. Urli tu. Ma nessuno, nessuno, dopo quel supplementare, era più felice di LeBron, Raymone James. “Thank you, Jesus”.

Dopo la Gara 7 che ti ha consegnato il tuo secondo anello, è stato proprio quello a cui hai pensato: 

“The real victory didn’t come that night. The victory came on other nights, one after another, when there were no fans or camera. Just me and the ball”.

Sono passati poco meno di 5 anni dal 18 giugno del 2013.

E oggi appartieni, finalmente, ad una categoria. Non sei più solo. Non sei più quello nuovo, che parla strano, troppo forbito per essere un nero e con un accento particolare per essere un bianco.

Sei ufficialmente un Hall of Famer.

Un esempio, ieri, oggi, sempre.

Nell’Olimpo dei più grandi, dove è giusto tu sia.

Thank you, Jesus.

Photo by Elise Amendola

Leandro Nesi

Leandro Nesi

Leandro Nesi, nato in Scozia ma Romano di Roma, 28 anni, felicemente sposato. Dottorando in ingegneria meccanica teorica e applicata. Amo il Gioco, detesto il tifo, specie quello con la t minuscola, che impedisce le discussioni. Simpatizzo per i Jazz e per LeBron, che mi hanno fatto innamorare della palla a spicchi. Di una partita guardo i giochi e gli schemi, di un giocatore gli aiuti in difesa e i tuffi sul parquet. Se c'è tattica, sono nel mio mondo. L'NFL e il tennis sono sul podio dei "miei" sport, dopo il Grande Amore (sportivo) che è il Basket.