Point God

Pubblicato da Davide Piasentini il

Salt Lake City, Utah, 6 Maggio 2018.

È un giorno molto speciale per Chris Paul. No, non perchè oggi è il suo trentatreesimo compleanno. Quello può aspettare ancora qualche ora. C’è da giocare una partita molto importante prima di poter festeggiare assieme alla famiglia. Una partita che ha un significato profondo, soprattutto per quello che rappresenta per la carriera di Chris.

I Playoffs per lui sono sempre stati una fonte inesauribile di motivazioni. Alcune vittorie. Tante brucianti delusioni. Come nel 2015 quando, dopo aver battuto al primo turno i San Antonio Spurs in una serie epica, i suoi Los Angeles Clippers, avanti 3-1 contro Houston in semifinale, si fecero rimontare ed eliminare in maniera spietata e crudele. A una sola vittoria dalla finale di Conference.

Una delusione molto dolorosa per Chris Paul. L’ennesimo tributo pagato al destino.

Un altro pezzo della sua anima impegnato nell’interminabile percorso di redenzione che non ha ancora trovato il suo compimento.

A Salt Lake City la storia continua. Quando vi dicono che “se c’è uno che merita l’anello davvero in questa lega” quello è Chris Paul, bè, non si sbagliano di certo. CP3 è uno che sacrifica tutto se stesso per la squadra. Un leader che spesso ha dovuto lottare contro i suoi fallimenti, punendosi troppo severamente forse, ma mettendo sempre all’orizzonte qualcosa di più grande da raggiungere. Alla Vivint Smart Home Arena si gioca il “pivotal game”, la partita decisiva della serie.

Houston vuole vincerla a tutti i costi. CP3 sa esattamente come farlo.

È per questo che si trova lì. È per questo che in estate si è unito agli Houston Rockets. È per questo che coach D’Antoni l’ha voluto disperatamente al fianco di James Harden, quando molti pensavano che i due fossero incompatibili.

Confidence. Defense. Jumper.

I tre mantra agonistici di Chris Paul. Senza paura del domani, lasciandosi alle spalle nulla di intentato.

My mid-range jumpers are like layups to me”.

I jumper dalla media non sono altro che semplicissimi layup per Chris. Solo parole? Niente affatto. Quando la mentalità è questa non esiste ostacolo che sia insormontabile. Nel campo da basket come nella vita. Con i suoi Rockets lontani dalle migliori percentuali dall’arco, ecco che quel tiro dalla media diventa esattamente quello di cui la squadra necessita per vincere la serie e volare alla finale della Western Conference.

Se Gobert rimane dentro l’area posso segnarli per tutta la sera quei tiri”, pensa Chris.

 È esattamente quello che succederà, sin dal primo possesso. Gobert fa subito capire che sotto il suo tabellone comanda lui. Stoppa Harden alla prima penetrazione, spedendo la palla fuori dal campo, proprio vicino la panchina dei Rockets. Chris Paul, invece, ha altre idee che gli passano per la testa.

Possesso successivo. Paul palleggia in punta, un paio di metri dietro la linea da tre punti. Gobert lo affronta. Ginocchia piegate e grande concentrazione per il centro francese. Anche lui vuole lanciare un messaggio. Chris palleggia freneticamente, avanzando lentamente verso l’area. Un crossover. Poi un altro. Gobert rimane mezzo passo indietro. Chris si arresta all’altezza della linea di tiro libero. La mano in faccia di Gobert non lo disturba minimamente.

La retina schizza verso l’alto, dopo la frustata nel contatto con la palla, e poi ritorna al suo posto.

Un canestro ricco di significato. I primi due punti degli Houston Rockets.

Il personalissimo messaggio di CP3 agli Utah Jazz.

Sono qui per vincerla e so come farlo”.

Usa Today Sports

Chris quel tiro lo segnerà con grande continuità per tutta la sera.
Contro Mitchell. Contro Ingles. Ancora contro Gobert. Fade away poetici.
Sospensioni d’altri tempi. Classe pura.

Per lui uno splendido 11/17 dal mid range e nel pitturato. 27 punti, 12 rimbalzi, 6 assist, 2 recuperi e una stoppata.

Non è tutto. Nella metà campo difensiva gioca col sangue agli occhi. Ginocchia piegatissime e una mentalità dedita al sacrificio che non si può insegnare. O ce l’hai dentro o non ce l’hai. Tutta Houston, guidata da CP3, difende come se questa fosse la partita più importante della stagione. Lo è stata, a dire il vero.

Le stoppate di uno straordinario Capela nel finale chiudono il discorso. Houston vince gara 4 e si porta sul 3-1 nella serie.

Quando, a fine partita, fanno notare a Chris che gli manca solamente una vittoria per potersi giocare le finali di Conference per la prima volta in carriera, lui non esita a rispondere.

I’ve been here before, 3-1, and shit went bad real quick”. La semifinale del 2015 è ancora una ferita aperta. Questa volta perdere la serie non è una strada percorribile.

Losing is not an option.

Ma a questo Chris penserà da domani. Che non riserverà, come ben sapete, quella gioia tanto inseguita per una carriera. 

In quel momento può tornare dalla sua famiglia e festeggiare i suoi 33 anni, sopra 3-1, a 48 minuti da un sogno che cercherà di riprendersi da maggio in poi.

“Point God” è un bel gioco di parole, un termine che negli States si spende solamente per le point guard più forti della storia della pallacanestro. Bob. Magic. John. Isiah. Questo gruppo qui, per intenderci, assieme ad altri.

Quel 6 maggio Chris ha giocato da “Point God”.

Di lui si parla sempre troppo poco, ma in questo gruppo di leggende ci sta che è una meraviglia. Nella speranza di restarci, ma con un anello al dito.


Davide Piasentini

Davide Piasentini

Nato a Padova nel 1986, è scrittore e analista sportivo per passione. Figlio adottivo di Seattle, del grunge e dei Supersonics. Rodmaniano convinto da sempre affascinato dai "Beautiful losers" della pallacanestro. Autore dei libri "Shots for the Ages" (2016), "Ten. Storie di Grunge Basketball" (2017), "Sotto il cielo di Rucker Park" (2018) e "From Chicago. La storia di Derrick Rose" (2019).