Sliding Doors: Golden State Warriors

Pubblicato da Simone Rancid il

Sports Illustrated

Come si diventa la squadra più forte della Lega?

Con giocatori fenomenali, con un coach di altissimo livello, con 2 MVP in squadra e con una dirigenza che sembra non sbagliare una mossa. Si…con tutto ciò. E anche con un po’ di fortuna. 

Fortuna? Sì: la fortuna, per la creazione di questo straordinario gruppo è stata una notevole componente. Non ci crederete, lo so. Ammirate la creatura perfetta che oggi avete davanti agli occhi e siete giustamente annebbiati dalla perfezione rasentata dal sistema offensivo e difensivo messo in piedi nella Baia e quasi vi siete dimenticati di una serie di coincidenze.

Ma qui troverete tutto. Dagli anni bui ad oggi. Partendo dal principio.

I Golden State Warriors vengono spesso indicati come esempio da seguire per come siano riusciti, attraverso una serie di scelte super azzeccate, a diventare una franchigia vincente. Con grande orgoglio possono vantare un team costruito con il netto ausilio del draft (da cui sono arrivati Klay Thompson, Steph Curry e Draymond Green), lo sviluppo dei giovani e una grande flessibilità a livello salariale. 

Questo è un concetto facilmente condivisibile, chi non vorrebbe fare un percorso anche solo simile al loro? Ciò su cui si resta dubbiosi in realtà è la possibilità, una volta che questa dinastia sarà finita, di vedere replicabile il modello Warriors: un connubio di bravura nelle scelte, fortuna e fattori esterni che non hanno precedenti nella Lega e che li ha portati a consacrarsi come la migliore squadra NBA (per alcuni la migliore della storia) dopo 30 anni di anonimato in maniera quasi casuale. Casuale? Si, ma procediamo per step.

Partiamo dal principio, ovvero le macerie del ciclo precedente.

Dopo13 anni di astinenza dalla post-season Golden State raggiunge per la prima volta i Playoffs nella stagione 2006/07, più di 10 anni fa. Ci riesce grazie a 3 anni di draft abbastanza positivi in cui vengono selezionati Jason Richardson, Monta Ellis, Andris Biedrins e Mickael Pietrus a cui la dirigenza riesce ad affiancare i veterani Baron Davis, Stephen Jackson e Al Harrington arrivati in seguito a scambi avvenuti con altre franchigie. 

Pic by ESPN

Era l’anno del WE BELIEVE, l’anno in cui degli spensierati Warriors, arrivati alla post season con il 50% di vittorie e l’ottavo posto, calpestano la psiche ormai segnata dei Dallas Mavericks reduci da una Finale rocambolesca persa l’anno precedente, tanto forti da finire la regular season con 67 vittorie ma tanto fragili psicologicamente da riuscire a non capire nulla in quella serie che viene ancora oggi ricordata come il più grande upset della storia recente della Lega.

Ci pensarono poi Deron Williams e Carlos Boozer coi loro Jazz a ristabilire i valori e a mandarli a casa, ma tutto sommato c’erano stati segnali molto incoraggianti. Infatti, nonostante la partenza di Jason Richardson, i Warriors chiusero la stagione successiva con il miglior record DI SEMPRE per un team che non riesce a qualificarsi ai Playoffs. Colpa di una Western Conference incredibilmente competitiva e stracolma di lunghi dominanti, punto di grave carenza del roster gialloblù, che infatti cercarono di coprire la lacuna scegliendo al draft prima Brendan Wright poi Anthony Randolph, rivelatisi poi giocatori abbastanza deludenti.Tutto ciò non sorbì alcun effetto positivo perchè, complice anche l’abbandono in free agency del Barone e la dipartita di Stu Jackson verso i Bobcats, non arrivarono i Playoff.

L’esclusione dalla postseason significò però accesso alla lotteria e nel 2009 arriva da lì la prima mossa che apre le porte al ciclo ancora in essere. E’ il draft di Blake Griffin, Hasheem Thabeet (ouch!) e James Harden. E’ anche il draft in cui Minnesota, alla disperata ricerca di una point guard per guidare una squadra, si presenta con ben due scelte consecutive alla 5 e la 6, proprio davanti ai Warriors. Ecco il primo punto di svolta: preferiscono Ricky Rubio e Jonny Flynn a Steph Curry, ritenuto un ibrido tra PG e SG e quindi non meritevole di una chance.

Pic by Don Smith/NBAE via Getty Images

All’epoca infatti c’era parecchio scetticismo per giocatori con caratteristiche “a metà” tra i due ruoli. Le point guard scorer che conosciamo oggi dovevano ancora esplodere, o meglio, c’erano ma non avevano così tanto impatto. Guardie basse con un playmaking non di primissimo livello e con pericolosità dall’arco finivano per fare i sesti uomini di lusso come Barbosa, oppure, nel guidare una squadra venivano sottodimensionati come appunto Monta Ellis.  

Quindi, grande merito per i Warriors per averlo preso, ma qui scatta il primo grande WHAT IF:

Minnesota con 2 scelte e 3 PG a disposizione lascia sul board Steph Curry, un futuro MVP, che Golden State non si fa scappare. I Warriors, ancora disperatamente alla ricerca di lunghi, draftano l’anno successivo Ekpe Udoh con la sesta assoluta: ancora una volta un’autentica delusione. Udoh arriva, ma Golden State lascia tra gli altri Greg Monroe, Hayward e Paul George. E qui scatta l’anomalia, il controsenso rispetto a quanto comunemente percepito: anzichè insistere su quella strada e cercare di continuare ad andare in maniera pesante in lottery per facilitare la ricostruzione, i Warriors compiono una mossa terribile ingaggiando David Lee, forse anche perché frustrati da scelte pessime agli ultimi draft. Lee era un’ala grande fresca di All-star proveniente dai Knicks, macchina da doppia-doppia ma non certamente giocatore in grado di rivoluzionare la storia di una franchigia. Tuttavia, Lee è sufficiente per migliorare i risultati delle stagioni precedenti.

Il risultato è quello preventivabile: aumentano di una decina le vittorie in stagione, poche per arrivare ai PO, troppe per continuare a pescare nei primissimi posti al draft e la loro scelta scivola alla 11. Fortuna vuole che, escludendo la conclamata numero 1 di Kyrie Irving considerato allora un piccolo CP3, il talento di quel draft 2011 si rivelerà successivamente più concentrato tra la 10 e la 20 che non tra i primi 10 scelti.

Pic by Mel Evans

Davanti ai Warriors ci sono i Bucks, che scelgono per conto dei Sacramento Kings coi quali hanno già un accordo puntando su una guardia che al College aveva fatto su per giù quel che qualche anno prima aveva fatto Stephen Curry, ovvero Jimmer Fredette. Andategli poi a spiegare che hanno lasciato per strada proprio una delle migliori 3 guardie in attacco e in difesa dei prossimi 10 anni, Klay Thompson.

Incredibile ma vero: la scorciatoia di firmare un All-star per vegetare nella mediocrità mise Golden State in condizione di draftare il secondo cardine fondamentale del progetto: è anche altrettanto facile intuire che se non avessero ingaggiato Lee e avessero avuto una scelta nel range simile agli anni precedenti, tra la 6 e la 9, con ogni probabilità avrebbero speso quella scelta per l’eterno lungo mancante, Vesely o Biyombo, prendendo l’ennesima delusione al draft.

Formati gli Splash Brothers inizia la rivoluzione direte voi. No.

Non ancora. 

I Warriors hanno ancora il solito problema con i lunghi ed ecco che tentano l’ennesima scorciatoia per arginare il problema offrendo il massimo salariale a DeAndre Jordan che accetta e firma il contratto. I Clippers però hanno il diritto di pareggiare l’offerta e tenerselo e così fanno, nonostante venga considerato un contratto alto per un giocatore al terzo anno, scelto al secondo giro, e che allora doveva ancora dimostrare tantissimo in Lega. Inutile dire che quell’ingaggio avrebbe fatto deragliare il progetto Warriors inesorabilmente, non solo a causa dell’incremento di vittorie che avrebbe alterato il draft successivo ma anche per le implicazioni salariali che avrebbe comportato.  

Complice quindi una stagione in cui Curry giocherà soltanto 26 partite a causa di diversi infortuni Golden State si trova nuovamente molto lontana dal lottare per l’accesso ai Playoffs e con il solito problema di mancanza di lunghi visto che Biedrins, dopo aver firmato un contratto da 60 mln in 6 anni nel 2008, era già da tempo entrato in netta fase calante e prossimo ad uscire dai radar NBA. In preda alla disperazione la squadra oggi 3 volte campione NBA sceglie…Kwame Brown (7 milioni annui e ko dopo 9 partite giocate), piazzando poi in quintetto Ekpe Udoh. 

I risultati sono sempre deludenti e a quel punto si entra nell’ottica di sacrificare uno tra il fragile Steph Curry e Monta Ellis pur di arrivare ad un lungo titolare. Ecco allora che, grazie anche all’intervento di Mark Jackson, al primo anno da head coach, Golden State decide di tenere Steph e cedere Ellis per arrivare Andrew Bogut.

Oggi un’ovvietà, ma in una stagione dove il #30 aveva appena saltato 50 partite per infortunio non è proprio una di quelle decisioni che poteva sembrare così sensata. Almeno in quel preciso momento storico.

Pic by NBA TV

Arriva l’offseason decisiva.

Curry, reduce da svariati infortuni, viene rinnovato con un contratto davvero basso per l’epoca: 11 mln l’anno per 4 anni. Per capire di quanto parliamo basti pensare che nel medesimo periodo Ty Lawson prese 12 mln l’anno ed Eric Gordon 15 mln: giusto sottolinearlo perché questo influenzerà in maniera determinante la flessibilità economica della squadra e le sue mosse future.

Siamo ancora in lotteria, stavolta con la scelta numero 7, dove i Warriors pescano Harrison Barnes (tra l’altro lasciando andare Andre Drummond, probabilmente forti del neo-acquisto Bogut) e rinviano alla loro seconda scelta l’acquisizione di un lungo andando a pescare alla 35 tale Draymond Green, che poi un lungo non era visto che era considerato un tweener, giocatore a metà tra i ruoli di ala piccola ed ala grande, ma che si fece notare subito per la sua grinta e tenacia su entrambi i lati del campo. Si inizia a giocare sul serio, Golden State disputa una bellissima stagione e si qualifica per i PO con il seed numero 6 della Western Conference dove elimina i Denver Nuggets, orfani di Danilo Gallinari, prima di ricevere una doverosa lezione dai vecchi San Antonio Spurs che fanno valere la loro esperienza.

Subito dopo l’eliminazione, sempre alla ricerca della mossa giusta, Golden State spedisce Andris Biedrins, Brandon Rush e Richard Jefferson, ovvero un totale di 24 milioni di ingaggi, agli Utah Jazz, pagando il salary dump con 2 prime scelte future. 

Una mossa davvero discutibile all’epoca perché il team aveva un futuro non proprio definito e sacrificare 2 prime scelte per scaricare dei contratti non era detto fosse cosa intelligente. 

In realtà nella Baia hanno le idee chiare e compiono questa mossa con un preciso intento che appare risolutivo: ingaggiare DWIGHT HOWARD, il top free agent dell’estate. 

I Warriors sono uno dei soli 5 team che Dwight considera e incontra. Lacob, proprietario della franchigia, lo vuole ad ogni costo, addirittura per tentare di convincerlo mette in piedi una sign and trade con i Lakers in modo da garantire a Dwight i 30 milioni di contratto in più che solo Los Angeles poteva offrirgli (118 mln in 5 anni al posto degli 88 in 4 anni che potevano offrigli i Warriors e gli altri team della Lega). Ai Lakers sarebbero andati Klay Thompson ed Harrison Barnes e per integrare la squadra avrebbero preso Andre Iguodala, anch’esso free agent

Pic from Zimbio

Dwight però alla fine decide di firmare per gli Houston Rockets lasciando i Warriors con un pugno di mosche e con il “premio di consolazione” dell’ingaggio di Iguodala. Inutile dire quanto sarebbe cambiato il mondo con l’ingaggio di Superman

Nel corso dell’anno i giovani Warriors crescono, raggiungono le 50 vittorie stagionali ma escono al primo turno dei Playoffs dopo una cocente sconfitta in gara 7 contro i Clippers che evidenzia ancora le difficoltà della squadra nell’arginare lunghi come Blake Griffin e DeAndre Jordan. Durante l’estate la squadra viene accostata costantemente a Kevin Love, scontento della sua situazione ai Wolves. Inizialmente riluttanti nell’inserire nell’affare un promettente Klay Thompson, alla fine della trattativa Golden State si arrese alle richieste di Minnesota pur di assicurarsi l’opportunità di schierare la coppia Curry-Love. 

Klay Thompson sarebbe andato ai Wolves assieme a David Lee e ad una prima futura in cambio di Kevin Love e Kevin Martin. Era già tutto praticamente siglato quando Jerry West, all’epoca consigliere dei Warriors, si oppose in maniera netta:

Scambiate Klay e me ne vado”.

Pic by Bleacher Report

Kevin Love fu scambiato un paio di settimane dopo ai Cleveland Cavaliers. Ma questa non fu l’unica mossa azzeccata di quell’estate. Infatti, nonostante l’ottima stagione i Warriors decidono di licenziare Mark Jackson e di sostituirlo con Steve Kerr, che non solo adotta i principi di un run-and-gun style reso celebre dai Suns del duo D’Antoni/Nash nella decade precedente ma da questi trae anche l’ispirazione per la mossa decisiva: Draymond Green in quintetto, mossa “facilitata” da un paio di infortuni di David Lee che gli spianarono la strada. 

Difficile non notare le analogie che Draymond Green portava all’attacco dei Warriors se pensiamo a come veniva utilizzato Boris Diaw in quel contesto, ma ciò che rende speciale Drayzilla e lo differenzia in maniera netta dal francese è l’apporto difensivo che fu il vero tallone d’Achille di quei Suns meravigliosi, incapaci di farcela in una Western Conference dominata da lunghi di peso. 

I tempi però sono cambiati, i lunghi dominanti ormai sono sul viale della pensione, e anziché cercare ancora disperatamente di ingaggiare un uomo di peso per arrivare al vertice i Warriors fanno della loro condizione una virtù e lo fanno in maniera magistrale. Primo posto in regular season e titolo senza nemmeno faticare troppo nei Playoffs, giocando un basket a tratti inebriante. Unico momento di vera difficoltà le Finals, quando si trovano sotto 2-1 contro i Cavs, ma a quel punto “il premio di consolazione” Iguodala gioca la serie della vita in difesa limitando Lebron James al 40% dal campo e meritandosi per questo l’MVP delle Finals

Si potrebbe chiudere qui, insomma basterebbe questo per lanciare una dinastia ma manca ancora l’ultimo tassello. L’anno successivo infatti i Warriors batteranno il record di vittorie di tutti i tempi in stagione regolare e si presenteranno da grandi favoriti per la vittoria finale. In finale di Conference si trovano incredibilmente sotto 1-3 contro i Thunder ma con una reazione da veri campioni la portano a casa recuperando uno svantaggio che sembrava impossibile rimontare, raggiungendo nuovamente Lebron e i Cavs, stavolta al completo. 

I Warriors sono in totale controllo della serie, sopra 3-1 con 2 partite da giocare in casa: sembra fatta ma una sequenza di eventi condiziona la serie e Cleveland compie una rimonta storica. Probabilmente sarebbe bastato che Green avesse evitato la squalifica di gara 5, o sarebbe bastato che Bogut non si infortunasse, o sarebbe bastato che Harrison Barnes avesse giocato da Harrison Barnes, o ancora che Iguodala non fosse stato tormentato per tutta la serie da un terribile mal di schiena: sarebbe bastato che solo uno di questi fattori non si fosse verificato e con ogni probabilità quella serie non avrebbe avuto il medesimo epilogo. Ma tutta questa catena di eventi, unita alla cocente sconfitta dei Thunder, unita ad un innaturale, e senza precedenti, aumento di 25 milioni sul salary cap deciso in seguito al rinnovo del contratto per i diritti televisivi che la Lega aveva firmato, danno l’opportunità ai Warriors di ingaggiare in free agency Kevin Durant, ultimo perfetto tassello per una squadra pronta a dominare nei 5 anni a venire. 

Il resto è storia nota.

La prima cosa che emerge è che a differenza di quanto comunemente percepito e ricordato i Warriors abbiano solo in parte sapientemente atteso di sviluppare i propri giovani scelti al draft. 

Pic from ESPN.com

Fecero di tutto durante gli anni per cercare di migliorare il roster sul mercato dei free agent per “tagliare” la strada, sacrificando assets e flessibilità, prima ingaggiando David Lee, poi firmando DeAndre Jordan e infine reclutando Dwight Howard. Di fatto non ci riuscirono e furono costretti “ad arrangiarsi” con quel che avevano e questo fu per loro solo una grande fortuna perché avrebbe causato il parziale, se non il totale deragliamento del progetto. 

La seconda cosa che emerge è che al netto della bravura del management una coincidenza di tutti questi fattori che abbiamo visto pare quanto meno difficilmente ripetibile e la mole dei WHAT IF che caratterizza la nascita, la crescita e l’evoluzione dei Warriors da franchigia irrilevante a super potenza è notevole ed è impensabile che si possa ripetere facilmente. Godiamoceli finchè possiamo, perchè non esisterà mai un’altra Golden State.


Simone Rancid

Simone Rancid

Simone, 37 anni, nostalgico dell'NBA anni 90, ho smesso di tifare per una franchigia dopo la deludente sconfitta dei Magic nelle finali del 95. Punk Rocker for life e avido collezionista di dischi. Da un annetto seguo anche l'NFL perché la NBA senza Penny e Shaq non è più la stessa