What if… Duncan ai Magic!

Pubblicato da Simone Rancid il

Siamo a metà degli anni 90, i San Antonio Spurs sono una delle potenze della Western Conference guidati dall’ammiraglio David Robinson, ma la concorrenza ai vertici è altissima: ci sono i Suns di Charles Barkley e Kevin Johnson, i Jazz di Stockton e Malone, i Sonics di Payton e Kemp e i Rockets di Olajuwon e Drexler.

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Nonostante svariati tentativi i texani non riescono mai ad arrivare nemmeno a giocarsi una Finale subendo per 7 anni consecutivi cocenti e premature eliminazioni dalla post season. La striscia di stagioni regolari terminate con record positivo si interruppe nel 1996/97 quando una serie di infortuni falcidiò il loro roster. 

Chuck Person era già fuori per la stagione quando David Robinson fu costretto a bordo campo a causa di due diversi infortuni, alla schiena e al piede, che lo limitarono a sole 6 partite in stagione. Come se non bastasse, Sean Elliott, una magnifica ala piccola versatile e dotata di un prolifico tiro da fuori che si era appena guadagnato la presenza all’All-Star Game, subì diversi infortuni che gli fecero perdere metà stagione. Fu così che gli Spurs si trovarono a fine anno con 20 vittorie e 62 sconfitte, record buono per il penultimo posto nella Western Conference, nonostante il cambio di allenatore in corsa per cercare di risollevare le sorti della squadra. Infatti dopo appena 20 partite allontanarono Bob Hill e l’allora GM della squadra Gregg Popovich prese il suo posto risultando comunque inefficace per ovvi motivi.

Gli Spurs andarono quindi in lotteria con ottime speranze avendo il terzo peggior record della Lega e davanti a loro solo i Boston Celtics, con due scelte, avevano più probabilità (35%) di pescare la prima assoluta, visto che i Vancouver Grizzlies, nonostante l’ultimo posto in classifica, non erano eleggibili per la prima scelta assoluta durante i primi 3 anni di vita, come stabilito negli accordi siglati al momento dell’expansion draft delle due neo franchigie canadesi. Fu così che San Antonio vinse quella lottery e pochi mesi dopo l’approdo di Coach Popovich riuscirono a scegliere Tim Duncan, lungo da Wake Forest, destinato a dominare l’NBA.

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Si capì infatti subito che il giovane Tim era dotato di un talento e una classe raramente visti in precedenza sul parquet e cosi nel giro di paio d’anni gli Spurs, al termine di un cammino trionfante nei Playoffs, vinsero il loro primo titolo NBA grazie soprattutto alle Twin Towers Robinson-Duncan ma grazie anche ad un’ottima schiera di comprimari come Sean Elliott, Mario Elie, Avery Johnson e Steve Kerr. Era l’inizio dell’era Popovich-Duncan, destinata a durare sino a qualche anno fa, ma c’era da fare i conti con una situazione inaspettata che metteva in pericolo il loro futuro. 

Proprio all’inizio dell’anno del titolo era in scadenza il CBA, il contratto di lavoro collettivo che di fatto contiene la regolamentazione salariale della Lega e che deve essere sottoscritto di comune accordo tra giocatori e presidenti. La situazione di stallo portò alla quasi cancellazione della stagione che fu poi disputata su 50 partite invece delle solite 82 previste dal calendario. In seguito ai nuovi accordi che scaturirono da una lunghissima negoziazione vennero introdotte tantissime nuove regole salariali tra cui i limiti massimi salariali per i giocatori in base all’anzianità in Lega.Difatti prima di quell’anno un giocatore non aveva limiti d’ingaggio massimi, pertanto poteva chiedere al team di appartenenza anche la quasi totalità del monte salari disponibile, naturalmente a proprio rischio, perché se ne chiedeva troppi, rimaneva poco per costruire una squadra decente attorno. Questa regola inserita nel contesto dell’epoca che non prevedeva la restrizione del giocatore in scadenza da parte del team di appartenenza, metterà San Antonio in una situazione davvero complessa al termine dell’anno successivo.

Un’annata che peraltro andò malissimo per gli Spurs, visto che Sean Elliott iniziò ad avere problemi ai reni che lo forzarono a ritirarsi l’anno successivo e Tim Duncan si infortunò al ginocchio abbandonando la squadra ad una prevedibile eliminazione al primo turno dei Playoffs. Non esattamente i risultati su cui speri di far leva per poter “vendere” a Tim Duncan un roseo futuro texano nel suo anno di scadenza contrattuale. All’epoca esistevano già i Bird Rights ovvero la possibilità di sforare sul salary cap per poter rifirmare il proprio giocatore, ma comunque il massimo salariale offribile a Tim Duncan sarebbe stato pressoché identico a quello che qualunque altro team in Lega poteva offrirgli perché come già detto era stato introdotto il massimo salariale calcolato in base agli anni di presenza in Lega. Facile intuire che senza un limite massimo di ingaggio per il giocatore San Antonio, con possibilità illimitate di sforare sul salary cap, avrebbe potuto rilanciare e superare qualunque offerta esterna che invece era vincolata al non superamento del salary . Fu così che Tim Duncan, per sua stessa ammissione, si trovò ad un passo dal firmare con gli Orlando Magic in una mossa che avrebbe cancellato in un istante 20 anni di storia Spurs, 20 anni di Tim e Pop.

 

 

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Orlando all’epoca era una meta molto ben vista nella free agency NBA, era una città assolata nella splendida Florida, nota per Disney World e per la breve ascesa dei Magic di qualche anno prima con la coppia Penny-Shaq. Il team era in totale ricostruzione e navigava nella più totale mediocrità, ma il GM dell’epoca, John Gabriel, aveva creato una situazione salariale ottimale che avrebbe permesso loro di inseguire ben 3 free agents di primo livello sul mercato. Inoltre la competizione ad Est non era proprio cosi elevata tant’è che raggiunsero le Finali i Pacers di Reggie Miller ormai sul viale della pensione e successivamente si imposero i Nets di Kidd e i Sixers di Iverson. 

Di contro, San Antonio all’epoca non era ancora quell’organizzazione che oggi conosciamo per competenza e programmazione oltre che per professionalità e dove tutti vorrebbero giocare. Era una città tutto sommato noiosa in mezzo al Texas con un bacino di appassionati e un mercato ridicolmente ristretto se paragonato alle prime 6/7 franchigie della Lega, inoltre David Robinson ed Avery Johnson andavano per i 35 anni, Sean Elliott si stava per ritirare dopo aver subito un trapianto ai reni e quindi il ciclo era giunto evidentemente al termine. Grant Hill e Tim Duncan erano entrambi free agent e condividevano il medesimo agente che organizzò quindi un viaggio per le due star verso Orlando. Vennero accolti da uno striscione grande quanto metà campo da football che li raffigurava in maglia Magic con un eloquente parola “BELIEVE”. Entrambi i giocatori erano assolutamente entusiasti dell’intero viaggio che possiamo riassumere con: lusso sfrenato, Disneyworld VIP access, feste in piscina e per non farsi mancare nulla partitina a golf con Tiger Woods. 

L’allora assistente personale di Tim, Marc Scott, racconta successivamente che i dirigenti dei Magic andarono letteralmente in visibilio quando The Big Fundamental rinviò il volo che lo doveva riportare a casa per fermarsi un giorno in più ad Orlando per visitare alcune proprietà: era un chiaro segnale che tutto stava per succedere davvero. La settimana successiva Grant Hill fece sapere che avrebbe firmato per i Magic quindi costrinse i Pistons ad una sign-and trade (che peraltro portò Ben Wallace a Detroit), e nella stessa identica maniera Tracy McGrady abbandonò i Toronto Raptors per unirsi a Grant Hill negli Orlando Magic, ma mentre tutto questo stava prendendo forma e T-Mac già rilasciava dichiarazioni di come i Magic sarebbero diventati gli anti-Lakers per eccellenza, Tim Duncan annunciava la firma con i San Antonio Spurs. 

Grant Hill con la canotta dei Magic

Abbiamo dovuto attendere molti anni per scoprire tutti questi retroscena e soprattutto per capire che cosa andò storto per i Magic, che cosa spinse Duncan a rimanere a San Antonio. Ne parlò per primo poco più di un anno fa Bruce Bowen, ex compagno di Tim agli Spurs che senza mezzi termini indicò Doc Rivers, all’epoca allenatore dei Magic, come il responsabile della mancata acquisizione del lungo caraibico e qualche mese la storia è stata rilanciata da Grant Hill in studio con Tracy McGrady durante il programma “The Jump” di ESPN. 

Grant, che appunto era assieme a Tim durante il viaggio, ricorda come tutto andò alla grande ma una sera a cena, un membro del suo entourage, con ogni probabilità la futura signora Duncan, AMY SHERRILL, chiese a Doc Rivers se occasionalmente ai membri della famiglia dei giocatori era consentito di viaggiare con la squadra per seguire le trasferte. Doc Rivers rispose che ciò non era previsto nella policy della squadra. Scese una forte energia negativa al tavolo e Grant ricorda ancora che sua moglie a fine cena gli disse che avrebbe dovuto semplicemente mentire e dire “SI”. Impossibile tra l’altro non notare la reazione di T-Mac mentre Grant racconta la vicenda, che evidentemente ancora non si capacita di come sia stato possibile veder sfumare l’ingaggio di un giocatore di tale calibro per una sciocchezza simile (link video nei commenti)

Difficile capire con esattezza che ruolo ebbe questa vicenda all’interno della storia ma tuttavia è noto che Amy fu autorizzata da Popovich a seguire la squadra a piacimento sull’aereo della squadra negli anni a venire e Tim Duncan decise di rimanere in Texas, dando vita a una delle dinastie più belle e prolifiche nella storia dello sport americano. Non fosse stato per questo piccolo dettaglio forse Tim si sarebbe unito a Grant Hill e Tracy McGrady per formare quella che sarebbe stata molto probabilmente una dinastia altrettanto vincente. Pur considerando gli infortuni di Grant Hill, mettere Duncan, allora 24enne, assieme a T-Mac, 21enne, sarebbe stato clamoroso e avrebbe completamente alterato la Lega per come la conosciamo oggi. Avremmo vissuto un’altra epoca, un’epoca dove forse Popovich non sarebbe considerato tra i migliori coach di sempre, avremmo vissuto un’epoca dove forse i San Antonio Spurs, orfani di Duncan, sarebbero tornati nell’oblio dell’irrilevanza cestistica per i 20 anni a venire. Avremmo vissuto probabilmente delle incredibili Finals tra i Magic di Duncan e T-Mac e i Lakers di Shaq e Kobe, con tutto quello che ci ruotava attorno ovvero Shaq che lascia i Magic per vincere a Los Angeles e si trova contro degli Orlando Magic fortissimi a dargli battaglia e invece nulla di tutto ciò è successo, Tim Duncan qualche settimana dopo il viaggio ad Orlando sposò Amy e sposò i San Antonio Spurs e non vi sto nemmeno a raccontare quale matrimonio è durato di più…


Simone Rancid

Simone Rancid

Simone, 37 anni, nostalgico dell'NBA anni 90, ho smesso di tifare per una franchigia dopo la deludente sconfitta dei Magic nelle finali del 95. Punk Rocker for life e avido collezionista di dischi. Da un annetto seguo anche l'NFL perché la NBA senza Penny e Shaq non è più la stessa