Done in the dark

Pubblicato da Marco Rao Camemi il

Quando mi sono svegliato nella stanza d’ospedale in Nevada, non potevo muovermi. Non potevo parlare. Ero intrappolato nel mio stesso corpo. La gola mi faceva malissimo.
Guardai verso il basso ed avevo tutti questi tubi che mi uscivano dalla bocca.

Così sono entrato nel panico.

Ho cercato di tirarli fuori ma non ci sono riuscito perché le mie mani erano molto deboli. L’infermiera è venuta correndo per cercare di fermarmi. Avete mai avuto un brutto sogno dove state cercando di scappare da un mostro o una cosa simile e non riuscite a correre? Le vostre gambe non funzionano come dovrebbero e il mostro è quasi dietro di te, come se fossi al rallentatore. Ecco, io mi sono sentito così.

Ero lì disteso, guardando il soffitto, e i dottori entravano, mi guardavano e dicevano qualcosa. Poi se ne andavano. Poi tornavano. Andare, tornare. Andare di nuovo, tornare di nuovo. O forse ero io che mi addormentavo e mi risvegliavo.

La mia ex moglie era nella stanza con me. Dopo tutto lo schifo che avevo fatto ero sorpreso dal vederla. Onestamente quello è stato il momento in cui ho capito che probabilmente stavo molto male.

Ad un certo punto il capo sala è venuto e mi ha detto cosa era successo “Signor Odom, Lei è stato in coma per gli ultimi quattro giorno. Capisce?”

Non potevo parlare. 
Così mi limitai ad annuire.

Disse “E’ un miracolo che lei sia qui. Non pensavamo ce la potesse fare.”

Ero completamente sconvolto. Non potevo dire assolutamente nulla. Non potevo fare domande. Era la prima volta nella mia vita che mi sentivo indifeso. Pensavo di essere alto due pollici. Era…era vero.

A quel punto della mia vita mi facevo di cocaina ogni giorno. Ogni secondo del mio tempo libero, cocaina. Non potevo controllarmi.

Non volevo controllarmi.

Mi ricordo che ero seduto nel letto e per la prima volta nella mia vita non potevo parlare per uscire fuori dalla situazione. Ero intrappolato tutto il giorno nei miei pensieri. E continuavo a pensare a qualcosa che mia nonna mi diceva quando ero
bambino. Potevo vedere la sua faccia come se fosse nella stanza in quel momento.

“Ciò che viene fatto al buio” avrebbe detto “verrà alla luce”.

Penso a tutto lo schifo da cui ho provato ad uscire. Ho sempre sbagliato. Tutto quello che ho provato a nascondere. Se non è visibile a tutti, è visibile a Dio.

Ero disteso in quel letto, attaccato a tutte queste macchine, la gente tutt’intorno a me piangeva e non si poteva più scappare. Era come se Dio mi dicesse “Qualsiasi cosa tu stia pensando di fare, rallenta. O potrà soltanto peggiorare.”

C’è solo una cosa peggio di questo.

Rick James lo aveva detto nel miglior modo possibile: “La cocaina è una fottuta droga!”

E’ una fottuta droga!

Ti farà fare cose che tu non penseresti mai di fare. Ti farà diventare una persona diversa. Ti metterà in situazioni nelle quali dirai “Come cazzo ci sono arrivato qui?”

Quando ero in quel letto di ospedale continuavo a farmi quella domanda. E continuavo a pensare a tutte le persone della mia vita che non sono più qui. Soprattutto pensavo a mia madre. Mio padre non è stato molto presente quando ero un bambino. Aveva i suoi problemi con la droga, ma mia madre era la mia migliore amica al mondo. Aveva sempre tanta cura di me. Il mio primo ricordo è la mia voce. Aveva quegli occhi così grandi e una voce così leggera.

Se eravamo ad una festa di famiglia, tutti mi chiedevano “Lamar, dov’è tua madre? Dov’è Cathy? Dov’è Cathy?”

Era, più o meno, il centro dell’universo in Jamaica, Queens.

Ricordo quando ho iniziato a giocare a football da bambino. Ero già molto grande. Potevo prendermi cura di me stesso. Ma fui colpito mentre giocavo e mi feci male. Restai a terra per sei o sette secondi al massimo e mentre sto per alzarmi sento la voce di mia madre. Sta correndo dal bordocampo verso il campo. Correndo, urlando, “Mookah! Mookah! Parlami!”. Questo era il mio soprannome per lei.
Lei arriva da me e io “Mamma ma che fai ? sei pazza?” 

Voglio dire, questa era New York. Tutti mi guardano come a dire “Yo! Come on man!”. Lei mi dice “Mookah! Stai bene? Cosa ti fa male?” e io “Mamma, sto bene. Esci da questo maledetto campo!”. Lei “Ok ok, volevo solo essere sicura che tu stessi bene”. Poi tornò a bordocampo come se nulla fosse successo. Questa era mia madre, mi ha sempre guardato le spalle.

Quando avevo 12 anni si è ammalata. Sapevo che aveva un cancro al colon, ma non sapevo quanto grave fosse. Me lo aveva nascosto come per proteggermi. Ricordo solo che lei era entrata in ospedale e quando andai per visitarla era come se si fosse fatta più piccola, come se stesse scomparendo. Avete capito cosa voglio dire, no?

Un giorno, mentre mia nonna mi riaccompagnava a casa dall’ospedale, mi disse “Sai, probabilmente tua madre ci lascerà presto. Voglio solo che tu sia pronto a questo.”

Il giorno della sua scomparsa ricordo di essere andato a trovarla, e ricordo come fosse devastata dal cancro. Se potessi tornare indietro nel tempo ed entrare in quella stanza
penso non la riconoscerei nemmeno. La sua faccia era così piccola, perdeva sangue dalla bocca e ripeteva “Mookah, Mookah!”

Mi sedetti vicino al suo letto e una delle ultime cose che mi disse, ci penso ogni giorno. Disse “Sii gentile con tutti, Mook”.

Non penso che nulla ti possa preparare a perdere tua madre quando hai 12 anni. Ti lascia un segno, non importa quanto tu sia forte.

L’unica ragione per cui sono riuscito a uscire da quella situazione è stata mia nonna. E il basket. Queste due cose mi hanno protetto. Il giorno che mia madre è morta sono andato al parco a giocare a basket. Era tutto quello che volevo fare, una via di fuga per me. Mi ricordo che la notizia su mia madre aveva iniziato a diffondersi per il quartiere, e le persone iniziavano a venire al campo. Poi di più. Dopo un po’ tutto l’isolato era lì con me.

Ho avuto la sensazione che “Andrà tutto bene. Tua nonna ti protegge, i tuoi vicini ti proteggono, Dio ti protegge”.

Così continua. Vai avanti finché non prendi la tua divisa e stringi la mano a quell’uomo.

Avevo quella visione nella mia testa da quando avevo 10 anni. Potevo vedere David Stern che diceva il mio nome, a quale squadra ero destinato e me che baciavo la mia
famiglia. Potevo vederlo.

Voi potreste pensare che essendo un ragazzo di New York, con le droghe intorno tutto il tempo, i miei problemi siano iniziati molto tempo fa. O che siano iniziati quando sono stato scelto da Los Angeles. Ma non è questo il caso. Non avevo mai voluto toccare niente di più forte della marijuana. Non avevo mai toccato cocaina. Le guardavo dall’alto verso il basso.

Non ho provato fin quando non avevo 24 anni ed ero in vacanza a Miami. E…vorrei poter dire che c’era una ragione per questo. Ma non c’era. Era solo una stupida decisione che avevo preso. Se avessi saputo che avrebbe sconvolto la mia vita per come ha fatto, non ci avrei mai nemmeno pensato. Ma l’ho fatto, e si è rivelata una decisione che mi ha cambiato la vita.

Più o meno in quel periodo, mia nonna è morta. Ho perso molti familiari in un breve periodo di tempo. Quando mi facevo di coca stavo bene per un minuto. Non avevo ansie. Non pensavo al dolore. Non pensavo alla morte. Così ho iniziato a farne uso di più ed ancora di più, ma era ancora tutto sotto controllo, non era una cosa di ogni giorno.

Poi, due anni dopo, ho ricevuto la telefonata che mi ha cambiato la vita. Era l’estate del 2006. 
Avevo fatto festa tutta la notte e non ero tornato a casa.

Mio figlio Jayden aveva sei mesi. Era a casa nella sua culla. Avrei dovuto essere con lui a casa, ma ero fuori.

Al mattino presto ho ricevuto una chiamata da sua madre. Era nel panico. Io dissi qualcosa come “Ehi, calma, che succede?”

E lei ha detto “Jayden, non si sveglia.”

E io “Non si sveglia?”

“Sì, l’ambulanza è qui. Lo stanno portando via”

Ero a Manhattan, iniziai a guidare verso Long Island. Quando arrivai all’ospedale i dottori mi dissero che “Non risponde.” Dissero, “E’ morto” 

Io dissi “Morto? Di che state parlando? L’ho appena visto. Morto?”

Mio figlio era molto vivace. Ogni volta che entravo in una stanza lui mi guardava, mi fissava. Certo, non poteva parlare, ma mi fissava. Usava molto gli occhi, come per dire
che aveva capito. Come “Sì, quello è mio padre. Ciao papà, come va?”

L’ho appena visto.
Morto? Come cazzo è possibile? Come può essere morto?

Entrai nella stanza d’ospedale…e il dolore sul volto di sua madre, non lo dimenticherò mai. Come se non potesse crederci.

Sei mesi. Morto.
Adesso avrebbe 11 anni.

Penso spesso a come sarebbe se fosse ancora qui. A dire il vero, ci penso quasi ogni giorno.

I dottori ci hanno detto che la causa era una sindrome di morte infantile improvvisa. Sembrava quasi una frase fatta. Nessuna spiegazione. Nessuna risposta. Andato, e tu devi solo accettarlo.

Penso che probabilmente tutto iniziò lì, con la droga. Anche inconsciamente. Non sai nemmeno perché lo stai facendo, a quel punto. Inconsciamente diventi un dipendente a causa del trauma che stai passando.

Soprattutto con la cocaina, ci sono alti e bassi dal punto di vista delle emozioni. Come  una montagna russa. Vai in alto e poi in basso. Alto, basso, alto, basso. Dopo che lo fai ti vergogni. Pensi a tutti i motivi per cui non avresti dovuto farlo. E poi tutto ricomincia.

Questo è quello che la gente non capisce. Tutti quelli che hanno vissuto una vita complicata e piena di droghe come ho fatto io, conoscono il ciclo – con le donne, mentendo a mia moglie, stronzate del genere. Notti in cui avrei dovuto dormire, notti in cui sono rimasto sveglio a sniffare cocaina. MOLTE di queste notti. Quando il tuo cuore batte veloce. Quando lo dovresti sapere meglio. Quando sei sopra a quella maledetta montagna russa.

Pensi che io non mi vergognassi? Pensi che non mi accorgessi di quello che stavo facendo?

No, non ero cieco.
Vergogna…dolore. E’ parte dell’intero ciclo. Il mio cervello era distrutto. Gli anni passavano, andavo verso i trenta, e la mia carriera prendeva la sua parabola discendente, e le cose iniziarono ad andare fuori controllo. Quando avevo 32-33 anni, volevo solo drogarmi tutto il tempo. E la situazione precipitò.

Uno dei posti più oscuri in cui io sia mai stato, è stata una stanza di un motel, mentre mi drogavo con questa ragazza e mia moglie entrò. Probabilmente quello fu il fondo.

Prima di tutto ero in un motel.

UN MOTEL.

Sono un milionario.
Sono riuscito a uscire dal Queens e ho vinto due titoli NBA. E sono in un motel, con gente sconosciuta, a farmi di cocaina. Ma volevo solo drogarmi con questa ragazza e non c’era altro posto dove andare. Non potevo portarla a casa. Ero uno stronzo, in quel momento. Non ho avuto nulla per quello. Niente scuse. Niente cazzate. Solo la verità.

La mia dipendenza mi ha portato per quelle strade che non vorresti mai percorrere. Molti grandi uomini diventano pazzi per questo. Ci sono probabilmente molti giovani lì fuori che sentono la mia storia e pensano che non gli potrebbe mai succedere. Che
sono intoccabili.

NESSUNO è intoccabile. Nessuno in questa vita è immune al dolore.

Sapete, è una cosa folle perché mio Zio Mike era un ufficiale di prigione a Riker’s Island. Era un gran figlio di puttana. Era quello zio che si alzava la maglietta quando ero alle scuole medie e mi diceva “Pensi di essere figo? Avanti, colpisci più forte che puoi”. Lo colpivo con tutta la mia forza e non lo sentiva nemmeno.

Avevano una serata riservata alle famiglie, una volta al mese, e mi portava con lui. Ero affascinato dai carcerati perché erano dei veri e propri geni. Lo Zio Mike mi portava nella sua stanza dove c’erano tutte le armi confiscate ai carcerati. Se gli avessi dato uno stuzzicadenti, loro avrebbero trovato un modo per farne un’arma. Mentre guardavo le loro “creazioni” pensavo: questi ragazzi sono dei geni. Alcuni potrebbero essere degli ingegneri, come ci sono finiti qui? 

Mi dicevo che non sarei mai andato in prigione, né fatto nulla di simile.

Ma sapete cosa c’è?
C’è che la vita è molto più difficile di quanto voi pensiate possa essere.

Quando siete dipendenti, non potete pensare nulla. Non avrei mai pensato di poter morire, di poter entrare in coma, di avere un problema. Ma poi mi sono svegliato in un
letto di ospedale con dei tubi che mi uscivano dalla bocca, ed era vero.

I dottori mi hanno detto che proprio prima che mi svegliassi dal coma erano venuti i miei figli a trovarmi. E questo mi ha spezzato il cuore perché ho visto mia madre sul suo letto di morte con i tubi che le uscivano dalla bocca.

I miei figli sono l’unica cosa che mi ha fatto andare avanti. Sono stato un ragazzo forte per tutta la vita, così ogni volta che i miei figli mi vedono ad un punto di debolezza questo per me è difficile – anche parlarne adesso.

Mio figlio Lamar Jr. ha 16 anni. E’ timido ed ama il basket. Come me, la mia reincarnazione. 

Solo più bello.

Mia figlia Destiny ha 18 anni. E’ bellissima e non la prendi in giro facilmente. Quando sono riuscito a parlare di nuovo lei mi ha detto “Papà, o ti fai aiutare o io non ti parlerò mai più.”

Così ho iniziato la riabilitazione, e in riabilitazione impari a sopportare qualsiasi cosa. Sono sempre stato una persona ansiosa, per tutta la mia vita, ma sto imparando a rilasciare tutto. O almeno ci sto provando.

I miei figli sono anche venuti ad un paio di sessioni di terapia, insieme a me. E’ stato importante perché mi hanno detto quanto la mia dipendenza li ha colpiti.

Dopo una delle sessioni mia figlia mi ha detto “Questo è stato bello, ma non ti voglio più vedere qui”

Sono sobrio adesso, ma è una battaglia quotidiana. Ho una dipendenza. Avrò sempre una dipendenza. Non va mai via. Cioè, voglio farmi ADESSO. Ma so che non posso se voglio essere qui per i miei figli.

E’ una cosa folle, quando ero all’ospedale e non potevo nemmeno camminare, sono venute moltissime persone a vedermi. Tutti i miei ex compagni di squadra. Anche Kobe. Ho ricevuto messaggi da tutti che mi dicevano “Cavolo, il telegiornale ha detto che eri morto. Sono felice che tu sia qui”

Mi ha ricordato chi io fossi e cosa fossi per alcune persone.

Ho stretto la mano alla morte. Ma sapete? Non c’è ritorno da quello. Anche se il mio funerale probabilmente sarebbe un bel funerale e ci sarebbero tante persone che non si vedevano da tempo. Ma non è ancora il momento.

Ho sempre i miei bambini. Sono ancora qui. E diamine, sono anche abbastanza figo.

Ho già passato talmente tante cose che adesso voglio quel piccolo pezzo di mondo, quel PICCOLO pezzo, dove non mi devo preoccupare.

Ogni giorno quando mi sveglio guardo le stesse foto.

Foto di persone che non ci sono più. Mia madre. Mia nonna. Mio figlio Jayden. Il mio migliore amico Jamie.

Le persone che sono ancora qui. I miei due meravigliosi figli.

Guardo le loro facce per qualche istante ed è come se mi ricordassi come dovrebbe essere la vita. Sento un’energia. Sento l’amore. E questo mi permette di andare avanti.

E’ come prendere le mie vitamine.

https://www.theplayerstribune.com/en-us/articles/lamar-odom-done-in-the-dark

Marco Rao Camemi

Marco Rao Camemi

30 anni, siciliano, laureato in lingue. Amante di ogni tipo di Arte, di Musica, di viaggi, di cibo. Amante del Gioco più bello di tutti (ed anche di altri molto belli) a qualsiasi latitudine, tifoso da ormai due decenni di squadre dai colori improponibili ma riconoscente verso tutte quelle che hanno lasciato un segno. Nick Van Exel come primo idolo, Steve Nash come ispirazione, Kobe come Kobe. Poi basta perchè i 24 secondi sono finiti.