The Answer

Pubblicato da Luca Mazzella il

Siamo ad Hampton, Virginia.

Una ragazzina di appena 15 anni, Ann, decide di trascorrere diversamente la serata, invitando a casa sua tale Allen Broughton, noto più alle forze dell’ordine che ai teenager del posto. Quell’aria da bello e maledetto deve averlo colpita quel giorno. Quell’aria da bullo padrone del mondo e irrispettoso della legge che poi, per fortuna solo parzialmente, è stata trasmessa al frutto di quella notte assieme. Peccato che, oltre ad essere un mezzo criminale e bullo, Allen Broughton sia anche un codardo, e appena saputo della gravidanza si dia alla fuga e di lui si perda ogni traccia.

Nel frattempo, abbandonata la scuola, la piccola Ann il 7 giugno del 1975 dà alla luce un piccolo bimbo, che chiamerà, nonostante tutto, col nome del padre. Non passa molto da quel momento che la ragazza, in cerca anche di protezione, inizia a frequentare altri brutti ceffi, tutti coinvolti in spaccio e altri giri poco nobili: è in quell’ambiente che si forgia un futuro fenomeno della pallacanestro di nome Allen Iverson. Ann lo vorrebbe giocatore di pallacanestro, ma lui sembra avere una naturale inclinazione per lo sport di contatto, nonostante un fisico esile ma braccia di lunghezza spropositata per il resto del corpo. A 9 anni Ann raccoglie qualche risparmio tra una bolletta non pagata e un pranzo gentilmente offerto da vicini, e regala ad Allen un paio di scarpe da basket. La risposta della piccola peste fu:

Non mi piace il basket, è uno sport da femminucce“.

Allen voleva battere gli avversari col contatto fisico, con la forza, con quel fuoco interiore che lo faceva sentire un bisonte di 150 chili quando a malapena arrivava a 45-50. Aveva tanta rabbia in corpo, contro tutto e tutti, e il football rappresentava una perfetta valvola di sfogo. Passano gli anni, qualche suo amico di football è anche nel team locale di pallacanestro e questo accende una fiamma in lui, ma non abbastanza forte per fargli meditare un clamoroso dietro-front rispetto alle parole dell’orgoglioso bimbo di 9 anni che era. Il football però lo gestisce comunque a suo modo: salta gli allenamenti spesso e volentieri, è rissoso e poco aperto alle relazioni con tutte le persone che non si chiamino Allen Iverson. L’ego cresce, a dismisura, e Bubba-Chuck, come lo chiamavano nel quartiere, capisce che con quel carattere potrebbe giocare a qualsiasi cosa: per lui sarebbe comunque una lotta da solo contro il mondo. Con un suo amico, Tony Clark, inizia a frequentare palestre e campetti.Un giorno, Tony viene trovato assassinato e Iverson si trova spaesato e senza l’amico che gli aveva fatto da secondo padre e fratello. Ma c’è ancora Ann, la madre, diventata donna troppo presto e alla ricerca di un vero uomo. Si presenta tale Michael Freeman, che le darà altri due figli, stavolta senza scappare di casa, prima di essere arrestato per spaccio. Allen subisce tutte queste vicende quasi passivamente, ma è chiaro che in lui c’è un magma che ribolle in modo violento. Ann e i suoi tre figli stentano ad avere un piatto a tavola e all’ennesima nottata passata digiuno e senza corrente, Bubba-Chuck decide che deve farla felice e regalarsi una chance. Continuerà a fare football, ma magari inizierà a dedicarsi alla pallacanestro per rivedere la gioia negli  occhi della madre e per tentare di sbarcare il lunario.

Certo, Allen is always Allen. Dopo l’ennesimo giorno da desaparecido il coach della squadra di basket, tale Mike Hailey, va su tutte le furie e alla prima apparizione di Allen non manca di sfogare tutta la sua rabbia per quel talento così superficialmente trattato. Gli fa notare di aver saltato 75 giorni di scuola, ma Allen, peperino risponde:

Solo 69 coach“. Era il suo modo da ragazzo per dire: “We talkin’ about practice?”

Amore e odio, come con tutti coloro che hanno allenato quel talento rabbioso ma straripante. Allen vince il titolo nazionale sia con la squadra di Football che di basket: una cosa mai vista in Virginia.

Sarebbe troppo facile dire che questo lo portò alla gloria e al basket professionistico. La sua vita di facile non ha avuto nulla però. Nel 1993, in un salone di bowling, Allen inizia a scambiarsi complimenti con dei ragazzi bianchi. Dalle parole alle mani in pochi secondi: forse parte una sedia che colpisce la testa di una ragazza. A farla partire deve essere stato proprio Allen (circostanza che verrà smentita anni dopo). Se anche non fosse, vengono comunque additati solo lui e un amico, guarda caso, entrambi afro-americani. La condanna arriva in fretta ed è di 5 anni, ma per una volta il destino gli sorride e dal governatore della Virginia arriva la grazia dopo solo 5 mesi.

Mettete la sua infanzia, le morti premature, gli arresti del patrigno, le difficoltà economiche, e aggiungeteci 150 giorni in una prigione. L’effetto è devastante. Ma The show most go on, e il secondo bacio del fato arriva dalla Nike che lo invita a una partita in cui i migliori talenti americani possono strappare una promessa a uno scout collegiale. Kentucky e Georgetown sono in pole, ma Pitino è uno vecchio stampo e non tollera un ragazzo con quella fedina penale. A Georgetown invece l’allenatore, John Thompson, ha visto più o meno le stesse cose di Allen in infanzia, e forse per questo decide di dargli comunque una possibilità per dimostrare che le difficoltà ti temprano e ti formano ma non ti spezzano. Lì, cambia tutto: Ann non dovrà più preoccuparsi di nulla, al suo primo pargolo non mancherà niente e ci sarà solo un tappeto rosso e una porta da aprire e che affaccia sulla Lega dei più grandi di tutti.

Allen macina punti, macina gioco, produce talentuose giocate di fisico e tecnica. Nell’anno da Freshman è il rookie of the year e il difensore dell’anno, con oltre 20 punti, 4 assist e 3 rimbalzi a partita. L’anno successivo migliora ancora, e viene inserito nel quintetto All America. Le medie salgono a 25 punti, 4 rimbalzi, 5 assist e 3 palle recuperate. Si, perchè le braccia sono esilissime e prive di muscolatura ma di una lunghezza e un’elasticità raramente vista. Tuttavia, mentre la sua vita era in clamorosa discesa, Ann se la passava malissimo.

Deve scegliere, e nel 1996 nella speranza di trovare la giusta possibilità si dichiara eleggibile per il draft, che poteva offrirgli la chance di guadagnare i soldi per mantenere la piccola grande donna che lo ha messo al mondo. Coach Thompson non dice nulla, comprende più di ogni altro quella esigenza e non crea alcun problema: Allen deve andare tra i grandi.

Lo chiama Philadelphia. Lo adotta anzi. E Allen per sempre resterà un figlio di quella città. Per la prima volta nella storia un rookie segna 40 punti per 5 gare in fila. Le medie sono da leader assoluto (23 punti, 7.5 assist e 4 rimbalzi) ma la squadra non decolla. Allen però fa storia a se, ne mette 50 diventando il più giovane di sempre capace di farlo, e vince il premio di ROY.

Migliora di anno in anno, nella stagione 1998 diventa il miglior marcatore della Lega e addirittura i Sixers vanno ai Playoffs. Tuttavia con coach Brown manca empatia, e più di una volta il confronto sembra poter sfociare nel classico “o io o lui”. E in effetti ci vanno vicinissimi quando nel 2000 è tutto pronto per mandare Allen a Los Angeles. Ma no, non da Shaq e Kobe che intanto dominano la Lega, ma dai cugini scarsi dei Clippers. Forse qui c’è l’ulteriore svolta nella vita di Iverson, che da allora si mette in regola e inizia a tendere una timida mano a coach Brown. Bastò quel poco per trasformare i Sixers in una grande squadra e Allen nel miglior giocatore della Lega. Il 2001 fu un’annata da mattatore: 31 punti a partita, MVP dell’ ASG e della Regular Season. Brown diventa COY e Mutombo difensore dell’anno. I playoffs sono cavalcata fino a trovare proprio loro, i dominatori della Lega.

Kobe e Shaq non avevano ancora perso nella post-season e da molti venivano additati come squadra capace di portare a casa il titolo da imbattuti. Quella gara 1 a Los Angeles fu qualcosa da raccontare nei secoli, suggellata da una giocata di Allen su Lue che diventò forse l’emblema degli anni 2000, una delle più rappresentative immagini di Davide che batte Golia.

Sono entrato quando aveva 36 punti con 5 minuti da giocare nel terzo quarto. Di mia iniziativa ho cercato di difendere su di lui. Era molto difficile cercare di limitare A.I. Ha cominciato a chiamarmi per numero praticamente, mi veniva a cercare per segnarmi in faccia ad ogni possesso“. Queste le parole di Lue dopo qualche anno.

Poco conta se le successive gare furono dominate da L.A. che portò a casa il titolo:

il mondo era ai piedi di Allen Iverson. 48 punti e tutti in religioso silenzio.

Nella stagione 2002, dopo una serie di malintesi, Iverson sbrocca in conferenza e per 20 volte esatte dice “practice” davanti ai giornalisti, sbottando per delle critiche che non ritiene di poter ricevere. “Solo 69, coach”. 

www.espn.com

Potrei parlare di tutte le successive stagioni purtroppo amare e avide di soddisfazioni, ma salto brevemente al 2006/07. Il coach è cambiato, è Mo Cheeks. Iverson in realtà no, ed è sempre uno dei 2-3 capi della Lega. Semplicemente il ciclo è finito, c’è aria di resa, e Allen ammette candidamente ai microfoni che si, resterà un Sixer a vita, ma lo scambio è la miglior opzione in quel momento. Va a Denver, dove deve fare da partner a Carmelo Anthony e stuzzicare sogni di anello in Colorado. Il primo anno in realtà scorre tra 1000 problemi e si conclude con un 4-1 degli Spurs, edizione Pop Timmy Manu Tony, ovviamente. Il secondo non è tanto migliore, e si conclude sempre al primo giro di aprile.

Ci sarebbero ancora Memphis, Besiktas e Philadelphia 2.0 da raccontare. La verità è che ci siamo innamorati di un altro Allen, motivo per cui non vale la pena dirvi di un fenomeno in declino e che forse, per qualche anno, ha perso quella fame e quella voglia di dominare il mondo e un’umanità sempre ingrata con lui.
La sua carriera dice:

Rookie dell’anno nel 1996-97.
M.V.P. dell’All Star Game dei Rookie 1996-97.
M.V.P. dell’All Star Game 2001.
M.V.P. dell’anno nel 2000-01
M.V.P. dell’All Star Game 2001.
M.V.P. dell’All Star Game 2005.
Piu recuperi in una partita di Play Off (10).
Miglior Marcatore stagioni 1998/99, 2000/01, 2001/02, 2004/05.
All Rookie Team del 1996-97
All Nba Team nel 1998-99 / 2000-01-02-03-04-05

HALL OF FAMER,.

Se non avete amato quel crossover da rookie contro MJ, se non avete amato il tiro su Lue e lo step-over su di lui con tutta l’irriverenza di questo mondo. Se non avete amato il dominio di un giocatore di 175 centimetri e 75 chili, di cui 50 di cuore e 25 di orgoglio, allora il basket non è lo sport che fa per voi. Ha creato uno stile, dentro e fuori dal campo. Ha combattuto contro tutti e non è mai stato abbastanza amato dai vertici di una Lega che ne hanno sempre voluto esaltare i tatuaggi, le vicende extra-cestistiche e le treccine. E’ stato un punto di riferimento per tutti i migliori giocatori attualmente nella Lega. E’ stato un esempio per tanti ragazzi nati nel ghetto, e per tanti giocatori che hanno rischiato di dilapidare un talento esagerato mal conciliandolo a voglia di lavorare e impegno.

E’ stato semplicemente lui, per tutta la sua carriera. Ed è stata la sua più grande forza ma anche il suo più grande limite. Noi, in ogni caso, lo amiamo profondamente.