Eternal Sunshine of the Spotless Worm

Pubblicato da Luca Mazzella il

Palace of Auburn Hills.

Sono le 20:35, tra poco più di mezz’ora si alza la palla a due della partita. C’è chi fa stretching, chi qualche tiro, chi si fa massaggiare a bordo campo, chi è seduto vicino all’assistente per rivedere alcuni schemi.

Isiah si alza e urla “Forza ragazzi, cominciamo!”. 

Inizia il riscaldamento, la più classica delle “ruote”. Chiunque abbia giocato a basket ne ha fatta una prima di ogni partita.
Bill tira, Tony prende il rimbalzo. 

Joe conclude in terzo tempo, John recupera la palla e si rimette in fila. 

Adrian lascia andare una tripla che scheggia il ferro, e Sidney prontamente corre a recuperare il pallone per passarla al compagno in fila. 

Isiah prova 2-3-4 crossover, arriva sotto canestro e tira in reverse. La palla entra, cade a terra e rimbalza fin quando Vinnie Johnson non segna in terzo tempo e a momenti ci cade sopra.

Coach Daly odia queste cose.

Chi diamine ha scordato quella palla sotto canestro?”, urla con un sorriso beffardo che non riesce a mascherare.

Lì, esattamente piantato sotto il ferro, un paio di passi dietro la linea del campo, esattamente tra quei fotografi di cui non apprezzerà mai la presenza a bordo-campo, c’è quel ragazzo nuovo, il rookie pescato da SouthEastern Oklahoma. Sta guardando i compagni tirare.

Isiah, prima che sia troppo tardi, lo richiama all’ordine.

Rook, che ne dici di metterti in fila!?” 

Non risponde. 

Ehi, sei sordo!? Conosci le regole? Diamine, stiamo per iniziare, vedi di non farci incazzare prima della partita”.

Sto studiando”.

Dai bello, avrai modo di prenderci per culo più avanti. Ora in fila, hai già studiato abbastanza

Aspetta solo altri 2 minuti, sto guardando la rotazione della palla

Come, scusa?”

Quando tu tiri, la palla ruota 3 volte nell’aria. Quella di Joe ruota 3 volte e mezzo, a volte 4. I tiri di Vinnie finiscono quasi sempre sul primo ferro ogni volta che si trova sul lato destro del campo. A sinistra invece va lungo. Non è un problema, mi troverete lì sotto ad ogni vostro errore”.

Braccia conserte, felpa addosso perché non ha proprio accennato ad un riscaldamento, testa focalizzata sul ferro. Inizialmente destava questa reazione, dopo un po’ però tutti avevano capito. Era lì per capire dove sarebbe finita la palla. Era lì perché appoggi, tiri, conclusioni per provare i ferri, non erano prioritarie per lui. A fare canestro ci pensa chi è pagato per fare canestro. A prendere i rimbalzi ci pensa Dennis Rodman.

Era così quella sera, sarebbe stato così per ogni fottuta partita. Per ogni sera della sua folle carriera.

Sports Illustrated/Getty Images

Da giovane, nelle ore passate nei bar a giocare a flipper, gli avevano dato un nomignolo che detestava. Lo trovava disgustoso, offensivo, quasi oltraggioso. “Il Verme”, perché pur di non far cadere quella pallina e ricominciare la partita si contorceva contro quel maledetto flipper raggiungendo posizioni inimmaginabili. Flessibile, snodabile, elastico al massimo. Capace di sgusciare ovunque.

La storia di Dennis inizia un po’ come tutte le storie americane. Papà che scappa, famiglia in difficoltà, fame e disperazione a fare da contorno. Philander Rodman ne ha le scatole piene di Oak Cliff, uno dei posti peggiori dove vivere a Dallas, e quando Dennis ha 3 anni scappa nelle Filippine e pensa bene di non farsi rivedere per un bel po’ di tempo. In realtà il Verme nasce una prima volta a Trenton, in New Jersey, per poi trasferirsi a Dallas, e da quella fuga del vecchio non si riprende facilmente. Vive con le due sorelle più grandi, campionesse di basket, ma pur volendo prendere quella palla tra le mani non arriva al metro e settanta e viene scartato anche nelle partitelle di strada. Un po’ perché piccolo, un po’ perché, diciamolo, era nero. In un quartiere dominato da bianchi, in periferia, a Dallas, in Texas, non te la passi facilmente. Dennis riceve un rifiuto di essere inserito in squadra alternato a un’offesa razzista. Le giornate, cariche di rabbia, passano così. Quando torna trova Debra e Kim che giochicchiano al campo fuori casa. Chiede di partecipare, ma dal basso dei suoi 167 centimetri viene costantemente umiliato, anche lì.

Mamma Shirley fa la cassiera di mattina e lavora come cameriera la sera per mantenere la baracca in piedi. Lui, dopo il diploma nel 1979, tra un rifiuto della squadra di Football della South Oak Hill (troppo magro) e uno della squadra di basket (troppo corto) si mette alla ricerca di un lavoro che lo porta all’aeroporto di Dallas come commesso.  Tutto sommato gli piace, ma anche lì, allo stesso modo con cui osserverà il pallone anni dopo, passa ore e ore a fissare nei tempi morti le saracinesche dei negozi che aprono, chiudono, riaprono.
Pensa bene che ficcare una scopa sotto uno di questi possa garantire un comodo furto e un altrettanto comodo regalo a famiglia e conoscenti, quindi lo fa.
Entra dopo aver finito il proprio turno, frega 17 Rolex, come nulla fosse.

Ne mette uno al polso, pensa a come distribuire gli altri 16, ma nemmeno il tempo di goderseli che viene arrestato. Quelle maledette telecamere, unico dettaglio sfuggito alla sua acuta vista, lo avevano incastrato. Arriva la Polizia a casa, lui nega tutto, ma alla fine viene portato via. Passa una notte in cella prima di rivelare dove ha nascosto la refurtiva e scusarsi per quella bravata. Shirley non gli perdonerà facilmente quella pessima figura. Lui, uscito di prigione, era già pronto a farne di peggiori.

Frequenta l’Università, o almeno ci prova. Lui non piace ai professori, i professori non piacciono a lui. È fatta, un perfetto rapporto di reciprocità, e Dennis molla. Torna a casa, butta lo zaino a terra, e inizia a fare piegamenti e trazioni. La mamma lo sente e gli chiede come mai fosse tornato prima.

Ho mollato tutto, basta

Shirley è poco in vena di fare discussioni. O torni a scuola, gli dice, o ti butti nell’esercito, o ti levi dalle palle. No choice.”

Dennis saluta mamma, sorelle, casa, scuola, tutto.

Mette un po’ di cose in borsa, giusto un paio di ricambi e alcuni fumetti rubati a dei compagni, e lascia la casa. Da quel momento e per qualche mese vivrà dormendo dove gli capita, bullizzato nei quartieri bianchi della città, in cerca di una dimora ma soprattutto in cerca di una collocazione nel mondo.

Gli dà una mano il corpo. Mette 23 centimetri in un anno e inizia ad assomigliare a quell’atleta ammirato anni dopo e per oltre un decennio in NBA. Consapevole di una rinnovata stazza fisica, Dennis si affaccia ai campetti e alle palestre da cui era stato scartato anni prima. In una di queste lo vede una professoressa del Cookie Country Junior College di Gainsville che gli propone di fare un provino. In quel preciso momento inizia la vita di Dennis Rodman come giocatore di pallacanestro. Il rapporto con la madre, lentamente ricostruito, gli offre anche il supporto emotivo necessario ad affrontare quel cambiamento.

Resta meno di un anno lì segnando 18 punti e catturando 13 rimbalzi, poi viene scartato perché di fare i compiti, mentre sogna di diventare un giocatore NBA, non se ne parla proprio. Stufo di quel contesto e deluso dall’ennesimo dentro o fuori della sua vita, stavolta fa definitivamente le valigie. Vive lavorando in officina, ha mollato gli studi, ma si ritrova con un fisico naturalmente tendente allo sport e questo viene notato nelle poche partite del College di Gainsville. Jack Hadden, coach universitario della squadra di Oklahoma South-East University, lo vede giocare in una gara dove prende 38 rimbalzi… e se ne innamora perdutamente. Decide di parlargli, faccia a faccia, di una possibile borsa di studio nella sua Università.

C’è un problema però: Dennis sta dormendo dove capita, è un barbone o qualcosa di tremendamente simile, e solo dopo 40 giorni di ricerche Jack riesce a incrociarlo e a parlargli dei suoi piani futuri. Vince una borsa di studio alla Southeastern Oklahoma State University l’anno dopo, nel 1983. In uno dei suoi primi giorni nel campus incontra Bryne Rich. 9 anni più piccolo di lui, Bryne ha diversi problemi psicologici dovuti a un colpo di pistola fatto partire per gioco contro il suo migliore amico, visto morire davanti ai suoi occhi durante una battuta di caccia. Tra i due si innesta una relazione fatta di supporto reciproco: Dennis trova lentamente il suo posto nella società, tra nuovi amici, nella famiglia inizialmente ostile di Bryne. Quest’ultimo si sfoga, giorno dopo giorno, e si libera di un malessere interiore portato dentro per anni. Ed è il veder rinascere il figlio il motivo per cui i Rich, contadini della periferia texana, abbandonano parte dei pregiudizi contro quel ragazzo afro-americano per abbracciarlo come fosse della famiglia.

La carriera da giocatore collegiale va a gonfie vele intanto. Al terzo e al quarto anno butta giù 16 e 18 rimbalzi di media a partita e qualche timido occhio inizia a cadere su di lui. Nel frattempo è diventato un ragazzo più consapevole, diligente, molto più equilibrato di qualche anno prima e indubbiamente rafforzato dal confronto con la famiglia di Bryne, in particolare col padre, che nelle poche conversazioni avute con lui non fa altro che offrirgli una sola via di fuga da quel tormento psicologico che di tanto in tanto tornava. Gli entra letteralmente nel cervello e gli sussurra di essere se stesso. Di non pensare al contorno, di non curarsi di apparenze e delle idee altrui. “Sei Dennis Rodman, vivi la tua vita come meglio credi”

Insieme ai rimbalzi Dennis mette anche 26 punti di media durante gli anni universitari e, nella speranza di fare il grande salto, si concede un’estate tra diversi tornei tra cui il Portsmouth International, dove vince l’MVP.

Arriva il draft e i Detroit Pistons di Chuck Daly, reduci da un primo turno perso contro gli Hawks l’anno prima, lo chiamano alla 27esima scelta. La squadra è di quelle ideali, a usare un eufemismo, per accogliere un rookie così insicuro e alla ricerca di certezze. Il quintetto con Isiah Thomas e Joe Dumars da esterni, , Adrian Dantley  e Sidney Green da ali e il cattivissimo Bill Laimbeer si è guadagnato, a suon di botte, l’etichetta di “Bad Boys” in giro per la Lega. Al primissimo allenamento del team attorno al rookie non c’è nessuno se non un reporter della tv locale di Detroit.

Tu chi saresti?”, gli chiede.

Io? Esco fuori dal nulla e tranquillo, non sono nessuno

Il primo anno gioca circa 15 minuti e segna 6 punti a partita con 5 rimbalzi. Quei Pistons vanno ben oltre il primo turno ma si fermano in Finale di Conference. In quel frangente Dennis si fa notare per i tanti screzi con Bird e una frase, poi mitigata negli anni, su una sua presunta fama pubblica dovuta più al colore della pelle che al valore del giocatore in se. Nell’annata successiva Dantley va ko e per lui si aprono le porte del quintetto. Gioca una 30ina di gare da starter, in cui i Pistons mettono insieme 20 vittorie in 24 partite ad un certo punto.

Segna quasi 12 punti, cattura quasi 9 rimbalzi, e si sta pian piano ritagliando un ruolo fondamentale in squadra, soprattutto in difesa, dove lo spirito di sacrificio lo porta a marcare praticamente ogni giocatore dall’1 al 5, basta che Chuck glielo chieda. L’esito della stagione, un passo avanti rispetto a quella precedente, arriva dopo 7 partite contro i Lakers di Magic Johnson. La carriera sta decollando, la vita in generale sembra sorridergli: con la compagna Annie ha una figlia, Alexis, che gli cambia totalmente prospettive.

Dennis lotta, duramente, per tenersi quel posto guadagnato dopo anni di girovagare. Lo sa anche lui, che infatti lo dice, che prendere quei rimbalzi gli garantisce la sopravvivenza. Se non vuole tornare nella fattoria dei Rich, a Dallas, deve mostrare i muscoli e nascondere la parte più insicura del suo carattere. Ogni partita è una guerra, ogni lotta sotto i tabelloni una battaglia da vincere. E Dennis impara in modo sofisticato come vincerle tutte.

Pochi mesi dopo, ai nastri di partenza della stagione 1988-89, i Pistons si presentano come una delle squadre da battere sin dal primo giorno. Il talento di Dumars e Thomas unito alle maniere forti dei difensori più cattivi della Lega li porta fino all’anello (4-0 ai Lakers), bissato poi l’anno successivo (4-1 ai Blazers). Dennis è parte fondamentale di quella macchina. Vince il premio di Difensore dell’anno nel 1990, partecipa all’All-Star Game e cattura sempre più rimbalzi. Entra di diritto nel Primo quintetto difensivo dal 1989 e non lo abbandona per otto, fenomenali stagioni.

Ma la prima vita di Dennis sta per finire di pari passo con lo sfasciarsi di quei Pistons. Nel frattempo infatti il 23 di Chicago inizia la sua ascesa e dopo il 4-0 dei Bulls nella Finale di Conference, 12 mesi dopo sono i Knicks a fare il funerale ai Bad Boys. Con l’addio a coach Daly, il suo mentore, che lo ha saputo capire più di ogni altro, e con la crisi della relazione con Annie, quei 18.7 rimbalzi tirati giù perdono totalmente valore.
Alla fine della sua miglior stagione, degna di spodestare i migliori lunghi visti per decenni nella Lega, Dennis crolla pezzo dopo pezzo esattamente come la famiglia dei cattivi ragazzi che per anni lo aveva coccolato. L’anno dopo,con Ron Rothstein, si respira l’aria dell’ultimo giorno di scuola per una stagione intera. Detroit vince appena 40 partite, Rodman con 18.3 di media e una partita epica da 34 rimbalzi (16 offensivi) contro i Pacers guida ancora la classifica dei rimbalzisti ma sa benissimo che quel Verme, così come tutti lo conoscevano, stava per morire.

Si mette davanti a un bivio. Tutto quello che era stato fino a quel momento viene messo in discussione: riecheggiano le parole del padre di Bryne, si tratta di essere se stessi, una volta per tutte.

E così, in quella notte di aprile del 1993, impugna un fucile tra le mani e si chiude in un pick-up all’esterno del Palace of Auburn Hills. Qualche anno dopo,nella sua autobiografia, chiarisce solo parte di quella guerra interiore che lo aveva condotto a quel dentro-fuori con se stesso. La crisi del matrimonio, durato poco meno di 3 mesi, le dimissioni di Daly, le frizioni con la dirigenza dei Pistons. Tutto sembrava andare in una direzione di totale smantellamento delle certezze accumulate fino a quel momento. Tutto portava a una soluzione di rottura col passato, qualcosa che facesse sprofondare negli abissi ma senza farlo affogare: è sempre andata così, ne uscirà alla grande.

Ma per farlo fronteggia ogni singolo fallimento della sua vita, da quelli familiari a quelli sportivi. Lo fa quella notte di aprile, in quel furgone, ad una pigiata di grilletto dal farla finita.

E rinasce. Rinasce definitivamente come Dennis Rodman.

Viene scambiato con Sean Eliott e diventa un nuovo giocatore di San Antonio. Resta in Texas 3 anni, ma del vecchio Verme c’è poco o nulla, nei pregi e nei difetti. Vince sempre la classifica dei migliori rimbalzisti perché
la cosa gli viene quasi spontanea, ma tra la super-esposizione mediatica dovuta alla relazione con Madonna (totalmente invaghita di lui al punto da volerlo sposare e chiedergli un figlio), gli allenamenti saltati e un feeling che non scatta col go-to-guy della squadra, David Robinson, a suo dire colpevole di riporre le palle in frigo prima di una partita di Playoffs insieme ai suoi compagni (un modo per stimolarlo a lottare contro il suo spauracchio Hakeem Olajuwon),  l’avventura non va benissimo. Anzi, a peggiorare le cose si mette anche il suo barbiere, David Chapa. Dennis diventa una sorta di parco giochi vivente, variopinto, verde, rosso, giallo, leopardato,  sembra una fottuta rock-star e la cosa suona perfetta accanto alla regina del Pop. Viene accompagnato in limousine agli allenamenti, torna in limousine direttamente a casa Rodman-Ciccone. Idem alle partite. Il rapporto con i compagni si incrina da subito. Quello con Pop nemmeno nasce. Immaginatevi questo vip con capelli diversi ogni giorno che si allena in una squadra in cui il GM si chiama Gregg Popovich…

Oltre questo, il campo. Lui ne fa una questione di vita o di morte, ma gli altri non sembrano seguirlo. Di quei sanguigni e affamati Bad Boys della Mo Town non è rimasto che un lontano ricordo: oggi la realtà non piace a Dennis e non si sente adatto a quel contesto a suo dire perdente.

Se umanamente si è rialzato, sportivamente l’esperienza in Texas diventa un incubo senza fine e vede l’epilogo quando, da Chicago, viene offerto Will Perdue perché Phil e Jerry Krause hanno identificato nel Verme il rinforzo difensivo adatto per ridare a Michael una squadra da titolo.

Con il 23 il rapporto non è d’amore e d’accordo come tutti pensano. In campo, come dice Rodman, sarebbero in grado anche di sostenere un discorso. Oltre però, sono due uomini in direzione contraria destinati a non avvicinarsi mai. Al centro c’è Scottie, che con diplomazia e equidistanza ricuce ogni giorno le fratture. Il punto è che MJ sa di avere bisogno del 91 e il 91 sa di essere indispensabile in quella squadra. Si odiano, si rispettano, si amano.

L’incontro chiave però avviene con Phil Jackson, che cambia la vita di Dennis in modo totale. In realtà gli incontri sono 3. Il primo a casa Krause, l’allora GM di Chicago. Dennis pensa bene di presentarsi in occhiali da sole,  di sera, con un bermuda e un paio di pantofole al piede. Phil prova a spiegargli un po’ dei suoi concetti, lui infastidito risponde:

Quanto mi pagate?”

Dipende da quanto renderai. Qui vengono pagati tutti in base al loro valore. Ma perché è così importante?“

“Metterò 5 milioni all’anno in banca, vivrò di interessi e mi sballerò di feste. Tutto qui. Volevo capire quanto restasse in tasca al di fuori di queste spese”.

Il secondo incontro va un po’ meglio perché Phil è Phil e lo accoglie in una stanza adibita per l’occasione dove ogni singolo dettaglio è mirato a far sentire a proprio agio il Verme. E nasce l’amore. Nasce mentre Dennis gli parla dei problemi avuti con San Antonio, delle lamentele del GM Popovich e di coach Hill, della vita mondana con Madonna. A un certo punto però a Phil viene un dubbio:

Dennis, ma tu conosci il nostro triangolo, giusto? Giocheremo così tutto l’anno, non vorrei che…”

Coach, tranquillo. Il triangolo è vedere Michael in campo e dargli quella fottuta palla”.

Getty Images

Got it, ricevuto. È il suo uomo, Phil ne è convinto. 

Il terzo incontro, con GM e coach, è fatto per sancire l’accordo. Dennis chiede e ottiene spazi personali per evitare di sentirsi soffocato, Krause pensa a una decina di clausole per contenerne le bravate ma alla fine è Jackson ad assumersi la responsabilità di ogni gesto futuro del numero 91. Già, perché essendo stato ritirato il 10 Dennis aveva cambiato numero. Qualcuno dice facendo semplicemente 9+1= 10, altri sostengono fosse l’inizio di un 911 chiamato per ogni emergenza. Con il personaggio non si può escludere sia andata davvero così.

Iniziano i 3 anni più leggendari. Dei Bulls, della carriera di Michael, di Dennis Rodman. La squadra riscrive ogni concetto di record, vince 3 anelli in fila mettendo in ginocchio prima Payton e Kemp e poi, per due anni di fila, Stockton e Malone. Il nuovo Rodman, quello irriverente e tendente alla follia, viene contenuto nei limiti del possibile, tra una testata all’arbitro, contro i Nets, che gli vale 11 partite di sospensione, un calcione rifilato a un camera-man a bordo campo, risarcito poi con 200.000 bigliettoni, e una fuga a Las Vegas nel bel mezzo delle Finals, tanta era la noia che gli dava stare a Salt Lake City.

Nella prima stagione, in una 60ina di partite di RS, segna 5 punti o poco più a gara e aggiunge 15 rimbalzi. Si fa apprezzare per la voglia di sacrificarsi in difesa e per la capacità, al netto dei picchi deliranti, di confinare al rettangolo di gioco ogni rissa o potenziale rissa contro gli avversari. Nella serie che sancisce la vittoria dell’anello contro i Super Sonics, si mantiene a quelle medie e non perde le buone (e le cattive) abitudini.

È tutto un gioco mentale, e se ci entri sei letteralmente fregato”. 

Commentò così la sfida a suon di provocazioni con Frank Brickowski, una delle più memorabili delle Finals. Frank era riuscito a far innervosire il sempre quieto David Robinson fino a scatenare una rissa e credeva fermamente di poter accendere la medesima miccia nel Verme. Niente da fare però, perché dopo 2 minuti di gara 1 era stato sanzionato con un flagrant per una gomitata, aveva subito l’irriverente reazione di Rodman che gli si era avvicinato applaudendolo, e aveva già preso due tecnici per proteste e l’espulsione. Un piano per farlo innervosire finito nel peggiore dei modi. I giorni che seguirono gara 1 furono un costante provocare Rodman da parte dei giocatori di Seattle, di George Karl, della dirigenza. Un buffone, un simulatore, un chiacchierone: volarono parole di tutte i colori, i Bulls furono rinominati Flop-A-Bulls. Gara 2 va liscia, ma in gara 3 il la commedia ricomincia.

Durante un tiro libero Dennis inizia a ridere, recitare, guardare Frank. Una provocazione continua che sfocia nella rissa del quarto periodo che, ancora una volta, vede il Sonics espulso per flagrant e, ancora una volta, Rodman vincitore.

You can’t mess with the master” fu il commento a fine partita.

Alla fine arriva l’anello e il Verme ha dimostrato di esserne stato un assoluto protagonista.  Violento, rissoso, sempre al limite del flagrant, sempre al limite del tecnico, ma MAI sopra le righe al punto da farsi espellere. Non si poteva entrare nella testa di Dennis, punto e basta. Oltre Michael, oltre Scottie, oltre Phil, era lui il vero vincitore psicologico di quelle Finals.

Durante la seconda stagione esce la sua autobiografia e la cosa non aiuta a guadagnare popolarità, visto che decide di sparare a zero contro ogni essere umano diverso dal 23, dal 33, da coach Jackson, dai Bad Boys e da coach Daly. Non si salva nemmeno Stern. Non solo però: confessa di essere sempre stato attratto dal sesso femminile al punto da voler rinascere donna. Dice di indossare spesso abiti femminili per calarsi nel personaggio e, a dimostrazione della cosa, si presenta alla prima del libro vestito e truccato da donna, con addosso un abito da SPOSA, dicendo di essere bisessuale e di voler sposare se stesso.

Tornando al campo però guadagna ancora di più il rispetto di Michael, con il quale dopo 12 mesi festeggia il secondo anello così: 

Come si concia o cosa dice non mi interessa. Abbiamo imparato a convivere con lui e ad accettarlo perché, anche se ogni tanto la sua mente si perde, non c’è nessuno che si butta come lui nei lavori più duri in campo. Con le sue stranezze, siamo qui a festeggiare il 2° titolo consecutivo.” (MJ)

Il tutto senza mai trascurare qualche simpatica avventura extra-campo…

Ad un certo punto della stagione subisce una distorsione al ginocchio e per evitare che la riabilitazione si trasformi  in tour in giro per Chicago, Phil decide che la cosa migliore fosse farlo andare in California, a casa del suo agente, per un preciso piano fisico, piuttosto che “in casa”. Accanto a lui viene lasciato un assistente nemmeno 30enne, Wally Blase, che doveva scortarlo fino a casa del suo agente e doveva semplicemente sincerarsi che facesse ogni giorno gli esercizi che gli erano stati assegnati. Una volta convocati i 2 nel suo ufficio, Jackson dà precise istruzioni: 

Andate DIRETTAMENTE in California senza fare deviazioni! E tu mi raccomando, prenditi cura di Wally e fai in modo che, se proprio deve stare dietro le cose che fai, metta sempre il preservativo!

I due si recano quindi all’aeroporto di Chicago, ma l’assistente si rende conto che qualcosa non stava andando per il verso giusto quando il pilota annuncia ai passeggeri che in circa 2 ore sarebbero arrivati a DALLAS!

Tranquillo Wally, ho parlato già col mio agente. Passiamo a Dallas per andare a trovare mia mamma e vedere la casa che le ho comprato!”

Dopotutto, cosa c’era di male nell’andare a trovare la madre dopo tanto tempo? Nulla, non fosse altro che all’aeroporto di Dallas ad attenderli ci fossero due limousine bianche piene di donne mezze nude. La visita alla madre ci fu, ma il post visita si tenne in giro per tutta la notte nei vari night club di Dallas. Tornati in suite i due crollano nel sonno più profondo, ma alle 8.30 del mattino è il nostro idolo a svegliare Wally:

Su fratello, sveglia. Una volta morto potrai dormire quanto vuoi” Vanno in palestra lì vicino, e per 2 ore ci dà dentro secondo i piani stabiliti. Ad allenamento finito Wally, innocentemente, gli chiede:” Ora quindi andiamo in California?”

Non è questo il giorno amico! Sei mai stato a una corsa della NASCAR?”

La risposta ovviamente non conta: Nascar fu, in elicottero, perché voleva evitare il traffico. Anche in quella giornata mise a dura prova la serietà di Wally, che si adattò ai ritmi del giocatore senza batter troppo ciglio. Esausto, al terzo giorno chiese se fosse finalmente prevista la partenza.

Ma come amico, ieri era una gara di serie B! La vera corsa è quella di oggi!”, fu la risposta allegra ricevuta. A quel punto Wally chiama il suo capo per disperazione, ma la risposta è decisamente rassicurante: 

Nascar? Ok! Se non sta nei casini va benissimo così!” Il giorno successivo, dopo la corsa automobilistica, arrivano finalmente in California e c’è il lieto fine. Il buon Wally però diventò uno dei suoi migliori amici, tanto da fare parte della spedizione che Dennis organizzò verso Las Vegas in piene Finals, assieme ad Eddie Vedder e Carmen Electra.  Voleva distrarsi un pochino.

Dopo l’ultimo anello, ormai dedito al cinema, al Wrestling, alle donne (si sposa finalmente con Carmen Electra), trova spazio per pochissime partite tra Dallas (12 partite e 2 espulsioni, dopo una delle quali si siede sul parquet e si rifiuta di uscire) e Lakers e si rifà vivo per una esibizione in Finlandia dove mette a segno addirittura 5 triple. Da lì, pochi ma significativi sussulti.

Nel 2008 è stato arrestato e condannato a 45 giorni di servizio sociale per aver picchiato la moglie in un Hotel. Nel giugno 2010 ha reso noto di aver donato 300.000 dollari per un’associazione che offre supporto a bimbi orfani di Chicago.  Sempre quell’anno, durante un party agli Hamptons di New York, è salito in camera con 7 ragazze lasciando un microfono acceso (col quale aveva salutato i vari invitati poco prima) che per un’ora ha fatto sentire a tutti i dialoghi e i versi del piano di sopra

3 anni dopo, la grande missione: portare la pace nel mondo. Come? Col suo amico Kim Jong-Un, il dittatore della Corea del Nord.

Penso che le mie abilità cestistiche potranno aiutarmi molto in questa missione, come quando tenevo la gente fuori dal pitturato nel quarto periodo, quanto contava. Stavo pensando anche di farmi un tatuaggio dell’ISIS, per fargli capire cosa intendo per business

Giusto 4 mesi fa, alla notizia dello storico incontro tra l’amico Kim e Donald Trump, si è fiondato a Singapore partecipando a svariate trasmissioni televisive con indosso una maglia a favore della legalizzazione delle droghe leggere e un cappello con “Make America great again”, singhiozzando per ogni parola detta sul Presidente Americano e sulle sue intenzioni per nulla bellicose.

Per ora, sottolineando PER ORA, è tutto.