6th Man (like Lou Will)

Pubblicato da Davide Piasentini il

Essere Sesto Uomo nella pallacanestro NBA rappresenta molto più di un semplice, seppur non banale, premio di fine stagione. Nemmeno le statistiche sono sufficientemente esaustive per riuscire ad inquadrare questa particolare caratterizzazione del basket moderno. 

Certo i numeri contano, soprattutto oltreoceano, ma quando si parla di Sesto Uomo quello che conta si può riassumere in tre elementi: personalità, fantasia e talento.

Harry How/ Getty Images

10 Novembre, una brutta partita contro i Bucks. Un 4/14 dal campo prima del canestro decisivo sulla sirena. Una conclusione semi impossibile tra le braccia di Lopez, Bledsoe e DiVincenzo.

12 Novembre, contro i campioni NBA. Altra serata difficile al tiro (5/18). Gli ultimi 10 punti della squadra nell’overtime, però, portano la sua firma.

15 Novembre, contro gli Spurs. Punteggio sul 107 pari, 40 secondi al termine. Isolamento contro Forbes. Arresta il palleggio a un metro dall’arco, prima una finta, poi il tiro: solo cotone.

I Clippers sono a una partita dalla vetta della Western Conference. In questo sorprendente inizio dei ragazzi di coach Rivers molti dei meriti sono ascrivibili a un giocatore in particolare. Uno capace di alzare incredibilmente il livello delle sue prestazioni, cambiando gli orizzonti cestistici della squadra.

Uno che le partite non le inizia in campo, ma al 100% è tra quelli che le finisce. Numero 23 sulle spalle e talento naturale a profusione. 

Il canestro decisivo contro i Bucks

Una “riserva” in grado di cambiare il destino di una franchigia, capace di guidare la 2nd unit come fosse un quintetto base e di prendersi anche l’ultimo tiro, se necessario. Si, perchè il Sesto Uomo nei minuti finali di una partita NBA è sempre in campo.

Toni Kukoc, Detlef Schrempf, John Starks e Corliss Williamson.

Manu Ginobili, James Harden (ad OKC), Lamar Odom e Jamal Crawford.

Nomi importanti. Giocatori che hanno saputo fare la differenza come pochi, partendo dalla panchina. C’è un altro straordinario interprete di questo ruolo, uno che in carriera ha sempre elevato il suo gioco quando i possessi pesano molto più del normale. Un giocatore dal talento cristallino, un grande caratterista della 2nd unit. 

Sto parlando di Louis Tyrone Williams, per gli amici Lou.

Quasi 900 partite di regular season: 109 apparizioni in quintetto. Uno status, nel suo caso specifico, riconosciutogli dal giorno 0. Quattro stagioni ai Sixers in cui, dal 2005 al 2009, gioca 31, 61, 80 e 81 partite. Mai in quintetto però. E non meravigliatevi delle 38 gare da starter nel 2009-10: Allen Iverson era infortunato, tutto qui.

 

Brian Babineau/Getty Images

Provate però per un attimo a dimenticare Lou Williams che tutti conoscete. Dimenticatevi dei due premi come miglior Sesto Uomo della Nba, dei 50 punti contro i Golden State Warriors della stagione scorsa o di tutte quelle volte in cui ha scollinato oltre i trenta o i quaranta senza fare apparentemente alcuna fatica. 

Dimenticatevi delle due fidanzate frequentate contemporaneamente, delle leggende sulle centinaia di donne che si è portato a letto e della rapina (quasi) subita alla viglia di Natale del 2011, sventata semplicemente offrendo al rapinatore un hamburger da McDonalds. Sweet Lou, un rapper prestato alla pallacanestro che non ha mai messo in secondo piano il gioco rispetto ai suoi interessi personali, e ne aveva tanti. 

Dimentichiamoci, per un momento, anche delle indiscutibili qualità tecniche di questo straordinario giocatore di pallacanestro. Uno che in attacco non conosce limiti e, soprattutto, riesce a segnare a ripetizione, in qualsiasi modo. Quel tiro in sospensione, cadendo lateralmente per evitare la stoppata, con la palla che si tuffa nel canestro sfidando ogni legge fisica, è forse uno dei più bei gesti tecnici individuali a cui si possa assistere nella pallacanestro contemporanea. Per ora lasciamo questa sublime immagine nel polveroso retro della nostra mente.

Allen Iverson adorava questo ragazzo. Adorava averlo intorno nel tempo libero, allo stesso tempo Lou adorava passare del tempo con lui. Di personaggi così se ne vedono pochi nella NBA. Uno che ce l’ha fatta nonostante le difficoltà, nonostante abbia perso il padre quando aveva appena otto anni per un attacco di cuore. Pochi ma nitidi i ricordi di lui. Come quell’unica partita in cui il suo vecchio lo vide giocare. Le immagini di quel momento sono sedimentate nel profondo dell’anima di Lou.

Il padre scomparso, l’hip hop, le donne, i soldi, le pressioni e le responsabilità. C’è davvero tutto.

“I blackout. I don’t think. I don’t hear”

Ecco. Quando gioca a basket, non esiste nient’altro per Lou Will.

Il suo obiettivo è vincere e segnare in ogni modo. Un rifugio metaforico, una “zona mentale” in cui nessuno può disturbarlo. Nessuno.

C’è stato un momento, però, in cui tutto è sembrato scivolargli tra le mani. Una di quelle situazioni in cui nessun giocatore di basket vorrebbe mai trovarsi. Si chiama ACL,  Anterior Cruciate Ligament. Il legamento crociato anteriore che fa crack. E ci sono solo due modi per affrontare un infortunio del genere.

Il primo è sprofondare emotivamente, sviluppando iniziali sentimenti distruttivi tendenti, il più delle volte, all’autocommiserazione. Chiedersi continuamente  “Perchè è successo proprio a me?”, senza trovare risposta. L’ACL è un infortunio molto serio dal quale, spesso, non si torna più indietro. Ha distrutto carriere, corrompendo emotivamente anche i caratteri più duri. Questa tipologia di incidente insidia nella mente il seme della paura e dell’insicurezza. Non è facile resistervi.

Il secondo modo per affrontare un infortunio del genere è recuperare mentalmente, prima che fisicamente, tutta la propria sicurezza. E, una volta realizzato e metabolizzato il trauma, lavorare ogni giorno con l’obiettivo unico di tornare a giocare, non “semplicemente” come prima dell’infortunio, però.

Tornare più forti, arricchiti e maturi. Andarsi a riprendere tutti i movimenti del proprio gioco, riappropriarsi della propria mentalità e dell’immaginazione cestistica. Il punto è non accontentarsi di fare “solamente” questo, ma andare oltre. Questa consapevolezza rappresenta, probabilmente, la chiave per uscirne, per superare la tempesta senza smarrirsi.

Dall’ACL c’è chi riesce a tornare perchè clinicamente guarito, restando però solamente un ricordo di quello che era prima di farsi male. C’è anche chi però, assieme ad un ristretto gruppo di giocatori, questa esperienza esce rafforzato, svoltando in positivo la propria carriera. Lou Williams fa parte di questo gruppo.

Getty Images

 

Lou si rompe il crociato del ginocchio destro nel gennaio del 2013, quando veste la maglia degli Atlanta Hawks, al Barclays Center di Brooklyn. Una corsa a canestro in contropiede, dopo una palla rubata, che finisce nel peggiore dei modi.

La sua stagione ovviamente termina in quel preciso istante. Seguono giorni molto difficili in cui i suoi dubbi, inizialmente concentrati solamente sul suo futuro nella pallacanestro, si estendono anche a livello esistenziale. In determinate situazioni, mettere tutto in discussione non è altro che l’attestazione della fragilità insita naturalmente in ognuno di noi.

Lou si prende qualche giorno per elaborare l’infortunio. Poi, semplicemente, smette di farlo e inizia, mentalmente e fisicamente, a pianificare il suo recupero. Una volta ricevuto l’ok dai medici, e dopo aver completato l’iter post operatorio, inizia ad allenarsi tutti i giorni della settimana, riposando solamente la domenica. Vuole riprendersi la sua carriera e il ritorno in campo diventa una vera e propria ossessione. 

Perchè il tempo passato ad allenarsi riveste un significato che va ben oltre il naturale corso degli eventi per uno che si è appena rotto il ginocchio. È un vero e proprio riscatto personale. È il senso di ogni cosa.

Dopo dieci mesi dall’infortunio, infatti, Sweet Lou torna a giocare con la maglia degli Atlanta Hawks ma non si fermerà a questo. No, perchè l’obiettivo non era certo limitato al “semplice” ritorno in campo ma al fatto di arrivarci dopo essere migliorato in tutti gli aspetti, come giocatore e come uomo.

Good, better, best. Never let it rest. Until your good is better and your better is best”, diceva Tim Duncan. Si può certamente affermare che il concetto sia un mantra anche per Lou. Lo è sempre stato e l’ha dimostrato in ogni occasione. Gli Hawks lo scambiano nell’estate del 2014, spedendolo a Toronto, sostanzialmente in cambio di John Salmons. Per Sweet Lou è la situazione ideale per dare una sterzata definitiva alla carriera.

L’occasione che aspettava da una vita.

Si capisce subito che quella sarà la stagione della svolta. A Toronto lascerà il segno come mai aveva fatto da quando è entrato nella NBA.

È il 22 Novembre e i Raptors sono ospiti dei Cleveland Cavaliers di LeBron, Kyrie e Kevin Love alla Quicken Loans Arena. Lou, come al solito, parte dalla panchina come leader indiscusso della 2nd unit. I Cavs non sono in un buon momento di forma e Williams si dimostra il peggior avversario da incontrare in una situazione del genere. Lou è il classico giocatore che sa come colpire alla giugulare l’avversario, soprattutto quando quest’ultimo mostra degli evidenti segni di debolezza. Tutti i grandi realizzatori hanno nel DNA questa sensibilità.

Domina la partita, segnando canestri bellissimi con una facilità d’esecuzione difficile da commentare. Fade-away, ball handling e movimenti da playground, egregiamente perfezionati con un evidentissimo lavoro individuale. Penetrazioni a canestro con cambi di velocità e direzione che disorientano totalmente la difesa dei Cavs. Lou è totalmente diverso dal giocatore pre-infortunio. Non sembra semplicemente migliorato, è un’altra persona. Più sicura, più padrona dei suoi movimenti. 

E poi c’è quella straordinaria capacità nel subire fallo e andare in lunetta. Saranno quindici i tiri liberi tentati alla fine della partita. Tutti segnati, ovviamente. Lou sembra controllare il ritmo della gara ogni volta che appoggia le sue mani sul pallone. L’espressione è rilassata, come se stesse giocando una partita qualsiasi. Il suo modo di approcciare la pallacanestro non cambia mai. Il suo segreto è proprio questo.

I blackout. I don’t think. I don’t hear”.

Due i canestri che simboleggiano alla perfezione il suo gioco in isolamento. Il primo avviene nell’ultimo possesso del primo tempo. Inizia prendendosi la palla quasi a centrocampo, marcato stretto da Will Cherry. Mancano tre secondi quando decide di attaccare l’avversario. Il cronometro è tutto nella sua testa: parte con un palleggio profondo verso destra e poi effettua un crossover dietro la schiena. Cherry esita per un brevissimo istante. Lou, nel frattempo, ha già sistemato i piedi e caricato la tripla nei polpastrelli. Rilascio meraviglioso e palla che si deposita sul fondo della retina proprio quando il cronometro arriva a zero. È il canestro del +2 Raptors (56-54), che chiudono in vantaggio il primo tempo. Sweet Lou non si ferma qui e guida i suoi anche nella ripresa. Il secondo “simbolo” avviene proprio nel terzo quarto, il momento in cui i Raptors spezzano in due la partita. Il momento in cui un Sesto Uomo spacca in due le gare.

Mancano poco meno di due minuti alla fine del periodo quando Lou riceve un passaggio di Kyle Lowry nel mezzo angolo sinistro. Ad affrontarlo, questa volta, c’è sua maestà LeBron James.

Williams avrebbe un tiro immediato ma non lo prende. Vuole sfidare il Re nell’uno contro uno. Si esibisce in una serie di palleggi con la mano sinistra, portando a spasso James fino al limite dell’arco. In questo modo crea lo spazio necessario per attaccare l’avversario. Verrebbe da pensare ad una penetrazione a canestro, invece effettua un malefico cambio di mano che disorienta LeBron e gli consente un “comodo” fade away jumper che brucia la retina e porta i Raptors sul +16. Ci prova anche Shawn Marion marcarlo.

Nah. Non c’è niente da fare.

Chiude con 36 punti (career high) e un 15/15 nella vittoria esterna dei suoi Toronto Raptors.

Questa è la partita in cui Sweet Lou torna “ufficialmente” a risplendere di luce propria dopo l’infortunio al ginocchio. Chiuderà la stagione in Canada con 15.5 punti in 25 minuti di media a partita e verrà premiato per la prima volta nella sua carriera come miglior Sesto Uomo della lega.

Frank Gunn -The Canadian Press

Non pensavo sarei stato lo stesso giocatore (prima dell’infortunio). Sapevo che non sarei stato veloce come prima, che non avrei saltato come prima. Ma questa situazione mi ha insegnato ad essere intelligente e a lavorare su aspetti differenti del mio gioco. Essere stato capace di sviluppare e cambiare il mio gioco per vincere questo premio è molto gratificante. Questo riconoscimento dimostra che niente è impossibile se lavori intensamente, credi nel tuo obbiettivo e in tutte le cose che ti mettono nella condizione di avere successo”.

Il rapper Drake gli dedicherà il brano “6 Man”, contenuto nell’album “If You’re Reading This It’s Too Late”. Nel testo si parla insistentemente del fatto che, per raggiungere i propri obiettivi, si debbano fare gli straordinari, lavorare anche di notte, se necessario.

Work the night shift. Young but I’m makin’ millions to work the night shift. Work. Work the night shift

Faithful to the grind. 

Il nuovo Sweet Lou nasce dalle macerie dell’infortunio al ginocchio che ha cambiato la sua carriera cestistica e la sua percezione della realtà. Tutto quello che capita nella vita, cose positive e negative, si trasforma in un’opportunità per avere successo e raggiungere i propri obbiettivi. Facendo nottata, se necessario. Sacrificando tutto.

In Canada resta una sola stagione, prima di trasferirsi in California per giocare con i Los Angeles Lakers di Kobe Bryant, giunto alla sua farewell season, nell’estate del 2015 (contratto di tre anni per 21 milioni di dollari complessivi). In questo periodo Lou si rivela, ancora una volta, il giocatore chiave della second unit, mettendo in sequenza una serie di prestazioni straordinarie dal punto di vista realizzativo. Se però il suo primo anno in giallo-viola serve a confermare quanto di buono fatto vedere a Toronto, il secondo lo mette definitivamente in luce come uno degli attaccanti di uno contro uno più forti della lega.

Siamo agli inizi di Dicembre e i Lakers sono ospiti dei Memphis Grizzlies al FedEx Forum. La partita in sé non sarà indimenticabile. Ma sarà memorabile la performance di Lou, che chiude la gara con 40 punti, eguagliando Jordan Crawford (2014) come miglior prestazione individuale di un giocatore partendo dalla panchina. Non finisce qui però. Due giorni dopo ne segna 38 (con 7 assist e 6 rimbalzi) contro gli Utah Jazz, nella sconfitta interna di LA 101-107. E poi, ancora, 24 al Toyota Center di Houston e 35 allo Staples Center contro i Phoenix Suns.

137 punti in quattro gare consecutive. Mai nessuna riserva aveva registrato dei numeri del genere. Nessuno come Lou Will.

Jae Hong – Associated Press

Queste prestazioni sensazionali, però, non fanno scattare la scintilla all’interno del front office dei Lakers. A Febbraio, infatti, la franchigia losangelina decide di cederlo agli Houston Rockets, in cambio di Corey Brewer e una prima scelta nel draft 2017. Sotto la guida di coach D’Antoni, Lou continua a fornire il solito contributo offensivo dalla panchina. Anche questa volta, però, le possibilità di imporsi in una squadra e restarci a lungo gli sfuggono dalle mani dopo i Playoffs del 2017, in cui i Rockets vengono eliminati al secondo turno dai San Antonio Spurs.

Lou, infatti, è uno dei tanti giocatori inseriti nella maxi operazione che porterà Chris Paul in Texas. Per lui è un ritorno a Los Angeles, questa volta dal lato dei cugini notoriamente più sfortunati: i Clippers.

Li però scatta qualcosa. Con l’ambiente, con lo staff, coi compagni. Ma soprattutto con Doc Rivers. Sotto la guida dell’ex Celtics il talento di Lou esplode. La stagione 2017/2018 sarà la migliore di sempre per il “mago” nativo di Memphis. Con la maglia dei Clippers, Williams regala agli appassionati di basket una serie interminabile di prestazioni incredibili, partendo quasi sempre dalla panchina. Sixth Man, uno stile di vita.

Il momento più significativo della sua stagione rimane la partita giocata contro i Golden State Warriors nel Gennaio del 2018. A game for the ages.

Alla Oracle , come al solito, c’è il tutto esaurito. Blake Griffin è infortunato e Doc, senza il suo leader offensivo, stravolge i piani e manda Lou in quintetto.  Prima della palla a due le telecamere si soffermano proprio su Williams. Carico, carichissimo. Si sfrega le mani, soffiandole per riscaldarle o, più probabilmente, per raffreddarle. Quella sera, infatti, saranno bollenti come il fuoco dell’inferno. Si comincia.

Tripla dall’angolo. Swish. Altro jumper, stessa posizione. Dentro.

Assist per l’alley oop. Ne beneficiano prima Jordan e poi Harrell. Lou sembra in totale controllo della partita sin dai primi possessi. Gioca con una tranquillità e una facilità impressionante. La palla sembra essere leggerissima fra le sue mani. Se gli concedono mezzo metro per il tiro da tre, lui spara la bomba. Altrimenti volteggia nel pitturato, dipingendo coi polpastrelli dei veri e propri capolavori.

Fade away jumper. Teardrop. Floater. Solo rete. Tutte le sue giocate sono in ritmo, armonicamente sviluppate dal suo intossicante talento.

Nel terzo quarto, con i Warriors avanti di quattro punti (62-58), entra totalmente in trance agonistica. In the f***in’ zone, man.

La squadra è interamente sulle sue spalle e lui, in queste situazione, sa esaltarsi davvero. Gestisce ogni possesso con lucidità e un incredibile senso del canestro. I tempi di gioco li immagina un possesso prima degli altri. Porta palla oltre la metà campo, legge il posizionamento della difesa avversaria e ne punisce gli errori. Sistematicamente. I Warriors non riescono in alcun modo ad arginarlo. Il #23 è quasi infallibile al tiro. Impetuosamente elegante.

Con la tripla in faccia ad Omri Casspi, Lou chiude con 27 punti… nel solo terzo quarto. Semplicemente surreale la sua facilità nel giocare a pallacanestro. BINGO!

I Clippers prendono il largo nel quarto periodo, portandosi a +14 negli ultimi cinque minuti. Ma Sweet Lou, non ha ancora finito con i Warriors, neanche per sogno.

Prima un floater meraviglioso, segnato nonostante l’ottima difesa di Iguodala.

Poi una tripla in faccia a McGee che straccia la retina.

Infine un vero e proprio capolavoro, non tanto per l’importanza del canestro (la partita è già praticamente finita), quanto per l’innaturale facilità con cui viene realizzato. Mancano poco più di trenta secondi alla fine. I Clippers sono avanti 122-106. Williams si trova a pochi centimetri dalla linea laterale del campo, in posizione di ala, vicino al tavolo dei commentatori, un paio di metri abbondanti dietro la linea da tre punti. Il #23 palleggia freneticamente davanti a Jordan Bell. È praticamente fermo quando, all’improvviso, lascia partire una tripla impossibile a quasi dieci metri dal canestro. Ancora quel rumore. Ancora il suono secco della retina stracciata. Un canestro di quelli irritanti da subire.

Sono i tre punti che chiudono la partita.

Per Lou Will sono 50, con 16/27 dal campo, 8/16 da tre punti, 10/10 ai liberi. Oltre a 7 assist e solamente quattro palle perse in 35 minuti di gioco. Una delle performance individuali più straordinarie di sempre nella storia della regular season NBA. Prestazione che viene ammirata ed elogiata anche dal più forte giocatore della lega, nonché il preferito di Lou. Sua maestà LeBron James, che su Instagram omaggia così il #23…

Una stagione pazzesca quella, terminata con 22.6 punti, 5.3 assist e 2.5 rimbalzi di media a partita,  per la quale avrebbe certamente meritato la convocazione all’All Star Game. Che non arriva e verrà accompagnata da non poche polemiche sui social. Perchè Lou non è uno di quelli che tiene la bocca chiusa.

Il premio di Miglior Sesto Uomo, invece, non è mai stato in discussione. Il secondo della sua carriera. Difficile trovare un riconoscimento più meritato di questo. He’s THE Sixth Man.

E pensare a quella sensazione. Quella del ginocchio destro che si rompe, lasciandoti lì in mezzo ai sogni infranti. A cercare di raccoglierne i pezzi, sparsi qua e là. Una carriera che sembra svanire tra le mani. Tutto quello che si raggiunge nella vita ha un sapore più intenso, quando si parte da molto lontano. Quando si è obbligati a scalare una parete a mani nude, senza che nessuno sia lì a darti una mano.

Ecco, ora che conosciamo meglio Lou, probabilmente inizieremo a vederlo con una luce diversa ad illuminare le sue gesta sul parquet. Una luce vivida, profonda. Non che sia sempre necessario scavare nella vita di un giocatore per apprezzarne maggiormente il valore in campo, sia chiaro. Una cosa, però, è certa. Aggiungere questa profondità e dimensionalità alle sue indubbie doti cestistiche non può che portarci a godere di qualcosa di unico. E poi si… poi c’è anche il basket. Il suo basket.

Quel fade away jumper, cadendo all’indietro o di lato, con la palla che vola in aria e si unisce meravigliosamente al canestro. Quella pallacanestro istintiva ma allo stesso tempo elegante e sofisticata. Quella capacità innata di rendere semplici e naturali gesti tecnici difficilissimi. Quell’essere fottutamente clutch (oggi segna 8.2 punti di media nel quarto periodo, terzo migliore in NBA) non iniziando, ma finendo le partite. Like a Sixth Man.

 E poi quella frase.

 “I black out. I don’t think. I don’t hear”.

Lou Williams e il canestro. Non c’è nient’altro.

Non serve altro.


Davide Piasentini

Davide Piasentini

Nato a Padova nel 1986, è scrittore e analista sportivo per passione. Figlio adottivo di Seattle, del grunge e dei Supersonics. Rodmaniano convinto da sempre affascinato dai "Beautiful losers" della pallacanestro. Autore dei libri "Shots for the Ages" (2016), "Ten. Storie di Grunge Basketball" (2017) e "Sotto il cielo di Rucker Park" (2018).