Alla ricerca dei Celtics perduti

Pubblicato da Luca Falconi il

“Forse non siamo tanto bravi quanto pensiamo. Quando si continuano a perdere tutte queste partite, forse il problema è che siamo meno bravi di quel che pensiamo”.  
Brad Stevens

Venti gare sono passate ed è già tempo di primi bilanci per la giovane stagione NBA.

Senza LeBron, i Boston Celtics, vice campioni di Conference, si sono affacciati alla nuova annata con grande entusiasmo, forti del rientro di Gordon Hayward e delle sorprendenti prestazioni di Brown, Tatum e Rozier durante l’ultima post season. Una base importante che, tra i tanti infortuni della scorsa stagione, ha consentito a Stevens di portare ad altissimo livello i tanti giovani nel roster.

Sin dal giorno zero della nuova stagione, l’idea del coach è stata quella di optare per il super-pubblicizzato quintetto formato da Irving, Brown, Hayward, Tatum e Horford.

Già dalla preseason si sono intravisti tuttavia dei problemi, con tre sconfitte in quattro gare, due delle quali arrivate per mano di Cleveland.

I problemi dei Celtics 2018/19 hanno tuttavia radici più profonde di quel che si possa immaginare. Se è vero infatti che il coach nativo dell’Indiana è  nel gotha degli allenatori NBA per la cura della fase difensiva, è altrettanto vero che l’ormai celeberrima read&react offense non ha ancora portato i Celtics ad essere nella metà migliore della Lega per produzione offensiva.

Parte 1: L’ATTACCO SUL PARQUET

Durante la stagione 2017/18, Boston incappò in un periodo di crisi a cavallo dell’All Star game, racimolando il record di 7W e 9 L tra il 16 Gennaio e il 14 Febbraio. Leitmotiv di quel crollo fu la scarsa pericolosità ad attaccare di Boston, che in quel lasso di tempo risultava la quintultima squadra in NBA per Offensive Rating. Pur essendo vero che anche in passato Boston ha avuto problemi in attacco, sarebbe però controproducente confrontare la squadra dell’anno scorso con quella attuale.

I Celtics hanno completamente stravolto il loro attacco, che l’anno scorso passava per le mani (e le voglie) di Horford. 

I set offensivi che comprendevano il posizionamento in post-basso del dominicano e il taglio a canestro di un esterno (Brown o Irving) rappresentavano una parte fondamentale dell’attacco dei Verdi.

Quest anno, Big Al tocca esattamente venti palloni in meno a gara (4 in meno solo in post).

Le cause di questa modifica nello stile di gioco sono molteplici. In primis, c’è la necessità di ridistribuire i possessi, nutrendo tutte le bocche da fuoco a roster.

Un altro motivo di questa modifca nell’impianto di gioco può trovarsi nell’abbassamento del quintetto. L’uscita di Baynes dallo starting 5 ha costretto Al ad assumersi più responsabilità in marcatura sui lunghi avversari. I giochi a due tra il lungo Australiano (come tagliante) e Horford erano un’altra delle frecce nell’arco di Stevens.

La stagione di Horford, l’anno scorso tra i migliori stretch-big in NBA con il 43% da 3, passa anche dalle sue enormi difficoltà al tiro. Le sue percentuali dall’arco sono in calo del 10% rispetto all’anno scorso. Il tutto con l’aggravante di un maggior numero di tentativi dal perimetro (3.9 a partita contro 3.1).

Quando un lungo cambia così radicalmente il proprio modo di giocare, tutti i compagni di squadra tendono ad adeguarsi: meno “drive” a canestro per praticamente ogni giocatore (Irving è passato 11.6 dell’anno scorso, a 9.7), meno tiri liberi (i Celtics sono al 29’ posto per viaggi in lunetta quest’ anno, meglio solo dei Magic), meno punti facili e meno occasioni per tirare il fiato.

Anche l’efficienza in situazioni di spot-up di Tatum e Brown è in calo vertiginoso (1.18 e 1.14 punti per possesso, rispettivamente, l’anno scorso, in tale situazione; 0.62 e 0.83 quest anno).

Mandare Horford in post voleva dire liberare spazio per i compagni sul parquet. Non è un caso se le percentuali dall’arco dei Celtics siano in caduta libera rispetto al 2017 (dal 37% al 34%).

La tendenza statistica racconta di un aumento di responsabilità offensive per Tatum, che aumenta di 2 punti percentuali il proprio USG% (una statistica che tiene conto delle conclusioni e le palle perse di un giocatore), a discapito di tutti i suoi compagni di squadra.

La produzione offensiva dell’ex Duke è mutata pesantemente rispetto all’anno scorso.

Oltre ad essere molto più efficiente in situazioni di catch & shoot, riusciva a limitare l’uso del tiro statisticamente meno efficiente in NBA: il long two tanto caro al suo mentore Kobe Bryant. Durante la stagione 2017/18, il nativo del Missouri ha concluso con 98/225 (43%) dal midrange in ottanta partite disputate: quest anno siamo a 28/83 (33%), in un quarto esatto dei match.

Seguendo questa tendenza, Tatum arriverebbe a tirare più di 300 volte dal mid-range.

Il maggior coinvolgimento del #0 si vede anche nell’aumento del numero di tocchi a partita (3 possessi in più), con un leggero aumento anche del tempo in cui ha la palla in mano.

Come se i grattacapi a Boston non bastassero, il coaching staff si trova tra le mani anche la grana dell’inserimento di Hayward.

Dalla gara contro Charlotte del 19 Novembre, in seguito alla sconfitta casalinga contro i Jazz, Stevens ha iniziato a cambiare il quintetto, togliendolo dalla starting lineup e rimpiazzandolo con Baynes.

L’ex Utah dà supporto nella gestione dei possessi: il ratio tra Assist e palle perse è il migliore in carriera. L’acume cestistico di cui dispone è evidente ogni volta che mette piede sul parquet, così come la sua applicazione e professionalità. Appare però evidente come questo Hayward non sia, al momento, un giocatore da max contract. Praticamente tutte le lineup statisticamente peggiori per Net rating (che calcola quanti punti una squadra segna e concede, ogni 100 possessi), lo vedono in campo.

Gordon dovrà provare a ricostruire la massa muscolare persa e superare le difficoltà ad attaccare il canestro e prendersi responsabilità offensive. Boston lo aspetta, a Stevens il compito di tenerlo motivato e di reintegrarlo gradualmente, in modo più efficace rispetto a quanto fatto finora.

Parte 2: L’ATTACCO… NELLO SPOGLIATOIO

Il maggior coinvolgimento di Tatum ha portato a una netta flessione nelle prestazioni di Brown e Rozier. Oltre al calo statistico in ogni parametro (Terry ha visto calare la sua efficienza in pull up, sua conclusione preferita, del 13%; Jaylen tira dal perimetro con il 25%, a fronte del 39% della stagione precedente), i due sono indiziati per aver incrinato l’armonia dello spogliatoio, punto di forza della passata stagione.

La loro posizione potrebbe essere a rischio. Sopratutto quella di Rozier, in scadenza di contratto e cercato, secondo gli insider, dai Suns prima dell’inizio stagione. Brown non sembra così “avanti” nei discorsi su eventuali trade, ma le difficoltà di questa stagione evidenziano un enorme passo indietro rispetto allo scintillante 2017-18. Dal un +8.4 su 100 possessi siamo passati al -7.4 di queste prime 20 partite. Dal 43,8% su triple non contestate all’attuale 17,6%. Dai 30 “and-one” della scorsa stagione agli zero attuali. Un problema non solo di mira, ma anche di atteggiamento. Che riguarda tutta la squadra a quanto pare.

Difendiamo male il Pick & roll, è un problema di fiducia. E’ solo questo il problema”, dichiara Irving.

Non so più nemmeno cosa dire”, dice Smart. “Stiamo giocando come degli sfigati. A un certo punto dovremmo stancarci di andare sotto di 20 punti. Non puoi permetterti in questa lega di lasciar entrare in ritmo un giocatore”.

Non stiamo giocando da Celtics. Sopratutto in difesa, non ci stiamo impegnando abbastanza”, secondo Horford.

Nelle ultime settimane, dichiarazioni come queste hanno riempito i giornali di Boston. Molti dei giocatori e lo stesso staff tecnico (prima, durante e dopo le partite), non nascondono le loro perplessità sull’atteggiamento difensivo del team. Difficoltà enormi Boston le ha avute in modo particolare nel contenere le guardie avversarie. Giocatori come Walker, Murray, Booker e, ultimo, Barea, hanno fornito alcune delle loro migliori prestazioni stagionali giocando contro i Verdi. Sfruttando l’incapacità di comunicare dei giocatori di Boston sulla difesa del pick&roll, hanno semplicemente fatto ciò che volevano.

Stevens vuole che tendenzialmente Boston ricorra alla difesa ICE per contrastare il pick&roll. La difesa ICE prevede il contenimento del giocatore che attacca palla in mano, chiudendogli lo spazio per penetrare verso l’area, sia con il diretto marcatore che con il lungo in aiuto. Una difesa ICE funzionante prevede anche il coinvolgimento di un terzo giocatore oltre ai due già citati: un giocatore dal lato debole che “tagghi” il rollante, coprendo anche il suo uomo.

Qui Jaylen Brown lascia troppo spazio a Doncic e non lo manda sul fondo, mentre Horford urla appunto “ICE ICE ICE“. 

Dal 1 Novembre il Defensive rating dei Celtics è sceso a 106.3, contro il dato di 96.2 delle ultime due settimane di Ottobre. Dal migliore della Lega al nono. Il record del mese dice 5 vittorie a fronte di 8 sconfitte. Le ultime 4 in particolare sono arrivate contro team con record inferiore al .500 (Jazz, Hornets, Knicks e Mavs).

È evidente che qualcosa non stia funzionando anche nella metà campo difensiva, che dall’inizio dell’era Stevens è forgiatrice dell’identità di squadra. Ed è soprattutto “sulla distanza” che in difesa la squadra sta mostrando segni di cedimento, con un defensive rating che dal 95.1 del primo quarto passa al 106.4 dell’ultimo, con un preoccupante picco di 116.8 nel clutch time, con uno scarto entro i 5 punti negli ultimi 5 minuti.

Dalla capacità del coaching staff di gestire uno spogliatoio in subbuglio (ed è la “prova del 9” per lui), dalle scelte del GM Ainge (che potrebbero prevedere alcune trade, al fine di snellire il roster), dalla capacità dei giocatori di uscire da questo momento, passerà la stagione dei Celtics. Ma soprattutto, è lecito attendersi un passo avanti del giocatore più carismatico e stella della squadra.

Queste le parole di Irving:

Penso che ci farebbe comodo avere un veterano che gioca da 14-15 anni nella Lega, che possa aiutarci a capire che una stagione è una maratona e non uno sprint”.

Se è vero che il valore della sua legacy passerà da quello che riuscirà a raccogliere coi Celtics, è forse il momento per Uncle Drew di dimostrare quanto può essere leader di una squadra NBA.


Luca Falconi

Luca Falconi

Classe ’92, cittadino del mondo, drogato di USA, basket e analytics. C’è tutto quello che serve sapere su di me, sì?