Road To Charlotte

Pubblicato da Leandro Nesi il

Settembre 2018. È mattina a Miami.

L’estate è scorsa veloce ed Hassan questa volta scalpita, contando i giorni che lo separano dalla nuova stagione.

Si sente in piena forma fisica, ha passato molto tempo ad allenarsi con Tony Thomas. Tony è considerato un mostro sacro del fitness. Lavora con attori e sportivi di altissimo livello come Antonio Brown, wide receiver dei Pittsburgh Steelers.

Va tutto bene. 

Pic by Getty Images

In testa, però, ancora rimbomba la voce dei suoi detrattori. Ad aprile aveva anche pubblicamente aperto al suo addio. Pensava di lasciare Miami.

Gioco poco. Il mio minutaggio è sceso. Non gioco neanche i minuti finali. È frustrante, ed io non riesco a capire…

Se solo fosse diverso. Se solo riuscisse a fottersene. Il mondo gira così, la gente se ne fotte. La gente va e viene. Lui era stanco di andare e così, alla fine, era rimasto.

“Prenditi certezze mai avute”

Si sta riposando dopo una sessione di pesi e allenamento con la palla quando si decide, finalmente, a tentare di riapprocciare coi suoi compagni.

“Hey, Yo.. scusate l’assenza. Domattina mi vado ad allenare in spiaggia con Tony Thomas. Chi viene?”

Mezz’ora. Un’ora. Il cellulare non squilla. Hassan l’ha capito, isolarsi non è stata una buona idea.

D’improvviso poi una risposta: “Yo. I’ll be there”.

È Lui. Quello con la maglia numero 3. Wade sarà lì, a sudare con lui. Per lui. È  tutto quello che gli serve.

L’allenamento è fissato per le 8. Sono le 7:45 del mattino quando Hassan e Tony giungono in spiaggia. D-Wade è già lì. Arriva anche Rodney McGruder. 

Steve Mitchell-Usa Today

È un allenamento duro. La sabbia di Miami Beach a quell’ora è già rovente ed impedisce movimenti fluidi. Li rallenta. È una fatica infernale, ma non c’è un solo altro posto al mondo dove Hassan vorrebbe essere in quel momento.

Dwyane ha percepito questa voglia di riscatto ed è lì per dare esempio. Ha 36 anni e null’altro da dimostrare. Questo massacrante allenamento potrebbe risparmiarselo, ma è fondamentale per il suo compagno che lui ci sia. Hassan ha bisogno di sentirsi apprezzato, coccolato in un certo senso e Wade, il buon vecchio Wade, l’ha capito ormai: non è Shaq. Non è Alonzo. Lui è completamente diverso.

Whiteside è introverso. Timido al limite dell’eccessivo. Non serve rimproverarlo; è molto meglio incoraggiarlo, vada come vada. 

Per Hassan è come l’alba di un nuovo giorno. L’alba di un nuovo anno. Un anno che ha un obiettivo chiaro, limpido come il cielo di Miami e che risuona costante, come la risacca di quell’enorme oceano che proprio ora, riflette dentro i suoi occhi.

L’obiettivo quest’anno è l’All Star Game 2019. Si farà a Charlotte, casa sua. E lui non vuole mancare per nulla al mondo. E’ determinato, come non era mai stato prima. 

Step-back. Charlotte, 2013.

Hassan Whiteside è negli spogliatoi della palestra degli Hornets. Non ha passato il provino. La porta, ancora una volta, è rimasta chiusa. È disoccupato, ed è incazzato con chi non l’ha voluto. Incazzato con il mondo intero. 

Eppure, leggendo la sua scheda pre-draft sembrava perfetto per l’NBA. Non solo l’NBA di oggi, ma anche quella di allora. Viene dipinto come uno dei giocatori più intriganti di tutta la classe del 2010. Giocatore solido, capace di giocare in post e lontano dal pitturato.

Il 26% dei tiri che prende sono jumpers, che segna col 40%. Stiamo parlando del 2010, non di oggi. Nel 2010 un 2.13m che tira jumpers col 40% è ancora una rarità. 

Arriva in NBA con la chiamata numero 33, a spenderla sono i Kings. Non la miglior organizzazione possibile per un ragazzo e un atleta in cerca del proprio posto nel mondo, oltre che nell’NBA. Non funziona infatti.

Viene mandato in D-League, dove gioca con gente incredibilmente dotata rispetto allo standard della lega satellite: in squadra ha Steve Novak, ma soprattutto Jeremy Lin e Danny Green. Novak ad un certo punto della sua carriera sarà il miglior tiratore da tre dell’NBA, percentuali alla mano. Lin sarà Lin, nel bene e nel male. Sarà la Linsanity, un giocatore che per 10 partite è sembrato poter ribaltare il mondo. Danny Green,invece, soltanto due anni dopo segnerà 27 punti in una partita delle NBA Finals.

Non tutte le squadre della D-League hanno quel talento a disposizione, ovviamente. Ma questo non rende quella squadra abbastanza funzionale.

Mai come in quel periodo, in D-League non voleva starci nessuno.

Se non vuoi stare in un posto hai due possibilità per andartene. Jeremy Lin propende per la porta numero uno: ogni giorno chiede come può migliorarsi, in quale fondamentale deve concentrare le ore in palestra, prima e dopo gli allenamenti. Uno studente del gioco, di quelli veri.

Hassan, invece, sembra optare per la porta numero 2. Non chiede consiglio a nessuno. Non si allena da solo sui propri movimenti. Sta lì. Esiste. Non vuole starci, in quel posto di merda, ma non si sforza neanche di dar l’impressione di ambire a qualcosa di meglio.

Per entrambi, Jeremy ed Hassan, si aprono le porte. Ma sono due porte diverse: Lin strappa un contratto in NBA, Hassan viene mandato via dalla squadra della D-League dei Kings.

Sipario. 

AP Photo/Chuck Burton

Sembra potersi chiudere qui, la storia. Come si è chiusa in modo simile la storia di tanti atleti, oggi sconosciuti, che semplicemente non ce l’hanno fatta. Non abbastanza bravi, non abbastanza di talento.

Quasi non è abbastanza”.

Invece no. Il sipario resta aperto a metà, giusto uno spiraglio.

Per Hassan comincia così un viaggio che lo vede passare in quattro differenti squadre di D-League, per poi finire a fare una Summer League con Toronto e un training camp con Memphis. In mezzo anche due parentesi in Cina ed una in Libano. Nulla di nuovo. Ha sempre viaggiato. È partito da Gastonia, in North Carolina, nell’area di Charlotte. Tre licei in due anni. Poi il New Jersey, dal padre. Di nuovo in North Carolina. Marshall al College. Ogni viaggio lascia dentro qualcosa. Da quei viaggi, però, non torna mai con nulla di buono, se non nuove, ennesime delusioni. Cicatrici nell’anima.

Le sue cicatrici…come quella sulla gamba, che si è procurato da bambino calciando un tavolino: 68 punti di sutura. Quella volta aveva rischiato molto più della carriera. Hassan lo sa. È per questo che ogni mattina ha un suo rituale: si alza e ringrazia per tre cose. Di solito una delle tre è la mamma, che lo ha cresciuto. Le altre due sono le sue due gambe, che sono ancora lì. Entrambe, nonostante anche l’altra porti un’unica, grande ferita di 30 centimetri ed un ginocchio completamente ricostruito: il ricordo, indelebile, di una macchina che lo ha investito.

Un intero entourage di medici a rianimarlo. Aveva dieci anni, e la sua voglia di vivere aveva avuto la meglio su tutto il resto. Ha conosciuto la morte quel giorno. 

Ora, dopo tanti anni, non c’è una sola mattina in cui non guardi il cielo e renda grazie. Per tre cose…

Passa il tempo. Ne passa talmente tanto che negli States quasi ci si scorda di lui. L’ultima volta che aveva calcato un parquet NBA era la stagione 2011-2012. Sono passati più di due anni, ma arriverà un momento per tutto.

A volte il destino gira in un turbinio di eventi riportandoci tutto indietro, anche quello che in fondo abbiamo mai avuto. Quel destino si chiama Miami.  

Miami è chiamata “The Magic City”. I propri abitanti, negli anni ’20, la videro crescere d’improvviso: “Come se fosse spuntata durante la notte. Come per magia..”.

In casa Heat il Front Office cerca disperatamente un lungo da affiancare a Bosh, anche solamente per qualche minuto. Anche soltanto  per allenarlo. È il 2014 quando Hassan firma con Miami.

“Come per magia” 

A marzo viaggia a 18 punti, 16.4 rimbalzi e 4 stoppate, col 64% in true shooting. Ci sono partite che, in quella stagione, gioca da assoluta super-star. Ne disputa quattro, cinque stupefacenti. Facciamo sei:

È il 25 gennaio si gioca a Chicago. Miami la porta a casa grazie ad una sua tripla doppia, partendo dal pino: 14 punti, 13 rimbalzi di cui 6 offensivi, 12 stoppate. Non passa neanche una settimana che arriva un ventello contro Boston. 38 punti e 16 rimbalzi, il bottino combinato con l’amico Chris Bosh. Non si ferma più. Passano solo tre giorni e ne fa altri 24, con 20 rimbalzi contro Minnesota.

Altre partite pazzesche: 14+24 rimbalzi contro Atlanta, 18+25 contro i Lakers. Quarantanove rimbalzi in due partite, medie da Wilt Chamberlain. 

Insieme alle prestazioni da urlo arrivano quelle meno interessanti. Quelle in cui ricorda tanto il ragazzo visto in D-League, quello in cui semplicemente sembrava non voler essere lì, che sembrava non voler faticare per ottenere quello che in tanti, tantissimi, possono e potranno solo sognare. 

Steve Mitchell-Usa Today

Arriva la stagione ’15-’16, ed Hassan inizia ad avere sempre più un peso specifico all’interno delle rotazioni degli Heat. Forse questo peso lo inizia ad avvertire. Fatto sta che con l’avvento della nuova stagione si mostra man mano più nervoso. Arrivano un paio di espulsioni ed un litigio su Twitter con Draymond Green, fresco NBA Champ.

Durante una partita contro gli Spurs arriva anche una gomitata sul mento ai danni di Boban Marjanovic. Forte. Volontaria. Cattiva. Inutile.

La gomitata però, al contrario del resto, D-Wade non gliela fa passare.

Nell’intervista post-partita, il #3 non prende le difese del compagno di squadra, anzi, lo accusa pubblicamente. Dice, però, anche una cosa molto interessante: “Hassan ogni tanto sta zitto. E sta solo con sé stesso. Come compagno di squadra, è molto difficile capire cosa possa pensare”. Bosh gli fa eco:” Gli abbiamo parlato tutta l’estate, tutta la preseason e durante tutta la stagione. Siamo arrivati al punto in cui non dobbiamo più dirgli cosa ci aspettiamo da lui. Siamo adulti”. Parole pesanti. Molto pesanti.

Come cazzo è possibile che uno che abbia dovuto “sormontare le montagne” del Libano, della Cina, della D-League sia così menefreghista? Perché, non è “committed”, interessato, preso, voglioso di dimostrare quel che vale?

La realtà è che Hassan è tutto il contrario di questo.

Lui è incazzato. Non con Dwyane, che ritiene un fuoriclasse. Non con Bosh, a cui guarda come un bambino guarderebbe il proprio idolo. Hassan è ancora incazzato col mondo intero.

“Mi sentivo come se non avessi MAI avuto una reale possibilità. Ero arrabbiato con l’NBA”.

Queste parole colpiscono Wade. È come una rivelazione. E Dwyane, da leader, inizia a comprendere la recondita natura di Hassan.

Il trattamento che lui stesso aveva usato con Shaq, per motivarlo, era completamente inadatto per Hassan. Bisognava farlo sentire benvoluto. Bisognava quasi che sentisse le scuse da parte di un mondo che, semplicemente, non l’aveva notato. Non l’aveva capito. 

Il rapporto con i compagni di squadra inizia a migliorare ma, proprio quando le cose sembrano prendere la giusta piega per lui, arriva una notizia che lo scuote profondamente.  È un annuncio che scuote tutta l’NBA: Chris Bosh si deve fermare. Di nuovo. Il problema che gli genera coaguli nel sangue è tornato. Non può più giocare. A rischio c’è la sua vita.

Chris era il punto di riferimento di Hassan, che ora se ne vede privato nel momento più importante della sua carriera. Sì, perché il 7 luglio del 2016 mette nero su bianco una firma su un assegno: 4 anni, per un totale di 98 milioni di dollari. Tutti i soldi del mondo.

La prima cosa che dice pubblicamente è che vuole cercare Bosh. Gli vuole parlare. Sa che Chris sta passando un momento difficilissimo, ma lui ha bisogno del suo amico.

“I miss him. I miss him a whole lot”. 

Hassan si è trovato a lottare con una NBA in evoluzione, con una semi-scomparsa dei lunghi vecchia maniera. La rivoluzione di Mike D’Antoni, perfezionata ed estremizzata da Golden State porta l’NBA verso uno small-ball sempre più reiterato. Per lui non sembra esserci più spazio, se non per difendere.

Ma lui è un lungo che sa difendere. Cazzo se sa difendere. È un rim-protector di primissimo livello ma, come già detto e come dicevano gli scout pre-draft, sapeva anche tirare.

Sa ancora tirare in realtà, forse.

I Kings, draftandolo, gli chiesero di diventare un nuovo Tyson Chandler, perché quello serviva a loro. Un lungo, rim-protector, che sapesse giocare pick&roll. Niente di più. Offensivamente, non ha mai avuto tanti palloni da giocare. A rimbalzo, però, parliamo di un numero 1. Non di uno dei migliori di oggi, ma di uno dei migliori di sempre. Su 100 possessi, prende 21.7 rimbalzi.

Per capirci, Rodman, Moses Malone, Mutombo, sono tutti dietro. 

Nell’era moderna sono TUTTI dietro. TUTTI tranne Drummond. 

I limiti ci sono. Sono evidenti. È un pessimo passatore. Non sa leggere i raddoppi. Smazza circa un assist ogni 49 minuti di gioco. Sostanzialmente non manda mai un suo compagno a canestro e, soprattutto, a volte sembra non aver voglia di giocare. In questa stagione gli Heat vanno decisamente meglio quando lui è fuori, ma in una squadra che sembra aver perso la bussola in attesa di poter rivoluzionare il roster non è certamente Hassan il colpevole. Una cosa gli è rimasta, impossibile da placare.

Hassan dal mid-range vorrebbe tirare. È sempre stato un pallino, il suo. È realmente convinto di poter far male da lì.

Spoelstra lo sa. Ma glielo vieta.  

L’ anno dopo la firma del contratto della vita, nel ’16-‘17, Hassan dà prova di valere quella firma. Piazza il nuovo record per gli Heat di gare in doppia cifra e vince la classifica dei rimbalzisti in NBA.

Il ‘17-‘18 è una tragedia. Si infortuna al ginocchio sinistro durante la gara d’esordio. Gli viene imposto un tutore, che lui rifiuta. Senza non lo faranno giocare. Decide di non giocare. Salta 13 partite prima di convincersi ad indossarlo, ma a metà gara lo butta via. Spoelstra definisce la questione non negoziabile. O lo mette o non gioca. Hassan lo indossa di nuovo, ma sembra un altro giocatore. Sembra anche avulso dal sistema Heat, vede pochissimi palloni in attacco e si impegna meno del giusto in difesa.

Contro i Nets, a marzo, viene tenuto fuori per tutto il quarto quarto e per tutto l’overtime. “Sono stronzate, cazzate. Ci sono molte squadre a cui potrebbe servire un centro”, le sue parole a fine gara. Sostanzialmente, una richiesta di trade. Male. Malissimo.

Siamo alla storia recente.

Ai Playoff viene annichilito da Joel Embiid. Massacrato sui due lati del campo. Dopo la partita scrive un ingiusto tweet contro Spoelstra, come a volersi togliere di dosso le proprie responsabilità.

Tre settimane dopo l’uscita dai Playoff arriva un video.

Hassan è di nuovo a Charlotte, è di nuovo “a casa”. Anzi, è in una palestra.

Ha il telefono in una mano, la palla nell’altra.

“Se voi mi conosceste (ed il 95% di voi non mi conosce) se mi conosceste sapreste che so segnare un jumper”. Lascia andare una tripla. Lanciata da quasi metà campo. Hassan si gira mentre la palla è ancora in aria. Solo cotone. “C’è differenza fra non saper tirare e non avere il permesso di tirare”. 

Sipario.

Spoelstra ha visto abbastanza. Sentito abbastanza. L’impressione dall’esterno è che ne abbia anche avuto abbastanza: convoca Hassan. Gira voce che alla fine del meeting chiederà a Riley di cederlo.

Malgrado tutto Erik tentenna: non è così convinto che per il ragazzo e per la squadra sia la cosa giusta. Ci pensa e ripensa continuamente. Prima di incontrare Hassan, ha un colloquio con il suo Capitano. Dwyane con Erik ha un rapporto speciale, dato da anni di mille battaglie. La decisione arriva, presa di comune accordo fra il Coach e il #3. 

Erik Spoelstra incontra Hassan e gli racconta un episodio per lui molto significativo:

Primo anno come allenatore dei Big Three, Miami sotto 91-75, costretto al TimeOut.

Il pubblico di Miami, mai eccessivamente benevolo, aspettandosi risultati ben diversi da una squadra costruita per dominare, urla: “We want Pat! We want Pat!” (chiedendo il ritorno di Pat Riley in panchina).

Un momento duro per coach Spoelstra, che aveva ancora moltissimo da dimostrare. Cosa fare? Cosa dire alla squadra? In quel momento, Spo ha appena la forza di girarsi verso i propri assistenti per chiedere cosa fare, per avere anche solo un conforto umano.

Fizdale e Rothstein, si alzano dalle loro sedie ed urlano: “Spo Sucks! Spo Sucks!”. Un gesto goliardico. Un tentativo di farlo sorridere. Un modo per dire: “Tranquillo, siamo qua”.

A volte basta poco. Basta qualcuno che abbia fiducia in noi.

Miami perde la partita con Indiana, perde anche con Orlando due giorni dopo, vince con Phila e perde con Dallas, ma svolta. La fiducia dei vice, della società e dei giocatori, aveva sbloccato Erik, l’avevano convinto che era la strada giusta. Gli Heat ne vinceranno 21 delle successive 23.

Spoelstra dice questo ad Hassan. Non lo sgrida. Non gli fa rivedere i filmati in cui Embiid lo stupra cestisticamente. Non mostra nulla, se non la sua vicinanza ad un ragazzo che troppe volte è sembrato in un’isola emotiva. Gli fa capire che va tutto bene. In fondo ci ha vissuto anche lui, con la sensazione di avere tutto il mondo contro.

Alla fine del racconto gli dice:

We’re in this together”. Parole dolci. Al miele.

We’re in this together”. Era solo il secondo atto. 

Il sipario si apre di nuovo. Spunta di nuovo il sole. 

2018. È una mattina di settembre.

La sabbia di Miami torna a bruciare ed Hassan pensa al lavoro che c’è ancora da fare.

Si è allenato per tutta l’estate, ma ora ha bisogno dei suoi compagni di squadra. Ripensa alle parole che Spoelstra gli ha chiesto di non dimenticare: “We’re in this together”.

L’All-Star Weekend a Charlotte dista pochi mesi. 

Prende in mano il cellulare, ma stavolta nessun video polemico, niente tweet al veleno, niente tiri da metà campo. Solo un messaggio, a tutta la squadra.

Aspetta, febbrile, che qualcuno gli risponda.  

Aspetta.

Poi…

“Yo. I’ll be there”. È il numero 3.

Hassan sorride. Lui ci crede ancora.

Charlotte, here I come!

Leandro Nesi e Simone Severi

Simone Severi

Simone Severi

Autore

Classe (poca) 1985. Papá, malato di pallacanestro, dirigente di una squadra di Prima Divisione. Mischio parole per necessità personale; perchè nel bene e nel male ci portiamo dietro qualcosa, e dentro c'é una storia da raccontare.

Leandro Nesi

Leandro Nesi

EDITOR

Nato in Scozia ma Romano di Roma, 28 anni, felicemente sposato. Dottorando in ingegneria meccanica teorica e applicata. Amo il Gioco, detesto il tifo, specie quello con la t minuscola, che impedisce le discussioni. Simpatizzo per i Jazz e per LeBron, che mi hanno fatto innamorare della palla a spicchi.


Leandro Nesi

Leandro Nesi

Leandro Nesi, nato in Scozia ma Romano di Roma, 28 anni, felicemente sposato. Dottorando in ingegneria meccanica teorica e applicata. Amo il Gioco, detesto il tifo, specie quello con la t minuscola, che impedisce le discussioni. Simpatizzo per i Jazz e per LeBron, che mi hanno fatto innamorare della palla a spicchi. Di una partita guardo i giochi e gli schemi, di un giocatore gli aiuti in difesa e i tuffi sul parquet. Se c'è tattica, sono nel mio mondo. L'NFL e il tennis sono sul podio dei "miei" sport, dopo il Grande Amore (sportivo) che è il Basket.