Allen – By Allen Iverson

Pubblicato da Marco Rao Camemi il

A Larry Hughes piace raccontare questa storia.

La storia è questa. Prima parte della stagione. Larry è un rookie. Siamo nel parcheggio riservato ai giocatori, uno di quei giorni dopo allenamento, parlando del più e del meno. E mentre stiamo parlando arriviamo alla mia Bentley.

Una Bentley per me è niente. Capite cosa voglio dire?  È solo una macchina. Ma è divertente perché non è così per tutti. Se tu sei AI, è una Bentley. Se non lo sei? È una BENTLEY.

E quindi per Larry era come dire “OK, stiamo andando verso una BENTLEY”.

E lui ha QUESTO SGUARDO.

Larry è lì ed è come…stordito. È in stordimento-da-Bentley. La guarda, poi guarda me, poi dice “Yo, AI, devo averne una anche io.”

Non ci penso un attimo “Fratello, puoi prendere la mia.”

Non ho mai visto nessuno così grato.

Ma ora ecco la parte divertente. Beh, in effetti ci sono due parti divertenti. La prima: Larry forse pensa che questa sia la mia unica Bentley. Ha-ha. Nah.  Direi che ne avevo, diciamo un paio a quell’epoca? Ok, sono gentile, ma non COSÌ TANTO.

Seconda parte divertente – dunque, immaginate questo. Larry prende le mie chiavi, butta la sua borsa sul sedile posteriore e parte. Tenete a mente che non aveva mai guidato niente del genere. E quindi è in macchina che probabilmente sta pensando “Ok, prenderò la strada più lunga per andare a casa.”. Stai guidando quella BENTLEY per la prima volta, avete capito cosa voglio dire – e non stai cercando di essere SU UN’AUTOSTRADA. Stai cercando DI FARTI VEDERE.

Comunque, la mattina dopo all’allenamento vedo Larry e gli chiedo “Lil Bro – com’è andata?”

Lui mi guarda come se avesse visto un fantasma. “Amico, hai sangue freddo”.

E io “Cosa stai dicendo?”

E Larry “Ok – ho capito. Questo è prendere in giro un rookie.” Sembra che non abbia chiuso occhio.

Che stai dicendo? Prendere in giro un rookie?”

NON C’ERA BENZINA NEL SERBATOIO.”

E questo è quello che Larry crede ancora oggi. Che io gli abbia dato la mia macchina SAPENDO che non ci fosse benzina nel serbatoio e poi come se sapessi che lui non era capace di leggere il livello della benzina in una Bentley. Scopro quindi che lui era rimasto senza benzina nel bel mezzo di West Philly. Lui e la Bentley, di notte, a West Philly. Ed è stato più di metà della nottata lì da solo prima di essere salvato.

E la cosa più divertente è che Larry è come parte della famiglia, ma racconta questa storia a tutti. (E lo fa ancora oggi!) E sembra che questa abbia vita propria, sapete cosa voglio dire? È come una di quelle leggende metropolitane dal finale aperto. Così metà della gente che ascolta quella storia pensa “Oh wow, AI ha architettato tutto questo, che stronzo.” e l’altra metà “Oh wow, AI ha dato la sua Bentley ad un rookie, che santo.

Non so bene perché, ma ho pensato a questa storia recentemente. O più che alla storia, a quello che rappresenta. Come questa sia praticamente la mia vita intera. Non sono mai stato “solo” una persona. Non sono mai stato solo me stesso. Alcune persone mi amano. Altre persone mi odiano. Ma è come se loro avessero i loro modi di proiettare il loro pensiero su di me che non sempre corrisponde alla realtà. Io sono un’icona culturale. Una leggenda del basket. Ed i miei haters la utilizzano per dire tutte queste cose su di me che non hanno nemmeno a che fare con me. Con i miei fans invece è solo amore… ma è come se anche loro a volte fossero colpevoli. E mi disegnano come un eroe quando magari ci sono cose che non sanno.

Ma se c’è una cosa che non sono mai stato nella mia vita, è l’essere normale. Sono una brava persona? Penso di sì, chiedete di me. Ho fatto errori? Beh, chi non li ha fatti? Certo che li ho fatti. Dovrebbero inventare nuovi numeri per scoprire quanti errori ho fatto. Ma è il bilanciamento di queste idee, è da qualche parte tra i miei errori ed il meglio di me – quello sono io. Quello è il vero AI.

E non so se voi tutti lo avete mai conosciuto veramente.

Ed è quello che io in realtà volevo riuscire a fare. Penso, quando ho quest’opportunità di scrivere un articolo per The Players’ Tribune. Non sono qui per scrivere DI TY LUE, avete capito no? Non sono qui per scrivere di PRACTICE. Sono stufo di sentire sempre le stesse cose. Voglio essere onesto, voglio scrivere questo come una persona normale. Come dire “ Qui ci sono alcune cose su Allen Iverson che vorrei che voi sapeste. Di Allen Iverson.

Cominciamo.

1.Amo disegnare

Tante persone non sanno questo di me.

Vedete, io vengo da quell’epoca dove ti stordivano con le parole in campo: Gary, Reggie, KG, Kobe – quella generazione lì. E la ragione per la quale parlavano così tanto? Perché volevano avere un vantaggio.

Ed è divertente perché io non sono mai stato come loro, ma avevo il mio modo per avere un vantaggio.

Io disegnavo. Sì – io disegnavo.

Mi facevi un torto, dicevi qualcosa a me sgradito, andavi dal lato avversario al mio? Io facevo la tua caricatura. Ed è esattamente così: prendevo carta, penna e ti seppellivo. Ti disegnavo come un cartoon. Disegnando il peggio di te. Nessuno voleva mai essere dalla parte sbagliata della mia penna.

2.Mi ricordo quella sera nella quale ho scoperto che Coach Thompson non era uno con il quale potevi scherzare.

Stavamo giocando contro Villanova, in trasferta – forse nel mezzo del mio freshman year. Grande rivalità ed anche qualcosa in più per via della classifica di quell’anno.

Usciamo dal tunnel e iniziamo il riscaldamento. Bene – siamo pronti. C’è dell’energia speciale al palazzo. Ma all’improvviso uno dei nostri nota qualcosa e ci indica la folla.

E non me lo dimenticherò mai.

C’erano quattro uomini che facevano rumore sugli spalti, avevano tutti le manette e le catene e dei maglioni arancioni. QUEL tipo di maglioni arancioni. E mi ricordo i cartelli che avevano – chiari come la luce del giorno. Dicevano:

ALLEN IVERSON: THE NEXT MJ

Ma avevano tagliato “MJ” trasformandolo in “OJ.”

Dovete capire…cioè, voglio dire, ora sono cresciuto mentre scrivo queste righe. Ma allora? Avevo 19 anni. Quasi un bambino. E non è che io fossi imbarazzato del mio passato o da dove venissi. Nulla di tutto questo, ma allo stesso tempo era come “Dannazione! Posso essere libero UNA volta? Posso andare al college come un ragazzo normale e giocare un po’ di pallacanestro?”. Vi dirò questo: non c’è niente di meglio al mondo che essere felice. Tutta questa gente, cercheranno i soldi, la felicità, questo, quello e quell’altra cosa ancora. Ma non c’è niente di meglio al mondo che essere felice. Ed è quello che ho capito che alcune persone non mi avrebbero mai fatto essere.

E quello che rendeva Coach Thompson così speciale era che lui LO SAPEVA. Lo sapeva, il Coach sapeva. E poteva vedere il mio cuore affondare in quel momento. Sapeva di non potermi proteggere da tutto ciò che c’era nel mondo.

Ma ci ha provato.

Ecco quello che Coach Thompson, IL MIO coach, ha fatto per me quella sera. Non ha chiesto che il cartello venisse levato. Non ha urlato o fatto sceneggiate. No. Ecco cosa ha fatto: è venuto da noi, giocatore per giocatore e ci ha detto che avremmo lasciato il campo. Ecco cosa: stavamo lasciando il campo. Nessun dramma, testa alta. Eravamo lì e poi non c’eravamo più.

E una volta che abbiamo lasciato il campo, c’era solo lui. È andato dagli arbitri e con calma ha detto “Nessuna mancanza di rispetto verso di voi, ma ecco cosa sta per succedere: se voi non cacciate quei quattro pezzi di m*** fuori di qui, e dico IMMEDIATAMENTE – noi non giochiamo. Capito?

Lo hanno capito.

3. Sono un vero cinefilo – ovvero, passo tantissimo tempo a vedere ogni genere di film.

E uno dei miei film preferiti direi che è “Heat – la sfida”. È quello con Al Pacino dove lui deve fare il detective su questi ragazzi bianchi che hanno svaligiato delle banche. E derubano tutti!! C’è Robert De Niro, poi c’è Val Kilmer che è il suo braccio destro e poi Ashley Judd…sono pochi attori. Il personaggio principale, Robert De Niro è come se “Se vuoi vivere questa vita, non avere niente dal quale puoi scappare in 30 secondi”. Ok, Bob. Freddo come il ghiaccio, come tutto il cast. 

Quando guardo un film mi piace prestare attenzione ai dettagli. Li analizzo e cerco di scoprire qualcosa di nuovo ogni volta. Quindi ascoltate qui: l’ultima volta che l’ho visto? Mi ha colpito…questi ragazzi sono FURBI! Sapete perché? Perché indossano dei completi. Cioè, questi ragazzi bianchi con giacca, cravatta e nessuno sospetta di loro. A causa di tutti questi stereotipi su chi dovrebbe indossare che cosa. Capite cosa dico? Quindi quando tu stai vedendo loro, quello è il direttore. Sta cercando di dire che le cose che tu fai non saranno mai importanti come le cose che LA GENTE PENSA CHE TU FACCIA.

Come dicevo, ruota tutto intorno agli stereotipi.

Non ci credereste quante volte mi hanno detto qualcosa sul mio modo di vestire. “AI è un teppista. I capelli sono come quelli dei membri di una gang. Non si veste da professionista.” E mille altre cose. Ma…loro lo sanno come funziona? I gioielli sono solo gioielli. I capelli sono capelli. I vestiti sono vestiti. Ditemi? Qualcuno ha mai fatto un crimine CON I CAPELLI? Ok, sono giovane, nero e mi vesto a quel modo. Ma quello che sto facendo – chiedetevi solo questo. Cosa sto facendo? Sto uscendo dalla mia macchina per andare verso il mio ufficio, il mio lavoro.

È incredibile. Cioè – voi non sapete. Voi non sapete! Diciamo che è il 2001, e io sono forse una delle dieci persone più famose della Nazione. E vi dico una cosa. Se io stessi camminando su un marciapiede? Sì, qualcuno mi chiederebbe l’autografo, avrei quell’affetto: garantito. Ma la cosa incredibile è che ancora oggi ci sono quelle persone che mi guardano e fanno…avete capito cosa? Quel “Non vorrei offendere nessuno ma penso che andrò dall’altro lato della strada”. È come se alcune persone, giuro, si sentano più sicure accanto ad un criminale bianco che non accanto ad una persona famosa NERA. Non è tutto così scombinato?

Doug Pensinger /Allsport

4. Vi dirò perchè mi vestivo in quel modo.

È molto semplice: se vieni da determinati posti e sei stato cresciuto in un certo modo, una delle cose che avrà più influenza su di te, crescendo, è come si vestono i ragazzi più grandi.

Quindi, quando parliamo del mio stile, è successo proprio questo.

Dovete capire che non è che ci fosse un gruppo di avvocati o banchieri che camminava in divisa nel nostro quartiere. È un fatto, questo. Nessuno diceva “Quando guadagnerò mi comprerò uno di questi completi Armani”. Cioè…perchè? Perché te lo dovresti comprare? Non per il tuo lavoro, di sicuro. Nessuno nel nostro quartiere faceva quel tipo di lavori. Quindi sì, forse arrivi ad un punto in cui ti puoi permettere uno di quei completi, ma non cambia le cose. È qualcosa alla quale tu aspiri. Ve lo giuro, l’ipotesi migliore? Se mi avessi dato un completo di quelli a quel tempo, avrei pensato “Ecco, ora ho qualcosa da mettere quando vado in chiesa la Domenica”. Davvero! Ve lo giuro sul mio onore: ecco cosa erano quei completi per noi. Non erano uno status, erano vestiti da chiesa.

Quindi quando sono arrivato nella NBA, non è che all’improvviso io sia diventato AI: Extreme Makeover. Perché avrei dovuto? Non ero cambiato. “Io nella NBA” non ero diverso dalla normalità, ero sempre Allen da Newport. E come ho detto: crescendo tutto quello che avrei voluto era vestire come i ragazzi più grandi del mio quartiere. Quei ragazzi che potevano comprarsi delle scarpe VERE, dei jeans VERI, delle felpe VERE e questo e quell’altro. Era come se tu avessi quelle cose prima che gli altri potessero averle. Ok, questo è lo status.

Ecco cosa ho fatto. Sono arrivato in NBA e tante cose erano difficili. Tantissime. Ma i miei vestiti? State scherzando? Forse potevo permettermi qualcosa leggermente migliore, e forse le marche erano leggermente meglio, e forse avevo le cose più nuove un po’ prima, ma nulla era cambiato. E sì, forse adesso ci rido sopra, ma allora? Quando la gente mi dicevano di cambiare i miei vestiti, o coprire i miei tatuaggi, o tagliare i capelli e tutte quelle cose lì? Veramente, a me? Cioè – avrebbero anche dovuto dirmi di cambiare quello che IO ERO

Forse avrebbero anche dovuto vedere da dove venivo. Avrebbero dovuto dire che io avrei potevo essere chiunque avessi voluto, in quella lega, meno che me stesso. 

5.Ok, ora devo parlare della questione GOAT.

DEVO. Sento un sacco di persone che in questo periodo scelgono LeBron rispetto a Mike!!

Allora, ascoltate. Prima di tutto io adoro LeBron. Nulla di meno. È il miglior giocatore della sua generazione, uno dei migliori di sempre, un bravo marito, bravo padre, bravo modello e anche di più. Cosa sta facendo con quella scuola di Akron? È una cosa meravigliosa.

Ma un momento.

Stiamo parlando di MIKE.

Stiamo parlando di MIKE, ok? 

Stiamo parlando del Black Jesus in persona.

Non credo di dover dire altro. Mike è il più grande. Mike sarà sempre il più grande. E per favore, non ditemi niente del tipo “Stats, AI” come se poteste cambiare il mio pensiero. 

Ecco la mia storia migliore su Mike – non è molto ma non deve esserlo. Quindi, siamo nel 2003, ed è il suo ultimo All-Star Game. Sapete che io sono sempre stato per la Reebok ma le occasioni sono occasioni. E io volevo fare il mio tributo all’uomo. Rendergli omaggio. Così ho trovato un paio di classiche MJ, poi sono tornato a casa, ho tolto il simbolo della Nike e poi con queste ed una maglia dei Bulls sono andato all’Arena per l’All-Star Game. E sono orgoglioso di me. Dovevo solo trovare Mike. 

Vado verso il camerino “Qualcuno ha visto Mike?” Nulla.

Vado in un’altra parte del camerino “Qualcuno ha visto Mike?” Niente.

Un’altra parte “Mike?” Niente.

Poi vado verso gli uffici dei coach. Penso che loro sappiano dove possa essere. Apro la porta…

Non ci sono coach, lì. 

C’è solo Mike. 

C’è solo Mike e… non ci credereste. Non credereste a quello che ho visto. C’è Mike, con la sua divisa ed è in una di quelle sedie pieghevoli come se non gli importi niente del mondo. Del mondo. Ha i piedi alzati come se fosse su una spiaggia e, rullo di tamburi, sta fumando un sigaro. 

Mi guarda, guarda come sono vestito, e sorride.

Scuote la testa. 

E poi continua a fumare il sigaro. 

Seriamente? Io penso di essere cool, ma Mike è l’unica persona al mondo che io abbia mai incontrato che possa essere così disinvolto nel suo modo di fare che lascia questo calore. Io ricordo tutti i dettagli di quel momento e poi penso solo a quanto lui sia cool, capite cosa intendo? Cioè sta fumando un sigaro, vestito con la sua divisa, PRIMA DI UN NBA ALL-STAR GAME. Negli uffici dei coach! Con i piedi alzati come se nulla fosse prima del tuo ultimo All Star Game. Sei il migliore. IL MI-GLIO-RE.

Ve lo chiedo per favore, lasciate perdere e non discutete. PER FAVORE.

Non quando si parla del Black Jesus, quell’uomo che è tra di noi. 

Non quando ci si chiede se Mike sia il GOAT.

Andrew D. Bernstein/NBAE/Getty Images

6. Sono con The Process.

Onestamente, non è così che facevamo le cose ai miei tempi. Stiamo lontani dai Playoff per tutti questi anni? Ok – ma prima mi dovete uccidere. Questo e l’unico scenario nel quale penso di poter stare lontano dai Playoff. Avete capito cosa intendo?

Ora però i tempi sono cambiati. E comunque quello è il passato. Ora la squadra vince, sta costruendo qualcosa di importante ed hanno tanto, tanto talento. Di più di quanto ne avessimo noi nel 2001. E vi dico una cosa: Joel, Ben e Jimmy, sono un Big 3. Un Big 3 per il presente e per il futuro. È un momento importante a Philly adesso, questo è certo. E sto amando ogni momento dell’esserne parte.

7. Sapete cosa voglio dire in questo articolo? Voglio dire che sono orgoglioso di come Philly si è radunata attorno a Meek. Lui è come un fratello per me. È così. E mi dispiace vederlo in quel modo.

È divertente, giuro, perché sapete che io non mi sono mai considerato un modello. Ma un giorno io e Meek stavamo parlando e lui mi diceva di molti anni fa quando stava crescendo a Philly. E mi dice di come, quando ci sono stati periodi bui, e potete star certi che ci sono stati, una delle cose che lui pensava era “Chissà cosa starà facendo AI adesso?” per distrarsi da qualsiasi altra cosa. 

Era proprio così.

E sapere questo da lui ha avuto un grande impatto su di me. Sapere che io, che vivevo la mia vita, possa avere ispirato questi ragazzi che crescevano in maniera problematica in posti problematici. Ispirandoli a pensare come “Ok, questo ragazzo AI è sei-piedi-e-basta ma è un killer, un guerriero. E ce l’ha fatta?. Si è messo la nostra città sulle spalle?” E poi forse loro, pensando a me ed alla mia storia trovavano una via d’uscita?

Non lo so, è qualcosa di difficile da pensare. Ma se è successo anche solo una volta per me è un grandissimo onore.

E vi dirò anche questo. Cosa era successo a Meek? Non solo è sbagliato e mai così lontano dal giusto, ma sta anche succedendo troppe volte a persone che somigliano a lui o somigliano a me. Sono giovani e neri. Ma sapete un’altra cosa? Non mettetevi nei guai con Philly. Loro sono capaci di trasformare qualsiasi cosa in un movimento. #FreeMeek era il nostro motto, urlato a squarciagola.

Fu un gran giorno. Philly, ti amo. Sempre.

8. Cosa pensate di questi superteam? O forse dovrei dire di questi Coward Teams (squadre di codardi)? Sto scherzando, sto scherzando, non è altro che uno scherzo. Non sarò io quella persona che non vuole che il proprio sport si evolva. Ci sono tanti modi di costruire una squadra.

Però mi piaceva come eravamo noi. Io ero come una rockstar, un piccolo generale, e poi tutti quelli che erano a bordo erano i miei soldati. Mi piaceva la nostra continuità, mi piaceva come avevo costruito i rapporti con quei ragazzi. E i miei ragazzi sapevano giocare. La gente oggi se lo dimentica, ma nel 2001 abbiamo vinto 56 partite. Ed eravamo bravi su entrambi i lati del campo. Ma ora tutti pensano che bisogna solo mettere insieme dei numeri, fare qualche trade e scoprire come una squadra diventa migliore? Nah. 

Vi dico una cosa. Hanno scambiato il mio amico Vernon Maxwell. Sono entrato nel palazzo una volta e “They really went and traded my main man Vern. I walk into the building one day, and I’m like, “Where’s Max????? Where’s Max?????”

“He’s gone (andato).” Finita lì.

Credetemi, meglio non aver a che fare con me quel giorno. Era meglio non guardarmi divertiti il giorno che hanno scambiato Mad Max. Ancora oggi io odio quella trade. Perché avrebbero dovuto farlo? Lo hanno detto delle calcolatrici? Dimenticate le calcolatrici! Ok, poi ditemi un’altra cosa: questi geni possono trovare una stat che dica quanto Vernon fosse difficile da affrontare? O come lui potesse contare su di noi tutte le sere?

Questa è una delle lezioni migliori che io abbia mai imparato. Non tutto si può misurare e non tutto deve esserlo. E vale per il basket, per la vita, per qualsiasi cosa. 

Alcune cose, il modo in cui funzionano, è un mistero. 

9. ALL-TIME NBA STARTING 5 (me escluso):

STEPH- MIKE- KOBE- BRON- SHAQ

TOP FIVE ALL-TIME MCs (me escluso):

BIG- PAC- ANDRE 3000- REDMAN- HOV

TOP FIVE ALL-TIME MOVIES (escluso HEAT):

CASINO- HOODLUM- DEVIL IN A BLUE DRESS (Il diavolo in blu)- LAW-ABIDING CITIZEN (Giustizia privata)- TROY

10. Voglio per un attimo tornare a parlare di LeBron.

E per “LeBron” intendo questa generazione di giocatori. È divertente perché me lo chiedono tutto il tempo. “Come ti sembra questa nuova NBA, AI? Come pensi che vedano la moda? Come vedi questi giocatori che rifiutano il tuo stile?”

Sì, ne devo parlare. 

Ok, la gente si chiede se questi giocatori che amano la moda rifiutino il mio stile. No. Tutto quello che voi dovete fare è andare indietro e vedere cosa piaceva a me. Veramente loro pensano che a me piacessero i vestiti larghi? O i cappellini? O i rasta? O i tatuaggi o cose così? No, dai. Io ero per qualcosa di molto più profondo. Se devo riassumerlo? 

Ero per essere me stesso.

Tutto qui. E particolarmente, durante un certo periodo di tempo, “essere sé stessi” per me voleva dire vestirsi in un certo modo. E per un dato di fatto, nello stesso periodo, LeBron e la sua generazione si vestivano tutti ALLO STESSO MODO. E non lo dico io, chiedetelo a loro. Se chiedete a uno di loro chi era il loro modello a quel tempo, vi risponderanno “AI”.

Ma come dicevo, non è un discorso di stile. E non è nemmeno portare qualcosa dentro la cultura. Per me, la mia eredità più grande, la cosa della quale sono più orgoglioso, è come ho cambiato la percezione della gente su come un atleta giovane, ricco e nero dovesse essere per avere successo in questa lega. 

Ho cercato di essere su misura? Assolutamente no. Amavo l’hip hop e volevo che tutti lo sapessero. Avevo i tatuaggi e non volevo coprirli. Potevo stare fuori fino a tardi e poi fare 50+10 la sera dopo e non cercavo nemmeno di nasconderlo. Non ero un robot costruito per giocare a pallacanestro, capite? Ero una persona vera che veniva da un posto vero. E quando uscivo da casa indossavo quella storia e la portavo come se fosse scritta in un libro. E per me, in molti modi, questo è quello che sono sempre stato: un libro aperto! E credo di essere quel tipo di libro dove le parole non cambiano mai. Non ho mai mentito. O mi leggete, o no. Ma non provate a saltare delle pagine e poi cercare di parlarne.

E questo è tutto quello che ho da dire. Questa lega, questa NBA, in questa era? Non è fatta di richieste di scambi, max-contracts, divise strette. No, no.  È fatta da gente con talento che capisce insieme che non sono riusciti ad avere successo invece di essere loro stessi. Hanno avuto successo perché SONO stati loro stessi.

Ora ditemi di chi è questa eredità.

11. C’è ancora quella parola. Legacy. Ci penso molto, per davvero. Non abbiamo chiamato così le mie scarpe per caso.

Mi ricordo che nel 1996, quando dovevo scegliere tra i vari contratti per le scarpe avevo un’offerta dalla Nike e una dalla Reebok. E le cifre offerte dalla Nike erano molto più basse. Molto più basse. Perché questo voleva dire essere con la Nike, tutti erano con la Nike. Tutti. E quindi non offrivano molti soldi, non necessariamente. Perché per loro era come “Offriamo A TE il privilegio di essere con la Nike”, come se quella fosse la ricompensa.

Ma io sono io, venivo dal nulla. E la Reebok, firmare con loro, mi ha dato la possibilità di essere quella persona che è sé stessa. Mi hanno dato la possibilità di far vedere al mondo, questo mondo che non era fatto per qualcuno che era come me e si comportava come me, che le cose non sempre devono essere in un certo modo o essere fatte in un certo modo. E questo è il motivo per cui era molto di più di un contratto per delle scarpe, in quel momento. Era come se quelle compagnie volessero introdurmi alla loro cultura, e il punto è che in quel momento IO ero la cultura. Noi eravamo la cultura. E quindi abbiamo creato questo movimento, questa immagine come “Ok, non piacerò a tutti. Ma almeno cammino a testa alta e sarò io. Che lo riconosciate o no.”

La gente lo rispettava. E penso che volesse esserne parte.

12. Ricordo quel giorno in cui Isiah Thomas mi contattò. Zeke! La leggenda. E ci siamo messi a parlare e mi ha dato dei consigli, sapeva i miei punti di forza e le mie debolezze dentro e fuori. Lui è un genio del basket, forse i migliori consigli che abbia mai ricevuto sono stati i suoi. Tutto stava nel capire quando fare quel palleggio in più, io lo chiamo “The Patience Dribble”. Impari quando usarlo ed è come se la partita fosse al rallentatore.

Ma poi l’altro giorno stavo pensando alla mia conversazione con Isiah. Sapete, fino al punto in cui mi trovo adesso, come un giocatore ritirato sull’altra faccia della medaglia, e per ciò che riguarda i modi che cerco di trasmettere alla prossima generazione di giocatori nella lega. Mi cercano sempre per chiedere consigli. Dennis Smith Jr., mi ha chiamato l’altro giorno. E io ho pensato che tipo di consigli posso dare a questi ragazzi. Qual è il consiglio da saggio che io porto con me che può cambiare la loro vita? Qual è la mia versione del Isiah Patience Dribble?

La verità? Penso che il miglior consiglio che io possa dare sull’entrata in NBA non è sul basket, ma sulla vita. 

E ho detto a Dennis quello che dico a tutti: ci sono molti modi per arrivare dove stai andando, non una sola. Devi trovare la migliore. Deve essere la tua.

13. Se mi chiedete quale dei miei cinque figli mi somiglia di più, è ovvio. Dream, la mia figlia più piccola.

Ed è divertente perché essendo lei la più piccola è troppo giovane per avermi visto giocare. Ma ora dirò due cose su di lei.

La prima è che il suo crossover è già pulito, quindi so che ha visto i miei video su Youtube.

E la seconda, la prova sicura che lei è come suo padre, non si è nemmeno voluta vestire elegante per la mia Hall of Fame Ceremony. Ve lo giuro. Io dicevo “Dream, per favore, è un grande giorno per tuo padre, devi mettere il vestito.” E lei “Nah!”. 

“Ok, quindi cosa ti metterai?”

E lei va verso l’armadio, rovista nelle cose e poi ne viene fuori. Ed ha in mano una delle sue felpe Reebok con la scritta IVERSON che scende sui lati. 

Non smettiamo di ridere. È troppo. “Oh, ok. Qualcuno che non si vuole vestire elegante da giovane? Qualcuno che…si mette una bella felpa e va bene così? Non potrei essere io!!”

Così le chiediamo “Dream, perché vuoi indossare questa cosa in un giorno così importante per tuo padre? C’è questo bel vestito per te”. E lei senza perdere un attimo “Mi piace questo, c’è il mio nome scritto sopra.”

Non fraintendetemi, le abbiamo fatto indossare quel vestito (Non andrò nella Hall of Fame una seconda volta.)

Ma vi dico una cosa

È questo che mi piace. C’è scritto il mio nome.”

Questo mi ha reso orgoglioso. Uno di quei momenti al cui solo pensiero potrei emozionarmi.

Mia figlia orgogliosa del suo nome. Questa per me è eredità.

Ok, ora…quella storia di Larry Hughes. Credo di dovervi dire la verità.

Avete letto fin troppo, e io devo dirvi la verità per questo.

Ma ecco, io vi ho già detto la verità. L’ho fatto, lo giuro. Avevo detto che avrei scritto questo non come AI ma come una persona normale.

E con la storia su Larry non è stato diverso. Ero una specie di angelo che girava per il campo di allenamento dicendo “Tu avrai una macchina! Tu avrai una macchina”. Chiaro, no. Ero una sorta di veterano che voleva dargli una lezione? Chiaramente no, nemmeno.

Il vero “me”? Il vero Allen Iverson? Io sono solo un ragazzo, questa è la noiosa verità.

Ecco la cosa divertente. Sin dal giorno che io ho iniziato a guidare? Non penso di aver mai fatto caso alla benzina in una macchina, prima d’ora. E non credo nemmeno che ne abbiano bisogno. No, sto scherzando. Lo so che ne hanno bisogno. Ma…non lo so, non so dirvi quante volte tornando a casa sentivo quel “beep beep beep” guardavo e… “Oddio devo ancora guidare 15 minuti e non è rimasto niente nel serbatoio”

Ma vi dico due cose: la prima è che non mi sono mai fermato in quelle situazioni, e la seconda è che sono sempre arrivato a casa.

Ora ditemi qual è la verità.

Comunque, questo è tutto ciò che ho da dire. Se siete arrivati alla fine lo apprezzo, davvero. Spero voi abbiate capito chi sia veramente io, chi sono io adesso. Io ho la reputazione di una persona sincera ma la verità è che non c’è reputazione in questo. Non c’è sincerità. Non c’è niente di niente. Cambiamo sempre, cresciamo sempre. Andiamo per la nostra strada nella vita. E penso che questo sia il vero “me stesso”, il vero Allen, più di ogni altra cosa. Ho 43 anni, mi sono ritirato ma continuo a muovermi.

Non è ancora tempo di “beep beep beep”.

La benzina non è ancora finita.

Il pezzo originale: https://www.theplayerstribune.com/en-us/articles/life-and-times-of-allen-iverson


Marco Rao Camemi

Marco Rao Camemi

30 anni, siciliano, laureato in lingue. Amante di ogni tipo di Arte, di Musica, di viaggi, di cibo. Amante del Gioco più bello di tutti (ed anche di altri molto belli) a qualsiasi latitudine, tifoso da ormai due decenni di squadre dai colori improponibili ma riconoscente verso tutte quelle che hanno lasciato un segno. Nick Van Exel come primo idolo, Steve Nash come ispirazione, Kobe come Kobe. Poi basta perchè i 24 secondi sono finiti.