Generacion Campazzo

Pubblicato da Mikhail Laurenza il

GENERACION CAMPAZZO

Il 2004 per gli appassionati della pallacanestro italiana non può essere un anno qualsiasi, specie se leghiamo il ricordo di quell’anno alla città di Atene. La Nazionale di Basile, Pozzecco, Soragna, Galanda e Marconato conquista una medaglia d’argento olimpica sudata, insperata ma per questo ancora più meritata; nata dal miracolo contro la Francia agli Europei di Svezia nel 2003, passata per una qualificazione ai quarti sofferta e maturata nella partita più indelebile nei ricordi della passata generazione, vale a dire la semifinale vinta 100-91 contro la corazzata lituana di Macijauskas, Jasikevicius e Stombergas. La vigilia, come del resto la maggior parte delle gare del torneo vedeva favoriti gli altri, non noi. Già, ma noi avevamo il Baso, che in quella partita e più in generale durante tutti i giochi fu eroico: 31 punti, 7 triple su 11 tentativi di cui tre ignoranti, suo marchio di fabbrica, e tanti saluti agli ex sovietici. La finale del 28 Agosto fu essenzialmente una festa per tutti: per l’Italia evidentemente appagata dopo un’impresa di questo livello ma soprattutto per gli argentini che celebrarono l’apice della Generaciòn Dorada con un oro storico. Manu Ginobili fu eletto giustamente MVP della manifestazione, i 29 punti contro gli USA segnarono la defintiva consacrazione internazionale dopo l’anello vinto nel 2003 con gli Spurs per colui che nell’oro della Seleccion ci aveva creduto sin dall’inzio, come raccontato dal capitano Hugo Sconochini attraverso le parole di Federico Buffa

Facundo Campazzo all’epoca ha 13 anni e prende per la prima volta la palla da basket in mano proprio a quell’età, magari proprio dopo aver visto Hugo, Manu, Chapu, Luis, Carlos e Pepe relegare per un mese el futbol  a sport di seconda fascia nella terra in cui, proprio el futbol, ha conosciuto la sua massima espressione. A 14 anni “Facu” entra così a far parte della squadra della sua città, la Municipal de Cordoba prima di passare all’Uniòn Electrica. Passa poco tempo prima che le squadre del Paese lo notino, potrebbe trasferirsi nella vicina Rosario, magari al Belgrano, ma decide di misurarsi lontano da casa, nell’estremo oriente argentino, dove Peñarol e Quilmes si dividono il palazzetto -intitolato alle vicine Isole Malvine, sublimate dalla storia per merito o per colpa di un gol di mano di un Aquilone cosmico a Messico ’86 – e lo scettro di squadra principale della città di Mar de Plata . Campazzo dopo aver provato con entrambe sceglie il Penarol di coach Sergio Hernandez dove comincia come riserva del playmaker titolare “Tato” Rodriguez. Fa il suo debutto da pro nella stagione 2008/2009 in cui però vede poco il campo nonostante le 57 partite disputate. L’anno successivo contribuisce con 5.7 punti a partita alla conquista della FIBA Americas League, vale a dire l’equivalente della nostra Eurolega. Facu incanta il pubblico marplatense, incarna alla perfezione quel modo di giocare fatto di garra e spettacolo, giocato alla sola velocità conosciuta, la massima. La stagione della definitiva consacrazione nell’emisfero australe è però quella 2011/2012 in cui diventa il base titolare della squadra trascinando con 14.3 punti di media il Penarol al secondo titolo consecutivo e venendo incoronato come MVP del torneo.

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Il gioco frizzante e spensierato di questo ragazzino di 179cm (dichiarati, difficilmente reali) impressiona Jorge Llamas che un po’ per fiducia e un po’ per necessità lo convoca per i giochi olimpici di Londra 2012. I nomi sono più o meno gli stessi dell’impresa di Atene, la Generazione Dorata dopo il bronzo di Pechino è al canto del cigno ma Scola, Delfino e Ginobili spingono ancora una volta la Selecciòn fino alle semifinali: Facu realizza 7 punti in 20 minuti ma la versione 2.0 del Dream Team è troppo forte e si impone facilmente 109-83. Campazzo giocherà solo 4 minuti nella finale di consolazione persa contro la Russia e nonostante una quasi tripla doppia da 12 punti, 9 rimbalzi e 7 assist contro la modesta Tunisia le prime Olimpiadi del cordobès non sono indimenticabili. In patria però ormai è l’assoluto dominatore del campionato, è il giocatore funambolico per eccellenza, una sorta -per non far torto ad una fetta importante di Buenos Aires- di mix perfetto tra la grinta di Carlitos Tevez e l’estro del payaso Pablo Aimar, ma con la palla a spicchi fra le mani. L’ultima stagione in America è quella 2013/14 in cui rivince campionato ed MVP viaggiando a 16.3 punti di media col 55.6% da 2 e quasi il 38 da 3, il tutto condito da quasi 6 assist ad allacciata di scarpe.

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Arriva il momento del grande salto ed i primi a credere in lui sono i blancos del Real Madrid che lo portano in Spagna con un biennale; bastano pochi mesi però per capire che la Liga e l’Eurolega sono tutt’altra cosa rispetto ad un campionato molto meno disciplinato tatticamente come quello argentino: Facundo è piccolo, molto piccolo per sostenere la fisicità delle difese europee e il tiro da tre – fondamentale per uno che non può più solo segnare arrivando fino in fondo – va e viene: l’unica occasione in cui El Sheriff è andato oltre il 40% nella specialità è stata la stagione del suo primo titolo di MVP in cui ha realizzato 122 triple su 284 tentativi. Nonostante tutto il problema apparentemente più insormontabile rimane l’incapacità di cambiare ritmo in attacco: Facundo va al massimo sempre, più forte dei suoi compagni e degli schemi ragionati chiamati da Pablo Laso, ciò però si rivela un’arma a doppio taglio. Ci prova, cerca di imparare dai maestri Llull e Chacho Rodriguez, ma la stagione 2014/15 la vive sostanzialmente da spettatore non pagante, così mentre il suo amico e compagno Chapu Nocioni alza Eurolega e titolo di MVP delle Final Four, Facundo non viene mai chiamato al cubo dei cambi dal coach nel corso della finale con l’Olympiacos. 

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No, il salto diretto dal Sud America ad una delle migliori squadre d’Europa non è riuscito al meglio, ma il Real non cade nella tentazione di tagliare il piccoletto da Cordoba: lo manda in prestito a Murcia, nel sud Est della penisola iberica dove la squadra è da pochi anni sotto il controllo dell’Università privata cattolica San Antonio, passando così dai classici colori giallorossi a quelli gialloblu dell’ateneo presieduto dal rettore José Luis Mendoza Perez e creando di fatto un modello rarissimo in Europa ma molto simile al concetto di sport collegiale americano (oggi la UCAM conta 16 squadre e 11 delle 17 medaglie conquistate agli ultimi giochi di Rio de Janeiro provengono proprio da atleti immatricolati all’università spagnola). Campazzo arriva col chiaro obiettivo di centrare i Playoff dopo stagioni via via in crescendo e per farlo Mendoza ha deciso di assumere l’ex coach della nazionale greca Fotsis Katsikaris. L’impatto del play argentino nella prima stagione è spaventoso, ogni giocata infiamma i 6000 del Palacio de Deportes de Murcia che provano sin da subito grande empatia per uno che da quelle parti non si era mai visto prima e probabilmente mai rivedranno dopo. Alla fine della stagione 2015/2016 l’UCAM conquista la post season (18 vittorie e 16 sconfitte il bilancio della Regular Season) grazie a Facu che si dimostra l’anima della squadra e di non essere più solo quel razzo incontrollato partito da Mar de Plata; i numeri d’altronde parlano per lui: chiude la Regular Season ACB con 11.8 a partita e 5.3 assist che incidono per il 39.1% del suo gioco (secondo assoluto del campionato), senza saltare nemmeno una delle 34 partite, cifre che lo mettono in corsa per l’MVP. Il premio alla fine andrà a Ioannis Bouroussis ma Campazzo stacca in maniera clamorosa tutti gli altri nella votazione popolare, che incide per il 25% sull’assegnazione finale: riceve 11000 voti, Ayon, secondo, appena 3800, chiudendo in fretta la discussione su chi sia la vera attrazione del campionato spagnolo. El Mago d’altronde ha regalato giocate da urlo che giustificano l’entusiasmo crescente attorno a lui, facendo finire suo malgrado Bochi Nachbar in un video che gli appassionati ancora oggi cliccano più volte su Youtube.

Le prestazioni in Liga gli valgono la scontata convocazione ai giochi di Rio 2016 dove ritrova proprio Sergio Hernandez che l’aveva lanciato al Penarol. Ginobili, Scola, Delfino e Nocioni questa volta verrano eliminati ai quarti dagli USA in una partita senza storia ma qualche giorno prima di quel match, il 13 Agosto 2016, Campazzo raggiunge l’apice della sua carriera in Nazionale in una partita epica contro gli acerrimi rivali verde-oro: più che una partita in realtà è una vera e propria guerra dove Nene e Marcelinho rispondono colpo sul colpo al Chapu e al Mago. Si decide tutto dopo due supplementari, 50 minuti alla fine dei quali i due ex compagni del Real si abbracciano stremati al centro del campo dopo aver messo a segno 80 punti: 37 per Nocioni con 11 rimbalzi e un irreale 8/12 da 3, 33 e 11 assist per Facundo che nell’azione decisiva cattura – dal basso dei suoi 179cm – un rimbalzo offensivo in mezzo alla selva di mani brasiliane e serve la palla proprio al Chapu per la tripla che chiude i conti. 

Il Real Madrid ci aveva visto lungo e subito dopo le Olimpiadi gli offre il rinnovo di contratto che il cordobese accetta senza esitazione: rimane però un altro anno a Murcia con cui disputa un’Eurocup giocata ad altissimi livelli con 14.1 punti a partita, 6.7 assist (secondo assoluto) e 2.2 palloni recuperati a partita, il migliore della specialità. In Liga la UCAM non ripete l’exploit della stagione precedente ma Facu non arresta la sua crescita personale e risulta settimo per media punti (13.8), secondo per assist (5.9) e ancora una volta primo per palle rubate (1.6), numeri validi con cui presenta al ritiro dei blancos all’inizio dell’estate scorsa. Rimangono tre problemi evidenti, due fanno parte del suo gioco: Campazzo non è ancora diventato un tiratore da tre affidabile (meno del 31% tra Eurocup e campionato) e i suoi istinti lo portano a perdere ancora tanti, troppi palloni per rimanere ad alti livelli anche in Eurolega. L’ostacolo più grande rimane però quello legato alla sua linea, come ogni argentino che si rispetti infatti va matto per l’asado e ama bere la Coca Cola: in una lunghissima intervista al Clarìn del 16 Agosto Facundo spiega come grazie al supporto di sua moglie Consuelo sia riuscito piano piano a raggiungere la forma fisica adatta per performare anche al massimo livello continentale.

Photo: Clarìn

Ed è proprio dalla cura del suo corpo che Facundo riparte nell’estate del 2017, ben consapevole che il secondo treno per Madrid sarebbe stato l’ultimo. Svuota così il frigo di casa sua di tutto il cibo spazzatura al suo interno su consiglio del suo mentore – o meglio mentore ormai del basket argentino – Manu Ginobili ed attraverso l’aiuto di un nutrizionista si prepara al meglio per presentarsi al top della condizione in vista della nuova avventura nella capitale spagnola. Di pari passo con la dieta procedono anche i miglioramenti tecnici, come detto, relativi all’efficacia dai 6.75 e alla gestione del ritmo partita. Il lavoro paga e non poco dato che, anche a causa dell’infortunio occorso a Sergio Llull, divide il ruolo per gran parte della stagione con un prodigio sloveno di nome Luka Doncic che prima di sbarcare a Dallas si porta a casa giusto due premi dall’Europa: MVP della stagione regolare di Eurolega e Liga, MVP delle Final Four di Belgrado ed ovviamente la coppa della massima manifestazione continentale. Il contributo dell’argentino, nonostante le precarie condizioni fisiche prima delle Final Four, è fondamentale: sono 23 i minuti di media giocati nelle 30 partite disputate in cui mette a segno praticamente 8 punti a partita col 37.6% da 3 e distribuisce 4.5 assist. Più dei numeri colpisce però la trovata capacità di accelerare o decelerare a seconda della situazione tecnica; Campazzo è un playmaker nel vero senso della parola che dà ordine alla squadra e che all’occorrenza può sfoderare performance ad alto livello realizzativo per portare la squadra alla vittoria. 

Photo: Euroleague.net

Un esempio è la prestazione che ha segnato il suo career high (momentaneo) in Eurolega, arrivato in questa stagione al Forum di Milano contro l’ambiziosa Olimpia di Pianigiani: in assenza di Tompkins e Ayon e con Llull uscito dopo pochissimo per problemi fisici, il cordobés ha preso per mano i campioni d’Europa firmando la rimonta con 21 punti e 7 assist in 33 minuti di utilizzo, alternando le solite giocate del “vecchio” Campazzo ad un playmaking solido e ragionato. Qualche settimana dopo il suo record verrà aggiornato ma stavolta i suoi 23 punti non basteranno al Madrid per scavalcare il CSKA di Cory Higgins, ad oggi probabilmente il miglior two-way player del torneo. Malgrado questa sconfitta la prima stagione post-Doncic dei castigliani rimane di altissimo livello e dopo 16 partite di Regular Season si trovano al secondo posto con 13 vittorie a 4 punti dal Fenerbahce capolista. Molto di questo inizio si deve proprio all’argentino che non ha mai smesso di lavorare ed oggi è un tiratore affidabile da quasi il 42% dall’arco e 89.7% ai liberi, numeri che gli permettono non solo di implementare il bottino personale (sono quasi 10 i punti a partita), ma di aprire ancor di più l’area per le sue incursioni che spesso finiscono o con un canestro o con un assist spettacolare. Le palle perse continuano a rimanere tantine (2.3), ma è un difetto che si può perdonare al piccoletto argentino che in pochi anni è diventato il leader emotivo di una corazzata e l’idolo di molti tifosi in tutta Europa.

E la Nazionale? E’ fisiologico che dopo un periodo di splendore segnato da giocatori dal talento irripetibile ci sia un calo, specie in una nazione in cui la maggior parte dei ragazzini sogna di diventare un grande futbolista : degli eroi di Atene 2004 è rimasto il solo un ingrigito ma sempre maestro Luis Scola che insieme a Campazzo ha condotto una squadra non esaltante (LaProvittola, Garino e Vildoza i “big”) alla qualificazione ai prossimi mondiali di Cina. Una volta ritiratosi l’ex Rockets ci sarà solo Facundo a raccogliere l’eredità pesante di una generazione che ha segnato per sempre la storia del basket ma come canterebbe Flaco Biondini – cantastorie di Junin trapiantato nella provincia di Parma – il ragazzo di Cordoba  è “cavalier senza paura di una solitaria guerra”.

Sarà, da qui in avanti, Generaciòn Campazzo


Mikhail Laurenza

Mikhail Laurenza

Giocatore dilettante, allenatore dilettante, scrittore dilettante, innamorato per professione. Il basket è mio padre e i suoi insegnamenti. Il basket è la ragione.