Benvenuti sul pianeta Zion

Pubblicato da Andrea Cassini il

Il piccolo principe, nell’omonimo romanzo, viveva su un pianetino tutto suo; un asteroide, per la precisione. Una metafora che racconta come certe cose siano incomunicabili e certe distanze incolmabili; più ci si allontana in volo dalla Terra, come ben comprendeva il pilota d’aerei che lo incontrava nel deserto, più si diventa soli. Eppure, certi altri sentimenti comunicano tra loro e si trasmettono proprio attraverso la distanza, e anzi si amplificano viaggiando nell’etere; più salgono verso l’alto, più si fanno luminosi agli occhi di chi li guarda da terra.

AP Photo/Gerry Broome

Veder giocare a basket Zion Williamson è un’esperienza singolare proprio per questo motivo. In un unico gesto agonistico riunisce queste due sensazioni, queste due sfaccettature della vita. Lo vedi sprintare a testa bassa, come un bisonte, il pallone agilmente stretto in una mano, poi decollare verso il canestro col chiaro intento di romperlo – lo dice lui stesso ai reporter, break the rim è il sunto dei suoi pensieri aerei. Non puoi fare a meno di scuotere la testa e pensare che Zion provenga da un altro pianeta, uno con leggi fisiche peculiari, perché con 130 kg distribuiti su 198 centimetri non dovresti poter saltare così in alto, con quella potenza, con quell’accelerazione. E tanto per cominciare, a 18 anni non dovresti nemmeno averle quelle masse muscolari da bodybuilder, a meno che tu non sia lanciato a una carriera professionistica nel football americano – Zion sfoggia velocità e agilità invidabili per un tight end, considerando che il più grosso nel ruolo (Rob Gronkowski, dei New England Patriots), gli paga 8 chili, ma ha misure che ricordano piuttosto un defensive end come JJ Watt. Un paradosso della genetica, e il paradosso, per sua stessa natura, simboleggia questo: l’incomprensibile, l’incomunicabile. Zion Williamson però comunica eccome. Due milioni di follower su Instagram, 175.000 su Twitter, un incalcolabile numero di visualizzazioni per i suoi mixtape su YouTube. Non è nato su un altro pianeta ma nel South Carolina, e in effetti Zion ha la faccia buona e l’accento strascicato del campagnolo. Quando scende a terra lo sentiamo più vicino a noi, e lo fa più spesso di quanto lascino intendere i suoi video di highlights: basso sulle ginocchia per difendere o battere l’avversario in penetrazione, o ancora più giù, in tuffo sul parquet a recuperare una palla vagante. Col tempo abbiamo imparato a essere prudenti coi fenomeni da mixtape, perché la rete mette in moto la macchina dell’hype con grande velocità: le mini-guardie dal palleggio ubriacante sembrano tutte Allen Iverson, così dicevano di Seventh Woods, i lunghi con tiro e fondamentali discreti sembrano tutti Kevin Durant – vedasi Thon Maker, un buon giocatore a cui l’hype ha fruttato una chiamata al draft e uno stipendio superiori ai suoi reali meriti. Tuttavia, gli allenatori e gli insider che hanno avuto a che fare con Zion Williamson sono concordi su un’opinione: ridurlo a una “YouTube sensation”, uno schiacciatore senza arte né parte, è riduttivo per le sue capacità, quasi un insulto.

@Duke Basketball

I sospetti, a onor del vero, avevano qualche fondamento. Dopo campagne di successo con l’high school di Spartanburg, South Carolina, (tre titoli di stato) e nel circuito AAU estivo, Zion ha accettato la borsa di studio di Duke e poi è sparito dai radar: niente combine sotto osservazione degli scout NBA, niente impegni internazionali col settore giovanile di Team USA – quelli dove invece si è messo in mostra l’attuale compagno RJ Barrett, canadese. Finora dominava perché giocava come un adulto tra i bambini, borbottavano i malpensanti, al college tutti i nodi verranno al pettine. Il 6 novembre, bastano pochi minuti della prima partita stagionale per farli ricredere. Segna 28 punti, mentre Barrett aggiunge la sua quota per arrivare a 61 in due, 118 di squadra, 34 di scarto sui Kentucky Wildcats che non sono esattamente una squadra materasso. Ad oggi Duke ha perso solo una partita, la finale hawaiiana del Maui Invitational contro Gonzaga, e per descrivere l’impatto che questa versione dei Blue Devils sta avendo sul college basketball sono stati tirati in ballo paragoni illustri: lo Showtime dei Lakers anni ’80, i Fab Five di Michigan, il Greatest Show on Turf dei St. Louis Rams nella NFL. In quei primi 40 minuti, comunque, c’è in mostra già tutto il repertorio: schiacciate tonanti, stoppate in inseguimento, rimbalzi offensivi, punti da seconda, terza o quarta opportunità. Figurarsi che il primo canestro è stato un tiro da tre, piedi per terra, col difensore che gli lascia spazio impaurito dalla penetrazione. Ma come? Si chiede il pubblico, con una vena di terrore. Non si diceva che il tiro da tre fosse l’unico grande difetto nel gioco di Zion? Infatti, in stagione regolare il tabellino recita 2 su 13 per un’inclemente percentuale del 15%. Ciò che più conta, però, è che la meccanica del movimento sia compatta, moderna, affidabile. Ciò che conta ancora di più, è che quel tiro Zion Williamson se lo sia preso senza esitare.

Ma com’è fatto davvero il pianeta di Zion? Come muterà la sua pelle quando sbarcherà in NBA, che per certi versi è a sua volta una lega popolata da alieni?

Le cifre ci danno già un suggerimento: finora, nella stagione a Duke, 20 punti, 9 rimbalzi e due stoppate di media, col 66% dal campo. Alcuni mock draft lo pronosticano prima scelta assoluta, anche se sembra più probabile che il compagno RJ Barrett gli resti davanti nelle quotazioni. Le opinioni degli addetti ai lavori, specialmente quelli che lo guardano dal piano di sopra, sono un degno corollario. “Pensavo che LeBron fosse unico nel suo genere, ma a quanto pare ne sta arrivando un altro” ha detto Steve Kerr, e Kevin Durant ha affermato il medesimo concetto: “è un atleta che nasce una volta per generazione”. Zion ha sicuramente sbancato il jackpot della genetica: perfetta fusione tra il padre, defensive lineman, e la madre, specialista nel salto in alto. Il fisico Eric Goff, perché alla University of Lynchburg hanno evidentemente del tempo da perdere, ha calcolato che subire uno sfondamento da Zion, lanciato a piena velocità, equivarrebbe a venire investiti da una jeep. Mike Krzyzewski, che di talenti sotto le proprie ali ne ha visti passare tanti, lo ha definito “l’atleta più impressionante che sia mai transitato dalle parti di Duke” e c’è da credergli, non solo per l’elevazione che supera il metro: la tara da tenere sempre a mente è che, negli attuali roster NBA, solo Boban Marjanovic pesa più di lui, ma il centro dei Clippers è alto 222 centimetri.

slamonline.com/Zach Wolfe

Continuando con le opinioni illustri si entra nel campo (minato) dei paragoni, e per Zion molti hanno chiamato in causa il nome di LeBron James. L’aura da predestinato in effetti è simile, ma nel caso di Zion è molto ammorbidita e carente di quel carisma magnetico che caratterizzava LeBron già a diciotto anni: Zion preferisce gli anime giapponesi ai macchinoni di lusso, la mamma Sharonda lo definisce “easygoing” e “homebody”: un pacioccone, un po’ pantofolaio e decisamente basketball nerd. Entrambi sono atletici unici per come abbinano fisicità e tecnica, entrambi coltivano un legame speciale con le rispettive città natali e anche Zion ha vissuto l’adolescenza inseguito dagli sponsor e dai media, ma le analogie non si spingono oltre. Nel valutare carriera ed eredità di LeBron James, il segreto di Pulcinella è ricordarsi che lui è l’evoluzione di Magic, non di Michael. LeBron è un playmaker, lo è sempre stato, per istinto e comprensione del gioco. Lo mostrava con una quieta leadership già dal primo anno tra i professionisti, un atteggiamento composto e senza eccessi. Zion, da questo punto di vista, è l’opposto. Distrugge, piuttosto che creare. Un giocatore di rottura, direbbe un commentatore calcistico dei bei tempi andati, che ruba energie agli avversari mentre la sua mai si esaurisce. Non sa gestire il ritmo della partita e anche cambiare marcia non gli viene naturale. Viaggia coi giri al massimo, e se la lancetta non sconfina nella zona rossa è perché sotto al cofano monta un motore eccezionale. Si sporca le mani e si sbuccia le ginocchia ben più di quanto suggerisca il suo status. Cerca la giocata a effetto, ma più per elettrizzare pubblico e compagni che per la spocchia di finire su SportsCenter – a volte sbagliava le schiacciate, spiega il suo ex-coach Lee Sartor, perché si era messo in testa di non farne mai due uguali nella stessa partita. Trasuda passione per il gioco, sul parquet è sempre positivo e propositivo, non lo vedi mai con le mani sui fianchi e lo sguardo perso. È un amore genuino e un po’ ingenuo, che piace tanto a chi tifa e a chi allena, e che rappresenterà lo stimolo a migliorarsi per la sua intera carriera – ma anche, probabilmente, il suo limite.

Questo è il bread and butter di Zion Williamson in attacco. L’isolamento in punta è la sua posizione di partenza preferita. Non ha fretta, sorveglia i varchi nella difesa e addormenta il proprio marcatore con finte e jab step molto competenti. L’accelerazione è brutale, quel corpo larghissimo torna utile per tenere lontano il difensore e crearsi spazio per caricare lo stacco. Grazie al suo atletismo, Zion può saltare da qualsiasi punto nei pressi del pitturato e raggiungere il canestro. Il controllo del corpo in aria, ed è qui l’aspetto più sorprendente, gli permette di contorcersi e allungarsi senza perdere il controllo. L’ottimo tocco nella mano mancina fa il resto – ricordate cosa diceva Dan Peterson quando commentava l’NBA, sdilinquendosi ogni volta che appariva sullo schermo Zach Randolph? “I ciccioni mancini hanno la mano morbida”. Ora, Zion lo definiremmo più muscoloso che ciccione, ma come stazza siamo lì. Una statistica a compendio: tra liceo e AAU, Zion convertiva in canestro oltre il 70% delle avventure nel pitturato – e nella maggior parte delle restanti, guadagnava un fallo.

Per l’appunto, Williamson ama andare a sinistra, e già questo rappresenta un vantaggio in ottica NBA; per un semplice discorso di memoria meccanica, difendere una penetrazione mancina è sempre una faccenda insidiosa. Zion è tutt’altro che ambidestro, e questa è una grossa differenza che lo distingue da attaccanti totali come LeBron. Il palleggio è discreto anche con la off-hand, qui Zion ha il pregio di non strafare e stare sempre reattivo sulle ginocchia, agevolato dal baricentro basso. Con la destra sa eseguire una pregevole esitazione e un dietro schiena quando trova la strada sbarrata. È tutto molto meccanico, ma funziona. Fa parte di quell’arsenale di go to moves che Zion ha già consolidato e che verosimilmente gli consentiranno di ritagliarsi i suoi punti a ogni allacciata di scarpe, anche in NBA. La domanda chiave è: sarà anche un realizzatore efficace, oltre che di volume? Perché quando ci si avvicina al canestro, le cose cambiano e la mano destra si fa più debole.

Zion ha la tendenza a cercare il layup mancino a costo di andare incontro alle braccia della difesa. Certe volte salta così in alto che segna lo stesso, ma in altri casi si scompone e gli serve un rimbalzo offensivo per chiudere il discorso. Questo è un aspetto che preoccupa gli scout: i rimbalzi offensivi di Zion sono proprio quel tipo di giocate da man among boys che non si trasleranno sulla intensa fisicità della NBA. Ecco perché lo staff di Duke si è già messo al lavoro con lui, e con buoni risultati.

Qui Zion affonda con sicurezza con la mano destra, in una situazione in cui fino a qualche mese prima avrebbe forse tentato un’inutile spin move.

Da una parte Coach K lo stimola a migliorare in questi piccoli, ma fondamentali, accorgimenti. Dall’altra lo asseconda nelle sue tendenze con tanti possessi in 1 vs 1 e sporadiche apparizioni in post: un’altra zona dove potrebbe rinforzarsi in ottica NBA. Quello che gli allenatori di Duke stanno cercando di fare è polarizzare il suo armamentario offensivo: si parte da fuori e si punta dritti al canestro, con pochi palleggi, per avvicinarsi il più possibile. Questo lo aiuta anche a innescare quella visione di gioco che sicuramente possiede, su un piano puramente istintivo, unita alla disponibilità a servire i compagni.

In contropiede, o comunque con spazi aperti, Zion è bravissimo a pescare i compagni in corsa sfruttando la sensibilità delle mani. Quando si trova incastrato nel midrange, invece, soffre il traffico e incappa in cattive letture. Non vede i tiratori liberi in angolo, o non riesce a servirli per colpa delle leve corte, non trova il rollante quando gioca il pick’n roll da portatore di palla. Per questo Coach K preferisce sfruttare lui da bloccante, un dispositivo tattico che genera moltissimi mismatch. Zion Williamson è un pensatore veloce, abile quando può agire d’istinto. Ha un notevole feeling per la pallacanestro; non dà il meglio di sé quando invece serve leggere una difesa schierata, armandosi di pazienza, ma smusserà questo limite col tempo

Dicevamo dell’unica sconfitta di Duke contro Gonzaga. Per Zion è stato un assaggio di NBA e diventa davvero interessante osservarne le gesta azione dopo azione: di fronte aveva una squadra fisica, preparata tatticamente e col giapponese Rui Hachimura a interpretare la parte del Kawhi Leonard del college basketball, un difensore di prima classe con caratteristiche fisiche già in pari col piano superiore. Per l’unica volta in stagione Zion ha tirato sotto il 50% dal campo, infastidito dalle lunghe braccia di Hachimura che è anche abbastanza stabile sula cintura addominale da non farsi portare via. Di difensori così, in NBA, Zion ne troverà parecchi – per non parlare dell’estrema opposizione di rim protector come Rudy Gobert.

Zion Williamson misura 208 centimetri di apertura alare e 260 centimetri di standing reach. Siamo poco sotto alla media NBA per la posizione di ala piccola, e molto sotto quella dell’ala grande. L’elevazione può compensare fino a un certo punto, perché una difesa arcigna e organizzata toglie a Zion lo spazio per decollare, ed ecco che emerge il suo limite più preoccupante: segnare contro difensori più alti. Di riffa o di raffa, come dicevamo, Zion trova il modo di fare canestro: a fine partita, nonostante le difficoltà, avrà totalizzato un onestissimo score di 22 punti che la dice lunga sulla sua determinazione nell’affrontare gli ostacoli. Ma, per tornare al tema toccato in precendenza, non sono 22 punti efficienti per il suo ruolo in campo. Qui Zion dovrà farsi più smaliziato. Scegliere con cura le situazioni più adatte per accelerare e i momenti nei quali risparmiarsi. Magari perfezionare un movimento dal midrange, come il fadeaway di LeBron o il tiro dal gomito di Westbrook, per evitare di spremersi eccessivamente cercando il ferro a ogni penetrazione; ancora meglio, ritoccare le percentuali nel tiro dalla distanza per non invogliare il marcatore a concedergli un buffer di due metri.

Qui, un buon esempio di attacco selettivo. Punta Filip Petrusev, che è difensore massiccio ma meno esplosivo di Hachimura, e gli salta sopra la testa prima che possa organizzarsi per ostacolarlo.

Parlavamo del tiro da tre punti. Eccolo.

La meccanica c’è, la convinzione anche. Le percentuali meno, ma arriveranno. È difficile pensare che coi coach specializzati che ogni franchigia NBA ha sul libro paga, un tiro scevro da difetti gravi come quello di Williamson non venga perfezionato, a costo di farlo esercitare fino alla nausea in off season. È pur vero, e l’NBA odierna ce lo insegna, che si può incidere sui destini del campionato anche senza tirare mai dalla distanza, ma i casi di Ben Simmons e Giannis Antetokounmpo sembrano un altro paio di maniche rispetto a Zion: il primo è un playmaker à la LeBron, il secondo un freak atletico che sotto canestro porta il pallone più in alto di tutti. In NBA Zion dovrà reinventarsi in senso più “operaio” rispetto a questi esempi, dedito alla squadra e alle minuzie tattiche. Anche la difesa, in quest’ottica, sarà un fattore decisivo.

Quando salta per stoppare, le doti atletiche di Zion sono ancora più sconvolgenti perché non si tratta di pura potenza, come quando schiaccia in campo aperto, ma di raffinato tempismo. Guardate come allunga il passo per prendere il tempo all’attaccante ed eseguire la chase down block di lebroniana memoria. Anche in situazione statica protegge il ferro a dovere, perché la verticale nel salto da fermo è strepitosa, ed è anche piuttosto educato nel non commettere fallo – questo punto sarà importante quando si confronterà con avversari più alti, a cui dovrà opporre il corpo senza cercare la stoppata. Zion è un difensore attivo, col cervello che viaggia veloce anche nella propria metà campo, fin troppo aggressivo sulle linee di passaggio: ha fretta di realizzare la rubata, un fondamentale dove comunque vanta buoni istinti, ma spesso finisce per esporre i compagni all’inferiorità numerica.

Sul portatore di palla è un valido mastino: di nuovo, quella stance con le ginocchia basse gli torna utilissima, e si è già detto della sua disponibilità a sacrificarsi su qualsiasi situazione “sporca”. In scenari dinamici, lontano dalla palla, ecco emergere i cali di tensione a cui si va incontro giocando a un ritmo così alto.

Gli manca tecnica difensiva, sia individuale che di squadra: un difetto comune tra i prospetti NCAA, ma che dovrà limare per non farsi trovare impreparato quando il fisico non sarà più sufficiente per colmare il gap. Per adesso, se l’avversario lo batte per via di una lettura tardiva, lui ha tutto il tempo di rincorrerlo, bersi un proverbiale caffè e piazzare la stoppata in inseguimento. In NBA non sarà (sempre) così.

Tornando ai termini di paragone che gli analisti hanno speso per decifrare l’enigma Zion, a vederci giusto è stato Stephen A. Smith: non esattamente una cima in fatto di pallacanestro, ma sa il fatto suo quando si tratta di imbroccare il titolo da prima pagina. “Un incrocio tra Charles Barkley e Dominique Wilikins”, l’ha definito, e in effetti Zion potrebbe benissimo diventare il nuovo human highlight reel, lo è già al college, non solo per l’alto coefficiente di difficoltà delle schiacciate ma anche per l’ostinazione con cui attacca il ferro. Da Sir Charles eredita invece l’attitudine alle spallate e alle effort plays, la capacità di dettare legge nel pitturato nonostante un’altezza da guardia, unita a una padronanza a tutto tondo dei fondamentali. Parliamo però di giocatori di un’altra epoca, di una NBA che è diventata in fretta quella dei nostri padri. Troppo spesso, nel disquisire sulle debolezze di Zion Williamson, si fa riferimento a un basket che non c’è più. È un tweener fatto e finito, certo, ma nell’era del gioco positionless questo potrebbe rivelarsi un vantaggio più che un difetto: pensiamo a quanti diversi spot del quintetto potrà coprire Williamson, sempre a suo agio sui cambi grazie ai piedi veloci. A Duke gioca con un sistema five out che gli garantisce molta libertà d’azione, e lui ha già capito come funziona la faccenda: “’I’m a basketball player”, risponde ai microfoni di ESPN quando gli chiedono che ruolo preferisce occupare in campo. Gli manca il tiro da tre, verissimo, ma faranno tutto il necessario per costruirglielo. Tra un anno Zion sbarcherà nella NBA coi punteggi più alti dal 1985, col pace proiettato alle stelle e il tiro da tre che spalanca gli spazi in campo. Mettilo in quintetto insieme a quattro tiratori presentabili, un’occorrenza per niente rara, ed ecco che sul parquet si disegna una pista per il decollo. L’unico aspetto del suo gioco che verrà penalizzato sarà il rimbalzo offensivo, fondamentale ai minimi storici nell’NBA attuale (colpa di un mix tra rimbalzi lunghi dopo il tiro da fuori e paura di subire contropiedi letali): per il resto, il suo stile e il suo fisico sono già più adatti al mondo dei professionisti che a quello del college.

AP Photo

Per cercare un paragone attuale, forse Zion troverà successo quanto più assomiglierà a Draymond Green. Imparare a controllare il ritmo della partita, rallentando quando necessario, senza perdere la propria identità di agonista viscerale e raffinando magari quel buon istinto per il playmaking che già possiede. Messa in ordine la difesa, dispone già del giusto armamentario per occupare stabilmente gli spot di 4 e addirittura 5 in quintetti piccoli: è un grosso se, uno di quelli che fanno la differenza tra ottimo giocatore e perenne All-Star. I presupposti suggeriscono una certa fiducia, se ci concentriamo sui miglioramenti già mostrati in questi pochi mesi a Duke: teniamo presente che prima di questa stagione Zion non sapeva nemmeno cosa fosse la competizione (era oltre il novantesimo percentile in tutte le statistiche offensive – jumper escluso – in high school e AAU), e in breve tempo ha imparato ad amarla, ad accettare la sfida e a rendersi allenabile per superarla.

Probabilmente Zion non sarà un talento trascendente, uno di quelli che cambia le regole del gioco da una prospettiva tecnica. Li puoi contare sulle dita di una mano: un LeBron, uno Steph Curry, un Kevin Durant. Per fiorire avrà bisogno del contesto adatto, in parte costruito intorno a lui. Ma stabilire un nuovo standard fisico, similmente a ciò che sta facendo Giannis Antetokounmpo, quella è un missione nelle sue corde. Semplicemente, non è mai esistito un giocatore di pallacanestro con questa stazza, questo atletismo e questa tecnica. Sul pianeta Zion c’è un solo abitante, ma per lui la superficie deve assomigliare a una grande palla da basket e non ha tempo di sentirsi solo nello spazio. La sua orbita gira sempre più vicina a noi, e non potremo fare nulla per evitare l’impatto.


Andrea Cassini

Andrea Cassini

Scrittore, giornalista e traduttore, si occupa di cultura e sport per testate italiane ed estere e organizza corsi di scrittura creativa. Vive con cani, gatti e moglie in mezzo al bosco, dove per fortuna arriva il Wi-Fi e l'NBA League Pass