Gravity

Pubblicato da Leandro Nesi il

Gravity

“Gravity wins all other known forces”

Il basket è per sua natura uno sport che tende al cielo. Il concetto di sfidare la forza di gravità è insito in un gioco che pone il cesto in cui mandare la palla per segnare oltre i tre metri di altezza. Ad oggi, molti hanno sfidato la gravità. Qualcuno, forse, per qualche istante l’ha anche battuta. Penso a Vince Carter a Oakland nel 2000, a Michael Jordan a Chicago nel 1988, a Zach LaVine e Aaron Gordon un paio d’anni fa a Toronto, penso a Blake Griffin, Giannis Antetokounmpoal Doctor J e a tanti, tantissimi altri. 

Pic by Garrett Ellwood, Copyright:2016 NBAE

Nessuno, però, può vincere davvero: Gravity wins all other known forces. Tutti, prima o poi, devono atterrare. Tutti, prima o poi, tornano con i piedi per terra. Magari pronti ad una nuova sfida. Ad un altro salto. Ad un altro “Kodak Moment“. 

Nel basket esiste un altro concetto di “forza di gravità”. È un concetto meno immediato, forse. Ma è un concetto di importanza capitale, perchè in questo concetto è radicato il successo o l’insuccesso di una squadra. Tutto ciò è particolarmente visibile nella squadra che, negli ultimi anni, ha dominato la Lega: i Golden State Warriors.

Step back. 

“Nelle due stagioni e più da quando Durant si è unito ai Warriors, la squadra è 21-20 quando KD ha giocato e Curry no. Quando Durant è stato seduto e Curry no, la squadra è 25-9. Questa stagione, Golden State è +295 nei 1071 minuti con Curry, e -55 nei 965 minuti in cui lui non ha giocato. Nelle sei partite che ha saltato, i Warriors hanno segnato cinque triple a partita in meno, servito sei assist in meno a partita. Klay Thompson è 15 su 55 da tre senza Curry, e Durant è 2 su 21, sempre da tre, senza Curry.” 

Questi, i numeri aggiornati a qualche settimana fa, in concomitanza con il rientro di Steph dall’infortunio. Dati incredibili, surreali, che devono per forza voler dire qualcosa. E questo qualcosa non può essere, banalmente, Kevin Durant non è adatto a guidare i Golden State Warriors. 

Questi numeri si possono spiegare in tanti modi, ma una delle principali motivazioni dietro questi numeri è proprio il concetto di cui sopra: la gravità

Quando Steph è in campo, la difesa è concentrata su di lui, come fosse attratta da una forza invisibile. Non che non guardi KD, non che non guardi Klay, non che non guardi tutti gli altri. Ma il centro dell’attenzione è The baby face assassin, Stephen Wardell Curry. 

Un esempio? 

In entrambe le situazioni è evidente come ci sia un errore di comunicazione in difesa, d’accordo, ma in realtà la lettura in entrambi i casi dovrebbe essere ovvia: provare a mettersi fra KD ed il canestro. 

Eppure, durante le Finals NBA, quindi quando la concentrazione dovrebbe essere massima, LeBron, Kyrie e JR compiono tutti la stessa scelta: seguono Steph sul perimetro e “preferiscono” concedere due dunks a KD. Posto che il trittico concentrazione-Finals-JR la storia insegna non sia così correlato, c’è qualcosa di forte in questi video. Non sono errori. Sono scelte precise difensive. Sbagliate, magari, ma precise: non lasciare MAI un open-look a Curry. 

Questo tipo di scelta non è un caso. E non è neanche così incondivisibile, visto di chi si sta parlando: 

ESPN.com

Steph è, con buona pace del mondo, il miglior tiratore di tutti i tempi (Ray, Reggie, Larry,  perdonatemi). Il volume di triple segnate, rapportato alle partite giocate, alla percentuale tenuta e al tipo di tiri che prende, lo mette “per forza” in cima ad un’ideale classifica. Come buona parte dei tiratori, è anche un tiratore da striscia: se prende fiducia, diventa inarrestabile. Sono tanti, forse troppi gli esempi in cui Steph ha cominciato a bucare la retina e si è fermato solo perché la sirena suonava la fine della partita. Un esempio su tutti, Steph Vs Spurs, primo turno di Playoff, 2013: 22 punti nel terzo quarto. Contro la difesa di Popovich. A San Antonio. Un’apocalisse cestistica abbatutasi sugli Spurs. Non era ancora il suo momento, ma il vento dalla Baia soffiava fortissimo. 

Nella partita con gli Spurs si assiste ad un momento in cui Steph è indemoniato. Inarrestabile. E il suo essere inarrestabile costringe la difesa a collassare continuamente, peraltro senza neanche riuscire ad arginare il #30. La cosa che è affascinante e, per certi versi entusiasmante è quanto Curry costringa la difesa a collassare non solo quando è in striscia, ma in ogni istante in cui è in campo. Se Steph chiama un blocco ai 9 metri, il difensore del bloccante esce fuori dal blocco per evitare che Steph possa guardare il canestro, anche ai 9 metri. Questo fa sì che lo spazio a disposizione dei tre Warriors non coinvolti nel pick and roll aumenti. Avere più spazio vuol dire avere più tempo per capire cosa fare e farlo. Avere più tempo, vuol dire aumentare le proprie percentuali di tiro, vuol dire fare scelte con meno fretta e quindi, tendenzialmente, più giuste. Vuol dire sbagliare di meno. Vuol dire che Steph, per il solo fatto che è in campo, rende tutti gli altri compagni migliori di quel che sono. 

The importance of having Steph

Il fatto che Stephen Curry sia così letale nel tiro genera tutta una serie di conseguenze che contribuiscono a rendere Golden State la macchina terrificante che è, per un motivo in particolare: il basket è, nella sua sintesi più estrema, un gioco di vantaggi: bisogna costruire un vantaggio e, una volta costruito, estenderlo il più possibile, fino ad ottenere il tiro migliore possibile. La prima conseguenza è nei pick and roll che Curry gioca e in come la difesa “venga attratta” dalla presenza di Steph. Un esempio: 

Curry ha appena preso un blocco da Ezeli, mentre Green si è andato a mettere in punta. Jordan è uscito forte per impedire il tiro a Steph, che si è trovato raddoppiato. Un istante prima di essere in trappola, ha fatto uscire il pallone in direzione di Draymond Green. Golden State ha conquistato un vantaggio, che ora i compagni di Steph hanno il compito di estendere. Il vantaggio è stato conquistato, solo perché a prendere il blocco è proprio Curry, e perchè i Clippers non gli vogliono concedere un tiro aperto. 

Proprio dietro al concetto di estendere il vantaggio, si nasconde un punto importante di quando si analizza Golden State e il #30: Curry è un eccellente passatore. Nonostante questo, non ha mai avuto statistiche roboanti da un punto di vista di assist smazzati: il suo massimo in carriera, infatti, è di 8.5 nel 2013-2014, a fronte di un 6.7 in carriera. Non che siano pochi, ma mai nell’elìte di passatori in NBA. 

Hockey Pass

Il motivo, o uno dei motivi, per cui gli assist di Curry non sono mai stati altissimi, è insito nella filosofia su cui si basa tanto del gioco di Steve Kerr: non accontentarsi di un buon tiro, ma cercarne uno eccellente. Il vantaggio generato dal blocco preso da Curry  e dalla difesa che, attratta come da una forza invisibile collassa sul #30, non viene capitalizzato istantaneamente, ma si estende fino ad un tiro più semplice (una schiacciata) o una tripla a più alta percentuale. Sostanzialmente viene richiesto almeno un altro passaggio dopo quello di Curry per arrivare a canestro per capitalizzare al massimo il vantaggio generato da Steph. Il passaggio che porta all’assist è, in gergo, il cosiddetto Hockey Pass, statistica dominata dal #30 negli ultimi anni. 

Curry è uno dei migliori giocatori della Lega nel leggere quel tipo di raddoppio e passar la palla al momento giusto, ovvero quando il raddoppio è ormai attivo ma lui non è ancora in trappola. Quel passaggio, fatto al momento giusto, garantisce a Golden State di avere qualche secondo in cui gli altri quattro in maglia Warriors giocano 4 Vs 3 contro i rimanenti difensori avversari. E se si hanno Green, Thompson e Durant a giocare in superiorità numerica, son dolori per tutti. 

– Off the ball 

Con il movimento lontano dal pallone Curry, scava un solco profondo fra sè e quasi tutti gli altri. Si muove tantissimo (top 10 nella distanza media percorsa in attacco di tutta la Lega, secondo nba.com) e su qualsiasi distrazione, qualsiasi errore, punisce la difesa: una minaccia continua e sfiancante. Una delle cose che ripropone più spesso Golden State si ha a seguito di una penetrazione di Curry: proprio per il concetto di gravità di cui sopra, la difesa tende a collassare su Steph, o a cambiare sui blocchi. Il #30 sfrutta il suo essere più veloce in caso di cambio in difesa, e il momento di confusione a seguito del collasso della difesa per uscire dall’area e colpire con una tripla. 

No Steph no party

Avere Stephen Curry in campo, per Golden State, è avere un continuo, martellante vantaggio che condiziona la difesa avversaria per tutti i minuti in cui il #30 è in campo. Quel che fa Curry non lo fa nessun altro: non lo fa Durant, non lo fa Klay, non lo fa Green. Questo è uno dei motivi dietro ai “minori successi” che Golden State ha quando Steph è fuori: Kevin Durant è un giocatore eccezionale, un attaccante formidabile, forse il migliore di tutti, in attacco. Ma, proprio per la combinazione incredibile di fisico e skills tecniche, non ha mai avuto nel suo bagaglio l’enorme quantitativo di movimento senza palla che ha Curry. Nel suo primo anno a Golden State sicuramente si è messo in gioco, si è inserito negli schemi di Coach Kerr, ma non può (e non vuole) muoversi tantissimo lontano dalla palla. Questo è in parte mitigato dalla presenza di Curry, quando il #30 è in campo. Se il #30 non è in campo, il gioco di Golden State diventa enormemente più prevedibile, il flow diminuisce a vista d’occhio e, conseguentemente, peggiora la qualità dei tiri, oltre che la quantità. 

Rileggendo i dati con e senza Steph, adesso, le cose dovrebbero essere più chiare: 

Nelle sei partite che ha saltato, i Warriors hanno segnato cinque triple a partita in meno, servito sei assist in meno a partita. Klay Thompson è 15 su 55 da tre senza Curry, e Durant è 2 su 21, sempre da tre, senza Curry.

Funziona, no? 

Curry è quello che si muove più senza palla e crea vantaggio dal palleggio, senza di lui è quindi lecito aspettarsi che si tirino meno triple (anche perché Steph ne tira tante), è lecito aspettarsi che circolando meno la palla si servano meno assist a partita, è lecito aspettarsi che le percentuali di Klay e KD ne risentano. 

E se, data l’assenza di Curry, KD e Klay tirano male, è anche ragionevole aspettarsi qualche sconfitta in più e che Golden State passi dall’essere una corazzata ad una squadra più normale. 

Curry è, forse, il giocatore che più di tutti in NBA cambia una partita. Se c’è lui in campo, la difesa avversaria si deve adattare, attratta come è da Steph, nel tentativo di levargli la palla dalle mani e  il canestro da davanti agli occhi. Se c’è lui in campo, Golden State può approfittare degli enormi spazi che si liberano proprio in virtù di quanto la difesa sia attratta dal #30. Dell’effetto Curry ne giova chiunque giochi con lui, perchè giocare con più spazio equivale a giocare con più tempo, equivale ad avere un attimo in più per decidere se penetrare o tirare, un attimo in più per prendere la mira, un attimo in più per fare il passaggio migliore. 

Un attimo in più. 

E, a volte, un attimo è tutto quel che serve. 


Leandro Nesi

Leandro Nesi

Leandro Nesi, nato in Scozia ma Romano di Roma, 28 anni, felicemente sposato. Dottorando in ingegneria meccanica teorica e applicata. Amo il Gioco, detesto il tifo, specie quello con la t minuscola, che impedisce le discussioni. Simpatizzo per i Jazz e per LeBron, che mi hanno fatto innamorare della palla a spicchi. Di una partita guardo i giochi e gli schemi, di un giocatore gli aiuti in difesa e i tuffi sul parquet. Se c'è tattica, sono nel mio mondo. L'NFL e il tennis sono sul podio dei "miei" sport, dopo il Grande Amore (sportivo) che è il Basket.