L’Italbasket guarda a occidente: gli azzurri in NCAA

Pubblicato da Andrea Cassini il

(In collaborazione con FIBA)

L’Italbasket, per il futuro, guarda a occidente: entro i confini statunitensi, per la precisione, dove si sta formando e proseguirà la sua carriera Nico Mannion. Il rosso dell’Arizona, prospetto a cinque stelle che ha già dichiarato il commitment per la prossima stagione coi Wildcats dell’ateneo di Tucson, ha tuttavia scelto di rappresentare la nazionalità sportiva della mamma Gaia Bianchi, pallavolista, e ha esordito con la maglia azzurra durante la finestra estiva per le qualificazioni ai mondiali. Il risultato fu una sconfitta con i Paesi Bassi, poco influente sulla classifica, ma con la benedizione di coach Sacchetti Mannion ha mostrato lampi di quel talento che gli varrà il posto di playmaker azzurro per gli anni a venire.

Come dicevamo, bisognerà pazientare altri dodici mesi prima di vedere Nico all’opera in NCAA, a confronto coi calibri pesanti della Division I. Poco male, perché nel frattempo ci sono molti altri talenti (dodici ragazzi e nove ragazze) “esportati” in America da tenere d’occhio. Per alcuni la competizione della Division I sarà un banco di prova importante in ottica delle convocazioni nella nazionale maggiore, e magari di un futuro tra i professionisti dei massimi campionati europei: così è stato per Amedeo Della Valle e Federico Mussini, usciti rispettivamente dalle prestigiose Ohio State e St. John’s. Per altri giovani, invece, la scelta di spostarsi oltreoceano – spesso già dal liceo – è maturata per motivi scolastici oltre che cestistici, ed è ugualmente interessante seguirne il percorso.

Il nome da prima pagina è quello di Davide Moretti, figlio dell’ex-giocatore e attuale allenatore Paolo, alla stagione da sophomore con quei Red Raiders di Texas Tech protagonisti di un’esaltante cavalcata alla March Madness 2018, terminata alle Elite Eight. Con un anno di esperienza nel carniere e qualche chilo di muscoli in più sulle spalle, Davide si è guadagnato spazio nelle rotazioni di coach Chris Beard fino alla conquista dello spot di point-guard titolare, confermato con oltre 27 minuti di media sul parquet (l’anno scorso si era fermato a 12.3).

Moretti non fa mistero di ispirarsi ai playmaker che dettano le tendenze in NBA, Steph Curry in primis: tiro da tre, palleggio impeccabile e conduzione veloce dell’attacco. La precisione dall’arco non gli difetta (5/7 a condire i 17 punti nella seconda uscita stagionale, una vittoria contro Mississippi Valley State) e anche il carattere è quello risoluto e un po’ testardo del figlio d’arte. L’eliminazione dal tabellone nazionale gli lasciò l’amaro in bocca, racconta, perché la sua missione è vincere tutte le partite, a prescindere dall’avversario. Tanta determinazione è comprensibile, perché stiamo parlando di un ragazzo che ha esordito in Serie A a 16 anni e si è guadagnato di recente la prima convocazione nella nazionale maggiore dopo essere stato colonna portante delle selezioni giovanili – sette europei e un mondiale disputati in cinque anni, prima di salutare il gruppo la scorsa estate. Le statistiche, in questi primi due mesi da sophomore, sono tutte in tendenza positiva e i Red Raiders viaggiano a marce alte (una sola sconfitta con la corazzata Duke). Per conformare il suo gioco ai ritmi statunitensi e all’aspra competizione della Big 12, Moretti dovrà insistere sul tasto dell’evoluzione fisica e atletica, per reggere i contatti coi pari ruolo anche in difesa, ma tra le caratteristiche che gli richiede coach Beard la più intrigante, in vista di un ruolo con la nazionale, è la leadership da mostrare con l’esempio e con la voce. Da questo punto di vista, la tavola è già apparecchiata: anche nelle serate storte (soli 4 punti con 0/3 dall’arco contro Memphis) Davide resta tra i punti di riferimento della squadra e sta imparando a incidere anche lontano dalla palla accompagnando il momento di grazia del compagno Jarrett Culver: vedere il recentissimo career high, 19 punti, per credere.

Se per Moretti abbiamo menzionato Steph Curry, nel caso di Alessandro Lever occorre scomodare addirittura Kareem Abdul-Jabbar: dopo il finale di stagione in strepitoso crescendo nell’anno da freshman, Lever è stato infatti inserito tra i ventuno candidati al premio intitolato all’ex centro dei Lakers, e rivolto ai migliori lunghi del panorama collegiale. Il riconoscimento è doppiamente prezioso per Lever perché iscritto a un ateneo di seconda fascia, dove è difficile mettersi in mostra: ma Grand Canyon University è in rapida crescita e punta a rappresentare la WAC nel prossimo torneo nazionale, soprattutto grazie a un frontcourt dotato di chili, centimetri e talento. Lever è un attaccante completo, vanta un career high da 30 punti con 10 rimbalzi e nel campus di Phoenix lo paragonano a Marc Gasol. Come lo spagnolo, sa allargarsi oltre la linea del tiro da tre ma possiede un tocco d’altri tempi sotto canestro, a cui aggiunge un approccio alla partita da vero lottatore – e che a volte lo porta a esagerare sul piano dell’entusiasmo. Anche per lui l’obiettivo è aumentare esplosività e agilità, per diventare più incisivo a rimbalzo e muoversi meglio sul perimetro, in particolare sui cambi difensivi a cui le difese ricorrono con sempre più frequenza. Ci lavorerà con l’allenatore Dan Majerle, vecchia conoscenza dei parquet NBA, e non c’è da dubitare che Alessandro punti in alto: in estate ha rinunciato a un accordo triennale per tornare a Reggio Emilia, preferendo continuare a farsi le ossa in America inseguendo il sogno di GCU. Per ora la scelta sta pagando buoni dividendi: Lever conferma le statistiche della stagione precedente, quasi in fotocopia, e festeggia il Natale coi 26 punti che valgono ai suoi la vittoria su Mississippi Valley State.

Nella stessa conference, dove la favorita d’obbligo resta New Mexico State, troviamo anche il romano Mattia Da Campo, prodotto della Stella Azzurra, ormai un junior della Division I dopo due stagioni coi Seattle Redhawks – l’ultima delle quali condivisa con Scott Ulaneo fresco partente per Hawaii Pacific, college di Division II. Mentre Mattia spera di ottenere un minutaggio maggiore (per ora solo sprazzi di garbage time), l’altro veterano Pierfrancesco Oliva confidava proprio in una fresh start dopo gli infortuni che ne hanno tempestato il percorso a Saint Joseph, costringendolo ai box per l’intera stagione 2017. L’esordio del nuovo anno è stato di quelli da ricordare: 17 punti e 14 rimbalzi con 6/9 dal campo, nella prestigiosa vittoria contro Old Dominion, ma da inizio novembre le cose per lui sono progredite in salita, complice una fastidiosa commozione cerebrale, e alla fine il destino beffardo gli ha nuovamente detto di no. L’ultimo infortunio è notizia recente, e purtroppo parliamo di un grave trauma al ginocchio che l’ha costretto a uscire in barella: operazione chirurgica, e stagione finita. Se parliamo di puro potenziale, Oliva è un prospetto marcato in grassetto sui taccuini degli scout: nasce come realizzatore ma si ritiene un playmaker nell’accezione più americana del termine, e ha già ricevuto una convocazione per la nazionale sperimentale. Ha tuttavia bisogno che gli infortuni gli concedano una tregua per tornare in Europa con le quotazioni alte dopo la laurea; l’unico modo è lottare contro la cattiva sorte e lavorare duro per riprendersi anche da quest’ultimo incidente. L’avventura NCAA di Giovanni De Nicolao, fratello di Andrea in forza alla Reyer Venezia, è invece partita col botto. Nella campagna da sophomore Giovanni si è guadagnato il ruolo di playmaker titolare di UTSA, università texana di San Antonio, con un paio di canestri decisivi sullo scadere per mettere la firma su una stagione superiore alle aspettative, registrando un incremento nelle statistiche (specialmente nel tiro da tre, passato dal 26% al 34%). De Nicolao è un metronomo, un difensore tenace, un tiratore affidabile e dopo il lavoro estivo anche un atleta migliore. Questa sarà con tutta probabilità la sua ultima stagione americana, e Giovanni spera di suggellarla con la vittoria del titolo di conference. La C-USA, però, è più competitiva che mai e i Roadrunners di UTSA se ne sono accorti a loro spese, incappando in cinque sconfitte nelle prime cinque partite. De Nicolao è partito in quarta riempiendo il tabellino contro St. Edwards (13 punti, 8 rimbalzi, 6 assist e 4 rubate), ma il suo andamento altalenante riflette le difficoltà della squadra. Le statistiche segnalano un pericoloso calo nelle percentuali al tiro, un probabile shooting slump che andrà rivalutato a fine stagione; nell’attesa, con un filotto di sette vittorie, i suoi Roadrunners sembrano aver imboccato la strada giusta.

Tra i veterani annoveriamo anche Gabriele Stefanini, bolognese: difesa e tiro da tre i suoi marchi di fabbrica, ma il suo punto forte è sicuramente l’istruzione accademica che riceve alla prestigiosa Columbia University, militante nella Ivy League. Con quasi trenta minuti di media sul parquet, Gabriele è uno dei pilastri della squadra e a novembre si è tolto la soddisfazione di un sontuoso career high da 33 punti con 59 dalla distanza.

Osservate speciali sono le cinque matricole: alcune sono ben conosciute in Italia, proveniendo da campionati di successo in Serie A2, altre sono emigrate già da tempo ma hanno mantenuto i contatti con le nazionali giovanili – il coaching staff ha ora la possibilità di osservarli in azione contro avversari di alta caratura.

Guglielmo Caruso è forse il migliore classe ’99 della nazione, ammirato col Napoli Basket: 9 punti e 5 rimbalzi di media in 27 minuti, nonostante la retrocessione della squadra. Quest’anno ha scelto Santa Clara, in California, e se la vedrà con la corazzata Gonzaga nella WCC. Santa Clara gioca un basket dinamico che dovrebbe aiutare Caruso a nascondere il cartello “lavori in corso”: non abbastanza alto e pesante per occupare il pitturato, non ancora così efficace sul perimetro per giocare da ala. La direzione da seguire dev’essere quest’ultima, e i solidi fondamentali giocano a suo favore tanto che coach Herb Sendek lo impiega già per oltre 18 minuti a partita. Guglielmo tira con un solido 57% dal campo ed è stato tra i protagonisti della maratona del 18 dicembre, una vittoria dopo due overtime contro USC: infallibile al tiro, più sei viaggi in lunetta per 12 punti complessivi.

Nel novero degli esordienti, l’altro principiante assoluto per quanto riguarda l’America è Federico Poser, che imita il percorso di Caruso dalla Serie A2 (Treviso, nel suo caso) alla Division I: ha scelto l’ateneo di Elon nel North Carolina, parte della non irresistibile Colonial Athletic Association. Poser ha dalla sua un fisico già adeguato agli standard d’oltreoceano (203 centimetri per 105 chili), che equivale a una garanzia di minuti a disposizione in uscita dalla panchina. Per ora sono 13 di media: Poser li sfrutta a dovere sgomitando sotto canestro e prendendo l’iniziativa in attacco senza alcuna traccia di timidezza (2.4 rimbalzi di media e 4,3 punti).

Gli altri tre rookie sono in realtà già “stranieri”. Pietro Agostini, da Trieste, si è spostato negli Stati Uniti ai tempi della high school e ora ha scelto gli Owls di Kennesaw State; Ethan Esposito invece, padre napoletano e madre americana, si è trasferito a soli quattordici anni e dopo una stagione di junior college si è iscritto a Sacramento State. Due metri per cento chili, Esposito ha il physique du role che si richiede a uno swingman unito a una tenace attitudine difensiva, ma necessita di espandere il proprio raggio d’azione oltre la linea da tre punti (appena otto conclusioni provate lo scorso anno, dove tuttavia giocava per necessità tattiche nei pressi del canestro, mentre nella nuova stagione si sta assestando su un promettente 33%). Vederlo già così ben inserito nel roster, però, è confortante. In soli 17 minuti d’impiego medio sul parquet Esposito è uno dei top scorer della squadra, 10,8 punti di media, e rimbalzista di riferimento: si veda il 20+8 nella partita d’esordio contro Simpson, finora la sua performace più brillante. L’ultimo primo piano della carrellata è riservato a un altro “oggetto misterioso” del panorama giovanile italiano, Micheal Anumba, cresciuto nel vivaio di Reggio Emilia e poi messosi in mostra nel Regno Unito, nel roster dei Manchester Magic, con un’apparizione ricca di highlights al camp organizzato da Luol Deng. La scelta è caduta su Winthrop, college di spicco nella Big South, un bel palcoscenico per riconquistare chi l’avesse perso di vista con le qualità atletiche e tecniche che possiede.

Grazie all’applicazione difensiva e alla rapidità in campo aperto si è già guadgnato un posto da titolare tra gli esterni. Le statistiche recitano 5/26 dall’arco e il 48% complessivo dal campo: non siamo ancora nel territorio dei 3-and-D che tanto piacciono in America, ma Michael lascia il segno in difesa, sta mostrando un’inaspettata propensione all’assist e sa procurarsi i suoi oltre 7 punti di media in altro modo. Attaccando il ferro, ad esempio, come suggeriscono i 19 con 9/10 dalla lunetta nella vittoria su Pfeiffer.

Ci sarebbe infine Francesco Badocchi, padre italiano e madre americana, già soprannominato “The Human Pogo-stick” per l’esplosività nel salto e redshirt freshman coi Virginia Cavaliers tra i favoriti per staccare la retina a marzo, imbattuti fino alla recete prima sconfitta con Duke. Usiamo il condizionale, purtroppo, perché un infortunio ha costretto Francesco ad allontarsi dalla squadra per i primi mesi: ha da poco effettuato il suo esordio, quattordici minuti di garbage time sparsi tra le ultime cinque partite.

Sul fronte maschile, in ottica nazionale l’Italia spera che la scena collegiale regali qualche sorpresa: tutti i dodici “italiani d’America” sono nell’orbita delle selezioni giovanili, ma per ora solo Davide Moretti e Alessandro Lever si sono affacciati a esperienze di rilievo nel basket professionistico. Anche in questo frangente sembra che siano le ragazze ad aprire la strada, sulla scia della vittoria al mondiale 3×3 dello scorso giugno e dei ripetuti successi della rappresentativa U16: c’è una nutrita pattuglia di italiane nella Division I NCAA, nove elementi capeggiati da Elisa Penna – che è già una pedina fondamentale nella nazionale maggiore e autentica leader per le Demon Deacons di Wake Forest, con cui compete da quattro anni nella ACC. La scorsa stagione ha totalizzato oltre 15 punti di media raccogliendo consensi e premi per tutta la nazione, e nei primi due mesi ha già piazzato tre prestazioni da oltre 20 punti; tra i suoi obiettivi a breve termine, una chiamata in WNBA.

Accanto a lei Francesca Pan, rivale di conference nelle fila di Georgia Tech. Anche lei veste i panni di asso del quintetto, 14 punti di media e principale specialista nel tiro dalla distanza. A Georgia Tech gioca anche Lorela Cubaj, a farle compagnia in uno starting five per due quinti italiano.

Elisa Pinzan è una matricola con un compito difficile ma già diversi minuti a disposizione (oltre 22 di media) per completarlo: lasciare il segno nel roster di South Florida, squadra con alte ambizioni al numero 22 del ranking nazionale. Per adesso fa fatica a lasciar partire il tiro sopra avversarie più alte e fisiche, ma compensa coi 4 assist di media che la rendono leader in cabina di regia. Le altre ragazze bazzicano già da qualche tempo in Division I: Lucrezia Costa a UMBC, Elisa Pilli a Wyoming, Lucia Decortes ad Albany, Mariella Santucci a Toledo, Carlotta Gianolla a Kennesaw State.

Due protagoniste in rosa a dare l’esempio, insomma, con Davide Moretti e Alessandro Lever che le seguono a ruota nel tentativo di imporsi sui parquet americani e riportare in Italia, magari a vantaggio della nazionale azzurra, un bagaglio di esperienze e competenze atletiche e tecniche difficile da collezionare in patria. Per i ragazzi che affrontano l’avventura collegiale in America, il principale gap da colmare riguarda sempre l’aspetto atletico, che di là dall’oceano è curato in maniera professionale fin dalle scuole superiori. L’alto livello di competizione, poi, finisce per selezionare solo i giocatori più determinati e più avanti nella crescita. Dal canto loro, gli italiani (come il resto degli europei) vantano una comprensione del gioco più completa e raffinata rispetto ai loro pari età statunitensi, un aspetto che i coach non mancano di apprezzare. Tradurre la pallacanestro da un continente all’altro è un’alchimia complessa, soprattutto considerando gli impegni accademici richiesti agli studenti-atlenti, ma la ricompensa è – potenzialmente – esaltante. Proprio nella finestra di qualificazioni estive abbiamo ammirato la conferma ad alti livelli di Amedeo Della Valle, tra i migliori realizzatori del torneo (nel successo 101-82 sulla Polonia ha battuto il record di triple nelle qualificazioni con 8 centri dalla distanza), uno che si è formato a Ohio State ritagliandosi spazio giorno dopo giorno.

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Andrea Cassini

Andrea Cassini

Scrittore, giornalista e traduttore, si occupa di cultura e sport per testate italiane ed estere e organizza corsi di scrittura creativa. Vive con cani, gatti e moglie in mezzo al bosco, dove per fortuna arriva il Wi-Fi e l'NBA League Pass