Il figlio dell’Indiana

Pubblicato da Davide Piasentini il

Upper Marlboro, Maryland

inizio anni 2000

In una bella casa vicino Main St. abitano Chris e Joan Oladipo, una coppia trasferitasi negli Stati Uniti nel 1985, dopo un lungo viaggio dalla Nigeria. Entrambi hanno inseguito il sogno americano con grande tenacia, puntando alle stelle senza perdere mai la speranza. Ci sono riusciti, trovando un lavoro sicuro e sposandosi. Verso la fine degli anni Ottanta, Upper Marlboro, piccola cittadina nella contea di Prince George’s nel Maryland, è sembrata sin da subito il posto migliore in cui crescere i propri figli. I coniugi Oladipo non si sono certo risparmiati in tal senso. In pochi anni mamma Joan da alla luce ben quattro figli: Kristine (1986), Kendra (1990) e i due gemelli Victor e Victoria (1992). 

 

Victor, unico maschietto della nidiata, inizia presto a mostrare la sua passione per lo sport, soprattutto per la pallacanestro. Non è facile in una famiglia come la sua, dove qualsiasi attività sportiva viene vista perlopiù come un hobby. Mamma e, soprattutto, papà ritengono che per raggiungere grandi traguardi nella vita sia fondamentale concentrarsi nello studio, perdendo meno tempo possibile a fantasticare in cose che non possono garantire stabilità economica e realizzazione personale. Loro lo sanno cosa significa crearsi un futuro partendo da zero. In Africa non c’erano possibilità per due sognatori come loro. Motivo per cui, con pochi soldi in tasca e tanta voglia di mettersi in gioco, hanno deciso di trasferirsi negli Stati Uniti poco più di dieci anni fa. La famiglia Oladipo regge sulle spalle di papà Chris, uomo severo e iper protettivo. Un tipo che ama profondamente i propri figli, senza però darlo a vedere, e che scandisce le sue settimane con il seguente programma: lavoro, casa e chiesa. Poche distrazioni e tanta, tantissima operosità. Il basket, insomma, non viene visto di buon occhio dentro le mura domestiche e, così, Victor è costretto a giocare in seminterrato, a patto di far meno rumore possibile.

 
Trevor Ruszkowski/USA TODAY Sports

Dal 1985 cambiano tante cose ad Upper Marlboro. Il quartiere tranquillo e rispettato di un tempo svanisce progressivamente, lasciando il posto alle nuove generazioni che peggiorano oggettivamente la qualità della vita lungo le strade della cittadina. Il clima del quartiere non è certo dei migliori. Una volta, addirittura, la porta di casa Oladipo viene buttata giù a calci, sorprendendo la famiglia intenta a guardare la televisione in santa pace. Papà Chris fa raramente uscire di casa i propri figli, schiavo della paura di vederseli strappare via da qualche malintenzionato. 

Inoltre la figlia Kendra da pochi anni è diventata completamente sorda, aumentando, se possibile, il tasso di apprensione del padre. Victor fatica molto ad andare d’accordo col suo vecchio, rispettandone comunque l’autorità. L’amore per il basket, però, gli fa fare delle cose che non dovrebbe. Come scappare di nascosto di casa per andare a giocare con gli amici al campetto più vicino, cercando in tutti i modi di tornare per tempo, prima che i genitori ritornino dal lavoro. Non esiste nulla di più bello nella vita del giovane Oladipo della pallacanestro. La cosa che più allontana la storia di Victor da quelle degli altri giocatori della NBA è come il suo talento, soprattutto nei primi anni, sia davvero poca cosa. Viene abitualmente escluso dalle squadre dei più forti, finendo in panchina tra le riserve, scelto per ultimo nelle partitelle tra amici e considerato poco meno di zero dai suoi allenatori. 

Visto?”, gli ripete papà Chris, “Il basket è solamente una perdita di tempo”.

Victor, però, è uno che non molla mai e lo dimostra sin dalle prime fasi della sua vita. Molto nella formazione della sua personalità ha influito la sorella Kendra. La sua lotta contro la sordità e le difficoltà che ne sono conseguite, ispirano Oladipo profondamente. 

Ho imparato così tante lezioni da lei. La più grande è che puoi superare ogni avversità ed essere ancora capace di vivere la tua vita. Mia sorella non è nata sorda e ha dovuto cambiare il suo stile di vita drasticamente per continuare ad inseguire i suoi sogni. Questo mi da la forza per andare avanti. Lei è il motivo per cui credo di poter superare qualsiasi cosa”, racconta Victor.

Oladipo inizia ufficialmente il suo percorso nel basket alla St. Jerome Academy di Hyattsville, dove a 11 anni gioca nella squadra delle riserve della scuola. Non è affatto un fenomeno, anzi, ma l’impegno che ci mette in ogni cosa che fa è di primissimo livello. Salta e corre dappertutto, anche se la palla dentro al canestro non ce la mette mai, nemmeno a farlo apposta. D’altronde per lui l’unico modo di imparare a giocare, a differenza di molti suoi amici, è farlo durante le partite ufficiali e durante gli allenamenti. Nessuna storia leggendaria da playground da raccontare, purtroppo. Non è sulla strada che si è formato il suo stile di gioco. Per diventare un giocatore di basket, Victor Oladipo ha dovuto sviluppare sin da subito una grandissima capacità di apprendere velocemente ogni piccola sfaccettatura di questa disciplina. 

Nella contea di Prince George’s si sono formati tantissimi giocatori NBA. Il più importante, senza dubbio, è Kevin Durant ma ce ne sono altri di grande valore come, ad esempio, Jeff Green, Ty Lawson, Roy Hibbert e Jarrett Jack. Oladipo non ha vissuto una storia come la loro. È partito dal livello zero, facendo leva solo ed esclusivamente sulla sua passione per il gioco. Nessun incoraggiamento da parte dei genitori, soprattutto da parte del padre, e tanta, tantissima voglia di dimostrare il proprio valore.

Basketball was kind of like my brother. It was something I could do and just be myself”. Per Victor la pallacanestro è come avere un “fratello”. Qualcosa che gli permette di esprimersi e, soprattutto, di essere se stesso.

 
Christian Petersen/Getty Images

La scelta di andare alla DeMatha Catholic High School ad Hyattsville, scuola dalla ricca tradizione cestistica, viene avvallata dalla famiglia soprattutto per il prestigio dell’istituto. L’allenatore della squadra di basket, coach Mike Jones, conosce Victor da tempo per averlo visto giocare in una partita della lega CYO (Catholic Youth Organization). Venne colpito dal suo meraviglioso atteggiamento in campo: aggressivo, concentrato, con gli occhi fissi sulla palla. Sempre a battere le mani e a spronare i compagni. Atletico, veloce e generoso sui due lati del campo. In quella gara Oladipo non arriva nemmeno vicino alla doppia cifra di punti segnati, ma riesce nell’intento di farsi notare per le sue qualità. 

La fame di vittoria e di basket di Victor è straordinaria. Il fatto che il padre l’abbia sempre tenuto al riparo da qualsiasi cosa e frenato nella sua passione per il gioco, hanno avuto l’effetto contrario. Incendiario come una tanica di benzina gettata sopra un fuoco divampante. In questo periodo della sua vita, Oladipo conosce anche coach Kingston Price che sarà il suo allenatore nel circuito AAU e, soprattutto, il suo mentore fino all’approdo nella NBA. Price, catturato magneticamente dalla mentalità di Victor, diventa nel tempo un secondo padre per lui. Sarà proprio il coach che convincerà papà Chris a lasciare che il figlio partecipi ai tornei estivi AAU, eventi solitamente ricchi di visibilità per i giovani che si affacciano al panorama del college basketball. 

Price è una figura fondamentale per la carriera di Oladipo. È la persona che più di tutte lo incoraggia a giocare pallacanestro e ad esprimere le sue qualità. Victor non aspettava altro da tutta la vita che poter uscire fuori di casa per liberare la propria personalità. 

A DeMatha, Oladipo si mette subito in luce per la sua proverbiale etica del lavoro. Passa ore e ore in palestra ad allenarsi, oltre alle normali sessioni con la squadra. Nel suo anno da freshman non fa parte del varsity team ma della squadra delle riserve. Il suo gioco cresce di giorno in giorno ma lo stesso Victor non sembra aver troppa fiducia nella proprie potenzialità. Coach Jones osserva i suoi miglioramenti con grande attenzione, pronto ad offrirgli un posto in squadra dalla stagione successiva. 

Victor, però, non sembra molto convinto. Quando gioca la fiducia nei propri mezzi è smisurata. Non appena finisce la partita, invece, i dubbi sul suo valore lo attanagliano. Durante l’estate prima della sua stagione da sophomore a DeMatha, partecipa agli eventi AAU sotto la guida di coach Price che lo spinge a mettersi in gioco con il “varsity team” del liceo. 

Sono forti quelli”, risponde Victor.

“E tu cosa sei, invece?”, gli chiede Price. 

Il tempo di fare la “riserva” è finito. Victor accetta la proposta di coach Jones e si presenta per tutta l’estate agli allenamenti suppletivi della squadra. Oladipo vuole arrivare preparato alla prossima stagione e ritiene di dover lavorare molto più degli altri per essere all’altezza. Le sessioni estive di allenamento iniziano alle 6 di mattina. Victor abita a un’ora di distanza dalla scuola e si alza ogni giorno alle 4:30 per arrivare puntuale. Un lavoratore instancabile sul parquet. 

Quando, dopo poche settimane, si rompe la caviglia durante una partita AAU, decide di presentarsi ugualmente agli allenamenti pur non potendo scendere in campo. Coach Jones rimane senza parole di fronte a questa incredibile serietà. Victor non vuole perdersi nemmeno un secondo degli allenamenti, offrendosi anche di lavare per terra pur di rendersi utile.

Perchè lo fai?”, gli chiede l’allenatore.

Non voglio che vi dimentichiate di me”, risponde Oladipo.

Il recupero dall’infortunio gli permette di essere in campo a Novembre. I primi canestri ufficiali di Victor con la squadra della scuola sono due schiacciate devastanti nella sfida contro la Coolidge High. Da quel momento in poi il suo contributo dalla panchina sarà fondamentale. I miglioramenti in ogni aspetto del gioco sono una costante mostruosa della sua carriera sin dai quattro anni di high school. Il suo gioco “run and jump” è esaltante per la sua velocità insensata e l’atletismo senza eguali rispetto ai suoi pari età. Oladipo è un difensore sulla palla clamoroso, una spugna a livello di apprendimento e una furia dal punto di vista agonistico. Il tiro non è di buona qualità, così come il ball handling, ma è la sua mentalità a fare la differenza in campo.  

A DeMatha la squadra di basket è una vera e propria istituzione. Il livello qualitativo del roster è pazzesco. Tra i compagni di Victor, infatti, spiccano, senza nulla togliere agli altri, giocatori come Quinn Cook e Jerian Grant. Nel suo anno da junior, Oladipo è il sesto uomo inesauribile che ogni allenatore vorrebbe avere a disposizione. La stagione si conclude con il record di 31 vittorie e 4 sconfitte, oltre alla vittoria del campionato. 

L’anno successivo la musica è la stessa. Victor, questa volta, parte stabilmente in quintetto, conducendo la squadra nuovamente al titolo (record 32-4). I numeri sono molto solidi (ma non dicono tutto): 11.9 punti, 10.3 rimbalzi e 3.6 stoppate di media a partita. Il nome di Oladipo inizia a circolare stabilmente tra gli scout universitari, anche se la considerazione attorno a lui sembra quella riservata a un qualsiasi buon prospetto in uscita dal liceo. Nessuno si aspetta un futuro giocatore NBA da Victor Oladipo. 

Papà Chris, nel frattempo, non l’ha ancora visto giocare una singola partita ma pretende di avere voce in capitolo sulla scelta del percorso universitario. L’idea del padre è quella di mandare il figlio a studiare in Cina per “aprire la mente e lo spirito”. Nulla di più lontano dalla realtà e dalla volontà di Victor. Il rapporto tra i due arriva al punto di massima tensione ma, grazie alla mediazione della madre, tutto si ristabilisce prima della scelta finale. Su Victor ci sono diverse università pronte ad offrirgli una borsa di studio, tra cui Maryland, Notre Dame, Charlotte e Xavier. 

 
IU Athletics

Tom Crean, ex coach di Marquette, allena da un paio d’anni gli Hoosiers di Indiana University e conosce dettagliatamente il gioco di Oladipo. L’ha visto giocare per la prima volta quando lui aveva 15 anni in una piccola palestra appena fuori Washington D.C. ed è molto stimolato dall’idea di poterlo allenare. Ciò che l’ha colpito maggiormente è il suo atteggiamento in campo e, soprattutto, la sua umiltà. Se molti addetti ai lavori considerano Oladipo appena un “above average player” (un giocatore appena sopra la media), Crean vede in lui un potenziale infinito. Dopo aver reclutato e allenato un certo Dwyane Wade ai tempi di Marquette, l’allenatore sente di poter fare qualcosa di simile sviluppando il potenziale cestistico di Victor. La visita a Bloomington toglie qualsiasi dubbio dalla testa di Oladipo. “Ho subito sentito di essere a casa. È il posto per me”. Così Victor motiva la sua decisione di andare a giocare per Indiana, una terra che vive e respira pallacanestro ovunque.

Potevi vedere l’atletismo, potevi vedere l’energia, ma la cosa che spiccava maggiormente per me era il suo linguaggio del corpo, il suo contatto visivo. Queste cose, a quella giovane età, ti colpiscono davvero”, le parole di coach Crean riguardo Oladipo.

Abbiamo avuto grandi giocatori qui, ma non ricordo un così grande atleta che non molla mai e il cui carisma è così elettrico da influenzare i compagni e i tifosi. Victor vuole vincere e sacrificherà ogni gloria individuale per la squadra. Questa qualità è molto apprezzata nell’Indiana”. Le parole sono di Angelo Pizzo, nato a Bloomington e grande tifoso della squadra di basket dell’università. Se non avete mai sentito il suo nome, probabilmente non avete mai visto uno dei più bei film sul basket mai realizzati. Mi riferisco a “Hoosiers”, pellicola del 1986 con protagonista Gene Hackman, che racconta la storia della squadra di pallacanestro della Milan High School e, più in generale, dell’amore viscerale che tutto lo stato dell’Indiana nutre per questo sport. Angelo Pizzo è lo sceneggiatore del film e agli Oscar del 1987, a cui “Hoosiers” era nominato in due categorie, non si presentò perché la serata era in concomitanza con la finale NCAA tra Indiana e Syracuse (vinta da IU). Ecco, questo episodio rende perfettamente l’idea del significato che riveste la pallacanestro in persone come Rizzo e, in generale, per la stragrande maggioranza della gente nativa dell’Indiana. 

 
IU Athletics

Victor passa tre intense stagione con gli Hoosiers, tutte contraddistinte da un’unica costante: il miglioramento. Un percorso non senza difficoltà il suo. A Bloomington la pressione è tanta, soprattutto dopo la prima deludente stagione del nativo di Silver Spring. Nel suo anno da freshman, infatti, il suo talento passa decisamente inosservato, complici anche i risultati estremamente negativi della squadra. Solamente dodici le vittorie dei ragazzi di coach Crean (12-20), un vero e proprio disastro sportivo, considerando l’entusiasmo e il prestigio da cui è accompagnata da sempre la storia degli Hoosiers nel college basketball. Victor, nonostante siano evidenti le sue grandi doti atletiche e difensive, fatica enormemente a trovare un qualsiasi tipo di ritmo all’interno di ogni partita. Male nelle letture offensive e difficoltà evidenti, soprattutto, nei movimenti lontano dalla palla. Negli Hoosiers manca totalmente armonia ma coach Crean si dichiara fiducioso per gli anni a venire e i risultati, alla lunga, gli daranno ragione. 

Oladipo chiude con 7.4 punti, 3.7 rimbalzi e un recupero in 18 minuti di media. Si fida ancora poco del suo jumper ma, in compenso, l’atletismo al ferro è di prim’ordine. Da qui l’ottimo 54% al tiro. 

Nella sua stagione da sophomore, complice anche l’inserimento di Cody Zeller nel roster, il record cambia totalmente segno. Indiana macina pallacanestro in maniera totalmente diversa dall’anno precedente, soprattutto in attacco. Victor fa ancora molta fatica nel tiro da tre punti (18/74 nei primi due anni) ma migliora sensibilmente in quasi tutti gli altri aspetti del suo gioco. In molti addetti ai lavori lo considerano come il giocatore maggiormente migliorato della squadra, nonché indiscutibilmente il miglior difensore. Altri, malignamente, continuano a vedere in lui un “mezzo giocatore”, né più né meno. La frase che spesso i suoi detrattori gli riservano è “better singer than shooter”. Meglio come cantante che come tiratore, considerando le sue non indifferenti doti canore, manifestate anche in occasione di alcuni eventi universitari. Oladipo mette a referto 10.9 punti (47.1% FG, 75% FT) e 5.5 rimbalzi in 26.7 minuti di media a partita. 

Indiana, che chiude con un record di 27-9, viene eliminata alle Sweet Sixteen  del torneo NCAA dai Kentucky Wildcats ma sembra aver messo le basi per una squadra di ottimo livello nell’immediato futuro. Nella stagione 2012/2013, Oladipo diventa il leader indiscusso della squadra, svoltando completamente la sua carriera, grazie a un lavoro pazzesco durante l’offseason. Se c’è una cosa in cui Victor è assoluto campione è quella di migliorarsi costantemente, di anno in anno, con pazienza e grande dedizione. 

I suoi numeri parlano chiaro: 13.6 punti (tirando col 60% dal campo), 6.3 rimbalzi, 2.1 assist e 2.17 recuperi in 28.4 minuti di media a partita. La sua “Tenacious D” raggiunge livelli epici, come raramente si era visto in un giocatore della sua taglia. Memorabili, a tal proposito, le due sfide contro Michigan, una delle squadre più forti della nazione (ci giocano Trey Burke, Tim Hardaway Jr, Nick Stauskas, Glenn Robinson e Caris LeVert). Nella prima, datata 2 Febbraio 2013, si trova a marcare quattro diversi giocatori in 45 possessi complessivi, concedendo solamente 4 punti. Vittoria casalinga per gli Hoosiers con il punteggio di 81-73. 

Nella seconda, datata 10 Marzo 2013, si mangia letteralmente Trey Burke, tenendolo a 7/20 dal campo e spingendolo a perdere quattro sanguinosissimi palloni. Anche in questo caso una vittoria per 72-71. 

Indiana chiude con 29 vittorie e 7 sconfitte ma viene eliminata, ancora una volta, alle Sweet Sixteen del torneo NCAA, stavolta contro Syracuse al Verizon Center di Washington. Una sconfitta dolorosa per Oladipo, autore di 16 punti (5/6 dal campo), avvenuta proprio davanti agli occhi della sua famiglia (no, il padre non c’era) e dei suoi amici. A fine partita le lacrime sono quelle di un giocatore che in campo ha dato tutto se stesso, senza risparmiarsi nemmeno per un secondo. È l’ultima gara di Victor Oladipo con la maglia degli Hoosiers prima di dichiararsi eleggibile per il prossimo NBA Draft. 

Lascia il mondo del college basketball vincendo il premio di Defensive Player of the Year (sia NABC che Big Ten) e venendo inserito nel First Team All-American. Sporting News lo nomina Men’s College Basketball Player of the Year e conquista pure l’Adolph Rupp Trophy come miglior giocatore della Divison I.  In poco meno di due anni, Victor passa dall’essere considerato un cestista nella media a diventare uno dei prospetti più interessanti in chiave NBA. 

 

La sera del Draft 2013, che avviene al Barclays Center di Brooklyn, Oladipo viene invitato con la sua famiglia nella “green room”, l’area riservata ai giocatori più importanti della classe. Assieme a lui ci sono la madre, le tre sorelle, alcuni amici, il suo agente e coach Price, l’allenatore AAU che più di tutti ha creduto in lui in tutti questi anni. Non solo. Tra il pubblico, poco lontano dal tavolo di Victor, è seduto pure papà Chris. Questa volta proprio non poteva mancare. Sono gli Orlando Magic a sceglierlo con la numero 2 assoluta. La sua carriera NBA inizia in Florida, in una squadra in piena ricostruzione alla ricerca di un futuro promettente. Victor sembra il giocatore giusto da cui partire per creare qualcosa di speciale. Gli addetti ai lavori lo indicano come serio candidato al Rookie of the Year (assieme a CJ MCCollum dei Blazers) ancora prima di vederlo in una gara ufficiale. Orlando crede molto in lui, dandogli un ottimo minutaggio sin da subito.

Le tre stagioni con i Magic si possono riassumere, senza troppe dispersioni, in un crescendo di aspettative disilluse, intervallate estemporaneamente da grandi prestazioni ed eclatanti gesti atletici. Un percorso che, sostanzialmente, ha fatto il giro su se stesso, senza mai dare l’impressione di poter avanzare al livello successivo. 

Nella stagione da rookie il suo potenziale è sotto gli occhi di tutti sin dal debutto, una sconfitta esterna sul campo degli Indiana Pacers. I primi punti segnati (saranno 12 alla fine) nella NBA avvengono, dunque, al Bankers Life Fieldhouse di Indianapolis, non troppo lontano da Bloomington, la città che è stata la sua casa negli ultimi tre anni. Victor ancora non lo sa ma dentro questa arena scriverà le pagine (finora) più importanti della sua carriera. Nella prima stagione in NBA il numero 5 dei Magic gioca 80 gare su 82, partendo per 44 volte in quintetto e registrando numeri interessanti: 13.8 punti, 4.1 rimbalzi, 4.1 assist e 1.6 recuperi in 31 minuti di media a partita. Davvero niente male per uno che non doveva nemmeno vederla da lontano questa lega. In molti si sono sbagliati su Victor Oladipo, questo è certo. Lui, però, non ha mai giocato a basket per vendicarsi di tutti i suoi detrattori. 

L’amore per il gioco l’ha sempre spinto a dedicarvisi interamente, come quando ai tempi di IU passava ore e ore assieme a coach Crean ad analizzare al video i suoi errori nelle partite precedenti oppure i punti deboli del prossimo avversario. Oladipo chiude al secondo posto nella votazione per il Rookie of the Year, preceduto solamente dalla point guard dei Sixers, Michael Carter-Williams. 

 
Rob Foldy/USA TODAY Sports

La stagione 2014/2015 si apre con una frattura facciale rimediata in allenamento appena quattro giorni prima del debutto contro i New Orleans Pelicans. Victor ritorna a metà Novembre, munito di una maschera protettiva, nella vittoria contro i Milwaukee Bucks. Tutte le sue statistiche aumentano notevolmente rispetto all’anno precedente. La voglia di migliorarsi, d’altronde, non è mai mancata. I minuti a partita diventano 35.7 e i punti segnati passano dai 13.8 del 2013/2014 a 17.9. Dopo il ritorno contro i Bucks, gioca tutte le restanti 71 partite in quintetto base. I Magic sbagliano ancora stagione, mancando i Playoffs in maniera netta e indiscutibile. Il giovane Oladipo, invece, si fa notare sempre di più, anche grazie ad una meravigliosa performance allo Slam Dunk Contest dell’ASG, in cui arriva secondo solamente a un leggendario Zach LaVine. 

L’arrivo in panchina di Scott Skiles nella stagione successiva coglie impreparato Oladipo. Nelle prime dodici gare non va oltre i 12.8 punti di media segnati, mostrando notevoli difficoltà ad adattarsi ai dettami tattici del nuovo allenatore. Skiles pensa addirittura a un ruolo da sesto uomo per lui ma l’esperimento, dopo un inizio confortante, naufraga progressivamente. Victor alterna prestazioni spettacolari (37 punti vs. OKC, 45 vs. Cavs) a serate molto difficili al tiro. Quello che manca più di tutto, però, è l’aggressività difensiva, la sua arma migliore sul parquet dai tempi del liceo. Ad Orlando iniziano a pensare che, forse, Oladipo non sia effettivamente il giocatore a cui affidare le chiavi del backcourt nell’immediato futuro. Lui stesso sembra aver perso fiducia in se stesso, lasciando assopire la fiammella che da sempre alimenta il suo fuoco cestistico. L’ennesimo record negativo (35-47) con conseguente non partecipazione ai Playoffs, porta il front office dei Magic a valutare nuove soluzioni per il progetto tecnico. La prima è la nomina ad allenatore di Frank Vogel. La seconda è la cessione di Victor Oladipo agli Oklahoma City Thunder (assieme a Ersan Ilyasova e i diritti su Domantas Sabonis) in cambio di “Air Congo”, Serge Ibaka. È il 23 Giugno del 2016. Dieci giorni dopo, con l’ormai conosciutissima lettera a The Players Tribune, Kevin Durant annuncia la sua firma ai Golden State Warriors. Un colpo durissimo per tutto l’ambiente Thunder, percepito profondamente anche da Victor, il quale, dopo essersi lasciato alle spalle il caos di Orlando, sognava di far parte di una squadra da titolo. Le voci di una possibile partenza di Russell Westbrook, che si inseguono costantemente sui social media dopo l’annuncio di KD, vengono, invece, silenziate sulla sirena, grazie ad una estensione contrattuale che assume i contorni di un vero e proprio riconoscimento nei confronti del nativo di Long Beach. È la squadra di Russell Westbrook ora. 

Victor Oladipo tira un forte sospiro di sollievo. La paura di finire in una franchigia alla deriva, in totale ricostruzione, smette di occupare le zone d’ombra della sua mente. Poco dopo l’annuncio dell’estensione di Westbrook, riceve una telefonata proprio da Russell. L’ex UCLA gli chiede di raggiungerlo a Los Angeles, da lì a pochi giorni, per potersi allenare assieme in vista della nuova stagione. Sarà presente anche coach Donovan. 

Victor è felicissimo all’idea di allenarsi con Westbrook. Finalmente giocherà al fianco di uno dei migliori talenti di tutta la NBA e potrà nuovamente scrivere pagine importanti per la sua carriera. Al telefono Russell gli è sembrato sereno, carico ed estremamente convinto della bontà del progetto Thunder. Dopo pochi giorni, quindi, Oladipo vola a Los Angeles per allenarsi con Westbrook per una settimana intera. La prima sessione di allenamento è fissata al mattino del giorno seguente, con inizio ore 10. Victor si presenta alla palestra con qualche minuto d’anticipo e, appena entrato, lo vede. Russell è già sul parquet, sudatissimo come se fosse lì già da qualche ora. In effetti è proprio così.

 
Jason Getz/USA TODAY Sports

Victor osserva il compagno di squadra da lontano. Il suo pensiero vola improvvisamente ai tempi del college, a Indiana University, quando tutti pensavano potesse diventare il “nuovo Westbrook”. Coach Tom Crean credeva molto in questo accostamento, apprezzando tantissimo l’etica del lavoro di Westbrook. Voleva lo stesso per Victor. Voleva fare in modo che diventasse un giocatore in grado di migliorare giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, senza mettersi mai nelle condizione di sentirsi arrivato. Esattamente come Westbrook. All’epoca, coach Crean e Victor passavano interi pomeriggi nella sala riunioni degli Hoosiers a guardare, tra le altre cose, una serie di video con protagonista Russell Westbrook. Lo scopo era evidenziare tutti i progressi fatti dalla point guard dei Thunder nei suoi primi quattro anni nella lega. 

Vedi”, diceva coach Crean, “vuole diventare un giocatore migliore ogni stagione”. Victor annuiva in silenzio.

Ora sono entrambi nella stessa palestra per prepararsi alla prossima stagione Nba. Oladipo prende coraggio e si avvia verso gli spogliatoi. Arrivato a pochi metri da Westbrook cerca di salutarlo ma viene interrotto dal fuoriclasse dei Thunder. 

Yo! You’re late”. Secondo Russ, Victor è in ritardo. 

Non sarebbe dovuto arrivare alle dieci ma molto prima. Oladipo annuisce e si dirige velocemente negli spogliatoi. In quella settimana i due lavorano su ogni singolo aspetto del gioco e, soprattutto, iniziano a conoscersi profondamente. Victor è subito molto colpito da Russ. La sua ossessione per l’allenamento, la sua motivazione interiore e, soprattutto, l’incredibile energia messa in campo, in ogni singolo momento, non le aveva mai viste in nessun altro giocatore prima d’ora. Victor studia Russell in modo silenzioso, assorbendo il più possibile e cercando di essere alla sua altezza, cosa per niente facile anche in un semplice allenamento. Russ è un grande compagno di squadra. Riesce un momento ad essere davvero affabile e, subito dopo, cambiare totalmente atteggiamento. È concentrato ed estremamente determinato. Giocare al suo fianco è stimolante e ti fa dare qualcosa in più.

Russell è al 110% ogni giorno, in ogni cosa che fa. Io ora cerco di spingermi al 115%, perché so che lui nel frattempo farà di tutto per dare quel 110. È qualcosa che ha instillato in me senza fare nulla di particolare se non essere se stesso”, racconta Oladipo. 

Durante quella settimana, Victor capisce che Russell è determinato affinché la prossima sia la sua stagione più importante di sempre. La partenza di Kevin Durant l’ha ferito nel profondo. Di questo, però, Brodie non parla mai. È come se fosse un argomento proibito. Il fuoco della motivazione, nato nella serie persa contro i Warriors pochi mesi prima, si è divampato pericolosamente con la scelta di Durant. Russell non vuole solo vincere. Vuole cambiare la storia della pallacanestro. Victor Oladipo si sente un privilegiato ad essere lì, al suo fianco, in questo preciso momento delle loro carriere. Quella settimana a Los Angeles stravolge le prospettive cestistiche di Oladipo e pone le solide basi per il giocatore che sarà. 

La stagione con i Thunder non sarà semplice, soprattutto considerando il nuovo ruolo ricoperto sul parquet. Poca palla in mano, tanti movimenti sul lato debole alternati a situazioni di spot up. Giocare in quei Thunder al fianco di Westbrook, però, insegna a Victor che per fare la differenza bisogna sapersi mettere in gioco, spingere sempre a cento all’ora, con la voglia di cambiare le cose anche quando le cose si fanno terribilmente difficili. Prendersi le proprie responsabilità senza paura di fallire e lottare ogni giorno per diventare un giocatore migliore.

Non esiste un atleta come Russell Westbrook sotto questo punto di vista. A quanti continuano a pensare che ne arriverà un altro, prima o poi, come lui, io dico che probabilmente questo non accadrà mai. Anche chi lo detesta, forse, fra qualche anno comprenderà la complessità unica di questo meraviglioso interprete del gioco. 

Victor Oladipo l’ha fatto e, grazie a questo, è riuscito a cambiare il suo approccio alla pallacanestro. Terminati i Playoffs del 2017, chiusi con 10.8 punti di media e il 34% dal campo, il destino lo riporta alla deriva delle sue ombre caratteriali. Un tempo, dopo una serie di prestazioni del genere, si sarebbe chiuso in se stesso, accarezzando l’oscura idea di non essere all’altezza, piegandosi drammaticamente alla negatività del momento. 

Il nuovo Victor, invece, cambia prospettiva. 

Non sono nemmeno vicino al giocatore che voglio essere”.

Brian Spurlock/USA TODAY Sports

Durante l’estate del 2017 viene ceduto agli Indiana Pacers nell’affare Paul George, assieme (ancora una volta) a Domantas Sabonis. La mentalità appresa da Russell Westbrook lo spinge a lavorare intensamente. Vuole trasformare la sua carriera. Vuole diventare il migliore giocatore possibile. Vuole andare oltre il livello che è abituato a conoscere e che è solito mettere all’orizzonte dei suoi sogni. 

Prima di andare a letto, ogni volta che mi sveglio, tutto quello a cui penso è raggiungere il numero uno. Chiunque esso sia, squadra, giocatore. È lì che voglio arrivare e devo lavorare sodo ogni giorno per poterlo fare”. Il pensiero di Victor Oladipo è chiaro e, soprattutto, arriva dal profondo della sua anima.

È un giocatore diverso. Un uomo diverso. 

Cambia regime alimentare, abbandonando il pane e qualsiasi tipologia di fritto. Tanta verdura, frutta, proteine ed esercizio maniacale in palestra. Oltre a una costante idratazione che sfiora i quattro litri d’acqua al giorno. Perde quasi sette chili, diventando asciutto e potenziando la sua muscolatura in modo da essere ancora più veloce e aggressivo in campo. Via la massa grassa. Dentro i muscoli.  

Oladipo capisce che la forza, la motivazione e il coraggio non vanno cercate altrove ma negli abissi del proprio io. Senza paura. È in quei luoghi che si trova quello che, inconsciamente, pensiamo di non avere. Indiana vuole fare di lui il proprio leader tecnico ed emotivo. Dopo aver perso Paul George, tutti considerano i Pacers tra le squadre peggiori della lega. Sarà esattamente il contrario. 

La squadra allenata dall’ex Sonics Nate McMillan stupisce sin da subito per l’ottima difesa e per lo stile di gioco condiviso. La palla si muove molto, senza personalismi, nella metà campo offensiva, mentre in quella difensiva ogni giocatore del roster si applica con grande dedizione. La squadra, insomma, non sembra affatto voler vivere una stagione di sconfitte, adagiandosi comodamente nell’alibi della partenza di Paul George. Victor Oladipo è il leader indiscusso, dentro e fuori dal campo. Aumentano tutte le voci delle sue statistiche ma quello che maggiormente impressiona è il suo atteggiamento sul parquet, la sua mentalità. La fiducia nei propri mezzi è totalmente cambiata, così come l’aggressività nei momenti decisivi. È un giocatore totalmente rinato, con un potenziale che, fino alla stagione scorsa, nessuno credeva potesse avere dentro. 

Oladipo diventa presto il go-to-guy della squadra, capace di mettere tiri decisivi e andare con continuità sopra i trenta punti. A inizio Dicembre infila tre partite clamorose, in cui domina senza mezzi termini nella metà campo offensiva. Segna 36 punti ai Raptors, 33 (con sei triple) ai Cavaliers e, infine, mette a referto il suo career high nella vittoria all’overtime contro i Denver Nuggets. Per lui 47 punti con 7 rimbalzi e 6 assist. 

Most Improved Player 2018

Il rendimento non cala nei mesi successivi, garantendogli la prima convocazione per l’All Star Game e ipotecando di fatto quello che sarà il premio di Most Improved Player per la stagione 2017/2018. Uno dei momenti più belli di questo periodo avviene nel mese di Gennaio, quando viene celebrato da Indiana University, prima del big match contro gli odiatissimi Boilermakers (o Boilers, come preferite) di Purdue University. Al suo ingresso in campo i tifosi dell’Assembly Hall impazziscono letteralmente, gridando “Oladipo! Oladipo! Oladipo!” e “Mvp! Mvp! Mvp!”. 

I’m a Hoosier. I’ll always be a Hoosier“. Le parole di Victor risuonano nell’arena e il rumore diventa sempre più forte quando il giocatore alza al cielo la sua #4, quella maglia che per tre anni ha rappresentato tantissimo per i tifosi di Indiana. Tutto davvero molto bello e significativo. Uno dei segreti della sua grande stagione ai Pacers va ricercato anche in questa grande empatia con il popolo dell’Indiana. Un figlio adottivo, tornato a casa per raggiungere grandi obbiettivi. 

I Pacers chiudono la stagione con un record positivo (48-34) e centrano i Playoffs per il terzo anno consecutivo. Oladipo chiude la regular season con 23.1 punti (47% dal campo, 37% da tre, 80% ai liberi), 5.2 rimbalzi, 4.3 assist, 2.4 recuperi in 34 minuti di media a partita. Una crescita straordinaria per il nativo di Silver Spring. Crescita che trova conferma anche durante i Playoffs, nella splendida sfida contro i Cleveland Cavaliers di LeBron James.

Victor ne segna 32 (con sei triple) nella vittoria esterna di Gara 1 e, soprattutto, domina nella sesta partita che forza la serie alla settima. In quell’occasione mette a referto la prima tripla doppia della sua carriera nei Playoffs: 28 punti, 13 rimbalzi e 10 assist. Per lunghi tratti della serie i Pacers sono sembrati la squadra migliore sul parquet ma la differenza, alla fine, la fa LeBron James, devastante in gara 7 con i suoi 45 punti, 8 rimbalzi, 7 assist e 4 recuperi per la vittoria dei Cavs 105-101. 

Oladipo chiude con 30 punti, 12 rimbalzi, 6 assist e 3 recuperi in 41 minuti di gioco. La sua fame e la voglia di migliorarsi, però non conoscono sconfitta. Pochi minuti dopo la sirena finale e l’eliminazione dai Playoffs, Oladipo scrive un messaggio a David Alexander, suo allenatore personale. Il testo dice:

When do we start? I’m ready to take it to another level”.

Probabilmente non si è ancora fatto la doccia e la prima cosa che fa, quando ritorna negli spogliatoi, è scrivere al suo allenatore. Vuole tornare in palestra per allenarsi in vista della prossima stagione già da domani. Fame ed etica del lavoro al massimo livello. Questo è Victor Oladipo. Nessuna forzatura o esagerazione, almeno non per lui.

In questa stagione i numeri sono sostanzialmente in linea con quelli dell’anno scorso (poco importa se i punti di media sono inferiori, il senso complessivo non cambia). Il suo stile di gioco è maturato ulteriormente, soprattutto nella metà campo offensiva. L’infortunio al ginocchio destro, che gli ha fatto perdere undici partite tra Novembre e Dicembre, non gli ha causato troppi problemi. In poche partite dal rientro, infatti, tutto è ritornato al posto giusto. A inizio Gennaio contro i Chicago Bulls segna 36 punti e il canestro decisivo. 

Siamo 116 pari. Appena 6 secondi dalla fine del supplementare. La palla è tra le mani di Oladipo, fronteggiato da un concentratissimo Kris Dunn. Qualche palleggio frenetico e, poi, l’arresto, un metro e mezzo abbondante dietro la linea da tre punti. Magica tabellata e palla che s’infila dentro il canestro per la vittoria esterna dei Pacers. A me piace definirli “canestri di volontà”, quelli che entrano solo per il fatto di volerli segnare profondamente.  Victor è uno di quei giocatori abituati a mettere questi tiri con continuità, oltre la meccanica, oltre i fondamentali. È la forza di volontà a spingere verso il successo più di ogni altra cosa. 

Victor ha capito che la forza, la motivazione e il coraggio non vanno ricercati altrove ma negli abissi del proprio io. Senza paura. È in quei luoghi che si trova quello che, inconsciamente, pensiamo di non avere. Non esistono scorciatoie per il successo. Ogni cosa va guadagnata col duro lavoro e alimentata senza credere mai di essere arrivato. Il viaggio che porta alla grandezza è quello a cui aspira da sempre Victor Oladipo.

Ci vuole arrivare il prima possibile per poi non voltarsi più indietro.

Biglietto di sola andata.

Destination: Greatness.


Davide Piasentini

Davide Piasentini

Nato a Padova nel 1986, è scrittore e analista sportivo per passione. Figlio adottivo di Seattle, del grunge e dei Supersonics. Rodmaniano convinto da sempre affascinato dai "Beautiful losers" della pallacanestro. Autore dei libri "Shots for the Ages" (2016), "Ten. Storie di Grunge Basketball" (2017) e "Sotto il cielo di Rucker Park" (2018).