Less is More

Pubblicato da Leandro Nesi il

Il 18 luglio scorso una sottospecie di terremoto emotivo colpiva l’NBA e i San Antonio Spurs, una delle franchigie che più ci aveva abituato a gestire in modo ottimale i giocatori a roster, da sempre trattati come membri di una grande famiglia e non semplicemente come atleti a libro paga. 

Tutto vero. Dal 18 luglio Kawhi Leonard non era più un giocatore dei neroargento, destinazione Canada, Toronto.

Nello scambio, anche Danny Green migrava a nord dal Texas, in cambio di DeMar DeRozan, Jakob Pöltl e una prima scelta protetta 1-20, convertibile dopo un anno in due seconde.

Dopo tanti, tantissimi anni, all’ombra dell’Alamo le cose sembrano andare male. La scelta di scambiare The Claw con DeRozan non lasciava intendere una volontà dei neroargento di pigiare il tasto reset, ma in tanti, però, vedevano la striscia di ventuno presenze consecutive ai Playoff destinata ad interrompersi. Classica mossa in stile Buford, che ormai più volte posto davanti alla scelta di rifondare si è dimostrato quasi allergico alle logiche del perdere e perderemo per inserire giovani leve nel motore della franchigia e ripartire.

Ad oggi però, quando si è arrivati ormai al giro di boa dell’annata, gli Spurs sono saldamente in corsa per il ventiduesimo giro consecutivo ai Playoff, una striscia che nell’NBA moderna non ha eguali. Per intenderci, Golden State e Houston, seconde per presenze consecutive ai Playoff sono ferme a sei.

Lo stile di gioco degli Spurs è però, almeno apparentemente, diametralmente opposto al resto della Lega e quanto gli Spurs siano anomali rispetto le altre squadre è presto detto: oltre il 45% dei loro tiri viene dal midrange, primi in assoluto (la seconda squadra è Cleveland, circa 10 punti percentuali più in basso). Fra tutti i tiri presi dall’attacco degli Spurs, solo il 27% genera una tripla. Neanche a dirlo, sono ultimi per tiri da tre presi rapportati al volume di tiri totale, penultimi come numero di triple tentate in stagione.

Attenzione però a non confondere il volume di tiri con l’efficacia: gli Spurs sono primi per percentuale da 3, con il 40% abbondante oltre l’arco. Segno evidente che non sempre il numero di tentativi è identificativo di un risultato.

Il loro adjusted offensive rating, che misura quanti punti genera l’attacco su 100 possessi tenendo conto della forza della difesa avversaria, è fra i primi della Lega.

Negli ultimi anni, partendo dal 7 seconds or less, passando per l’entrata di Steph nella Lega e arrivando ad oggi, l’NBA è andata sempre più nella direzione del tiro da tre o del tiro nella restricted area, abolendo quel tiro dal midrange che tanto è sconveniente dal punto di vista statistico. Questo, ormai, lo sappiamo tutti. Gli Spurs producono attorno al 50% dei loro tiri dal midrange. E hanno il quinto adjusted offensive rating della Lega. È tutto falso, allora? Il tiro dal midrange visto come il male del mondo è un falso mito?

La risposta, come quasi sempre, è ‘dipende’.

Dipende da chi produce i tiri dal midrange. Dipende dalla qualità dei tiri presi. E dipende da cosa fa la squadra in questione per avere i tiri che prende.

In questo senso, LaMarcus Aldridge e DeMar DeRozan sono due dei più eccezionali interpreti del midrange che la Lega abbia in questo momento. Due giocatori dal sapore anni ’90, una Power Forward e una Shooting Guard vecchio stampo, che basano il proprio gioco su fondamentali purissimi e signature moves che nulla, o quasi, hanno a che fare con la pallacanestro del 2019. 

LaMarcus (fresco All-Star per la settima volta) oggi è uno dei migliori esponenti della pallacanestro in post. Piede perno, semigancio, fade-away jumpers, power moves. Le ha tutte. E sono tutte ugualmente meravigliose.

DeMar è un manuale d’attacco nell’area. Tiro dal gomito in uscita dai blocchi, palleggio arresto e tiro in semi-transizione e in uno contro uno, euro-step. Piedi da ballerino e mani fatate. 

Imparare dai propri errori

Fondamentale un passo indietro: l’estate scorsa Gregg Popovich ha apertamente dichiarato che Aldridge, l’estate precedente, aveva richiesto di essere scambiato. Un unicum, per Pop. Nessuno mi aveva mai chiesto una cosa del genere. E’ il mio ventesimo anno e nessuno mi aveva mai detto cose del tipo ‘non mi sto divertendo, non mi sento sicuro, non voglio stare qui, voglio essere scambiato“. A seguito della richiesta di LaMarcus, Pop ha dichiarato di aver compreso che il problema nel malessere di Aldridge era proprio lui. Aveva cercato, a suo dire, di cambiare un giocatore che era da nove anni nella Lega. Un All-Star, poi. “Posso dire qualcosa sulla difesa, qualcosa sui rimbalzi, ma non devo cambiare il suo gioco”. Un’ammissione pubblica di colpevolezza e, allo stesso tempo, una presa di coscienza fortissima per Popovich, che si è dimostrato nonostante la sua esperienza e le sue convinzioni disposto ancora a imparare, giorno dopo giorno, qualcosa in più. 

Di qui la decisione di attuare un cambio radicale nel gioco di DeMar: è passato dal tirare poco meno di 4 triple a partita nell’ultimo anno canadese a provarne meno di una quest’anno. La parola chiave è ‘comfort zone’. A DeMar viene chiesto di fare quel che è eccezionale a fare.

Niente di più.

Less is more.

Come spesso accade, purtroppo, i piani di San Antonio hanno rischiato di naufragare ancor prima dell’inizio della stagione: il ginocchio di Dejounte Murray ha fatto crack, pochi giorni dopo la cessione di Tony Parker.

L’assenza prolungata di quello che doveva raccogliere l’eredità del franco-belga ha costretto DeRozan ad avere più responsabilità come passatore, responsabilità accolta alla grandissima da DeMar, che oggi smazza più di 6 assist a partita. Un assist in più di media del suo massimo in carriera, raggiunto lo scorso anno a Toronto.

In più, dal profondissimo cilindro di Popovich è sbucato il coniglio bianco, quel Derrick White sconosciuto ai più fino a novembre e oggi punto fermo del quintetto neroargento.

Che il coach degli Spurs sia contrario all’eccesso del tiro da tre non è un mistero. Lo ha reso particolarmente evidente in una recente intervista diventata virale in pochi istanti:

Lo odio (il tiro da tre), e l’ho sempre odiato. Ho odiato le triple per 20 anni. Questo è il motivo per cui scherzo sempre e dico che se il gioco deve cambiare, allora facciamo anche il tiro da quattro. Perchè se tutti adorano le triple, adoreranno le quadruple. Le persone salteranno sulle sedie se dovessero vedere una giocata da cinque. Sarebbe fantastico. Non è più basket, non è più bello. E’ noioso. Ma è quel che è, e noi ci dobbiamo lavorare.

L’intervista è estremamente “alla Popovich”, ma dietro il sarcasmo tipico del nativo dell’Indiana c’è molto di più: intanto, Gregg non ha mai rinunciato ad un buon tiro da tre preso da un buon tiratore, come dimostrano le 118 triple di squadra in 5 partite che contribuirono a portare il 5° anello al dito di Tim Duncan e dello stesso Pop.

Il punto focale dell’intervista è quel “è quel che è, e noi ci dobbiamo lavorare” a far riflettere. Perché se è vero che DeRozan e Aldridge in due tirano 1.2 triple a partita, gli Spurs ne tirano 24.8 che li mette sì all’ultimo posto della classifica di triple tentate a partita nell’NBA di oggi, ma comunque sono 23.6 triple presi dai giocatori di San Antonio che non si chiamino DeRozan o Aldridge.

La verità come sempre è nel mezzo: Popovich detesta un tiro da tre preso da un cattivo tiratore da tre, sopravvive con una tripla presa da un buon tiratore, apprezza una tripla aperta presa da un buon tiratore.

Di qui, il “disegno” dell’attacco dei nero-argento, un vestito fatto più che mai a misura degli interpreti, riassumibile in estrema sintesi in soli 3 punti:

1) Produzione dal midrange di DeRozan ed Aldridge

2) Second unit ricca di tiratori: Mills, Belinelli, Bertans, Forbes

3) No ai turnovers.

L'oro nel Midrange

Statistica che, paragonata all’interno di una NBA che oggi tende a nascere, vivere e morire con il tiro da tre, ha del surreale. La distanza media della realizzazione dei loro tiri è di 3 metri e mezzo per DeRozan e poco meno di 3 metri per Aldridge. Gli Spurs sono anche la squadra che va più in post della Lega, con Aldridge a guidare la NBA con 11.8 situazioni di post-up partita. Sfruttare i punti di forza delle proprie star senza chiedergli nulla di più. Less is more.

Sommando solo i possessi in post-up di Aldridge e DeRozan, gli Spurs andrebbero più in post di 22 SQUADRE. Andare da Aldridge in post genera due possibilità: la prima è che la difesa cerca di contenere LaMarcus in single coverage (e il #12 è per fondamentali in post in top 5 della Lega) il che vuol dire che può segnare in un’infinità di modi. Se la difesa raddoppia, Aldridge scarica la palla e genera vantaggio, che i nero-argento sono eccellenti nel capitalizzare al massimo. Nota di merito, per Aldridge è quella di essere migliorato tantissimo durante la carriera per quanto riguarda il timing di uscita del pallone in caso di raddoppio. I due, inoltre, si cercano ogni giorno di più. 

Second Unit: un'altra pallacanestro

Il midrange, per quanto con DeRozan e LaMarcus possa essere efficace, è comunque meno conveniente dei tiri dalla restricted area o dei tiri da tre, statisticamente parlando. Gli Spurs questo lo sanno (è quel che è, e noi ci dobbiamo lavorare) e cambiano completamente stile di gioco con l’entrata in campo della second unit.

Quando Aldridge e DeRozan sono in campo San Antonio tira il 52.4% delle conclusioni complessive dal midrange, e solo il 24% è una tripla. Quando entrambi sono fuori dal campo, l’uso del midrange scende al 41%, l’uso delle triple sale fino al 34% abbondante. Un 10% di tiri dal midrange che si trasforma, magicamente, in tiri da tre. Forbes, Mills, Belinelli e Bertans tentano da tre più del 50% dei loro tiri. Bertans addirittura oltre il 75%.

C’è anche una questione di ritmo di gioco: il pace (stima del numero di possessi sui 48 minuti) è 98 con DeMar e LaMarcus, 105 quando i due sono in panchina. Con la second unit in campo, e soprattutto con Patty Mills a spingere il contropiede, i nero-argento corrono tantissimo in transizione, alla ricerca di tiri da tre aperti e veloci. In questo, la presenza di specialisti come Marco Belinelli (38.5% da 3) e come Davis Bertans (47.6%) aiuta, e molto. Sui tiri da tre, rimanendo sui quattro tiratori dal pino, chi segna meno triple assistite è proprio Patty Mills, che ne segna “solo” il 75% da assist. Belinelli e Forbes ne segnano l’80% assistite, mentre Davis Bertans il 99.1%. Sostanzialmente un’unica tripla in tutta la stagione di Bertans sulle 109 segnate non è stata assistita. Una sola. 

Turnovers

Il tutto, sempre, con la massima attenzione alle palle perse: gli Spurs figurano fra i più alti rapporti assist / turnover (quanti assist ogni palla persa) e fra i primi come minor numero di palle perse a partita, perdendo solo l’11% dei palloni giocati, terzi in NBA. Con Pop, sulle palle perse non si scherza. 

Never bet against Pop

Veramente in pochi, a settembre, avrebbero scommesso sugli Spurs e su Popovich. Perdere Leonard sarebbe, per chiunque, un fattore devastante. Gli Spurs però sono riusciti ad ottenere probabilmente il miglior deal possibile per rimanere competitivi. Quanto competitivi, ad oggi, è difficile dirlo. Momentaneamente sembrano potersela giocare fino all’ultimo per agguantare un seed ai Playoff.Come detto, sarebbe la VENTIDUESIMA volta consecutiva.

Quel che meraviglia, ma forse non dovrebbe, è come Popovich e il suo staff siano riusciti ad adattarsi al gioco moderno, a questa NBA dominata dal tiro da tre che tanto Popovich (dice) di detestare, pur avendo i migliori attaccanti non propensi per nulla a questo tipo di soluzione.

Lo hanno fatto facendo tornare DeMar un giocatore interno. Affidandosi ai punti in post di LaMarcus. Professando una pallacanestro intelligente, in cui la ricerca del tiro migliore è una costante impressionante. Giocando sostanzialmente due pallacanestro radicalmente diverse, una “vecchio stile” e una iper-moderna, con due facce interscambiabili nell’economia della partita.

Lo hanno fatto senza inseguire il volume di triple terrificante che tutte le altre squadre cercano, a volte a costo di snaturare alcuni dei propri giocatori, ma cercando di prendere eccellenti tiratori che potessero avere eccellenti tiri. Meno triple tentate, ma molte più triple a bersaglio.

È proprio vero:

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Leandro Nesi

Leandro Nesi

Leandro Nesi, nato in Scozia ma Romano di Roma, 28 anni, felicemente sposato. Dottorando in ingegneria meccanica teorica e applicata. Amo il Gioco, detesto il tifo, specie quello con la t minuscola, che impedisce le discussioni. Simpatizzo per i Jazz e per LeBron, che mi hanno fatto innamorare della palla a spicchi. Di una partita guardo i giochi e gli schemi, di un giocatore gli aiuti in difesa e i tuffi sul parquet. Se c'è tattica, sono nel mio mondo. L'NFL e il tennis sono sul podio dei "miei" sport, dopo il Grande Amore (sportivo) che è il Basket.