Story of Iso Zo

Pubblicato da Davide Piasentini il

Federal Way, Washington

Anno 2009

In una piccola palestra della città, vicino al suo appartamento, il giovane Allonzo Trier, tredici anni compiuti da appena qualche mese, inizia la sua quotidiana routine di allenamento. Il basket è sempre stato una meravigliosa ossessione per lui, una necessità della quale proprio non riesce a fare a meno. Per lui palleggiare è un pò come respirare. Se potesse giocare a basket tutto il giorno senza interruzioni, senza che nessuno gli dicesse cosa fare e come comportarsi, lo farebbe senza esitazioni.

Assieme a lui c’è mamma Marcie che, lavorando presto al mattino, riesce a partecipare a quasi tutti gli allenamenti individuali del figlio. Fra di loro c’è un rapporto molto speciale, di quelli destinati a durare in eterno. Allonzo non ha mai conosciuto suo padre. Non sa nemmeno che cazzo di faccia abbia ma questo non è importante per lui. Mamma Marcie rappresenta tutto il suo universo. Non gli interessa affatto parlare o ricordare qualcuno che ha scelto deliberatamente di non far parte della sua vita. 

Io e Zo ci siamo sentiti come se fosse il nostro mondo. Abbiamo sempre fatto a modo nostro anziché fare quello che gli altri ci dicevano di fare”, racconta Marcie.

Lauren Greenfield/ The New York Times

La Federal Way, lontana appena mezzora di auto da Seattle, Zo e la madre se la passano bene anche senza una figura paterna. Il basket li unisce più di ogni altra cosa. Così ogni giorno, dopo essere tornato da scuola, il tredicenne con le treccioline alla Latrell Sprewell si allena in quella piccola palestrina a due passi da casa. La routine è sempre la stessa.

Si inizia con una serie di palleggi attorno all’arco da tre punti, aumentando progressivamente la velocità e la difficoltà del ball handling. Dietro la schiena, in mezzo alle gambe, incrociando vorticosamente ogni rimbalzo. Poi si aggiunge una seconda palla, quasi cercando ritmicamente di creare una melodia. Allonzo si è fissato con gli allenamenti di “Pistol Pete” Maravich, recuperati su YouTube e diventati ben presto il suo punto di riferimento assoluto per il ball handling. Mamma Marcie, seduta a bordo campo in questa fase iniziale della sessione, lo osserva apprensivamente. Zo è concentratissimo in ogni cosa che fa sul campo da basket. Vuole rendere ogni movimento estremamente naturale e sa che per ottenere questo risultato l’intensità deve essere sempre al massimo livello. 

Guardandolo allenarsi, oltre alle evidenti qualità tecniche, sono i suoi calzini a catturare l’attenzione. In uno di questi si legge chiaramente il nome “Zo”, mentre nell’altro c’è scritto “206”. Two-O-Six. 
Per molti di voi il riferimento è immediato. Per gli altri, basti sapere che 206 è il numero che identifica l’area code di Seattle. La città in cui Allonzo è nato e alla quale si sente profondamente legato.

Dopo la serie infinita di palleggi tocca al tiro. L’obbiettivo di Zo è quello di segnare almeno 500 tiri e 100 liberi al giorno. Mamma Marcie si posiziona sotto canestro per catturare i rimbalzi e passare la palla al figlio. La regola è semplice: se Allonzo sbaglia due tiri consecutivi, lei ne leva uno da quelli segnati precedentemente. Inutile dire come questo succeda raramente. Allonzo due di fila non li sbaglia quasi mai. 

Un allenamento estenuante che termina solitamente dopo le 21. Allonzo è un piccolo fenomeno, conosciuto già in tutta la nazione per essere finito sulla copertina del New York Times Magazine e aver girato uno spot assieme a Carmelo Anthony. “He’s a sensation”, come dicono in America. Un ragazzo prodigio, dominante in modo imbarazzante nei campionati scolastici dello stato di Washington. “A pure scorer”, un realizzatore già incredibilmente maturo, nonostante la giovanissima età. Tutto questo non perchè sia stato dotato di un talento fuori dal comune. Zo si allena senza sosta dall’età di otto anni, ripetendo ogni giorno lo stesso allenamento.
7 giorni a settimana. 365 giorni l’anno.

Lauren Greenfield/ The New York Times

Se nella pallacanestro tutto l’universo di Allonzo sembra puntare dritto verso un’unica direzione, altrettanto non si può dire della sua carriera scolastica. La sua dislessia, diagnosticatagli un anno fa, complica ogni fottutissima cosa in aula e lungo i corridoi della scuola. Brutti voti, emarginazione e incomprensione. 

Sarà anche bravo a giocare a basket ma è un cazzo di idiota quel Trier”, dicono di lui i compagni, credendo di non essere ascoltati. Invece Allonzo sente ogni cosa, anche quando le parole non servono. Non riesce a farsi scivolare niente addosso, eccetto quando stringe la palla da basket tra le mani. 

Se vuoi cambiare la tua vita devi andare lontano da qui, lontano da me”, gli dice sempre mamma Marcie. 

E così Allonzo farà, girando gli Stati Uniti alla ricerca dell’opportunità di diventare qualcuno di cui ricordarsi nel mondo della pallacanestro. Seattle, Dallas, Oklahoma City e Tulsa. Dal 2009 quattro città in quattro anni. Sempre con la valigia in mano. Sempre con la voglia di migliorarsi e cercare un contesto adatto alle sue capacità e alle sue ambizioni. In campo è un fenomeno senza eguali, uno che segna a ripetizione dominando qualsiasi avversario. Non importa se sono più grandi e grossi di lui. “Iso-Zo” è un cazzo di fenomeno sul parquet. I primi due anni di high school nell’Oklahoma sconvolgono totalmente il panorama cestistico dello stato. Come già successo nel circuito AAU, Trier diventa uno dei giocatori di riferimento grazie alle sue incredibili doti cestistiche nella metà campo offensiva. Dopo alcune partite ad Oklahoma City, quando gioca per gli Storm, allenatori e arbitri del campionato protestano a gran voce perchè lo ritengono troppo forte per il livello della competizione. Viene così cacciato dalla squadra per non creare ulteriori imbarazzi al resto della lega. Trasferitosi a Tulsa, alcuni mesi dopo, domina ben oltre le aspettative, mettendo a referto prestazioni offensive clamorose. Come quella volta in cui segna 64 punti, qualche giorno prima di Natale, nella vittoria contro Bartlesville. 

Allonzo vive totalmente per il basket, non saltando mai nemmeno gli appuntamenti estivi AAU e altri tornei importanti. Ogni occasione è buona per allacciarsi le scarpe e fare la cosa che più ama al mondo.

Per il suo anno da junior, si trasferisce nel Maryland, precisamente a Rockville, sede della Montrose Christian School, famosa per essere stata frequentata da uno dei più forti giocatori di basket del pianeta. Sto parlando di Kevin Durant. Sotto la guida di coach Bryan Bartley, Allonzo conduce i Mustangs al titolo NCSAA della Division I (record 20-5) e vince il premio Gatorade State Player of the Year. I numeri parlano chiaro: 25.5 punti, 4 rimbalzi, 2.8 assist e 2.1 recuperi di media a partita. Anche nei playground della DC Area il suo nome diventa preso uno di quelli sulla bocca di tutti. Le treccine di un tempo non ci sono più perchè quelli di Montrose l’hanno obbligato a tagliarsele, ma lo stile è quello di sempre. Zo è un realizzatore pazzesco in qualsiasi zona del campo. Una macchina da punti. Anche se mamma Marcie è lontana, i due si sentono ogni giorno. Allonzo, infatti, vive con la zia e si alza tutte le mattine molto prima delle sei per riuscire a prendere il bus che lo porterà a scuola. Di facile nella sua vita non c’è mai stato nulla. 

Nell’estate del 2014 decide di trasferirsi nuovamente per il suo senior year, stavolta per elevare il suo status in vista dell’imminente passaggio al college. La scelta dell’istituto ricade su Findlay Prep a Henderson, Nevada. Giusto a 2400 miglia di distanza da Rockville.

Saprà farsi valere. Una cosa su di lui è che può giocare ovunque in questa nazione per tutto quello che abbiamo superato assieme”, le parole di mamma Marcie.

Nel Nevada, Zo registra la miglior stagione della sua carriera alla high school, mettendo a referto 26.6 punti e 5.4 rimbalzi di media a partita. Viene anche invitato al McDonald’s All-American dove segna 17 punti e mette in mostra tutto il repertorio di cui il suo innegabile talento dispone. Tanti i college che fanno a cazzotti per accaparrarsi il suo arsenale offensivo. Alla fine sono gli Arizona Wildcats a spuntarla, grazie soprattutto al recruiting insistente e convincente di coach Sean Miller. 

Casey Sapio-USA TODAY Sports

Le sue tre stagioni a Tucson saranno estremamente tormentate, soprattutto a causa di un’incidente d’auto che lo coinvolge nel suo anno da sophomore. I medicinali che gli vengono somministrati per recuperare da quell’infortunio vengono rilevati in un controllo antidoping, causando una sospensione da parte della NCAA che lo tiene lontano dal parquet per buona parte della stagione (19 gare). Il lungo tempo passato a provare la sua innocenza logora profondamente la sua anima ma alla fine le accuse cadono. Trier conclude la sua seconda stagione coi Wildcats a 17.2 punti, 5.3 rimbalzi e 2.7 assist di media a partita, oltre a conquistare il premio di Most Outstanding Player del Pac-12 Tournament. 

Al suo terzo anno in squadra arriva anche un nuovo compagno, considerato da tanti addetti ai lavori una futura prima scelta NBA. Un lungo statuario nativo delle Bahamas, dominante a livello di high school e potenzialmente devastante anche nel college basketball. Il suo nome è Deandre Ayton. Allonzo si trova a meraviglia con lui. Non aveva mai avuto un compagno di squadra così forte. I Wildcats partono subito alla grande e schiantano alla prima ufficiale Northern Arizona al McKale Center. Allonzo Trier sembra un uomo in missione. 

Pull up jumper. Triple da qualsiasi posizione. Crossover mortiferi. Penetrazioni a canestro con difesa schierata. Letture perfette in attacco e in transizione. Totalmente immarcabile.

Il #35 dei Wildcats chiude con 32 punti (career high) con 10/13 dal campo e 10/11 ai liberi, 5 assist e 4 rimbalzi in 32 minuti di gioco. Vittoria schiacciante su Northern Arizona per 101-67. Sembra l’inizio di una stagione da favola per “Iso-Zo”. Invece un nuovo controllo antidoping rileva ancora una volta tracce delle sostanze proibite riscontrate nella stagione precedente. Nuovo stop da parte della NCAA a Febbraio 2018 e nuova vittoria in appello di Allonzo che riesce a dimostrare, come successo la volta precedente, la correlazione di quelle sostanze con i medicinali utilizzati nel recupero da quel maledetto incidente d’auto. Appena un paio di partite saltate e poi di nuovo in campo. Se la scorsa stagione la sospensione compromise l’eleggibilità di Allonzo al Draft, stavolta non sembra esserci nulla a impedire che questo accada. Ora o mai più.

Dopo l’eliminazione al torneo NCAA per mano di Buffalo, Zo si dichiara eleggibile per il Draft NBA del 2018 assieme al compagno Deandre Ayton. I numeri della sua stagione da junior sono importanti: 18.1 punti, 3.2 assist e 3 rimbalzi di media a partita. Attorno a Trier, però, l’interesse delle franchigie NBA sembra essere drasticamente diminuito rispetto ad un anno fa. Prima della sospensione si pensava a una scelta al primo giro come cosa certa. Ora non più. I workout pre Draft, però, vanno discretamente bene e Allonzo torna a vivere sensazioni positive. Si sente sicuro del fatto che il suo nome verrà pronunciato dal commissioner Adam Silver. La notte del 20 Giugno 2018, alla vigilia del Draft, Zo si addormenta nella sua stanza coccolato da questa sensazione. Un brivido di speranza molto più che una sicurezza: domani a quest’ora potrebbe essere un giocatore NBA. 

“I’ll never forget it”.

Zo non dimenticherà mai la sera del Draft del 2018. Per quattordici anni della sua vita ha lavorato duramente e sacrificato il suo tempo per arrivare nella NBA, per sentire il suo nome chiamato dal commissioner e coronare così il suo più grande sogno. Centinaia di miglia percorse fra istituti, tornei AAU e altre manifestazioni cestistiche sparse in tutti gli Stati Uniti. Supportato incondizionatamente da mamma Marcie, sempre al suo fianco anche nei momenti più difficili. Allonzo non ha vissuto liberamente come i ragazzi della sua età. Nessuna festa tra amici, nottate di puro cazzeggio o semplici serate trascorse sul divano di casa a guardare un film. Non c’è mai stato tempo per queste cose nella sua vita, quasi interamente dedicata al basket e alla realizzazione del suo sogno. Insomma, giocare nella NBA rappresenta tutto per Zo e mamma Marcie.

La sera del Draft, al Barclays Center di Brooklyn, sarà una delle esperienze più dure di tutta la loro vita. Alla numero uno assoluta i Phoenix Suns scelgono Deandre Ayton, suo compagno ad Arizona, seguito da Marvin Bagley III (Kings) e da Luka Doncic (Hawks, poi spedito ai Mavs per Trae Young). Uno dopo l’altro, i giovani prospetti salgono sul podio a stringere la mano ad Adam Silver e posare per una foto con il cappellino della nuova squadra bene in vista sulla propria testa. Omari Spellman, lungo proveniente da Villanova, conclude il primo giro di scelte. Il nome di Allonzo Trier non è ancora stato pronunciato. C’è ancora tempo, però. Ancora trenta scelte alimentano la possibilità di raggiungere la NBA quella sera. Chiamata dopo chiamata, però la speranza si assottiglia sempre di più.

Thomas Welsh. George King. Kostas Antetokounmpo.

Sono gli ultimi tre giocatori ad essere scelti al Draft del 2018. Nessuna squadra ha chiamato Allonzo Trier. Nessuno ha creduto in lui. Undrafted.

Il mondo gli crolla addosso. Non riesce a credere di aver perso questa occasione. Non dopo tutti i sacrifici fatti e tutto l’amore incondizionato nei confronti della pallacanestro. “Ma come? Io ti ho dato tutto me stesso e tu mi ripaghi così?”, pensa Trier. La sua vita stessa, improvvisamente, sembra perdere di significato. Mamma Marcie prova inizialmente un profondo senso d’ingiustizia, poi reagisce prepotentemente, come ha sempre fatto nella sua vita. La donna parla lungamente con il figlio, facendogli capire che arrendersi in quel momento sarebbe stata la cosa peggiore in assoluto da fare. “Questa delusione ti renderà più forte, una persona migliore”, gli dice. Allonzo è uno tosto davvero e, dopo un primo momento di sconforto, si mette subito al lavoro col suo agente per trovare una franchigia disposta a dargli una chance. Anche in G League, se fosse necessario.

L’occasione arriva grazie ai New York Knicks, un paio di settimane dopo il Draft. Il contratto (two-way contract) prevede anche il suo utilizzo da parte della loro squadra affiliata di G League, i Westchester Knicks. Un futuro in salita ma ancora capace di creare una reale prospettiva alla sua carriera. Allonzo si sente un giocatore NBA ed è convinto di poterlo dimostrare sin da subito, nonostante nessuno abbia creduto nelle sue capacità la sera del Draft. Prove ‘em wrong. 

Getty images

Madison Square Garden, New York City
17 Ottobre 2018

I New York Knicks debuttano in casa contro gli Atlanta Hawks. Trier parte dalla panchina e la sensazione è che coach David Fizdale gli concederà spazio lungo la gara. Zo non aspetta altro da tutta una vita. 

One shot. One opportunity. To seize everything you ever wanted. In one moment”.

Inizio del secondo quarto. Allonzo supera Dorsey, sfruttando un blocco di Vonleh, e si arresta per un pull up jumper all’altezza della lunetta. Swish. Poco dopo la situazione si ripete. Vonleh blocca sul lato destro, Zo palleggia verso la lunetta ed effettua un profondo step back che annichilisce Dorsey. Altro tiro morbido, perfettamente equilibrato. Altri due punti. A fine secondo quarto gli Hawks gli concedono un tripla comoda. Non serve incitarlo a prendersi quel tiro. La palla è già dentro per il solo fatto di averlo colpevolmente lasciato libero. “He’s a pure scorer”. Glielo dicono da quando ha otto anni. Swish.

Ultimo possesso del terzo periodo. Knicks avanti 104-84 e palla in mano a Tim Hardaway Jr. Spetta al #3 l’ultimo tiro ma gli Hawks lo raddoppiano. Ad essere lasciato libero è, ancora una volta, Trier. Hardaway lo vede e gli passa la palla coi tempi giusti. Trae Young cerca di affrontarlo ma Allonzo la mette per terra con una velocità impossibile da arginare. Gli bastano due palleggi per staccare i piedi da terra e volare verso il ferro. La schiacciata in faccia a Prince, spaccando in due la difesa avversaria, fa venire giù il Garden. Una giocata clamorosa del rookie nativo di Seattle. L’urlo del #14 dei Knicks squarcia ogni dubbio sulla sua appartenenza ad un livello così alto. È nato per giocare in questa lega. 

Un debutto esplosivo per Allonzo: 15 punti, 4 rimbalzi e 2 stoppate in 26 minuti di gioco. Vittoria dei Knicks per 126-107. 

Lui ha una durezza mentale che si adatta perfettamente alle mie idee. Lo chiamano Iso-Zo e io lascerò il ragazzo essere quello che è. È un realizzatore naturale, intelligente abbastanza da capire quando mettersi da parte. Ha dentro di se il vero spirito per il gioco. È un grande agonista, molto competitivo. Non ha paura di niente e di nessuno”. Le parole di coach David Fizdale descrivono alla perfezione Allonzo Trier e il suo impatto sulla realtà dei New York Knicks. Che si fotta la G League. Zo è uno da NBA.

Un inizio di stagione splendido, arricchito a Novembre da due prestazioni esaltanti contro i New Orleans Pelicans (25 punti, 8 rimbalzi e 4 assist) e i Detroit Pistons (24 punti, 10 rimbalzi e 7 assist). Un ruolo da protagonista partendo dalla panchina in una squadra che ha disperatamente bisogno di giocatori con il suo vissuto, la sua energia e la sua classe. Giocatori su cui costruire quell’anima combattente, tanto amata dai tifosi di New York, capace di infiammare il Garden e scatenare la passione di una città intera.

Allonzo vuole fare parte di tutto questo. Vuole essere un trascinatore in grado di esaltare la gente, di accenderne le fantasie con il suo modo unico di interpretare la pallacanestro. Difficile aspettarsi qualcosa di diverso perché Zo sa quanta strada ha dovuto percorrere per arrivare fino a qui. Quando passava tutti i pomeriggi ad allenarsi con sua madre mentre a scuola lo chiamavano idiota. Quando lo definivano “the purest high school basketball scorer in the country” e tutti volevano avere un pezzetto del suo talento. Quando tutti si sono dimenticati di lui perchè avevano dato per scontato le incredibili cose che sapeva fare sul campo da basket. Allonzo si ricorda ogni cosa. Tutti i momenti, tutte le sensazioni, tutte le facce. La sua motivazione più profonda vive attraverso questi ricordi, tatuati a fuoco nella sua anima.

A Dicembre del 2018 ha firmato un contratto biennale a circa 7 milioni di dollari complessivi. Ha convinto i Knicks dopo appena due mesi di stagione regolare.

La sua storia nella NBA è appena all’inizio e, probabilmente, ne stiamo solo grattando via la superficie. Quella personale, invece, è già pregna di significato e spessore umano. Una storia che potrebbe essere fonte inesauribile d’ispirazione per molti giovani che hanno messo i propri sogni all’orizzonte ma non sanno ancora come raggiungerli. Sulle spalle del numero 14 dei Knicks c’è molto più di una promettente carriera NBA, nonostante questa sia stata inseguita versando ogni singola goccia di sudore e sacrificando tutto. Quando Allonzo scende sul parquet è il suo vissuto a spingerlo oltre la fatica, oltre i suoi limiti, dipingendo ogni giocata con colori forti e tratti sofferti, impressi con forza nella sua caratterizzazione cestistica. La bellezza immaginifica, talvolta utopistica, dell’essere padroni del proprio destino e la voglia incondizionata di andarsi a prendere la felicità, ovunque essa si trovi. La storia di Allonzo Trier rappresenta tutto questo. Una storia imbevuta di umiltà e fame. Di perseveranza e sacrificio.

Difficile non provare empatia per uno come lui. Vederlo giocare è come osservare noi stessi da un’altra prospettiva. Vogliamo davvero che atleti come lui abbiano successo. Vogliamo credere con tutte le nostre forze che una storia del genere sia possibile. 

Provare a tutti quelli che ci dicevano di lasciare perdere che non esiste nulla di irrealizzabile. Lavorare più duramente degli altri e crederci sempre.

Mike Stobe/Getty Images

Chiudo gli occhi. Sono a Seattle, precisamente al Denny Playfield, meraviglioso campetto in centro città. Davanti a me c’è un ragazzino con le treccine che palleggia come un forsennato e segna a ripetizione, accarezzando la retina magnificamente. Impresso nei suoi calzini c’è il numero 206, scritto con cura a pennarello. Two-o-Six. Il sole ha quasi lasciato il posto alla notte, ormai. Il ragazzino continua ad allenarsi. Palleggio, arresto e tiro. Uno dietro l’altro. C’è sua madre a rimbalzo che gli passa la palla, ogni volta con maggiore intensità. 

Ancora due, Zo”, dice la donna.
Ricezione, crossover e tiro. Solo rete.

La madre lo guarda e alza l’indice della mano destra. Ancora uno. 

Il ragazzino riceve palla, palleggia forte con la sinistra e poi effettua uno step back profondissimo. Il rilascio ve lo lascio immaginare. La parabola si tuffa delicatamente sul fondo della retina. È il canestro numero cinquecento della giornata.

Le luci di Seattle si scoprono lentamente. Diventano protagoniste e iniziano ad illuminare ogni cosa.
Zo si piega, stremato dalla fatica. Poi si rialza, si volta per un attimo verso di me e sorride. Ci rivedremo ancora, ne sono certo.


Davide Piasentini

Davide Piasentini

Nato a Padova nel 1986, è scrittore e analista sportivo per passione. Figlio adottivo di Seattle, del grunge e dei Supersonics. Rodmaniano convinto da sempre affascinato dai "Beautiful losers" della pallacanestro. Autore dei libri "Shots for the Ages" (2016), "Ten. Storie di Grunge Basketball" (2017), "Sotto il cielo di Rucker Park" (2018) e "From Chicago. La storia di Derrick Rose" (2019).