From Greek to Freak

Pubblicato da Leandro Nesi il

È conveniente che esistano gli déi e, siccome è conveniente, lasciateci credere che esistano 

Ovidio

209, 221, 110. Rispettivamente altezza, apertura alare, peso.

Ruolo: Point Forward

Rank nei Bucks di quest’anno:

Punti: primo.

Rimbalzi: primo.

Assist: primo.

Rubate: primo.

Stoppate: primo.

E se dovessimo pensare, anche solo per un istante, che questo mini-ranking sia la cosa più impressionante su Giannis, sbaglieremmo di tantissimo. Per dire la percezione che oggi la Lega abbia di lui, servono le parole di Shaq:

Il mio MVP è Giannis”.

Questa frase, insieme all’ormai celebre momento in cui Shaq, per la prima volta in carriera, ha concesso il suo soprannome “Superman” a qualcuno, mette Giannis su un piedistallo in cui, nella NBA di oggi, stanno comodi in pochi. Pochissimi. L’elìte dell’elìte NBA.

Se il #34 vincerà o meno l’MVP non è dato sapere, e non dovesse vincerlo sarà solo perché James Harden e Paul George stanno entrambi facendo una stagione di quelle che verranno ricordate, una di quelle stagioni for the ages, per i posteri. Quel che è certo è che, insieme a Joel Embiid, Giannis sembra più di tutti potersi andare a prendere la Lega. I due sembrano pronti a diventare i volti della nuova NBA da un punto di vista tecnico, emotivo e di marketing. Entrambi hanno origini africane, ma mentre Joel è e si sente a tutti gli effetti africano, non si può dire lo stesso per Giannis. 

Lui si sente, ed è a ogni effetto, greco. La sua storia inizia si in Nigeria, ma “solo” perché i suoi genitori sono nigeriani. Scappano dalla Nigeria, da profughi, per quello che è un viaggio della speranza, nel senso più proprio del termine. Scappano alla ricerca di un futuro migliore per quella che sarebbe diventata una famiglia di sei persone. E non trovano esattamente quel futuro che si aspettavano. La clandestinità è l’unico modo in cui possono sopravvivere in un contesto dove difficoltà economiche e una lunga crisi politica finiscono col rendere il “diverso” il capro espiatorio più semplice da individuare.

Mentre oggi si discute se i ragazzi americani debbano saltare o meno dalla high school direttamente all’NBA, non si può non pensare al fatto che Giannis, prima di andare in NBA, non abbia giocato nemmeno un minuto nella massima serie greca (solo in A2, considerata “non professionistica”). E non per suoi demeriti.

Molto più semplicemente, non aveva il passaporto.

Non aveva un passaporto nigeriano, non aveva un passaporto greco. Un uomo senza Nazione. I genitori di Giannis e di Thanasis se lo sono visti negare per mesi. Anni. Continuando a viveere da clandestini. Questo perché il mondo può essere un posto terrificante, e se sei nato in Grecia, hai vissuto in Grecia, sei andato a scuola in Grecia, parli il greco non è detto che tu abbia diritto di essere greco. Specie se sei di colore, specie in questi anni in cui di globale a volte c’è solo tanta stupidità, tanta ignoranza e poco altro.

Giannis ha vissuto a Sepolia, un quartiere non esattamente ben frequentato di Atene, per tutta la sua giovinezza. L’unico modo per tirare avanti^ Lavori occasionali, vendita di materiale contraffatto nascondendosi tra i vicoli. Da “Adetokunbo”, questo il suo cognome ereditato dalla Nigeria, ha subito diverse discriminazioni nel tentare di sopravvivere nella Grecia in piena crisi economica e politica che vede il “diverso” il nemico da demoizzare. È stato bullizzato. È stato vittima di episodi di razzismo. Ma nulla, nulla ha intaccato la sua ferma volontà di voler essere riconosciuto come un greco. Ad un certo punto, ha potuto scegliere: cittadinanza nigeriana o greca? La cittadinanza del paese dei suoi genitori o quello in cui era nato, vissuto e cresciuto?

Per lui, non c’è mai stata questione.

Per lui, c’è sempre stato solo il bianco e blu.

Nonostante questo, per ottenere il passaporto e poter uscire per la prima volta dalla Grecia c’è voluta tutta la burocrazia del mondo, tutti gli interventi possibili e immaginabili di allenatori, dirigenti, procuratori. Il primo viaggio, è un viaggio che ha cambiato la vita di Giannis per sempre, e quel viaggio ha cambiato qualcosa non solo per Giannis, ma per tutti noi che amiamo questo gioco. Questo perché, il primo aereo che ha preso in vita sua è stato quello per Brooklyn, New York. Giusto in tempo per andare al Barclays Center e partecipare al Draft NBA del 2013.

Bennet, Oladipo, Porter, Zeller, Len, Noel, McLemore, Caldwell-Pope, Burke, McCollum, Carter-Williams, Adams, Olynyk, Muhammad. 

I primi 14.

I Milwaukee Bucks sono “on the clock”, ovvero il tempo ticchetta per loro, che devono compiere la loro scelta. Esattamente qualche secondo prima che i Bucks tirino fuori il nome, uno dei telecronisti dice quel che si sa: a quel punto del draft, le probabilità di prendere uno starter NBA sono del 10%. Uno starter. Non un candidato MVP, non uno dei migliori giocatori della Lega. Le probabilità di prendere uno che riuscirà a partire in quintetto in NBA sono del 10%.

Giannis vede Stern uscire. Lo vede arrivare al piccolo podio.

With the 15th pick in the 2013 NBA Draft, the Milwukee Bucks select Giannis Antetokounmpo”.

Ci sono due ragazzi ad alzarsi.

Uno è Giannis. L’altro è l’eroe di Giannis, quello cui Ante ha guardato per tutta la vita: è Thanasis, il fratello maggiore. Tiene in mano una bandiera della Grecia, la mostra, la agita. I due si abbracciano, perché in quel momento, in quell’Arena, solo loro sanno cosa hanno passato per arrivare fin lì. 

È una storia fatta di sogni, di fatica e di sofferenze, ma è anche una storia di una famiglia legatissima, di due fratelli inseparabili e di due persone che hanno saputo veder lontano. Hanno saputo capire chi e cosa quel ragazzo magrolino, con la faccia da bambino, sarebbe potuto diventare.

È una storia che inizia ad Atene, e ha a che fare con la forza di volontà. Giannis e il fratello maggiore puntano a sfondare nella pallacanestro per cercare di aiutare i propri genitori a portare avanti la famiglia composta da sei persone. Due genitori, quattro figli. Due stanze in cui dormire.

Per sfondare nella pallacanestro, come per sfondare in qualsiasi campo, oltre al talento, oltre al fisico, ci vuole la voglia di farsi in quattro.

E i due di voglia ne hanno. Fin da piccoli, ogni mattina fanno quasi 5 miglia per arrivare in palestra, dove c’è il primo allenamento di giornata. Alla fine dell’allenamento la stanchezza si fa sentire. Spesso e volentieri, le energie per tornare a casa per poi tornare ad allenarsi poche ore dopo scarseggiano. Specie sapendo che a casa non ci sarebbe stato chissà quale pasto ad accoglierli. Si rimane in palestra. Non per allenarsi, perché se si mangia poco i due allenamenti e le 10 miglia totali bastano e avanzano, come attività fisica. Si rimane in palestra per dormire. 

Su un materassino. 

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Fin da bambino però Giannis attira più di qualche curioso. Uno di questi è Alex Seratis, attuale agente in America di Ante. Seratis, che è greco, ha un uomo di fiducia ad Atene. L’uomo di fiducia manda dei video di quello che è un 2.03 che fa robe pazzesche. Virate in palleggio e schiacciate, corre il campo benissimo, ha un discreto ball-handling.

Qualcosa, effettivamente, potrebbe uscirci. Il problema però è evidente dal primo fotogramma che Seratis visiona: il ragazzo è un grissino, magro da far paura, sembra potersi rompere da un istante all’altro. Va fatto assolutamente mangiare di più, e mangiare meglio.

Si stanzia una piccola somma perché il ragazzo riesca ad avere una dieta da sportivo. Giannis si rifiuta di mangiare il cibo in più. Non ne vuole sapere, non se i suoi fratelli e i suoi genitori non avranno le sue stesse reazioni. 

What I am today, is because of my family. To me, family is eveything

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Viene presa una decisione che cambia tutto. I soldi in più arrivano, soldi buoni per garantire a tutta la famiglia i pasti che dovevano essere “solo per Giannis”. Ante è orgoglioso di sé stesso, ha contribuito a migliorare la condizione di vita di tutta la sua famiglia. Non è moltissimo, ma è un inizio.

Mangiando meglio, mangiando di più, mangiando quel che è giusto mangi un atleta, Ante ci comincia a credere. Gioca sempre meglio, mette su qualche chilo, e la burocrazia finalmente comincia a muoversi. Giannis può per la prima volta andare ad una manifestazione internazionale e giocare con l’under 20. Viene intervistato, gli chiedono dei suoi obiettivi. La sua risposta è sconvolgente:

Voglio diventare un giocatore NBA

Gli chiedono se si ispiri a qualcuno: “Allen Iverson

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Due risposte che lasciano quasi a bocca aperta e che, con il senno del poi, si rivelano essere due profezie niente male.

Potendo partecipare a manifestazioni internazionali, il nome di Giannis comincia a circolare. La voce arriva fino a Jonathan Givony, fondatore di Draft Express nonché uno dei massimi esperti mondiali sul draft al mondo.

Nel frattempo, oltre alla chiamata dal “suo uomo”, ad Alex Seratis di chiamate per questo ragazzino greco ne cominciano arrivare parecchie. Ad un certo punto il telefono sembra esplodere. In due giorni arrivano sei chiamate, tutte per lo stesso ragazzino greco. Seratis decide di vederci chiaro, prende un aereo da New York e va ad Atene per veder giocare questo “Freak”.

Rimane ad occhi aperti.

È un giocatore grezzo, completamente da costruire, con un range di tiro limitato. Ma “avevamo decisamente qualcosa per le mani, non sapevamo cosa, ma qualcosa c’era”.

Arriva la chiamata per New York, c’è una concreta possibilità possa essere chiamato al primo giro. Giannis, tanto per cambiare, mette la famiglia al primo posto. I suoi genitori non hanno ancora il passaporto, non possono viaggiare con lui per il draft, e Ante ha deciso che non senza i suoi genitori non si muoverà. Stavolta, però, deve cedere. Seratis si impone. Bisogna andare, perché è fondamentale esserci.

“With the 15-th pick in the 2013 NBA Draft, the Milwukee Bucks select Giannis Antetokounmpo”. Immediatamente dopo il draft, l’allora GM dei Bucks John Hammond parla di lui come un “tremendous upside”. Sostiene di odiare la dicitura “Sky is the limit”, ma che, in quel caso, potrebbe davvero essere soltanto il cielo, il limite per Giannis. 

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Forse, a vederlo giocare oggi, neanche quello. 

Fine prima parte


Leandro Nesi

Leandro Nesi

Leandro Nesi, nato in Scozia ma Romano di Roma, 28 anni, felicemente sposato. Dottorando in ingegneria meccanica teorica e applicata. Amo il Gioco, detesto il tifo, specie quello con la t minuscola, che impedisce le discussioni. Simpatizzo per i Jazz e per LeBron, che mi hanno fatto innamorare della palla a spicchi. Di una partita guardo i giochi e gli schemi, di un giocatore gli aiuti in difesa e i tuffi sul parquet. Se c'è tattica, sono nel mio mondo. L'NFL e il tennis sono sul podio dei "miei" sport, dopo il Grande Amore (sportivo) che è il Basket.