È il miglior Gallinari che l’Italia abbia mai visto?

Pubblicato da Andrea Cassini il

(Articolo in collaborazione con FIBA)

Un’istantanea che abbiamo tutti davanti agli occhi. La relazione tra Danilo Gallinari e la Nazionale italiana si era interrotta con una nota amara. L’ultima immagine del Gallo in maglia azzurra lo vede impegnato a sferrare un pugno d’incontro all’olandese Jito Kok, fatto che gli costò l’espulsione e, soprattutto, una frattura alla mano destra abbastanza grave da estrometterlo dagli Europei 2017. Un fattaccio che lasciò strascichi, con la reazione piccata dei tifosi che mise sulla difensiva lo stesso Gallinari. L’infortunio fu una spiacevole casualità, che non inficiava sulla volontà di Gallinari di contribuire ai risultati della nazionale: tuttavia, la faccenda funzionò da valvola di sfogo per la frustrazione che gli appassionati italiani avevano accumulato nel corso degli ultimi anni, e che nasceva da aspettative mai soddisfatte. Nonostante un decennio di quintetti capitanati da talenti NBA e giocatori di assoluta qualità – come lo stesso Gallinari, Belinelli, Bargnani, Datome e più recentemente Hackett e Gentile – l’Italia non è mai riuscita a elevarsi al livello di Spagna e Francia: quattro apparizioni ai campionati europei negli ultimi dieci anni con un quinto posto come massimo risultato, mentre mondiali e Olimpiadi restavano off limits dal 2006.

Il 2019, tuttavia, segnerà finalmente il ritorno dell’Italia ai mondiali: con una dilagante vittoria sull’Ungheria l’Italia ha capitalizzato l’opportunità di qualificarsi nell’ultima finestra di febbraio, emergendo dal gruppo J insieme alla Lituania. Ecco perché, ora che le strade di Gallinari e della nazionale tornano a incrociarsi, c’è uno scambio di occhiate in cagnesco.

Il nuovo coach è Meo Sacchetti, subentrato a Ettore Messina, un allenatore motivato a lanciare un nuovo corso che, nei primi mesi di lavoro, fa a meno persino dello stacanovista Datome. Il suo messaggio è chiaro: non si aspetta nessuno e si punta sui giovani, perché ne abbiamo tanti e già pronti per un ruolo di primo piano. Amedeo Della Valle è il più convinto a rispondere all’appello: diventa l’attaccante di riferimento del gruppo e prepara il terreno per il rientro di Datome e Melli avvenuto nell’estate 2018. In quello stesso periodo, in occasione della finestra di qualificazione estiva, coach Sacchetti interpellò Belinelli e Gallinari e non corse a fasciarsi la testa quando ricevette risposta negativa da entrambi. Concesse tuttavia una dichiarazione severa: “Ho trovato una chiusura totale da parte di Gallinari; non è stato sicuramente un bell’approccio da parte sua, lo definirei telegrafico. Mi ha sorpreso molto, pensavo avesse voglia di tornare dopo un anno passato in una certa maniera”. Gallinari tentava la strada della riconciliazione: precisò che la nazionale italiana era ancora in cima ai suoi interessi, ma necessitava di un periodo di duro lavoro in palestra, senza distrazioni, per recuperare dai guai fisici e presentarsi al meglio per la prossima stagione. Lo faceva per i suoi Los Angeles Clippers, certo, ma in una prospettiva più ampia anche per la maglia azzurra. In molti faticavano a credergli e lo immaginavano in una prematura fase calante della carriera. I continui infortuni muscolari (solo 21 partite giocate in NBA tra 2017 e 2018) stridevano col ruolo di franchise player che i Clippers gli avevano assegnato insieme a un contratto da 65 milioni in tre anni. La stessa franchigia losangelina, poi, sembrava in piena fase di rebuilding dopo essersi privata delle sue stelle Chris Paul, Blake Griffin e DeAndre Jordan: un periodo di mediocrità, senza preoccuparsi dei risultati, in cui a Gallinari e agli altri veterani sarebbe spettato soltanto il più comodo compito di traghettare la squadra fino a giugno. E invece? Invece, come spesso accade, chi ha avuto la pazienza di valutare ciò che accade in campo si è trovato per le mani una risposta diversa. Un’autentica rinascita per Gallinari, e una prospettiva ben più entusiasmante per la nazionale.

Alla sua undicesima stagione al di là dell’oceano, Gallinari sta vivendo un inaspettato career year. Da una parte c’è la ritrovata salute fisica: soltanto undici partite saltate fino a oggi, sempre nel quintetto iniziale di coach Doc Rivers, con una continuità di rendimento di cui non godeva dall’ultima campagna in maglia Denver Nuggets, datata 2017. Gallinari ha sempre vissuto stagioni accorciate dagli infortuni, a partire dai fastidi alla schiena che compromisero i suoi esordi coi New York Knicks fino alla rottura del legamento crociato del ginocchio sinistro, che lo fermò proprio all’apice dello sviluppo cestistico obbligandolo a uno stop di un anno intero. La seconda componente che fa la differenza è il contesto in cui Gallinari si esprime. In pochi si aspettavano dei Clippers così competitivi, protagonisti di un inizio di stagione scoppiettante, ma coach Doc Rivers è stato abilissimo a reinventarsi con un organico rinnovato e privo dello star power che lo contraddistingueva. Per Gallinari, è la situazione ideale. Quasi tutte le sue voci statistiche fanno registrare un career high: 18.9 punti di media (solo nel 2016 ne segnò di più), record nei rimbalzi (6 a partita) e nella percentuale dal campo (45%) e da tre punti (42%) nonostante rispetto al passato tiri con più frequenza da dietro l’arco (5,5 tentativi a partita). Il PER, Player Efficiency Rating, segna 19.8, massimo in carriera con ben quattro punti di margine sulla media della lega Mettendo insieme tutti i dati, e considerando anche le ampie responsabilità in fase di playmaking che Rivers assegna al Gallo (23.1 di Usage, anche questo è un massimo in carriera), Danilo emerge come uno degli attaccanti più prolifici ed efficienti della lega: attualmente è sedicesimo nella classifica dedicata alla true shooting percentage, un settore dominato dai lunghi e da qualche fenomeno come Stephen Curry.

Se nel 2019 Gallinari si trova più a suo agio in NBA rispetto all’anno del suo esordio, è perché il suo skillset sembra fatto apposta per la pallacanestro positionless che si sta imponendo in questi anni: era, in questo senso, avanti rispetto alla sua epoca. Col progressivo aumento nell’utilizzo dello small ball e la mancanza di centri di peso nel pitturato, coi sui due metri e otto Gallinari può difendere stabilmente i 4 avversari, non dovendo quindi inseguire esterni più veloci di lui sul perimetro, mentre in attacco si alterna nelle due posizioni di ala. A inizio stagione, l’intuizione più brillante di coach Rivers fu schierarlo accanto a Tobias Harris, a rinforzo del centro Marcin Gortat – un interprete tradizionale del ruolo – o il sorprendente Montrezl Harrell, sottodimensionato ma eccellente in dinamismo. La trade deadline, tuttavia, ha sconvolto l’aspetto dei Clippers che hanno lasciato andare Gortat e Teodosic rinunciando anche allo stesso Harris, spedito a Philadelphia in cambio di scelte al draft, del promettente rookie Landry Shamet e, soprattutto, di spazio salariale. L’obiettivo di Jerry West è chiaro e condivisibile: mantenersi flessibili sul mercato per attirare qualche free agent di lusso in estate. Tuttavia, è raro che una squadra modifichi in corsa le proprie ambizioni quando sta rendendo in maniera così superiore alle aspettative: i Clippers, insomma, non si sono arresi al tanking e stanno continuando a difendere la settima posizione nella Western Conference: un piazzamento che dovrebbe tradursi in un posto nella griglia playoff, vista l’arrendevolezza dei Lakers e la flessione degli Spurs. Il record dei Clippers post-All Star Break (7-3 nelle ultime 10) è un piccolo gioiello di coach Doc Rivers. Salutati i partenti, Gallinari è diventato il leader del gruppo, accanto a due rookie (Landry Shamet e Shai Gilgeous-Alexander) e due giocatori tutto atletismo e istinto (Patrick Beverley e Montrezl Harrell). Poi, quando si tratta di chiudere le partite, dalla panchina si alza sempre Lou Williams. In attacco, Gallinari gode della totale fiducia di Rivers che vuole sfruttare le capacità di lettura dei suoi giocatori. Il quintetto, come si sarà intuito scorrendo i nomi degli interpreti, è piccolissimo. Questo schieramento fluido genera un mismatch a ogni possesso, e Gallinari possiede l’intelligenza cestistica necessaria per individuarlo: può servire un compagno meglio posizionato o prendere l’iniziativa, perché quando il fisico gli trasmette buone sensazioni Gallinari accelera verso il canestro senza temere il contatto della difesa. Poi, in osservanza delle norme che vanno per la maggiore in materia di pace & space, un’altra convinzione di Doc Rivers è quella di presentare sempre quintetti con almeno quattro tiratori da tre punti. Da questo punto di vista, Gallinari è sempre stato letale come tiratore per ricevere gli scarichi dal lato debole: l’85% dei suoi canestri da tre punti sono originati da un assist, in situazioni di catch-and-shoot.

L’entusiasmo che Gallinari continua a sfoggiare nonostante la dirigenza Clippers abbia smontato la squadra in corso d’opera, palesando disinteresse per la stagione in corso, dimostra come Danilo viva un momento di grande fiducia, in cui ha ritrovato quell’amore per il gioco che sembrava aver smarrito tra infortuni, scambi e stagioni poco competitive.

Io voglio vincere tutte le partite, voglio vincere qualcosa di importante: so quanto sono forte, non ho bisogno che me lo dica nessuno” ha detto, commentando la recente vittoria nel derby coi Lakers.

Sto giocando di nuovo come mi hanno insegnato in Europa”, spiega inoltre Gallinari, analizzando questa tardiva fioritura di uno skillset che possiede, in realtà, fin dal suo ingresso nella NBA. “Non importa la tua altezza o il peso. In Europa, anche i lunghi vengono tirati su con esercizi di palleggio a tutto campo; lo si vede anche negli ottimi fondamentali di Nikola Jokic, con cui ho giocato a Denver. Io, poi, ho sempre giocato da point guard da ragazzo: anche se certe volte ero il più alto in campo, ho sempre giocato da playmaker”.

Per coronare questo periodo felice, Gallinari si è anche rivolto con parole di apertura a coach Sacchetti e alla nazionale italiana. Lui avrebbe voluto aggregarsi al gruppo già in occasione della finestra dello scorso settembre, ma si è arreso all’opposizione dei Clippers che lo volevano nei ranghi per il training camp. La sua intenzione, però, è quella di convincere la dirigenza losangelina a concedergli un lasciapassare per i prossimi eventi. Ora che l’Italia si è guadagnata l’accesso ai mondiali di Cina 2019, Gallinari vorrà esserci. “Il Mondiale è un sogno” dice. “Non l’ho mai disputato e sarebbe bellissimo. Ho trent’anni, e se sto bene come adesso, non voglio fermarmi”. A testimoniare la sua buona fede, Gallinari non si pone limiti temporali e pensa già alle Olimpiadi, che arriveranno l’anno successivo, e infine agli Europei che potrebbero disputarsi in Italia. Andrà ricucito il rapporto con coach Sacchetti, però. Il presidente della FIP Gianni Petrucci l’ha confermato fino al 2021, sostenendo che per qualità umane e tecniche potrebbe essere “commissario tecnico a vita”, ma al tempo stesso ha garantito che in caso di qualificazione al mondiale, gli italiani della NBA saranno arruolati e, infortuni permettendo, abili. La speranza è che Gallinari e Sacchetti, di qui a pochi mesi, si scambino quella telefonata che è rimasta in sospeso dalla scorsa estate.


Andrea Cassini

Andrea Cassini

Scrittore, giornalista e traduttore, si occupa di cultura e sport per testate italiane ed estere e organizza corsi di scrittura creativa. Vive con cani, gatti e moglie in mezzo al bosco, dove per fortuna arriva il Wi-Fi e l'NBA League Pass