A chip on the shoulder

Pubblicato da Leandro Nesi il

Stanno per essere annunciati i partecipanti dello Skills Challenge 2019 per l’All Star Weekend di Charlotte, probabilmente la competizione meno seguita di tutto il Weekend delle Stelle.

Trae ne è quasi certo: verrà chiamato il suo nome. Vorrebbe però che con lui venisse chiamato anche Luka. Lo stesso Luka per cui la notte del draft Dallas ha rinunciato ad una scelta 2019 (protetta top 5) pur di essere sicura di accaparrarsene i diritti. Da quella notte, Luka è stato la spinta per alzarsi la mattina all’alba per le estenuanti sessioni di allenamento, è stato il pensiero fisso quando, finiti gli allenamenti con la squadra, rimaneva in palestra a tirare.

Tirare.

La cosa che Trae ha sempre adorato.

Lavorare duro.

La cosa che papà Rayford gli ha insegnato fin da bambino. 

Il padre, discreto giocatore di College e nulla più, non è mai riuscito a fare il salto fra i professionisti. Il motivo? A sentire Rayford la risposta è molto semplice: “Non ho lavorato abbastanza duramente, non me lo sono meritato”. 

Espn.com

Il concetto di merito è molto ampio, ma riconoscere di non essersi meritato l’NBA non è da tutti. Anche per questo, Rayford ha fatto tutto il possibile perché a Trae non succedesse la stessa cosa. L’ha fatto lavorare, lavorare, lavorare. Non un giorno senza pallone, non un giorno senza migliaia di palleggi, crossover, esercizi fra i birilli. Non un giorno senza la routine di tiro.

La routine.

È dai tempi delle medie che Trae la fa: 50 tiri liberi, 50 tiri da tre, distanza college. Altri 50 tiri da distanza NBA. Altri 50, per chiudere, molto più lontano dei canonici 7,25 m. 200 tiri, tutti i giorni, per cominciare l’allenamento. Trae come molti ragazzini (e non solo) si vuole allenare solo su quel che lo diverte: il tiro. Per quello l’allenamento comincia con la routine di tiro, perché papà Rayford vuole farlo divertire. Sa che se Trae non si diverte non si impegnerà mai con tutto sé stesso, e se non si impegnerà con tutto sé stesso non arriverà mai in NBA: suo figlio di certo non è un gigante. L’unica speranza è che sia più bravo.

Non importa di chi, perché deve essere più bravo di tutti.

Dal piano di sopra, però, arriva un aiuto quasi insperato. È dicembre, e i Golden State Warriors fanno visita agli Oklahoma City Thunder.

OKC sta dominando, guidata da Harden, Russ e KD.

Sul 37 – 19, Steph supera la metà campo, dà la palla a Lee che gliela riconsegna, appena dentro l’area da 3. La palla sbatte sul ferro, tabellone, poi entra. Steph ha appena cominciato.

Entrata, scarico e tiro sbagliato, rimbalzo offensivo di Lee e palla in angolo: altri tre del #30.

E… niente. Il film poi si è visto tante e tante volte. Curry prende letteralmente fuoco, e segna in qualsiasi modo: palleggio arresto e tiro, runners, triple. Lo raddoppiano e trova sempre il pocket pass al momento giusto, non si accoppiano in transizione e lancia la tripla, se lo scordano per un secondo e li punisce.

Lo blitzano e la dà via con un tempismo allucinante. Lo blitzano male e li attacca dal palleggio.

May not miss, ever again”.

Il commentatore non sa quanto sia andato vicino alla verità, con questa affermazione.

Imbarazzante.

Una capacità di muoversi sui blocchi, di saltare l’uomo in palleggio, di fare palleggio arresto e tiro e di entrare a far punti nel pitturato che forse in NBA non si era mai vista. Non così, non tutta insieme, non su uno con quel fisico.

Vince OKC, 114 – 109, ma non importa. Ai due Young brillano gli occhi: 

Rayford è emozionato. Sa che potrebbe appena aver vissuto un momento di svolta nella vita e nella carriera del figlio. Trae salta sul divano. Steph è “tipo lui”, non è una point guard di 2 metri. Non è un carro armato, fisicamente, anzi. Allora,forse, si può davvero arrivare in NBA anche con un fisico “normale”, basta saper fare quel che sa fare Steph.

Trae vuole andare ad allenarsi. Si inizia dalla routine: 50, 50, 50, 50. Duecento tiri e Trae è così eccitato da non sentire la stanchezza. Sistema lui i birilli, inizia i drills senza che il padre debba dire nulla. È carico come una molla. Rayford lo guarda, con gli occhi di chi vede un sogno cominciare a realizzarsi. Dopo due ore e mezza di allenamento Trae è sfinito. Torna a casa. Riguarda OKC Vs Golden State. Riguarda Steph, ne studia le scelte, i movimenti, le entrate, il rilascio. Capisce quel che il padre gli ha sempre cercato di dire, di insegnare.

Decide di non mollare più un cazzo.

Al liceo si fa notare. Segna. Dio, se segna. Ma non solo. Non è tanto il segnare, che fa alzare più di qualche sopracciglio, quanto la sua capacità di passare il pallone, di vedere il campo. Più o meno indifferentemente da destra e da sinistra serve la palla in diagonale per la tripla piazzata, ha una visione a 360° del campo non disdegnando affatto un po’ di pepe nei passaggi.

Il suo idolo, infatti, non è Steph ed è lo stesso Trae a dirlo: “Ho cercato di prendere tante cose da tanti giocatori. Da Kyrie, per esempio. La capacità di concludere al ferro di Tony Parker, Steph, Lillard. Il mio preferito mentre crescevo è stato Steve Nash“. 

Ed è vero. Guardandolo giocare, ogni tanto fa un passaggio “alla Nash”. Sono proprio le skill e le potenzialità da playmaker, unite al rilascio del pallone, che hanno molto presto fatto capire che Trae al piano di sopra avrebbe potuto davvero dire la sua. Saper giocare, però, non è tutto. Il fisico è quel che è. Neanche 1.90, leggerissimo, elevazione modesta.

Non rientra fra i primi 20 prospetti liceali della sua annata, ma nonostante questo arrivano varie offerte: Kentucky, Oklahoma e Washington su tutte. Rayford spinge, e parecchio, per Kentucky. È una scuola di altissimo livello, con enorme tradizione, è perfetta per Trae, che però la pensa diversamente; è Texano, ma il liceo l’ha fatto in Oklahoma.

“Se sono davvero bravo, non importa dove giocherò: sfonderò comunque”.

Firma per Oklahoma, e le cose vanno bene da subito. Chiunque abbia interagito con Trae, chiunque l’abbia allenato, lo descrive come un gran lavoratore, un ragazzo molto umile, facile da allenare. A gennaio dello scorso anno comincia a girare una voce, una di quelle che fanno sollevare tante teste: c’è un ragazzino, in Oklahoma, che sta mettendo insieme i numeri di una delle stagioni più pazzesche di sempre per quanto riguarda il college basketball. 30 punti, 10 assist. Numeri del genere non si vedevano da cinque decadi. Segna in tutti i modi, fa segnare in tutti i modi. Palleggi ubriacanti, crossover, dietro schiena, passaggi no look, triple da distanza siderale, floater, stepback jumper, un campionario completo e devastante.

Un mostro che vede la propria vita cambiare in una partita specifica: Oklahoma sfida TCU, Trae al solito parte in cabina di regia. In quel momento, con 29.2 punti a partita e 10.1 assist Young guida la classifica di punti e assist in NCAA. 

La partita è di quelle che un giocatore tende a ricordare: Young la inaugura con una tripla, serve due assist clamorosi, uno da rimessa e uno ad una mano che taglia il campo in diagonale come un laser. Tripla da nove metri e pubblico che impazzisce. È un giocatore che cerca di fare ogni volta la giocata giusta, se c’è un compagno libero lo serve per la tripla aperta. È in fiducia allucinante, se ha spazio tira. Indipendentemente da dove: otto, nove metri, non fa nulla.

Per lui sembra comunque essere un buon tiro.

Per un cambio in difesa si trova un difensore che è molto più alto di lui addosso, sidestep e tripla da 8 metri e mezzo. L’uso del sidestep su un difensore più alto è roba di altissimo livello, da Lillard e Kemba Walker, per intenderci.

Padroneggia la partita: assorbe i contatti e sfrutta l’inerzia per lo stepback, si muove subito dopo lo scarico per cercare di ricevere nuovamente il pallone e spararla dall’angolo, si muove tantissimo anche senza palla, chiude al ferro in reverse. Ha un rilascio pulito, rimonta una partita che se lui non fosse in campo sarebbe chiusa.

A 10 secondi dalla fine, sotto di uno, si trova impiccato, costretto a fermare il palleggio al gomito: muove il perno per aprirsi un angolo di passaggio e serve il compagno per una tripla aperta. Senza egoismi. Alla ricerca della cosa giusta. TCU la pareggia sostanzialmente sulla sirena, ma l’overtime non fa che migliorare ulteriormente le statistiche di Trae: chiude con 7 assist, 11 rimbalzi, 43 punti, 10 triple. 

Il radar ormai la NBA gliel’ha messo addosso e non c’è più nulla che possa impedire a Trae di essere scelto nella top10. In realtà, c’è molto poco che possa far sì che Trae venga scelto dopo la 5.

Phoenix va con Ayton. Bagley viene scelto da Sacto. Atlanta ha la tre, ma la scambia con Dallas che prende il ragazzetto da Lubiana, Luka. Memphis prende Jackson Jr. Atlanta, alla 5, sceglie Trae.

“Se sono davvero bravo, non importa dove giocherò: sfonderò comunque”.

Esattamente come al liceo, Trae se lo ripete ogni giorno. Ma non c’è un cazzo da fare, qualcuno ha preferito Doncic a lui. I due finiscono in una specie di turbinio mediatico, un turbinio che dal giorno uno vorrebbe capire chi abbia vinto e chi abbia perso lo scambio. Uno scontro impari. Non perché uno sia più forte dell’altro, ma perché uno è un professionista, abituato da anni a giocare ai massimi livelli in Europa, con responsabilità importanti. Ha vinto un Europeo da protagonista. Trae è un ragazzo che viene da un college prestigioso ma non troppo, a livello professionistico ha tutto da dimostrare e fisicamente è piccolino.

L’adattamento all’NBA è complesso e non potrebbe essere altrimenti. Luka, invece, vola. Gioca con una naturalezza da veterano (quale è). È fortissimo. E i titoli si sprecano.

Trae nei primi due mesi fa fatica.

Dopo un ottobre da quasi 20 punti e il 35% da tre, chiude novembre con 14 punti e spicci con meno del 20% da 3, su 5 tentativi e mezzo. Il lato positivo sono gli assist, 8 di media, con un picco di 17 contro i Clippers, cui aggiunge 25 punti. 6 doppie-doppie nel mese, ma il tiro oggettivamente non entra. In un mondo abituato a giudicare in pochi istanti, un mese passato sparando a salve per uno che da alcuni siti e da alcuni giornalisti veniva paragonato a Curry, basta per dare i primi giudizi. 

Poco importa, anche in questo caso, che dei due si paragonasse la meccanica di tiro, che effettivamente è molto simile. Dopo poco più di un mese, Trae è considerato alla stregua di un bust. Luka, invece, è l’idolo delle masse. Sono tutti innamorati di lui. Il fatto che Doncic sia davvero forte è solo benzina sul fuoco che alimenta la voglia di migliorarsi di Trae.

Non ha più bisogno del padre, è in palestra alle 5 del mattino senza che nessuno gli dica nulla. 50, 50, 50, 50. La routine. I birilli. I passaggi. Ogni giorno vede Luka esaltato dai media, dai tifosi, dai social. Ogni giorno c’è più benzina. Mette insieme partite bruttine, partite belle e partite notevoli. Una cosa che si nota dal giorno uno è che Trae e Luka sono probabilmente i due migliori passatori del draft. Vedono letteralmente pallacanestro, esaltano, sono in grado di fare giocate da urlo. Sono due giocatori diversissimi fra loro, in punti completamente diversi delle loro carriere. 

Esce la grafica con i partecipanti allo Skills Challenge 2019:

Mike Conley, Jayson Tatum, Nikola Vucevic, Nikola Jokic, De’Aaron Fox, Kyle Kuzma, Trae Young, Luka Doncic.

Trae, dentro di sé, sorride. Ma è solo un attimo. 

Arriva la notte.

La fortuna sorride al talento da Oklahoma, perché i due finiscono contro. Luka sorride, rilassato. Trae no.

È concentratissimo.

Si parte.

Primi drills fra i paletti, Trae parte più forte, ma sbaglia il passaggio nel cerchio, che Luka invece mette a bersaglio al primo tentativo. Luka è davanti, la gara prevede un terzo tempo in un canestro e una tripla nel canestro opposto. Trae lancia la palla in avanti, scatta, e arriva primo all’appoggio al ferro. I due partono per la tripla, Trae è avanti di 6-7 metri e Luka prova il tiro da centrocampo. Trae arriva alla linea da 3 e lascia partire la tripla. Il tiro di Doncic si infrange sul tabellone, la palla di Young entra.

Luka continua a sorridere. Trae continua a non farlo. 

La competizione è di quelle di cui non frega veramente niente a nessuno. Il trofeo lo alzerà qualche minuto più tardi Jayson Tatum, ma per Young è sicuramente un momento importante. È un momento che lo rimette in pace con sé stesso, nonostante sia stata un’esibizione di poco conto. Per lui contava vincere. Per sé stesso, e nient’altro.

Ricomincia la stagione regolare.

Collins ormai è guarito e dà una grossa mano a Young. Young pian piano si sta adattando all’NBA: segna 5 triple su 11 tentativi contro Detroit, aggiungendo 3 rimbalzi e 10 assist. Atlanta batte Phoenix il giorno dopo in back to back.

Si va a Houston, appena tornata ad essere quasi al completo. È una partita che non può aver storia, con Houston che ha assoluto bisogno di vincere per garantirsi il miglior seed possibile ai playoff, e infatti Houston la porta a casa. Trae, però, è indemoniato. 

Gioca una partita surreale.

Penetra e scarica ad una mano in ala, per una tripla aperta di Huerter. 

Rimessa da fondo, Dedmon riceve; Young esce da un blocco in punta e lascia partire una tripla che schiaffeggia la retina. Riceve palla che mancano 3 secondi allo scadere dei 24, a nove metri dal canestro. Palleggio laterale per guadagnare qualche centimetro su Rivers, e tripla da distanza siderale: solo rete. 

Riceve in punta, attacca il canestro e lo chiudono in tre: passaggio sopra la spalla per Spellman che taglia e inchioda indisturbato. Un passaggio da eletto, alla Nash. 

Lo marcano anche a nove metri del canestro, ma Green e Gordon non comunicano perfettamente e lui lascia partire un’altra tripla, stavolta dall’ala sinistra. 

Se gli sono troppo vicini attacca il ferro e guadagna liberi. In transizione prende due blocchi centrali e, di sinistro, spara un bullet pass a centro area per Collins, che ancora una volta deve solo schiacciare in solitudine. 

Si alza ancora da tre, ne segna un’altra. 

Piazza assist da rimesse laterali, da centro area, di sinistro, di destro. 

Non ha paura di attaccare l’area, conclude con floater, serve il tagliante, ha un controllo del corpo e un ball handling di primissima classe. È in grado di leggere i missmatch con una rapidità non da rookie, e intanto continua a martellare la retina con triple in stepback. 

Chiude con 8 su 12 da tre, per 36 punti, 8 assist. 

8 su 12 da 3, con distanza media 8.75 metri.

Imbarazzante.

Una facilità di tiro che, unitamente al rilascio, ricordano davvero per qualche istante quella che aveva Steph i primissimi anni, come anche la capacità di accendersi all’improvviso, di essere on fire. Steph, in effetti, solo dal terzo-quarto anno cominciò ad essere inarrestabile ogni sera. Trae è ancora un rookie con tantissimo da imparare e, soprattutto, con la voglia di non assomigliare a Steph. Lui vorrebbe essere come Steve Nash, lo stesso Nash che al primo anno chiuse con 10 minuti di media, 3.3 punti e 2.1 assist.

Giocatori diversi, scelti in posizioni diverse del draft in NBA completamente differenti fra loro. Ma proprio quel primo anno di Steve è lì a ricordarci che bisogna stare molto attenti nell’essere precipitosi con i giudizi.

Una delle cose che impressiona di Trae è la sua capacità di giocare il pick and roll da elìte pointguard in NBA. L’affermazione di cui sopra è suffragata da un dato: dal 2000 ad oggi, Trae ha il sesto miglior rapporto assist per 100 possessi per un rookie. Smazza infatti 11.7 assist ogni 100 possessi, numero che lo mette esattamente alla pari di Chris Paul, davanti a gente come Ben Simmons e John Wall. Molta della sua pericolosità dipende dal tiro da tre punti, che dal nuovo anno è letteralmente decollato: dal primo gennaio ad oggi, Young tira con il 36.5% da tre.  

Offensivamente sbaglia davvero poche scelte, è bravissimo a servire il tagliante se riesce a girar l’angolo, legge con una calma non da rookie la difesa, attacca il canestro ogni volta che ne ha occasione, tira con enorme fiducia anche da distanza siderale. 

Il video qui sotto vuole proprio mostrare i punti cardine del gioco di Trae: 

 – La capacità di giocare il pick and roll

 – La visione di gioco da playmaker di altissimo livello

 – La capacità di aggredire il ferro quando ne ha la possibilità 

 – L’enorme fiducia con cui tira appena ha spazio, anche da lontanissimo. 

Trae Young è cresciuto con pensieri fissi in mente che lo hanno reso un giocatore migliore di quel che sarebbe stato non li avesse avuti. Un padre che l’ha motivato, giocatori che l’hanno ispirato, un rivale che l’ha ossessionato e forse lo ossessiona ancora. La sua è la storia di chi è arrivato in NBA con un peso sul petto, il peso di un giudizio troppo presto emesso e che Trae ha un’intera carriera per provare a ribaltare.

Ad oggi, non ha senso parlare di chi sia meglio fra i due. Luka è arrivato come un professionista, un veterano nel corpo di un teenager e ha cominciato esattamente dove aveva lasciato qualche mese prima con Slovenia e Real Madrid, mostrando immediatamente un talento debordante e il suo essere un giocatore non solo pronto ma anche fatto e finito. Proprio questo suo essere un giocatore fatto e finito è l’unico suo possibile limite: i miglioramenti potrebbero essere lievi, se comparati alla sua Rookie Class.

Trae è arrivato in NBA tutt’altro che fatto e finito, iniziando un percorso che fra qualche anno potrebbe dargli un ruolo come stella NBA come potrebbe non darglielo. Dal giorno uno però è cresciuto, si sta adattando alle difese NBA e si sta abituando a ritmi, fisicità e pressioni completamente diversi da quelli cui era abituato al college.

Lo scambio che ha coinvolto Luka e Trae andrà giudicato fra 5-8 anni, quando le carriere dei due saranno definite, e insieme alle loro carriere sarà definita anche la carriera della scelta che Dallas ha ceduto ad Atlanta. Tante, tantissime variabili. Troppe. Non è detto neanche sia importante. Non conta sapere se fra 20 anni diremo che sarà stato meglio Luka o Trae: il paragone fra i due lo si farà, perché il mondo purtroppo vive di questi paragoni, ma non è questo il punto. Il punto è che quello scambio ha fatto sì che Trae avesse qualcuno che gli desse la motivazione per alzarsi alle 5 del mattino per tirare, allenarsi, diventare migliore, giorno dopo giorno. Di fatto, quello scambio ha fatto sì che Trae diventerà la miglior versione possibile di sé stesso, qualunque cosa questo vorrà dire, perché è arrivato in NBA con qualcosa che non tutti hanno, che i grandi campioni devono spesso cercare.

A lui, invece, è stata data il giorno del draft e la porterà con sé per tutta la sua carriera:

A chip on the shoulder.

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Leandro Nesi

Leandro Nesi

Leandro Nesi, nato in Scozia ma Romano di Roma, 28 anni, felicemente sposato. Dottorando in ingegneria meccanica teorica e applicata. Amo il Gioco, detesto il tifo, specie quello con la t minuscola, che impedisce le discussioni. Simpatizzo per i Jazz e per LeBron, che mi hanno fatto innamorare della palla a spicchi. Di una partita guardo i giochi e gli schemi, di un giocatore gli aiuti in difesa e i tuffi sul parquet. Se c'è tattica, sono nel mio mondo. L'NFL e il tennis sono sul podio dei "miei" sport, dopo il Grande Amore (sportivo) che è il Basket.