Non sono mai voluto essere quel ragazzo

Pubblicato da Marco Rao Camemi il

Tempo fa distruggevo Michael Phelps. Sul serio. Prima di essere QUEL ragazzo, giocavo a basket. E prima di giocare a basket ero il miglior giovane nuotatore degli Stati Uniti. E probabilmente, a un certo punto, il migliore al mondo.

Distruggevo Phelps, Ryan Lochte…se pensate a un nuotatore olimpico quando avevamo dieci anni probabilmente lo avrei distrutto. Ecco quanto ero bravo, ero talmente bravo che era quasi noioso.

Ed ero un piccolo ragazzino impudente. 

So che molti pensano che io sia cresciuto a L.A., ma in realtà sono cresciuto su un lago del Minnesota, a circa dieci minuti da Paisley Park.

Quindi vedevamo la Leggenda praticamente sempre. Andavo al negozio di alimentari con mio padre e vedevamo questa limousine che occupava quattro posti proprio di fronte al negozio. E io vedevo questo ragazzino che indossava una divisa viola con più o meno dieci bodyguards.
Sempre.
Così una volta ho chiesto a mio padre: “Papà, chi è quello?” 

E lui “Di che cosa stai parlando?”
“Quel ragazzo lì”
E lui “Cosa ? Quello è PRINCE!”
Era sempre in giro, e la gente non lo disturbava praticamente mai. Quello era il Minnesota.

Comunque, dato che vivevamo sul lago, il nuoto è stata una logica conseguenza. L’unica cosa dove non andavo bene erano i 200 stile libero. Così a 12 anni andai a questo meeting a Rochester e dicevo “Devo stravincere i 200”. 

Avevo vinto ogni altra gara.Bang! La gara comincia e io sono in acqua, e sto volando. Tocco il muro e mi giro, e sono già staccato dagli altri. Poi tocco il muro e mi giro di nuovo. Alla fine tocco il muro per terminare la gara. Esco dall’acqua, esco dalla piscina. Campione, ca***! 

Ho dominato i 200, nessun problema. Via! 

Poi sento i miei genitori sulle tribune, dicono qualcosa. 
Urlano ? Come a dire… “TORNA DENTRO!!!”
Come in un film, e io “Cosa??”
Loro urlano “Kris, torna dentro ! Per Dio, torna dentro, in acquaaaaaaaaaaaa!”
Mi giro e vedo che tutti ancora nuotano. 
Non avevo dominato i 200, ma i 150.
Non so come, ma avevo perso il conto dei giri. Ne avevo fatti sei e non otto. E quindi stavo lì con quella faccia da idiota e tutti i genitori sulle tribune che mi guardavano. 
Ero così imbarazzato che avrei voluto morire. Mi sembrava come se il mondo fosse finito. 
Da quel momento, a Minnesota ero conosciuto come 150. 
Anche mio padre mi diceva “Ehi come va, 150?” 

Per circa 20 anni ho cercato di non pensarci, ma poi è successa una cosa divertente. Stavo giocando al MSG per la prima volta dopo che mi ero separato, e mi stavano fischiando fortissimo.

Non ero più Kris Humphries, non ero una persona reale. Ero “Quel ragazzo”. E sono lì alla linea del tiro libero che aspetto che l’arbitro mi dia la palla e il Garden trema e quello che  riesco a pensare è “Bene, ci risiamo. Cento-f*****o-cinquanta”.

Non avrei voluto niente di tutto questo. Volevo solo essere ricordato come un grande atleta.

Quando poi ho lasciato il nuoto, mi sono completamente dedicato al basket. Avevo questa routine con mio padre. Siccome prendevamo WGN in Minnesota, guardavamo sempre i Bulls insieme, ed io facevo 500 flessioni e 1000 addominali mentre vedevamo MJ. 

Mi ricordo che quando sono arrivato nella NBA c’era Carlos Boozer che diceva “Porta il blocco, Bowflex”.

Ed io “Bowflex?” e lui “Sì, sembri uno di quei figli di ******* nella pubblicità della Bowflex”.

Io gli raccontavo di come facevo 1000 addominali prima di andare a letto e lui pensava che fosse la cosa più divertente del mondo.

Comunque, ho sempre amato il Basket, ma a 13 anni ho avuto IL momento più bello. Mio padre doveva andare a Chicago per lavoro, mi ha portato con sé e mi ha sorpreso con dei biglietti per i Chicago Bulls. Erano i Bulls del 1997, al loro massimo con MJ al suo massimo. Entriamo nel palazzo e si spengono le luci per la loro classica introduzione, e c’è quest’atmosfera nell’aria, non lo so spiegare. Altro livello.

I neon lampeggiano, QUELLA canzone comincia (la sapete) e annunciano il numero 23. Tutti impazziscono, ricordo ogni singolo dettaglio.  E io pensavo “Io giocherò nella NBA un giorno. Io sarò lì.”

Da quel momento la mia identità, la mia vita, è diventata il basket. Non avevo altri interessi. Non facevo altro. Ero sempre in palestra. Durante il liceo e il college pensavo che sarei diventato il nuovo Dirk Nowitzki.

Quando sono stato scelto dai Jazz pensavo che sarei diventato un eccellente scorer, al 100%.

Ero sempre un ragazzino impudente.

Non potrò mai dimenticare una delle nostre prime partite. Giocavamo contro Dirk e i Mavs allenati da Don Nelson. Io entro in campo e ogni volta che loro attaccavano Don Nelson urlava di fare questo o quello schema con il mio numero alla fine.

Ogni volta.

“Isolamento, 43! 43!” oppure “Swing! 43! 43!”

Alla quarta volta ho capito che quando dicono il tuo numero a quel modo vuol dire “Attaccate sempre quel rookie!”

Mi hanno distrutto. E io ero come “Ah, questa è la NBA? Ti ca*ano in testa senza farti domande e tu non puoi farci niente!”

Durante le prime stagioni non riuscivo a capirlo, non sapevo cosa fare. Credevo solamente nella mentalità da killer di MJ, solo che io non ero MJ ma avevo 3+3 di media.

Poi un giorno Dan Fegan, il mio agente, mi ha dato il miglior consiglio della mia carriera e forse della mia vita. Mi ha detto “Kris, ti dico un piccolo segreto. Se vuoi durare in questa lega per molto tempo, la gente deve apprezzarti. E diciamo le cose per come stanno, la gente NON ti apprezza.”

So che può sembrare facile, ma dopo 13 stagioni nella NBA posso dirvi che se non siete delle superstar molto si riduce a “Questo è un ragazzo che starà in silenzio e lavorerà duro?”

Se no, ce ne sono altri mille che possono uscire dalla palestra. Il punto è che c’è sempre un livello superiore. Io volevo essere Dirk ma non capivo quanto lui lavorava, per essere Dirk. Quando mi hanno scambiato ai Mavericks sono arrivato al primo giorno di camp, e mi ricordo di aver parlato con il nostro trainer dicendo “Io sarò quello che lavorerà di più in  questa palestra” e lui “Nah”. Io “Lo giuro, guarda!” e lui “No, c’è uno che si chiama Dirk, forse ne hai sentito parlare.”

La gente pensa a Dirk come un tiratore perfetto, ma la sua etica del lavoro era terrificante. Io arrivavo due ore prima dell’allenamento pensando di essere il primo e invece lui era lì, con il suo allenatore tedesco facendo la cosa più strana che voi possiate immaginare. Faceva i turnaround jumper su una gamba sola con la mano del suo allenatore in faccia. Io gli dicevo “Ma quando potrà mai accadere in una partita?” e lui “Non puoi mai saperlo”.

Era incredibile, chiamava tutti quanti “Burgers”. Non so se sia un’espressione tedesca o qualcosa che aveva creato lui. Ma se lui pensava tu fossi un pagliaccio per lui eri un “Burger”, se qualcuno provava a schiacciare all’indietro o fare qualsiasi cosa durante lo shootaround Dirk scuoteva la testa e diceva “Prendi questo, Burger”.

Era il mio idolo ma era così figo che mi trovavo bene anche a scherzare con lui durante l’allenamento. Poi un giorno quando stavamo ridendo per qualcosa, Rick Carlisle si è girato dal nulla “Hey Humphries, NON SI FA!”

“Cosa coach?” “Non si scherza con Dirk”.

Ed io “Ma ci stavamo solo divertendo, coach”

E lui “No, Dirk si diverte. Tu devi stare attento. Dirk non ha nemmeno bisogno di allenarsi, lui è il f****** Dirk !”

Non penso di aver detto una parola o sorriso per due settimane. Ed è stato un buon consiglio perché quella stagione mi hanno scambiato ai Nets e la mia carriera era in serio pericolo. Ero il quarto tra i lunghi nel New Jersey, non avevo praticamente minuti, era quasi finita.

Poi una sera ci stanno massacrando a Miami e Avery Johnson mi fa entrare. Prendo un rimbalzo, poi Dwyane Wade prova a schiacciare su di me. Io stoppo e quella giocata ha salvato la mia carriera. Avery ha fatto vedere quella giocata tre volte a tutti dicendo “Dobbiamo giocare così. Voglio vedere VOGLIA DI GIOCARE.”

Non ha nemmeno detto il mio nome ma mi ha colpito perché ho pensato “E’ così che devo stare nella lega, rimbalzi e difesa”.

La cosa divertente della mia carriera è che ho capito che giocatore fossi ai Nets. Prendevo dieci rimbalzi a partita e stavo in silenzio. Finalmente sapevo chi ero.

Poi ho conosciuto una ragazza che si è rivelata essere abbastanza famosa, mi sono sposato e…Diamine!

Avrei dovuto sapere in cosa mi stavo andando a mettere, ero molto ingenuo su come la mia vita stava per cambiare. Ma la cosa che veramente mi fa male è quando la gente dice che il mio matrimonio era finto.

C’è molto di quel mondo che non è del tutto vero, ma la nostra relazione ERA vera, al 100%. Quando poi abbiamo capito che non stava funzionando…che posso dire? E’ stato molto, molto brutto. Non è mai facile passare attraverso l’imbarazzo di una situazione come quella con i tuoi amici, la famiglia, ma quando è una cosa pubblica davanti a tutto il mondo è un altro livello. E’ quasi brutale.

Non sapevo come affrontarla perché non avrei mai immaginato di essere famoso in quel modo. Ricordo di aver avuto quel momento dove mi fischiavano così tanto a Philadelphia che io ho pensato “Perché mi stanno fischiando così? Perché sono QUEL RAGAZZO della TV? Pensano che io stessi cercando di diventare famoso? Pensano che io ho mancato di rispetto al basket?”

L’ultima mi ha ucciso perché l’unica cosa per la quale ho sempre voluto essere ricordato era il basket.

La mia vita, ero una persona felice. Ma niente ti può preparare a dover camminare per strada o essere in qualsiasi posto e la gente viene da te e cerca di filmarti, di acchiapparti dicendo chissà cosa.

Non è naturale, non dovrebbe essere così la vita.

Sinceramente, ho avuto molto a che fare con l’ansia soprattutto in pubblico. C’è stato un anno intero dove ero in un posto oscuro, non volevo lasciare casa mia. Ti senti come se tutti ti odiano ma non sanno nemmeno perché. Nemmeno ti conoscono. Sanno solo che faccia hai e ce l’hanno con te.

Tante volte ero a fare rifornimento ed a comprare una bottiglietta d’acqua o qualcosa e il cassiere mi guardava e lo sapevo che stava per dire “Ehi, ma tu sei QUELLO?” e io “No! Ci somiglio soltanto”. Oppure “No, sono Blake Griffin. La gente ci confonde!”

Io non volevo essere Kris Humphries. E’ la cosa più incredibile di tutte non voler essere sé stessi. E io non volevo nemmeno dire qualcosa per difendere me stesso perché era come se non potessi vincere. Non puoi andare contro i tabloid, contro quella macchina. Non c’è motivo. E anche se lo avessi fatto mi sarei sentito come se stessi mancando di rispetto al basket.

Sinceramente il basket insieme alla mia famiglia è stata l’unica cosa che mi ha aiutato.

Non dimenticherò mai quando giocavamo contro i Knicks e alla fine della partita Jeremy Lin fu intervistato dalla TV e gli chiesero “Perché questo pubblico odia Kris Humphries così tanto?” e lui “Non lo so. Non lo capisco, perché è un gran rimbalzista e gioca sempre con impegno

Era poco, ma per me era tanto. Tantissimo. Io volevo stare nella lega il più possibile perché per me il basket era tutto. Forse può sembrare ovvio, ma forse vale la pena dirlo perché credo che voi sentite sempre come la stagione sia monotona, di come la lega sia un business e questo è vero, ma so che nessuno dice troppo una cosa: giocare nella NBA è la cosa più divertente del mondo. E’ meraviglioso.

E io sono stato abbastanza fortunato da crescere in una famiglia dove non mi sono mai dovuto preoccupare troppo dei soldi, quindi non parlo dei soldi, dei jet o degli alberghi. Parlo di quando il tuo nome viene annunciato di fronte a ventimila persone e tu sei lì per la palla a due contro Dirk, Duncan o Kobe. E’ irreale. Anche essere sgridato da Don Nelson lo è. A dire il vero il 99% delle cose divertenti sono successe in palestra o negli spogliatoi, anche quando sei lì seduto a scherzare con i compagni di squadra, è la cosa più bella

C’è un momento che porterò sempre con me. Giocavamo contro i Mavs dopo che questi mi avevano scambiato, e io ero andato nei loro spogliatoi per salutare i miei ex compagni dopo la partita. Avevo giocato abbastanza bene, diciamo 15+15.

Dirk e Jason Kidd si stavano facendo massaggiare o non ricordo bene cosa. Due leggende. Io stavo parlando con Dirk, a un certo punto Jason si gira verso Dirk e dice “Il ragazzino ti ha messo in difficoltà oggi, eh?

Mi vengono i brividi se ci penso. Se io giocavo, era per quei momenti lì.

Quando ero in palestra tutti i problemi sparivano. Forse non ero lo scorer che avrei voluto essere, e ho avuto momenti difficili, ma alla fine dei conti sono stato 13 anni nella lega, e non tutti possono dire lo stesso.

Oggi non sono più nella NBA. So che molti mi vedono ancora come QUELLO della TV, e lo capisco. Ho firmato per quello, non me ne pento. Ma spero che i veri tifosi di basket mi ricordino come quello che si è trasformato in un buon rimbalzista e cercava sempre di giocare al meglio.

Non sono mai stato uno che ha voluto essere famoso. Sono un ragazzo del Minnesota che ama il basket e sì, 99 volte su 100 la gente viene da me e mi dice “Ehi, ma tu sei QUELLO LI’?”

Ma quell’uno su 100 che mi dice “Ehi, cazzate a parte io guardavo quei Nets e tu ce la mettevi sempre tutta!”. Quando succede io ringrazio, ma mi verrebbe voglia di abbracciarli.

Questo è quello per cui vorrei essere ricordato. Anche adesso che non gioco più cerco di stare sotto i riflettori per una nuova fase della mia vita. Ho iniziato un business ispirandomi un po’ alla leggenda.

E’ stata la sua spinta, ma anche attraverso il duro lavoro sto per aprire 7 ristoranti Crisp & Green nel Midwest e ho già aperto 10 “Five Guys” e ce ne saranno altri.

Sì, credeteci. Burgers.

Grazie a Dirk.

Grazie ai miei genitori, la famiglia, gli amici.

Grazie a Coach Novak, Chris Carr, Trent Tucker, per avermi aiutato ad arrivare alla NBA.

Grazie ai miei tifosi e quelli che veramente sanno chi sono. Grazie al basket, alla Minnesota High School Basketball Hall of Fame, per l’introduzione oggi, sono veramente onorato.

E grazie a te, Jay, per non avermi escluso dalla squadra.

Tredici anni meravigliosi.

Vostro,Khris.

[Traduzione da https://www.theplayerstribune.com/en-us/articles/kris-humphries-i-never-wanted-to-be-that-guy]

 


Marco Rao Camemi

Marco Rao Camemi

30 anni, siciliano, laureato in lingue. Amante di ogni tipo di Arte, di Musica, di viaggi, di cibo. Amante del Gioco più bello di tutti (ed anche di altri molto belli) a qualsiasi latitudine, tifoso da ormai due decenni di squadre dai colori improponibili ma riconoscente verso tutte quelle che hanno lasciato un segno. Nick Van Exel come primo idolo, Steve Nash come ispirazione, Kobe come Kobe. Poi basta perchè i 24 secondi sono finiti.