Karl-Anthony Towns – I Got Five on it

Pubblicato da Andrea Nola il

Nella Melting Pot newyorkese di fine anni ottanta del ventunesimo secolo si caratterizzano in pochi anni due processi ben definiti e collegati tra loro: quello di un sovraffollamento iniziale che spazia nei quartieri quali il Queens, Brooklyn e Harlem; ed una disurbanizzazione seguente che colpisce principalmente due dei cinque borough dello stato di New York – Manhattan prima e Staten Island poi. La New York di quegli anni infatti si contraddistingue per quella divisione di ceto che sottolinea la netta differenza tra chi vive nelle case popolari del Bronx e chi risiede in un Hotel di lusso con tutti i comfort a disposizione. Se da una parte abbiamo quella che possiamo definire come una cultura in piena ascesa qual è l’hip hop, dall’altra la cultura di Wall Street e del suo “summum bonum” – il guadagno di denaro è sempre più denaro – mettono in evidenza quella ormai sempre più netta linea di confine tra uno stato diviso in due dalle evidenti differenze sociali ed economiche di una città in massima espansione rispetto al decennio precedente.

“I got five on it, grab your 40. Let’s get keyed […] messin’ wit that Indo’ weed… I got five on it”.

Karl Towns, nato e cresciuto nel New Jersey, tiene per la prima volta in braccio suo figlio, Karl-Anthony, cantando con una voce strozzata dalla gioia e dalle lacrime nei confronti di quel neonato che a malapena copre metà del suo avambraccio. Ora viene da chiedersi: cosa c’entra New York con la famiglia Towns? Ebbene, c’è un legame tra i due che si può definire senza ombra di dubbio indissolubile. Nei primi anni del duemila, infatti, Karl padre decide di spostare la propria visione di lavoro – come tanti altri suoi concittadini – verso quella che è ormai la metropoli per eccellenza nella visione d’insieme dell’americano medio. Il newyorkese, d’altra parte, vede nei ‘Jerseyans’ una serie di detti popolari nati più di un decennio prima per via di quella fetta di popolazione che risiedeva prima nella zona di Manhattan e che poi per una serie di fattori legati perlopiù al sovrappopolamento di una città in piena espansione economica da vent’anni a questa parte, ha deciso di spostare la propria residenza nei vasti spazi verdi dello Stato Giardino. Karl-Anthony, che da pochi mesi ha compiuto i sette anni, ammira il padre a tal punto da vederlo come un esempio da seguire in tutto e per tutto: tanto che, il più delle volte, implora quest’ultimo di portarlo con sé a lavoro per mostrargli di cosa si occupa in quella città dalle mille luci di cui spesso gli parla, la sera, quando torna esausto nella sua casa a Piscataway. Le richieste a più riprese di Anthony ad un certo punto vengono accolte, ed in quel momento il suo futuro cambia radicalmente.
 
Karl porta il pane in tavola lavorando ad Harlem, e per arrivare con più di una decina di minuti di anticipo percorre quotidianamente la novantaseiesima dopo essere sceso dalla metro. Una quotidianità che viene interrotta dalla curiosità del figlio. I due, infatti, decidono di passare non più per la 96esima, ma per quella che rimarrà una via cruciale per Karl-Anthony, la novantanovesima. Passando per quella strada Anthony sente delle grida e decide di voler andare a vedere a tutti i costi cosa stia succedendo in lontananza, tanto da trascinare il padre con sé. Ciò che vede, quando raggiunge la provenienza delle urla, è ciò che di più bello potesse guardare: l’East Harlem del Cherry Tree Park e al suo interno sei ragazzi con una palla a spicchi che davano spettacolo tra loro. Karl è letteralmente ipnotizzato da quella palla che tocca la retina ed entra e da quei ragazzi che saltano così in alto da riuscire a toccare il ferro. Guarda il padre e grida sorridendo: “Dad! I want to play basketball!”.

CUNY.edu / Cherry Tree Park.

Born to be a Falcon

Nel 2013, a Piscataway, il basket ha da poco cominciato a modellarsi attorno alla visione sportiva della città. Tale merito va dato oltremodo a Karl-Anthony e alla figura che il padre ha giocato nella sua crescita sul campo da gioco. Difatti, quando gli amici o i vicini di casa chiedevano a Karl il perché ogni mattina accompagnasse il figlio a scuola nel Metuchen lui rispondeva, con aria fiera e con un sorriso di chi sapeva cosa stava dicendo, queste parole: “Perché mio figlio ama giocare a basket; ed io so che è il migliore a farlo!”.

 
Karl-Anthony arriva nella palestra della scuola sempre un’ora prima rispetto ai compagni di squadra, per un riscaldamento veloce ed una sessione di tiro che va ad iniziare dal perimetro e si va a concludere con una serie di azioni al ferro. Il legame che lega il giovane Towns al padre è forte, a tratti indissolubile, tanto che Karl nelle ore in cui il lavoro non occupa il suo tempo, decide di seguire costantemente il figlio negli allenamenti e in tutte le partite stagionali.
 
Il gioco di Karl-Anthony è moderno; è un centro che riesce a liberarsi per il tiro come una delle migliori shooting guard, e che in fase di transizione rompe ogni schema difensivo con ripartenze che la squadra avversaria non riesce a coprire. Tale forza non è data dal caso, ma è frutto di un continuo allenamento che va di giorno in giorno e che porta fiducia nelle sue mani. Il suo rilascio, che sia in allenamento o in partita, è pulito, preciso e rende Karl un giocatore ambito – al suo ultimo anno nella high school – in ottica di college; non perché sia un giocatore completo solo nella parte del campo opposta, ma perché riesce a coprire ogni spazio con la sua versalità tecnica.

NJ.com / Karl-Anthony Towns.

La stagione 2013-2014 è la totale conferma di tutte le doti tecniche di Anthony; la squadra, gli schemi e il gioco in sé gira totalmente attorno al numero 44 dei Falcons. Karl, il padre, ha fatto sì che il figlio intensificasse la sua routine sia nella sessione di tiro che in palestra: dalle due ore, alle quattro ore, dalle quattro alle seiore e così via fino ad una crescita esponenziale che lo ha portato a dominare in campo sia a livello fisico che mentale. 
 
Chi, più di tutti, sì mosse in anticipo rispetto alla concorrenza sul centro del Piscataway fu John Calipari, che d’astuzia giocò un doppio ruolo fondamentale per arrivare alla totale fiducia da parte dell’intera famiglia Towns. Calipari, che dal 2009 era alla guida della squadra collegiale del Kentucky, ebbe una breve seppur vincente esperienza con la nazionale di basket dominicana tra il 2011 e il 2012, periodo in cui si mise direttamente in contatto con Karl padre prima e Karl-Anthony figlio poi – in tutto ciò il ruolo della madre del centro dei Falcons fu fondamentale. Jacqueline Cruz, infatti, è sicuramente la pedina vincente che coach Calipari usò per portare acqua nel suo mulino nella tratta d’arrivo di Anthony in maglia Wildcats nell’annata 2014-2015. Il destino di entrambi andava quindi ad intrecciarsi nelle origini della moglie di Karl Towns; Jacqueline era nata e cresciuta nella Repubblica Dominicana e ancora in giovane età si trasferì negli USA, rimanendo legata alle sue origini e cercando di passare le proprie tradizioni anche attraverso i figli. Tale passaggio di consegne fu incisivo nella vita di Karl-Anthony, che se da una parte viveva la consuetudine della vita statunitense, dall’altra si affacciava al mondo della cultura dominicana voluto dalla madre. Questo portò, difatti, ad un netto si nei confronti della proposta di John Calipari di far parte alla spedizione della Repubblica Dominicana nel campionato centramericano del 2012. Da parte di Anthony non ci furono tentennamenti; ne tanto meno giri di parole. Alla domanda: “Karl, ragazzo, vuoi rappresentare i dominicani?”, il figlio di Karl Sr. e Jacqueline Towns rispose con un fermo e deciso “”.
 
Ciò che successe da quel momento fino a qualche mese prima dell’approdo al college è riassumibile nel più semplice dei termini: dominio. Coach Calipari non solo riuscì a renderlo vincente nel 2012 con la nazionale dominicana; ma ne alzò il livello di gioco presupponendo il fatto che Karl fosse il prototipo perfetto di centro moderno, l’obiettivo non era mettere solo la palla a canestro: lo scopo di John Calipari era di rendere Karl un giocatore a 360 gradi per ogni statistica possibile. Il controllo del gioco diviene con il tempo il fattore di padronanza del parquet da parte di quest’ultimo e fa sì che la maggior parte dei possessi della sua squadra passino direttamente tra le sue mani. L’evoluzione di Karl si rivede in due delle ultime prestazioni date con la St. Joseph: due quadruple doppie e il premio di GPY – Gatored Player of the Year – che tuonano forte nella futura NCAA
 
The future is mine!”.

gfycat.com / Karl-Anthony Towns.

Oh my Wildcats

Nel 1995 gli Junior M.A.F.I.A esordiscono con il singolo “Player’s Anthem; i Naughty by Nature pubblicano Feel Me Flow e Michael Jordan torna in NBA vincendo nella stessa stagione il quarto titolo. 
La scelta del college di Karl-Anthony Towns in ottica universitaria è legata a due motivi: il primo, è il legame che ha con coach Calipari e con la formazione tecnica che gli ha concesso un applicazione in campo a tutto tondo; la seconda è che, seppur in secondo piano, il ragazzo nato a Edison sogna di diventare – al di là del basket – un chinesiologo e l’Università del Kentucky propone uno dei migliori corsi di studio a riguardo. 

si.com / John Calipari e Karl-Anthony Towns.

Ciò che si trovò ad affrontare Karl, però, non fu da subito sentore di un’ottima partenza alla quale tutti speravano nell’immediato: difatti il distacco dalla famiglia ed un basket totalmente differente da quello della high school, crearono qualche tentennamento nelle prime uscite con i Wildcats, che in squadra potevano vantare altri talenti quali Devin Booker prima e Trey Lyles poi – oltre ad un ottimo Willie Cauley-Stein e al compagno di squadra Dakari Johnson. La domanda nella testa di Karl-Anthony era e poteva sembrare sempre la stessa: 
 
perché non riesco più ad esprimere tutto il mio potenziale?” 
 
Nell’ottava vittoria interna ai danni dei Vaqueros, Anthony non riuscì ancora ad esprimere a pieno il suo pieno potenziale. Non era una questione fisica; ne tanto meno era una perdita di tecnica o il non riuscire ad entrare negli schemi della squadra, era semplicemente uno stato mentale dal quale si doveva riuscire a liberare prima che il peso dell’angoscia lo schiacciasse completamente. La sera stessa, infatti, Karl decise di rimanere in campo anche dopo la partita per svolgere quella sessione di tiro che il padre gli imponeva quotidianamente per arrivare a migliorare la capacità di rilascio e visione in attacco. Una routine che, con l’approdo ai Wildcats, era andata man mano scemando. Il primo tiro entra, il secondo tiro va a tabellone e prende il ferro, il terzo tiro neanche tocca il canestro – nella palestra rimbomba attraverso un sonoro eco l’urlo del centro dei Wildcats. Karl respira, riprende la palla e pensa a quando andò con il padre ad Harlem. Si posiziona sul perimetro, piega le gambe e rilascia il tiro: entra. Il secondo, anche. La terza palla sbatte sul ferro, la recupera e va in schiacciata. Continua così per un’ora fino a che, esausto, prende il borsone e con un mezzo sorriso sul volto lascia la palestra. Da quel momento la sua stagione, psicologicamente, prende un’altra strada. 
Non dobbiamo chiederci cosa abbia fatto coach Calipari per Karl-Anthony Towns, ma dobbiamo domandarci cosa abbia dato il centro con la numero dodici sulle spalle proveniente dal New Jersey alla sua squadra sia in fase offensiva che in fase difensiva. Karl, difatti, rinasce. Torna a macinare quelle prestazioni in campo che fino a qualche mese prima erano normale prassi nelle sue partite. Non importa chi abbia davanti e quale squadra si trovi difronte – lui mette in campo una prestazione da leader; lascia le statistiche ai suoi compagni e domina in entrambe le parti del campo ponendo i Kentucky Wildcats come principale forza per la vittoria del titolo NCAA. In campo Anthony è letteralmente un treno, gioca tutte le trentanove partite (come lui solo Andrew Harrison) e mantiene un ritmo in campo costante e senza mai superare quella soglia di affaticamento che potrebbe portarlo ad errori futili, o peggio, ad infortuni. Karl e compagni giocano bene convincono, grazie anche all’applicazione al gioco che John Calipari richiede ad ogni suo giocatore in ogni singolo istante della partita – ad esempio, Devin Booker era il giocatore che più di tutti, aveva l’obbligo di giocare fuori dal perimetro: non perché non sapesse fare altro, ma perché Calipari aveva modellato la squadra in questo modo. I risultati fino alla partita erano stati una passeggiata per i Wildcats, che imponevano il loro gioco con la propria tifoseria che in sottofondo incitava la squadra a suon di “On, On, U of K!” e “Kentucky Fight“, attraverso ampie vittorie e pochi pericoli in fase difensiva. Karl-Anthony Towns, in tutto questo, era il giocatore di spicco dell’Università del Kentucky. 
 
Le vittorie e l’esaltazione del gioco durarono fino alla Elite Eight del 28 marzotra la sopracitata squadra universitaria e quella che coach Calipari definì come un “rognoso spavento“: i Fighting Irish di Notre Dame. La partita è una bolgia, a undici secondi dalla fine del tempo regolamentare le due squadre sono sul 66 a 66 e l’intero palazzetto è gremito da un silenzio che sembra surreale ma che si riduce al fatto che Andrew Harrison ha in mano la palla del possibile vantaggio e della sperata vittoria voluta dalla tifoseria che ha dinanzi. Karl-Anthony, che ha disputato la miglior partita della sua stagione fino a quel momento è chiuso in difesa da ormai un minuto abbondante, da una marcatura a due uomini che lo rendono quasi nullo nelle azioni che lo portano sotto canestro. Harrison, d’altra parte, sa che questa potrebbe essere una situazione a vantaggio dei suoi e si lancia a otto secondi dalla fine sotto canestro cercando un tiro alla disperata che non entra ma che porta a due liberi fondamentali in quel momento – il risultato segna, quindi, 68-66 ed un disperato tiro da tre da parte dei giocatori di Mike Brey che scende nel vuoto e porta alle Final Four Kentucky.
 
Ora è fondamentale fare una premessa: la squadra che Karl-Anthony Towns e compagni andarono ad affrontare si poneva di due principali problemi nei confronti degli avversari. Il primo era che, la squadra era guidata dalla panchina dal visionario gioco di Bo Ryan; il secondo problema era il fatto che quest’ultimo avesse preso una determinata conoscenza delle doti cestistiche dei suoi giocatori – Frank Kaminsky e Sam Dekker tra tutti – e che riuscisse ad estrapolarne continuamente il meglio in base alle squadre che si trovava di fronte. E quella partita andò esattamente così. Parliamo dei Wisconsin Badgers. Seppure inizialmente la partita poteva sembrare essere a favore della squadra del Kentucky, con un gioco d’intelligenza e con l’andare a limitare prima Booker al tiro e facendo perdere due possessi importanti alla squadra di John Calipari, il risultato segnò un netto 68-63 a favore dell’Università del Wisconsin che si aggiudicò la finale con la poi vincente Duke. 
 
Il mondo di Karl crollò improvvisamente. Non era bastata una stagione di vittorie e di prestazioni personali che andavano crescendo costantemente nel corso della stagione per arrivare all’obiettivo sperato, no. L’asciugamano sulla testa e una camminata lenta verso lo spogliatoio chiudono la sua esperienza in Kentucky con i Wildcats, perché la prossima stagione scrive nel suo futuro una frase ben definita rispetto a quella dell’amara sconfitta appena ricevuta: NBA.

Sky's the Limit

L’intro di ‘Sky’s The Limit’ recita attraverso la voce della madre di Christopher Wallace, in arte Notorious B.I.G, queste parole: “I want to hold on to that dream, baby hold on to it real tight, ‘cause the sky’s the limit“. 
 
È il 25 giugno del 2015 e al Barclays Center di Brooklyn fa più caldo del solito. Seduto, tra i tavoli, c’è Karl-Anthony Towns con la testa bassa e le gambe tremolanti che non riusciva a fermare – non era ansia dovuta al draft in sé; ma era la paura di un ragazzo di vent’anni nel non riuscire a rispettare le aspettative che tutti avevano dato per certe su di lui. Al suo fianco, come sempre, la sua famiglia che cerca di dargli forza e consapevolezza nelle sue doti in campo prima e nella vita di tutti i giorni poi. 
 
With the first pick in the 2015 NBA Draft the Minnesota Timberwolves select… Karl-Anthony Towns, from the University of Kentucky!” 
 
Le parole di Adam Silver, in un attimo, scivolarono addosso ad Anthony che venne travolto da un’ondata di gioia da parte di tutte le persone che aveva attorno a sé. Per un attimo, per un singolo momento, Karl riuscì finalmente a staccare la spina per godersi quel momento tanto aspettato e atteso da quando era solo un bambino. Minnesota era la piazza ideale per il ragazzo del New Jersey. La franchigia, infatti, aveva virato da qualche anno su di un progetto fatto e fondato sui giovani e su quello che era un vero e proprio rebuilding di una squadra che vagava nella lega americana senza una meta precisa. I Timberwolves l’anno prima erano riusciti ad acquisire Andrew Wiggins sempre tramite draft, attraverso uno scambio che portava quest’ultimo ed Anthony Bennett al Target Center e che spediva Kevin Love ai Cleveland Cavaliers di LeBron James.

NBA.com / Karl-Anthony Towns 2015 NBA Draft.

È difficile spiegare cosa portò l’arrivo di Karl-Anthony Towns alla franchigia del Minnesota, ma una figura dominante sotto canestro che riuscisse allo stesso tempo ad aiutare i compagni al di là del perimetro era quello che serviva per cercare di divenire nel più breve tempo possibile competitivi. La risposta ad ogni perplessità degli ultimi scettici nei confronti di KAT – acronimo preso durante la summer league – viene data alla prima uscita ufficiale in maglia Timberwolves contro i Los Angeles Lakers. Al di là di quella che è un’ottima introduzione al contesto sportivo di una squadra, che prende il nome di summer league, Karl si propone fin dal primo momento come quel giocatore fondamentale per un organico di giovani che punta a crescere, dimostrando tutto il suo potenziale sotto gli occhi di uno spettatore d’eccezione: Kobe Bryant.
 
È il 28 ottobreed Anthony entra in campo con quella serietà che mai nessuno gli aveva visto addosso; non è tanto dovuta alla tensione della prima partita da professionista in NBA, ma è perlopiù il voler dimostrare a tutti che lui quella prima scelta la vale tutta. Lo vuole dimostrare da subito, davanti a Kobe e sotto gli occhi del pubblico dello Staples Center. Il primo possesso della partita se lo prende lui sulla palla a due – da quel momento fino all’ultimo secondo Karl domina totalmente il parquet di gioco. Domina, vince e convince tutti delle sue straordinarie doti tecniche offensive sotto canestro e all’occorrenza dal perimetro, mostrando ampi margini di miglioramento in una fase difensiva che mostra un giocatore completo in entrambi i lati del campo. 
 
Da quel momento in poi la sua stagione è un continuo divenire di grandi prestazioni e importanti soddisfazioni personali, non solo mette tutti d’accordo sul fatto che lui sia una boccata d’aria fresca nella lega americana; ma riesce a convogliare l’attenzione dei media su quella che fino a qualche mese prima poteva sembrare una squadra abbandonata a se stessa e alle proprie delusioni sportive – che da ormai diversi anni era consita da delusioni dallo spettro del limbo cestistico.
Nella stagione seguente, probabilmente, Kat è il giocatore più atteso da tutti in ottica di conferma: non solo perché si attende da lui una grande stagione, ma perché tutti si aspettano una crescita di coscienza personale nella possibilità di strapotere sugli avversari. Ogni sera, prima di ogni partita, lo si vede in campo con le sue cuffie a svolgere il suo riscaldamento quotidiano; ed ogni sera, dopo ogni prestazione lo si vede uscire con la musica nelle orecchie dallo spogliatoio della squadra. La musica, per Karl, è uno sfogo che va oltre tutto. Ed il più delle volte nella sua playlist si ritrova quella canzone che il padre gli cantava spesso: I got 5 on it. Nello shootaround con i compagni di squadra si chiude in sé e comincia a cantarla e le palle, una dopo l’altra, entrano. Quella canzone non è solo un modo per concentrarsi; è il metodo del nativo del New Jersey per sentirsi più vicino – materialmente parlando – alla sua famiglia.  
 
La sua stagione da sophomore è un ulteriore conferma alle straordinarie doti tecniche che possiede in campo. Il secondo anno si apre con le dichiarazioni di Kevin Durant – “he’s going to be a hall of famer” e la prestazione monstre contro i New York Knicks di Kristaps Porzingis condita da 47 punti e 18 rimbalzi che spezza ogni indugio. 
 
È una stagione da leader, dentro e fuori dal campo, che fa intravedere la luce ai Minnesota Timberwolves per un immediato futuro in prospettiva Playoff NBA, e che mette Karl-Anthony Towns tra i grandi della lega americana per il livello di qualità che riesce a mettere in ogni partita nel campo da gioco. Non importa chi si trovi di fronte; l’importante, per lui, è cercare di portare la vittoria a casa. 
 
Sky is the limit and you know that you keep on, just keep on pressing on.

slamonline.com / Towns 2016.

Butlerfly Effects

Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo”.

È l’inizio della stagione 2017-2018 ed i Timberwolves hanno deciso di cambiare tutte le carte in tavola. Il 22 giugno, durante il Draft NBA i Minnesota Timberwolves decidono di voler mettere un pachetto di giovani sul piatto per mirare l’obiettivo comune di tutti: i playoff. La franchigia, infatti, non ha più voglia di aspettare e punta forte su di un conclamato giocatore che nella passata stagione ha mostrato definitivamente tutte le sue qualità. Jimmy Butler. I Bulls acquisiscono Zach Lavine, Kris Dunn e la settima scelta – Lauri Markkanen – ed in cambio la squadra di coach Thibodeau guadagna un All-Star e la scelta numero sedici dello stesso draft.

dunkingwithwolves.com / Wiggins, Butler e Towns.

La scelta di portare Jimmy Butler al fianco di Towns è sotto tutti i punti di vista una mossa vincente. Kat è in piena ascesa cestistica, mentre Butler ha preso piena coscienza delle proprie doti ed è in quella fase di leadership che i Minnesota Timberwolves richiedevano. La squadra, guidata da Tom Thibodeau, gioca finalmente un basket solido fatto di ripartenze e di una difesa ad uomo che si muove in base alle caratteristiche della squadra che si pone dinanzi a loro.
 
Ciò che inizialmente si pone come un progetto a favore della squadra e di Towns stesso, che si trova al suo fianco un giocatore che gli da possibilità di crescere sotto tutti i punti di vista, si rivela, invece, un possibile suicidio da parte della franchigia stessa. Seppure i risultati parlano chiaro e mettono Minnesota in piena corsa a metà stagione con un quarto posto meritato; Karl-Anthony non rende più come le passate stagioni – e probabilmente non rende neanche la metà di quello che è il suo vero potenziale.
 
La causa, per quanto strana potesse inizialmente sembrare, furono le fratture interne che la squadra cominciava a subire nello spogliatoio. Una crisi che sfociò senza mezzi termini in quello che portò Minnesota a doversi giocare l’ottavo posto per i playoff nell’ultima partita di regular season. Le cause principali furono principalmente due: la prima fu dovuta al rapporto di leadership che Butler aveva con i suoi compagni di squadra e soprattutto con Towns che riteneva troppo ‘soft’ nella propria metà campo; il secondo problema era dovuto a come l’ex Bulls interagisse, in particolar modo, con Andrew Wiggins, sia in campo che fuori. 
 
Jimmy Butler è la farfalla, i Minnesota Timberwolves sono l’uragano e Karl-Anthony Towns e compagni sono l’altra parte del mondo.

slamonline.com / KAT e Butler.

Karl ha un crollo mentale totale – non è dovuto a nessun tipo di infortunio; semplicemente non riesce più ad essere lo stesso in campo. È poco incisivo, non riesce a trascinare la squadra e l’infortunio di Butler caricano solo ulteriormente di tensione e di responsabilità il centro del New Jersey. Una pressione che da lì a poco tempo fanno piovere sulla gestione di Thibodeau e sulle qualità di Wiggins prima e Towns poi un fiume di critiche che continuano anche dopo l’uscita dai playoff, al primo turno, contro gli Houston Rockets. È una crisi che va oltre il primo All-Star Game ed oltre le semplici statistiche che raccontano solo una parte di quella che è una partita di basket; Karl è probabilmente nel suo momento peggiore e necessità urgentemente di un appiglio per non cadere nel baratro di un possibile continuo di carriera che sembra volgersi verso quello che è l’anonimato di uno dei giovani prospetti che la NCAA ha offerto da qualche anno a quella parte.
 
La stagione 2018-2019 si apre come si era chiusa: nel caos. La squadra è letteralmente spaccata in due, così come i rapporti dei giocatori con la dirigenza dei Timberwolves; tanto che, lo stesso Towns, decide di mettere un punto alla situazione: “se volete che firmi il contratto di rinnovo la cosa deve essere chiara: Jimmy Butler deve andarsene”. La franchigia del Minnesota, messa alle strette, si ritrova a dover prendere una decisione – mantenere la squadra con questo assetto ed imporgli di giocare assieme finché la chimica non torni forte, ma rischiando comunque di perdere il giocatore che rappresenta essenzialmente il presente e il futuro della squadra; o accontentare le richieste di Kat e scambiare Butler per qualche giocatore che si incastri bene negli schemi della squadra. 
 
La decisione presa dalla dirigenza dei Minnesota Timberwolves è da subito una presa di posizione chiara: il rinnovo del numero 32 e Jimmy Butler con le valigie in mano pronto per essere scambiato alla migliore offerente.
 
Ora dovremmo aprire un altro capitolo sulla vicenda post rinnovo di Towns; ma non siamo qui per parlare della guardia di Houston e su ciò che successe al di fuori del campo da gioco. Per questo motivo apro questa piccola parentesi per dire che in seguito verrà spiegata la situazione del centro dominicano dopo la firma sul prolungamento di contratto con i Timberwolves.
 
Le promesse della dirigenza a Kat non vennero da subito rispettate e le loro giustificazioni sono riassumibili in quelle che furono le parole di Jimmy: “Fuck it, fuck off! I’m not leaving this shit”. Tale situazione non fu solo un danno all’immagine della squadra a livello di marketing, ma fu un ulteriore danno alle prestazioni di squadra ed individuali di ogni giocatore che girava a torno a quello che era il giocatore più discusso della lega americana in quel momento; quella che doveva essere una mossa vincente per la squadra di coach Thibodeau si dimostrò un danno collaterale che andò a minare letteralmente la crescita di giocatori chiave quali Towns e Andrew Wiggins tra tutti. L’aver lasciato partire tre giocatori dall’ottimo prospetto – contando anche Lauri Markkanen – per un All-Star che stava creando danno all’interno della franchigia stessa portò non pochi danni e malumori nell’ambiente. Karl-Anthony Towns, tra tutti, subì il contraccolpo di tale scelta: si sentiva letteralmente preso in giro dalla sua squadra; da quella franchigia che aveva promesso ma non aveva rispettato e che si stava facendo schiacciare da un giocatore. 
 
La prima partita della nuova stagione di Kat si apre così come chiuse l’ultima partita dei playoff della passata stagione: nell’anonimato in campo. Karl non era solo assente mentalmente, lo era anche fisicamente. La sua presenza in campo era del quasi tutto nulla, non si faceva sentire per niente in fase di copertura e sotto il canestro avversario non era più dominante come prima. Non si tratta di aver perso all’improvviso ogni tipo di tecnicismo e qualsivoglia modo di arrivare ad essere funzionale per la squadra; ciò per cui Karl-Anthony soffre sono diversi fattori, uno tra tutti è quello di essere etichettato improvvisamente da tutti con il termine “soft”. 
 
È il 9 dicembre del 2018 e Kat – se anche sia riuscito a tenere il confronto con Jusuf Nurkic sotto canestro – viene letteralmente messo per l’ennesima volta a terra in questa stagione. La situazione Butler nel frattempo è totalmente degenerata, con quest’ultimo che decide quando vuole e come vuole di scendere in campo o meno. Karl si ritrova dinanzi ad un bivio: farsi schiacciare dai media e da un altro uomo, oppure scendere in campo e cominciare a mostrare a tutti quanto si sbagliassero sul suo conto. Non è tanto una decisione per se stesso; lo è di più per il rispetto che ha nei confronti della sua famiglia, in quelli di John Calipari e di tutte quelle persone che in lui hanno sempre creduto. Il giorno dopo, però, cambia tutto. La dirigenza del Minnesota decide di muoversi e di togliere ogni indugio sulla situazione che tormenta la propria franchigia. Jimmy Butler viene scambiato ai Philadelphia 76ers per due giocatori che in una squadra costruita bene portano senza mezzi termini il loro contributo: Robert Covington e Dario Šarić.
 
Karl rinasce, come una fenice lo fa dalle ceneri. È una vittoria che va al di là del parquet e del basket; è una vittoria per se stesso, per la sua squadra e per i suoi tifosi. È la rivincita verso un giocatore che ha remato contro la propria franchigia, contro i propri compagni e contro quella che era la sua tifoseria.

I got 5 on it

La parziale svolta nella stagione di Kat e della squadra arriva il 6 gennaio del 2019. Tom Thibodeau viene esonerato e Ryan Saunders va a ricoprire il ruolo di allenatore ad interim. 
 
Ma chi è Ryan Saunders? 
È praticamente un ragazzo. Un ragazzo che conosce l’ambiente, la tifoseria e ha un rapporto diretto con i giocatori basato sul confronto a più riprese con i singoli. Ed è sicuramente da lui che Minnesota ha ricominciato a giocare a basket; ed è evidente che con lui che il centro con la numero 32 sulle spalle ha ricominciato a giocare seriamente a pallacanestro. 

sbnation.com / Ryan Saunders.

Karl-Anthony Towns riprende ufficialmente coscienza delle proprie doti tecniche e comincia a ricarburare quelle prestazioni che lo avevano contraddistinto, dal primo momento, in NBA. Il problema, però, continua ad essere lo stesso della passata stagione: se in una partita ne mette trentacinque conditi da venti rimbalzi, nelle seguenti cinque partite soffre il campo e gli avversari e porta a casa una prestazione sufficiente agli standard che tutti gli richiedono. Manca la continuità e quella imposizione di dominio totale che potrebbe tranquillamente imporre in ogni partita – il fisico c’è, l’attacco è un marchio di fabbrica; manca solo quel di più in ogni partita, quella voglia di vincere che sembra che non ci sia più. 
 
La squadra gira letteralmente intorno a lui. Non c’è schema dove Saunders non lo inserisca, e non c’è giocata dove i compagni non lo cerchino per un tiro o per un supporto in transizione. Ciò che il coach gli chiede è un punto fermo su cui quest’ultimo si concentrerà, in seguito, anche in allenamento: la difesa. 
 
Karl, nessuna partita si vince con una pessima difesa. Deve esserti chiara questa cosa: voglio che tu difenda come un cane da guardia dal perimetro; sotto canestro, ovunque. Non mi importa se verrai messo con il culo per terra o se ti verrà messo un canestro in faccia, io voglio vedere che tu difendi, perché se vuoi essere un grande devi essere uno dei più grandi in tutto ciò che fai in quel dannatissimo parquet”.
 
Non è chiaro a tutti quanto Ryan Saunders e le sue parole incisero su Kat; ma dovrebbe essere chiaro a tutti che quest’ultimo venne letteralmente messo sotto dai continui allenamenti specifici che l’allenatore dei Timberwolves gli dedicò per cercare di far sì che mentalmente si sbloccasse da quella discontinuità che non era un bene per nessuno. Ed i risultati, come come la concentrazione di Karl, furono evidenti. Le sue partite presero sostanza e solidità in entrambe le parti del campo, non era più la squadra che doveva trascinare lui, ma era Anthony stesso che trascinava i suoi compagni e li motivava a dare di più. 

canishoopus.com / Kat defence on Kyrie Irving.

I giornali titolano l’evoluzione cestistica di Kat con parole: come “unlocked” o “Superman potential” – è una questione personale con se stesso e con la fame di risultati che non ha mai realmente avuto; quella fame mancata che non gli ha permesso quel salto di qualità per prendersi tutto e prendersi da subito la lega. 
 
ScHoolboy Q in ‘Ride out’ canta: 
Crippin’ on my minibike, either hoop or sellin’ white. Brillo pad, the smoker’s pipe; my pistol cocked, you tryna fight?”
 
Karl-Anthony Towns torna ad essere quel giocatore pieno di sé, che deve aggiustare di tanto in tanto la mira, ma che offre prestazioni monstre a chiunque lo guarda giocare. Una ripresa che, nonostante momenti di blackout, gli vale per il secondo anno consecutivo la chiamata tra gli All-Star nell’All-Star Game 2019; la conferma che la sua crescita è ormai evidente a tutti e che Karl si sta prendendo finalmente ciò che gli spetta – un posto d’onore tra i grandi.
 
È il 23 febbraio, Karl è diretto all’aeroporto di Minneapolis per prendere l’aereo che lo avrebbe portato nella trasferta di New York assieme ai compagni di squadra. Non si ha ben chiara la dinamica di ciò che successe, ma Taj Gibson, che fu tra gli ultimi ad arrivare nel luogo d’incontro, disse ai compagni: “Ragazzi, sono appena passato davanti ad un brutto incidente… Spero che nessuno lì si sia fatto; ma la vedo difficile, era un bel casino lì” seguito dalla domanda “Where is Karl?”. Kat, purtroppo, è in mezzo a quel ‘bel casino’. Un casino che lo ha letteralmente fatto spostare dal sedile del passeggero su cui era seduto e che gli ha causato dei colpi di frusta tra le spalle, il collo e la testa. 
 
In macchina, in quel momento, suonava la canzone di sempre e che da sempre accompagnava la vita di Karl: “I got 5 on it”. Cinque, come il cinque percento di possibilità che si è dato lui stesso, pochi giorni dopo, ai microfoni. Un danno collaterale, che ha causato a sua volta la cosiddetta ‘collateral beauty’ – Karl, come una fenice, rinasce. 
 
Le sue prestazioni in campo prendono spessore, valore e soprattutto continuità. Domina e convince tutti che ha preso coscienza di sé e di tutto ciò che può dimostrare in campo. Difende più degli altri, attacca più di prima e spinge i compagni a cercare di vincere ogni partita; perché ha fame. Karl vuole prendersi tutto, e non ha più intenzione di aspettare nulla e nessuno.

I got five on it […] let’s get keyed”.

kare11.com / Karl-Anthony Towns.

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Andrea Nola

Andrea Nola

Abruzzese, ma se me lo chiedi a voce sono abruzzese con due B. Classe ‘95 e studente in criminologia. Amante degli eterni secondi e dei mai sbocciati; se mi chiedete cos’è il basket vi risponderò tra una parola e l’altra con i nomi di Tracy McGrady prima e Kirk Hinrich poi.