Non sarà più la stessa cosa

Pubblicato da Vincenzo Piglionica il

Dirk ha lo sguardo fisso sul campo mentre procede zoppicando attraverso il tunnel e si dirige verso lo spogliatoio dei padroni di casa all’American Airlines Center. Le sue ginocchia doloranti tremano, e per la testa gli passa il pensiero che potrebbe aver disputato la sua ultima partita dei playoff dopo uno sweep per mano degli Oklahoma City Thunder nel primo turno della postseason 2016.

“Dirk! Dirk!” Una voce sottile lo chiama. È un ragazzino che spera di attirare l’attenzione del suo eroe.

Istintivamente, Dirk interrompe la sua camminata solenne, muove un paio di passi verso sinistra, allunga il braccio e il suo sguardo incontra quello del tifoso, mentre si scambiano un cinque. Non importa quanto dolore o angoscia stesse provando, il gigante tedesco non avrebbe mai potuto lasciare quel bambino ad aspettare.

Quel gesto improvvisato, così come ognuno degli storici traguardi raggiunti sul campo durante una carriera che ha rivoluzionato la NBA, rappresenta al meglio il legame unico che si è creato tra Nowitzki e la sua città adottiva.

“Ho lasciato la Germania 20 anni fa – ha dichiarato Nowitzki martedì sera dopo aver annunciato il suo ritiro – e sono diventato un texano”.

Copyright 2006 NBAE (Photo by Carolyn Herter/NBAE via Getty Images)

Nowitzki arrivò come un ragazzo impacciato che indossava orecchini ad anello, con un orrendo taglio di capelli a caschetto, competenze molto limitate nella lingua inglese e totale mancanza di fiducia. Si è trasformato in un affidabile portavoce della sua franchigia e in un noto trash-talker con un curriculum nei momenti clutch che lo colloca di diritto tra i più grandi di tutti i tempi. 

Sarebbe quindi un errore sostenere che Dirk non sia mai cambiato. È cresciuto a Dallas, facendo tanta strada da quando era quel rookie che si chiedeva se non fosse il caso di tornare a Wurzburg e lasciare che le bollette non pagate si accumulassero. Questo, prima che una gentile signora dello staff dei Mavericks nongli insegnasse come gestire le incombenze ordinarie di un adulto.

Ma Nowitzki non ha mai perso la sua purezza, un risultato notevole considerando tutte le lodi che si è guadagnato, possedendo un’umiltà che ha fatto sì che i texani del Nord lo sentissero veramente come uno di loro. Il suo humor quasi autolesionista, messo in mostra in video stravaganti trasmessi durante le partite di casa o postati su Twitter dopo che anche questo vecchietto si è tuffato nel mondo dei social media, ha permesso ai tifosi Mavs di vederlo come un ragazzo che si sarebbe fermato con loro a bere qualche birra.

Nowitzki è rimasto un texano, e un Maverick, per scelta, nella buona e nella cattiva sorte, perché credeva nell’orgoglio della lealtà, una parola scritta a lettere maiuscole in corrispondenza delle dita del piede destro delle Nike indossate durante il riscaldamento che ha preceduto la sua ultima gara casalinga. Sopra le dita della scarpa sinistra, la parola LEGACY.

Photo: Brandon Colston

È per questo motivo che l’orrenda versione di “We are the champions” cantata da Nowitzki da una terrazza dell’arena al termine di una parata per la vittoria del campionato che era stata prematuramente 

organizzata cinque anni prima, suonava così dolce alle orecchie delle migliaia di tifosi assiepate giù e pronte a cantare insieme a lui in un mese di giugno dal caldo opprimente.

“Appartengo a questa città” ha detto più volte Nowitzki nel corso degli anni, spesso per motivare la sua decisione di accettare meno soldi nei rinnovi per rimanere a Dallas o per spiegare i motivi per cui non ha mai seriamente preso in considerazione l’opzione di andarsene, neppure dopo che le azzardate mosse del front office dopo la corsa al titolo si sono rivelate un fallimento, di fatto cancellando le sue chance di giocare per una contender al crepuscolo della sua carriera.

Nowitzki non ha mai smesso di ricordare queste parole, durante i trionfi e nei momenti di caos, in pubblico e in privato.

Mike Ehrmann/ Getty Images

Milioni di fan ricorderanno Nowitzki per le sue prodezze sul campo. Il suo nome – e pronunciare ‘Dirk’ è già abbastanza per un appassionato di pallacanestro – richiamerà alla mente l’immagine di quel fadeaway a una gamba che le stelle della lega hanno copiato. O ancora, il modo in cui ha cambiato la geografia della lega come un antesignano di un certo tipo di trend, che oggi vede giocatori perimetrali alti 7 piedi e dotati di un certo tipo di abilità. O ancora, la sua cavalcata nei Playoff del 2011 conclusasi con un MVP delle finali. O la sua prestazione d’annata che lo ha portato a diventare il sesto giocatore nella storia della lega a superare quota 30.000 punti. Si potrebbe continuare all’infinito.

Ma per molti altri, in particolar modo nel nord del Texas, i primi ricordi di Dirk saranno legati a momenti personali che lui ha contribuito a creare, semplicemente perché credeva fosse quella la cosa giusta da fare. 

Per esempio, da quando Nowitzki è diventato il volto di una partita annuale di baseball tra celebrità – ruolo ereditato dalla leggenda dei Dallas Stars Mike Modano dopo il suo ritiro dall’hockey professionistico – si è assicurato che tutti coloro che avevano comprato un biglietto e si erano messi in fila per un autografo, lo ricevessero (Era anche ben contento di prendersi in giro per una buona causa, avendo un swing tanto orribile quanto celestiale è invece il suo jumper).

Fare il tutto esaurito allo stadio dei Double-A Frisco Roughriders, con i proventi tutti destinati ai bambini, era diventato per lui motivo di tale orgoglio che quasi sentiva l’obbligo di fermarsi a firmare autografi anche molto tempo dopo che le luci erano state spente, sempre condividendo un sorriso o scambiando due chiacchiere con ogni fan.

Nowitzki è sempre andato ben oltre in tutte le cerimonie di beneficenza a cui ha partecipato. Si pensi ad esempio a un evento organizzato dalla franchigia alcuni anni fa, quando ciascun giocatore si tratteneva con un piccolo gruppo di bambini con la vista danneggiata per lavorare su arti e mestieri. 

Nowitzki voleva dedicare a ciascun bambino un momento, inginocchiandosi, tenendo la mano del piccolo e avviando una incoraggiante conversazione.

In pochi si erano accorti di ciò che Dirk stesse facendo, finché i Mavericks non si riunirono per una foto di gruppo e furono costretti a chiamarlo. Dirk li fece aspettare alcuni minuti fino a quando non ebbe finito.

Photo: AP Photo/ LM Otero

Ci sono poi le visite annuali al Children’s medical center di Dallas, che erano organizzate dalla squadra nei primi anni della sua carriera. Quando per qualche ragione le visite furono interrotte, Nowitzki chiese il motivo e mise in chiaro che avrebbe continuato questa abitudine privatamente.

“Lo zio Dirk”, come lo chiamano i bambini, è adesso amatissimo tra questi corridoi, anche da quei bambini gravemente malati che sono decisamente troppo piccoli per capire la sua fama. Ogni anno, Nowitzki manda alcune persone a raccogliere idee per regali personalizzati per 15-20 pazienti, e poi consegna loro la sua carta di credito per procedere con gli ordinativi. Poi si presenta col sorriso sulle labbra e un grosso cappello da Babbo Natale color blu per distribuire quei regali, trascorrendo molto tempo con i bambini e le loro famiglie, aiutandoli a scartare i pacchi e giocando con loro.

Solo pochi anni fa però – e solo dopo aver ricevuto l’ok dell’ospedale e delle famiglie – Dirk ha ceduto e ha consentito a un reporter del Dallas Morning News di seguirlo durante una visita.

Non sorprende dunque che un video che lo ritraeva in questi momenti ha toccato più di altri le corde emotive di Nowitzki nella sua ultima partita casalinga. Si è asciugato le lacrime dopo che il video è stato trasmesso al termine di un timeout durante il secondo quarto, un momento che farà parte della sua eredità tanto quanto i 30 punti segnati per la vittoria.

“Siamo in una situazione in cui ti trovi ad avere a che fare con un uomo che ha tutte queste qualità – ha dichiarato coach Carlisle – È umile, è gentile, è un grande. È uno straordinario competitore, ed è stato fin troppo facile dare tutto questo per scontato”

“Non sarà più la stessa cosa senza di lui. Semplicemente non lo sarà”.

Photo: Fox Sports Southwest/NBA

Vincenzo Piglionica

Vincenzo Piglionica

Classe '87, potete disturbarlo se vi va di parlare di NBA e geopolitica, dalla A di Afghanistan alla Z di Zimbabwe. Nella foto è quello a cui non hanno dedicato la statua