Love & Hate

Pubblicato da Leandro Nesi il

James Edward Harden Jr. è in questo momento il giocatore più divisivo dell’NBA. Forse, il più divisivo giocatore nel panorama sportivo mondiale, non solo cestistico.

Nessuno, nessuno ha provato a ridefinire così tanto il concetto di basket negli ultimi anni. Quello stesso basket spesso visto come lo sport di squadra per eccellenza: cinque attaccanti che sono anche cinque difensori, il sincronismo, le spaziature a segnare la differenza fra la vittoria e la sconfitta.

Quanto Harden stia cambiando l’approccio al gioco è definibile con un numero: nel momento dell’anno in cui Houston sembrava spalle al muro, con Chris Paul e Clint Capela fuori per infortunio, ha piazzato più di 300 punti consecutivi non assistiti. Mentre tutti gli allenatori del mondo urlano ai propri giocatori di far girare il pallone, Mike D’Antoni è seduto sornione in panchina e aspetta che l’isolamento di Harden generi punti per Houston. E, attenzione, gli isolamenti di Harden generano punti. Per la precisione, 1.1 punti per possesso.

Fra tutti i giocatori NBA che abbiano almeno un possesso in isolamento a partita, Harden è terzo dietro a Michael Beasley (che però ha giocato poche partite e in contesti poco sensati) e Steph Curry. La differenza fra Steph e James è data dal numero di possessi a partita in isolamento: 1.3 possessi Steph, 16.6 The Beard.

Sedici-punto-sei.

Oltre i punti in ISO, c’è tutto il resto: 36.1 di media nella stagione regolare, con il mostruoso picco a gennaio di 43.6 punti ad allacciata di scarpe. 

La pallacanestro attuale di Houston è estrema, più estrema dei Suns dei 7 seconds or Less, più estrema della costrizione al Triple Post Offense, più estrema di qualsiasi sistema mai visto su un campo da basket. 

Copyright 2019 NBAE (Photo by Sam Forencich/NBAE via Getty Images)

I principi del sistema Houston in estrema, estrema, estrema (ho già detto estrema?) sintesi, sono:

 – Palla al Barba

 – Restricted Area come unica alternativa alle triple

Quanto i principi siano abbracciati e rispettati dai giocatori in maglia Rockets è presto detto:

lo usage di Harden (i possessi che finiscono con un suo tiro, un suo tiro libero o una sua palla persa) sfiora il 40%, quasi il 10% in più di Giannis Antetokounmpo, D’Angelo Russell, Joel Embiid e LeBron James.  

Harden prende il 4% dei suoi tiri dal midrange. PJ Tucker l’1%. Gordon il 2%. Chris Paul, unico ad avere un minimo in più di libertà, ci prende un tiro su quattro. 

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Come tutti gli estremismi, è il sistema stesso a creare il proprio peggior nemico: nessuno con uno usage comparabile con quello di James Harden ha mai vinto una serie di playoff. Una serie, non un titolo. Non ci è riuscito Westbrook (per due volte, 38.4 e 41.7% di usg). Non ci è riuscito Iverson (37.8%). Non ci è riuscito Kobe Bryant (38.7%). Non ci è riuscito Michael Jordan (38.3%). Parliamo di un uomo che ha riscritto il concetto di tripla doppia e di agonismo in un campo da basket, di uno che è ricordato come uno dei più grandi attaccanti della storia del gioco, di uno che è ricordato come una delle cinque (a star larghi) migliori guardie di tutti i tempi e di uno che è ritenuto più o meno all’unanimità il migliore di tutti i tempi.

Nessuno ha mai vinto neanche una serie di Playoff con uno usage sopra il 37%.

Di solito, Houston piace o non piace, c’è chi dice che il gioco di D’Antoni è bello e chi dice che è brutto. Ma il pensiero D’Antoniano prescinde dal bello e dal brutto. Anzi, se ne fotte.

Lo ha spiegato benissimo Daryl Morey, il General Manager dei Rockets, a margine di un’interessantissima intervista rilasciata all’MIT di Boston in occasione della Sloan Sports Analytics Conference: “Anche noi nel basket all’inizio volevamo giocare ‘la bella pallacanestro’. Poi abbiamo scoperto che segnare più velocemente porta vantaggi significativi, prendere tiri anche contestati da certe zone di campo porta a miglioramenti anche di 10-15 vittore su base stagionale. Non è esteticamente appagante, ma ha enormi effetti positivi sulle possibilità di vittoria.”

Ma alla fine funziona o no?

Quando CP3 si è infortunato i dubbi sulle possibilità di Houston di portare a casa vittorie con continuità sono decollati. Fino a quel momento, senza CP3 i Rockets erano zero vinte, cinque perse (Clippers, Utah, Cleveland, Washington, Dallas). The Beard è andato in modalità onnipotenza cestistica.

Spurs, OKC, Celtics, Pelicans, Grizzlies, Golden State, Denver, Cleveland, Memphis, Lakers, Knicks, Toronto.

12 vinte, a fronte di 5 perse.

Come detto: è un basket estremo, divisivo. Si ama o si odia. Si ama perché si assiste forse allo spettacolo individuale più incredibile che l’NBA ricordi da molti anni a questa parte. Si odia perché è un gioco che distrugge la coralità. Piace, perché non è chiaro quanti oggi sarebbero in grado di far vincere partite di NBA a giocatori come quelli che hanno circondato The Beard in contumacia l’assenza di CP3 e Capela. Non piace, perché è un gioco ripetitivo, terribilmente sempre uguale a sé stesso.

Di certo c’è che vedere Harden giocare fa impressione. Di certo c’è che ci sono cose in cui è qualcosa di più di elìte in NBA (intesa come Top 10): ci sono cose in cui in questo momento James è IL top in NBA, senza discussione. 

Di contro, ci sono gli avversari. Alcune difese sono state passive rispetto al “nuovo sistema” di Houston, altre hanno cercato di combatterlo. Alcune difese hanno scelto di accettare i canestri di Harden cercando di limitare il più possibile tutti gli altri, alcune difese hanno cercato di non concedere al Barba di fare il suo gioco. Alcune difese non hanno trovato risposta. 

The Beard Offense

La mappa di tiro 2018-2019 di James Harden  è una delle più polarizzate si siano viste nella storia del gioco. Tiro da tre o entrata. Nulla in mezzo. Molto dipende dalla sua unica capacità di tirare da tre in stepback con efficacia anche dopo molti palleggi. Molto dipende dalla sua capacità di battere l’uomo dal palleggio e attaccare il ferro, mostrando la palla ai difensori per indurli al fallo. La forza con cui riesce a tirare nonostante il fallo, la capacità di chiudere la conclusione al ferro o in alternativa la capacità di servire il lob per Capela o Faried lo rende un attaccante che nonostante sia di fatto prevedibile, rimane quasi immarcabile:

James tira in pullup quasi il 50% dei suoi tiri da 3 con un notevolissimo 37%, mentre solo il 3% dei suoi tiri è in catch and shoot. Una tripla su quattro viene tirata con il difensore vicino (fra i 60 cm e il metro di distanza) e la percentuale di riuscita è il 33%. 

Le triple scagliate dopo più di 3 palleggi (ma meno di 7) entrano con un irreale 40%, mentre quelle dopo più di 7 palleggi entrano comunque con percentuale vicina al 33%. 

Oltre alle triple, ci sarebbero le entrate: il Barba produce 14 punti con oltre il 52% dal campo, meglio di Steph, di Kemba, di Lillard. 

Una macchina offensiva mostruosa. 

Per dare un ultimo numero, l’ultima volta che qualcuno aveva vinto la classifica marcatori con più di 36 punti era l’annata ’86-’87, con MJ. Per la volta ancora precedente bisogna scomodare Wilt. Nell’era moderna della pallacanestro, nessuno ha segnato così tanto. 

The Big Flaw

Ci voleva un genio cestistico come Mike Budenholzer per pensare ad una difesa ad hoc contro il “Sistema Harden”. O forse no.

Scottie Pippen, uno dei più grandi difensori della storia, spiega come difenderebbe su Harden e i principi sono identici a quelli usati fa coach Budenholzer: forzandolo a destra, standogli sulla spalla sinistra pronto a contestare lo stepback, concedendo quasi completamente l’entrata con la destra.

Il principio di base è “scontato”, ovvero forzare Harden dove è meno a suo agio: la mano debole e le penetrazioni, cercando di avere un giocatore lunghissimo sotto canestro (Lopez), o eccellente nel prendere sfondamento (Ilyasova). I Bucks sono fra le squadre più rognose da affrontare per Harden per la presenza di giocatori iper atletici, dalle braccia lunghissime e iper-diligenti nel rispettare le consegne di coach Mike.

Il vantaggio di portare Harden a palleggiare con la destra lo mette nella condizione peggiore non tanto per quanto riguarda il palleggio quanto per lo scarico. Se Harden va a destra il passaggio è spesso un dietro-schiena schiacciato per terra o un lob. Passaggi lenti, su cui le difese riescono a recuperare con relativa facilità. Questo fa sì che i tiri che i compagni devono prendere sono tiri su passaggi difficili (perché lenti) e su cui la difesa recupera con più facilità (e quindi a più bassa percentuale). 

Qui un esempio di come i campioni in carica abbiano difeso su Harden in una partita con intensità da Playoff di questa regular season. Ci sono difese “alla Pippen” e difese “standard”, con la voce guida di Simone Rancid. 

La difesa di Golden State offre un numero incredibile di spunti di riflessione. Di certo c’è che Golden State attua una difesa “alla Pippen” in alcuni possessi, ma non riesce ad essere continua per 48 minuti con questo tipo di difesa. Per molti motivi, incluso forse il non scoprirsi troppo in vista dei Playoff. Chi invece ha applicato per tutta la partita questo tipo di difesa sono proprio i Bucks. 

Love and Hate

L’anno scorso Houston è arrivata ad un soffio dal battere Golden State, con l’assenza di CP3 decisiva nello scombinare i piani di Harden e D’Antoni. 

Molte delle possibilità di Houston passano proprio dalle mani, dal talento, dalla competività e dall’intelligenza cestistica di Chris Paul. La possibilità di schierare un secondo palleggiatore, peraltro destro, può da un lato togliere palla e pressione dalle spalle di Harden, dall’altro indurre la difesa in errore. In questo, il fatto che il secondo palleggiatore abbia tendenze di gioco radicalmente diverse da quelle di James assicura una pericolosità ai Rockets che pochissime squadre possono permettersi di avere: Chris è giocatore da pick and roll, da penetra e scarica, letale dal midrange, con cui converte con quasi il 50% dal campo. Un giocatore quasi opposto a The Beard, che proprio per il suo essere diverso da Harden ne esalta le caratteristiche. 

Quest’anno Harden ha giocato molte partite senza CP3 regalando prestazioni leggendarie che lo hanno fatto amare e odiare alla follia. 

Mentre nei salotti social si discuteva di quanto bello o brutto fosse, The Beard ha continuato a fare, night in and night out, quel che sa fare meglio: segnare. 

You can’t take me down

You can’t break me down

Standing now

I need something, give me something wonderful.

Amore e odio.

La pallacanestro, lo sport e la vita in genere dovrebbero stimolare uno solo dei due sentimenti. Odiare un giocatore, uno sportivo o una qualsiasi altra persona è un’attività talmente faticosa, complicata e dispendiosa che non lo consiglierei a nessuno.

Proprio come Houston elimina la via di mezzo tirando al ferro o da tre, tendiamo a dividere tutto in buoni e cattivi, bianco e nero, eliminando il grigio del midrange. Se però per Houston la scelta può rivelarsi fruttuosa, per tutto il resto non lo sarà. Senza possibilità di errore.

Purtroppo non si vince tutti: vince una squadra sola. L’annata di James Harden sarà comunque ricordata come straordinaria, for the ages, di quelle che qualcuno ci invidierà di aver vissuto. 

Mike D’Antoni, Morey, e James Harden hanno costruito un sistema che funziona. Il bello e il brutto è stato messo da parte per andare in profondità di un metodo scientifico, che cerca di assicurare più possessi e quindi più punti possibili ad uno dei più grandi attaccanti uno contro uno che il basket potrà mai ricordare. 

Tutti e tre sanno però che per quanto la Regular Season del Barba sia stata straordinaria, potrebbe non essere sufficiente. Ed è proprio per questo che anche dopo le prestazioni da 50, da 55, da 60 punti James era in palestra a fare pesi. Perchè sapeva che tutto quel che ha fatto potrebbe non bastare per l’MVP, con Giannis Antetokounmpo pronto a prendersi lo scettro di migliore della Lega e potrebbe non bastare per portare i Rockets lì, dove tutti vogliono arrivare. Sul trono dell’NBA, con un anello al dito. 

Ma lui ci proverà. 

Sempre, ineluttabilmente, alla stessa maniera. 

Palleggio, palleggio, palleggio, stepback three.. 

solo cotone. 

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Leandro Nesi

Leandro Nesi

Leandro Nesi, nato in Scozia ma Romano di Roma, 28 anni, felicemente sposato. Dottorando in ingegneria meccanica teorica e applicata. Amo il Gioco, detesto il tifo, specie quello con la t minuscola, che impedisce le discussioni. Simpatizzo per i Jazz e per LeBron, che mi hanno fatto innamorare della palla a spicchi. Di una partita guardo i giochi e gli schemi, di un giocatore gli aiuti in difesa e i tuffi sul parquet. Se c'è tattica, sono nel mio mondo. L'NFL e il tennis sono sul podio dei "miei" sport, dopo il Grande Amore (sportivo) che è il Basket.