Kevin Durant: il giocatore definitivo, che vi piaccia o no

Pubblicato da Vincenzo Piglionica il

Ero un anno avanti rispetto a Kevin Durant a University of Texas quando lui arrivò ad Austin nel 2006. Il mondo era diverso allora. I social media erano ancora agli albori, Facebook era ancora limitato agli studenti del college, Twitter aveva mosso i suoi primi passi e Instagram ancora non esisteva. Al suo arrivo al campus, la fama di Durant non era in alcun modo paragonabile all’hype che avrebbe circondato Zion Williamson 12 anni dopo a Durham, sede di Duke University. Poche persone ad Austin nutrivano un interesse tale per il basket da informarsi sulle nuove leve reclutate. I Longhorns avevano appena vinto il campionato BCS, e il vero dibattito al campus si concentrava sulle capacità di Colt McCoy di sostituire Vince Young.

 

Dovevo discutere con i miei amici affinché intraprendessero quella passeggiata di 15 minuti che dal campus portava al Frank Erwin Center. Allora non c’erano molti fan ad assistere alle partite contro squadre non rivali di conference come Chicago State o Nicholls State a novembre o a dicembre. Con 5 dollari potevi procurarti un biglietto, camminare nel catino semivuoto dello stadio e sederti qualche fila dietro Kevin Durant, sulla panchina di Texas. Era un po’ come guardare i Beatles mentre imparavano a suonare insieme nei bar semivuoti in Germania anni prima che la loro notorietà esplodesse al ritorno in Inghilterra. Erano gli ultimi momenti della vita in cui Durant avrebbe potuto continuare a comportarsi come un ragazzo normale.

 

Il suo talento non sarebbe rimasto nascosto a lungo. Gli elementi caratteristici del suo gioco c’erano già allora. Ti trovavi davanti a un giocatore di quasi 7 piedi con l’atletismo, il ball handling e il tiro di una guardia. Non c’era nulla che i difensori NCAA potessero fare per fermarlo. La folla prese ad accorrere subito dopo l’inizio del nuovo anno. Era chiaro che stesse accadendo qualcosa di speciale. C’era un fermento attorno al programma di pallacanestro della University of Texas che non si sarebbe più visto per anni, neppure quando la squadra un po’ di tempo dopo sarebbe stata collocata al n. 1 del ranking nazionale. Tutti quanti vogliono un pezzo di una superstar.

Photo: Danny Johnston/Associated Press

La prestazione più leggendaria della carriera universitaria di Durant accadde a inizio marzo alla Allen Fieldhouse contro Kansas. Il campo prende il nome da James Naismith, che allenò lì per un po’ di anni dopo aver inventato il gioco. Durant sembrava assaporare l’occasione di giocare in una delle cattedrali del basket. Era concentrato come lo era sempre stato nel corso della stagione. Nessun movimento era sprecato: i suoi tiri erano solo rete, neppure toccavano il ferro. A fine primo tempo aveva già segnato 25 punti, il massimo mai realizzato lì nella prima metà di gioco dai tempi di Wilt Chamberlain. Durant fu poi costretto ad abbandonare il terreno di gioco per un po’ all’inizio del secondo tempo, a causa di una caviglia slogata. L’episodio non ha fatto altro che aggiungere materiale alla leggenda: quanti punti avrebbe potuto segnare senza quell’infortunio? 50? 60? I fan dei Jayhawks lo accolsero con una standing ovation al suo rientro in campo. “Potrebbe trattarsi del miglior giocatore che abbiamo visto sul terreno della Allen Fieldhouse in generazioni”, dichiarò il coach di Kansas Bill Self al giornale scolastico in un racconto della partita. Persino Danny Manning – all’epoca assistant coach – stava lì in panchina e diceva: “Questo è forte. Questo è il più forte che abbia giocato qui.” E a dirlo era Danny, uno che di grandi nomi ne aveva visti passare lì.

 

Durant non sarebbe dovuto passare dal college. Faceva parte però di quella prima classe di seniors delle high-school a cui non era stato consentito il passaggio diretto in NBA, e fissò uno standard che pochi giocatori arrivati dopo di lui hanno raggiunto. Durant, Anthony Davis e adesso Zion sono gli unici giocatori freshman dell’era “one and done” – un anno di college e poi il salto nella NBA – ad aver vinto il Naismith Award. Texas fu eliminata al secondo turno del campionato NCAA nell’unico anno di Durant ad Austin, ma questo non poteva cambiare la sua legacy. Tutti sapevamo di essere stati fortunati ad averlo avuto almeno per una stagione. Era ovvio che sarebbe andato avanti verso grandi cose nella NBA. Ciò che è strabiliante però di Durant è quanto sia migliorato una volta raggiunto il piano superiore.

Fernando Medina

Durant si è trasformato in una sorta di ibrido di tutti i grandi giocatori che lo hanno preceduto. È passato dall’iniziare nella posizione di guardia tiratrice nella sua stagione da rookie alla vittoria di un MVP delle finali giocando da centro in un sistema di small ball, avendo messo su almeno 30 libbre di muscoli. Durant oggi combina le dimensioni dei migliori lunghi della lega e il gioco all around delle migliori guardie. Può fare ad alto livello qualunque cosa sul parquet. Sa crearsi tiri tanto dal palleggio quanto in post, concludere con l’area intasata, condurre il pick-n-roll, tirar fuori un movimento in qualsiasi punto del campo; sa muovere la palla e mettere in ritmo i compagni, prende rimbalzi, protegge il ferro ed è capace di difendere su tutti i ruoli. È diventato il giocatore di basket per definizione.

Durant ha compiuto il salto più importante firmando per i Warriors. Non si trattava solo di vincere campionati; Golden State gli avrebbe consentito di “prendersi una laurea” nel gioco, come Miami aveva fatto con LeBron. Durant aveva smesso di crescere come giocatore negli ultimi tempi ai Thunder. OKC giocava una pallacanestro piuttosto basica, che consisteva nel circondare Durant e Westbrook di giocatori a chiara trazione difensiva come Andre Roberson, lasciando sulle due stelle tutte le incombenze dell’attacco. 

The Canadian Press

Le cose sono però cambiate a Golden State, e ogni anno Durant ha aggiunto qualcosa al suo gioco. Nel primo anno, ha imparato a essere decisamente più a suo agio nei movimenti senza palla, come dimostra il fatto che è passato dal 59esimo all’84esimo percentile tra i realizzatori della lega muovendosi dal blocco senza palla. Nel secondo anno è migliorato come difensore, arrivando a totalizzare un career-high di 1.8 stoppate di media a partita e finendo persino in qualche discussione circa l’assegnazione del premio di miglior difensore dell’anno. Nel suo terzo anno è poi diventato un miglior playmaker, totalizzando una media di 5.9 assist a partita e superando persino Steph Curry in questa statistica nel corso della stagione.

 

Siamo di fronte ad un’evoluzione notevole rispetto alla sua stagione al college, nella quale tanto era affidato all’istinto. Durant non si è soltanto trasformato fisicamente negli ultimi tredici anni, ma il suo fiuto per il gioco è cresciuto in maniera quasi spropositata. In Texas, la sua media assist era di solo 1.3 a partita. Passava raramente la palla, e la sua visione del campo era molto limitata. Assomigliava decisamente più a Carmelo Anthony che a LeBron. Durant è stato capace di segnare a volontà da subito. Ciò che ha dovuto apprendere è la capacità di dosare questa dote così da rendere migliori i suoi compagni di squadra. Adesso può giocare a tutti gli effetti da point forward, e in questa stagione ha gestito per lunghe strisce di partite l’attacco di Golden State quando Curry e Draymond Green erano infortunati.

 

Durant ha sempre avuto un obiettivo nella testa. Mentre LeBron ha inseguito il fantasma di Jordan per tutta la sua carriera, KD ha cercato di raggiungere LeBron. Nell’anno da rookie di Durant, James era già alla sua quinta stagione, reduce da un anno in cui aveva praticamente portato da solo i Cavs alle finali. Ogni pietra miliare che Durant ha raggiunto, LeBron l’aveva già conquistata. Quando KD è arrivato alle finali coi Thunder nel 2012, LeBron era lì ad aspettarlo. I Thunder l’hanno persa in cinque partite quella serie, e gli Heat hanno messo in mostra le vulnerabilità del gioco di Durant. Certo, KD era capace di segnare, ma non era lontanamente paragonabile come playmaker o difensore a LeBron. James ha sempre fornito un modello di riferimento a cui Durant potesse ispirarsi in ogni passo del suo cammino.

Issac Baldizon/Getty Images

Non c’è nulla che oggi Durant possa aggiungere al suo gioco; può semplicemente affinare quello che è probabilmente l’arsenale di abilità cestistiche più completo che si sia mai visto. È un nuovo prototipo di giocatore da 7 piedi che fa cose che non si erano mai ammirate. Ci sono state soltanto quattro stagioni nella storia della NBA in cui un giocatore ha avuto una media di almeno 5 triple tentate, 5 assist e una stoppata a partita. Tre le ha realizzate Durant (l’altra è l’ultimo anno di LeBron nella sua prima parentesi ai Cavs). Controlla ogni sfaccettatura del gioco. È in grado di trovare i compagni liberi per il tiro e crea spazio per consentire loro di muoversi più liberamente sul campo. Sa coprirli difensivamente e nel frattempo segnare con la stessa efficacia dello Shaquille O’Neal dei tempi migliori senza il controllo assoluto della palla. Ci sono solo 27 stagioni nella storia della NBA in cui un giocatore ha segnato almeno 25 punti a partita con una true shooting percentage superiore a 62. Sei le ha fatte Durant.

 

Durant è diventato il giocatore più versatile della lega, dote molto più importante dell’essere il most valuable. Il vincitore dell’MVP si è anche assicurato il titolo NBA alla fine della stagione solo cinque volte dall’inizio del nuovo secolo. Non di rado, il conferimento del premio si accompagna a un certo grado di difficoltà e prende in considerazione il contributo dei migliori giocatori che hanno dato di più con la minore quantità di talento attorno a loro. Questa però non è la formula per il successo nei playoff. La capacità di superare la routine di una regular season da 82 partite si fonda essenzialmente sulla creazione di una identità di squadra su entrambi i lati del campo. La chiave per superare una serie di playoff al meglio delle sette partite contro competitors d’elite sta invece nella capacità di “modellare” la propria identità durante il percorso.

 

È per questo motivo che le squadre di LeBron – il giocatore più versatile per oltre un decennio – sono sempre riuscite ad andare oltre le loro qualità durante la postseason. Non è che LeBron portasse direttamente la sua squadra alla vittoria. Il suo successo nei playoff era dato dalla sua abilità di adattarsi a qualsiasi ruolo fosse necessario al suo team nel corso della serie. Poteva occupare tutte le cinque posizioni sia in attacco che in difesa, il che significava che i suoi coach erano nelle condizioni di rimescolare il quintetto attorno a lui finché non trovavano quello in grado di neutralizzare i punti di forza degli avversari e aggredire le loro debolezze. Le sue squadre erano bersagli mobili. Cleveland ha avuto un diverso quintetto di partenza in ciascuna delle partite decisive per la chiusura della serie nei tre turni di playoff ad Est affrontati nella passata stagione. Golden State non ha mai avuto una risposta per contenere LeBron finché non ha firmato Durant.

 

E i Warriors a loro tempo non avevano una risposta per contenere Durant. Firmarlo durante la free agency ha rimosso dal loro cammino uno dei maggiori ostacoli esistenti. Sono riusciti a fatica a superarlo nelle finali della Western conference nel 2016. L’aggiustamento fondamentale che i Thunder operarono in quella serie fu mettere Durant in marcatura su Green. Una specie di preview di ciò che sarebbe poi accaduto a Golden State. Durant ha essenzialmente giocato la prima metà della sua carriera da ala, ma sa essere anche uno dei big men più dominanti della lega. Ha annullato Green su entrambi i lati del campo e neutralizzato il pick-n-roll tra Draymond e Steph Curry cambiando sui blocchi, consentendo ai compagni di mantenere le posizioni in difesa. Nessuna possibilità per Green di giocare in situazioni di quattro contro tre, né tiri non contestati per i compagni. Una strategia che i Cavs hanno poi fatto loro nelle successive finali contro Golden State con LeBron nel ruolo di Durant. La differenza l’ha fatta avere Kyrie Irving al posto di Westbrook e tiratori da tre al posto di Roberson e Dion Waiters.

Photo by Noah Graham/NBAE via Getty Images

I Warriors avevano punti deboli da attaccare prima dell’arrivo di Durant. KD ha coperto quelle falle. È quinto all-time per media punti nei playoff (28.8 punti a partita), con una true shooting percentage (59.1%) migliore di tutti quelli che gli stanno davanti. Non c’è nessun giocatore della lega a cui non possa segnare in faccia, e nessun giocatore col quale non possa accoppiarsi. Nel secondo turno di playoff del 2016 ha tenuto una media di 28.5 punti contro San Antonio mentre lo marcava Kawhi Leonard, uno dei difensori più eccelsi all-time sul perimetro. Tornare indietro e ripercorrere la storia della NBA per trovare un giocatore in grado di marcare KD sarebbe uno sforzo inutile perché le sue abilità diventerebbero sempre più incredibili se parametrate al passato della lega.

 

Gli equilibri della lega ora ruotano attorno alle decisioni di Durant. LeBron disse che avrebbe potuto vincere non cinque, non sei, ma sette anelli quando firmò con Miami. Se Durant firmasse un’estensione con Golden State durante l’offseason potrebbe effettivamente riuscirci. KD ha 30 anni, Steph 31, Klay e Draymond ne hanno 29. Questa squadra potrebbe persino rimanere insieme per sempre, per quanto non sembra che ciò accadrà. KD è stato accostato a New York per tutta la stagione, e gli si presenteranno opzioni parecchio intriganti durante la offseason se deciderà di guardarsi intorno. È difficile capire dall’esterno cosa influenzerà le sue decisioni, e sarebbe un peccato se a influenzarle fosse il chiacchiericcio dei social media.

 

Durant occupa una posizione particolarmente scomoda nella gerarchia della NBA. È uno dei più grandi interpreti del gioco che si trova nel suo prime ma che non ha molti fan. A Oklahoma City è ancora odiato, e non è mai stato completamente accettato in California. La percezione è che i due anelli e i due titoli di MVP delle finali non concorreranno davvero alla definizione della sua legacy perché i Warriors non sono davvero la sua squadra. Anche dopo il duro colpo di The decision, LeBron continuava ad avere una legione di fan al suo seguito. Uno degli aspetti rivelatori dell’episodio che ha visto Durant auto-difendersi su Twitter utilizzando un account falso…è che non c’era nessuno a farlo per lui.

Photo: Ezra Shaw/Getty Images

Per quanto possa sembrare assurdo lasciare una situazione perfetta come quella di Golden State, Durant potrebbe cambiare la narrativa che circonda la sua carriera con la decisione che prenderà quest’estate. Durant non può certo tornare a Oklahoma City – la cui franchigia ha il cap intasato – ma per il resto potrebbe seguire le orme di LeBron. James ha vissuto una parentesi agli Heat alla fine dei suoi 20 anni per poi tornare a Cleveland e vincere un titolo a casa all’inizio dei suoi 30 anni. Potrebbero esserci molti spostamenti di star in questa offseason, e ci sono diverse squadre in mercati importanti (Clippers, Knicks, Nets) che avranno spazio salariale o che potranno crearlo in modo tale da firmare due superstar con contratti al massimo.

 

L’effetto domino che incombe su ogni decisione che sarà presa in free agency si ricollega a ciò che succederà con Anthony Davis. I Lakers e i Celtics sono da tempo considerati i primi della lista nella lotteria per accaparrarsi il giocatore, ma i primi non sono riusciti a completare uno scambio prima della trade deadline e sono in pessimi rapporti con i Pelicans mentre i secondi potrebbero trovarsi nelle condizioni di rimanere aggrappati ai loro migliori asset finché non sarà chiaro cosa succederà con Kyrie. Durant potrebbe fare la mossa decisiva andandosene con Kyrie e poi raggiungendo Anthony Davis in franchigie come i Clippers o i Knicks, ipotizzando che entrambe dispongano delle pedine necessarie per imbastire una trade con i Pelicans quest’estate.

 

Qualcuno criticherebbe Durant per la decisione di unirsi a un altro superteam, ma si tratterebbe di un errore di interpretazione circa i meccanismi di funzionamento della lega nel 2019. I migliori giocatori fanno sul serio. La competizione non finisce quando termina la partita, ma dura un anno intero. La posta in gioco è troppo alta per non provare a costruire la miglior squadra possibile. Se non lo fai tu, qualcun altro lo farà al posto tuo. LeBron era convinto di poter dar vita a una dinastia a Miami con Wade e Bosh, ed è andato via quando ha intravisto una possibile soluzione migliore a Cleveland con Kyrie e – in prospettiva – con Kevin Love da ingaggiare. Durant si è rivelato più astuto di LeBron nell’estate del 2016, e potrebbe esserlo anche quest’estate. Se non lo sarà, si troverebbe a commettere lo stesso errore fatto da LeBron quando ha deciso di unirsi ai Lakers.

Andrew D. Bernstein/Getty Images

LeBron vs. Durant potrebbe finire per rivelarsi un dibattito storico persino più interessante di LeBron vs. Jordan. Durant ha già uno dei curriculum più impressionanti della storia della NBA: 10 convocazioni all’All-star game, 9 presenze negli All-NBA teams, un MVP, 2 titoli di campione NBA, 2 MVP delle finali. Se riuscisse a rimanere in salute – cosa tutt’altro che scontata per un giocatore di 7 piedi che ha saltato quasi tutta una stagione per un piede rotto – finirà nei libri dei record. Durant occupa la posizione n.31 tra i migliori realizzatori all-time (22.940 punti). Gli unici giocatori ancora attivi tra lui e LeBron sono Carmelo Anthony e Vince Carter, mentre Dirk Nowitzki e Dwyane Wade hanno annunciato il loro ritiro. I quattro dietro di lui sono Pau Gasol, Jamal Crawford, Tony Parker e Joe Johnson. Occorre scorrere parecchio verso il basso la classifica per trovare qualcuno ancora attivo in grado di insidiarlo, come i suoi ex compagni di squadra Russell Westbrook (n.59 con 18.859 punti) e James Harden (n.63 con 18.627 punti).

 

Il nostro statistico qui a The Ringer Zach Kram si è messo a lavorare coi numeri. Ha utilizzato un modello inizialmente inventato per il baseball da Bill James e poi riadattato da John Hollinger per la pallacanestro, al fine di calcolare la probabilità che un giocatore raggiunga un traguardo storico nella sua carriera.

In base alle sue analisi, LeBron ha il 69.9% di probabilità di superare Kareem Abdul-Jabbar nella classifica di top scorer all-time (Kareem è primo a quota 38.387 punti) e il 44% di probabilità di superare quota 40.000 punti, mentre Durant ha il 28.1% di probabilità di raggiungere Kareem e il 14.1% di toccare quota 40.000. Il problema però – ci ha precisato Kram – è che non esistono parametri corretti per definire un modello rispetto al quale poi comparare Durant, il cui ventaglio di abilità non sembra avere paragoni con i suoi predecessori. E questo, potrebbe anche incidere sulla sua curva d’età.

 

Ci sarà ancora molto da scrivere sulla legacy di KD. Il suo gioco, fondato sulla sua stazza unita alle abilità di tiro, dovrebbe sopportare meglio l’avanzare dell’età del gioco di LeBron. I migliori giocatori alti 7 piedi nella storia del gioco – da Kareem, a Tim Duncan a Dirk Nowitzki – hanno continuato a rendere al meglio fino ai 30 anni inoltrati. Il vantaggio di Durant – che senza dubbio raggiunge i 7 piedi, nonostante l’altezza ufficiale dica altro – è che parte da un livello base più alto in termini di abilità e velocità. Nessun altro 7 piedi ha giocato dai 20 ai 30 anni nel ruolo di ala piccola. I giocatori tendono a “muoversi verso l’alto” nelle posizioni in campo mano a mano che l’età avanza, compensando l’eventuale perdita di atletismo con il fatto di dover affrontare tendenzialmente giocatori più alti e più lenti. Duncan e Dirk hanno prolungato la loro carriera fino ai 30 inoltrati muovendo dalla posizione di 4 a quella di 5. Durant può persino fare meglio con un ruolo in più, passando da quello di 3 a quello di 4 e da quello di 4 a quello di 5 con l’avanzamento dell’età. Potrebbe persino diventare uno dei migliori centri della lega a 30 anni avanzati.

Photo: Edward A. Ornelas/San Antonio Express-News

LeBron e Durant potrebbero rispettivamente diventare il n.1 e il n.2 nella classifica dei realizzatori all-time. Questo sport sarà profondamente cambiato quando si ritireranno. Nel dibattito sul migliore di tutti i tempi, Wilt Chamberlain e Bill Russell raramente finiscono nella discussione per il limitato livello di competizione che si percepiva negli anni Sessanta. Lo stesso accadrà per gli anni Ottanta e Novanta. I fan del 2030 guarderanno le partite di quest’epoca in qualità non HD esattamente come noi vediamo le partite in bianco e nero. Si chiederanno perché i giocatori non tirassero da tre, e la quantità di post-up e di risse in campo confonderà le loro menti. Passare da Warriors vs. Cavs a una gara di Playoff tra gli Heat e i Knicks negli anni Novanta è come paragonare una battaglia a colpi di laser nello spazio con due uomini delle caverne che si colpiscono con le pietre. Per i fan del futuro sarà molto difficile pensare a giocatori provenienti da un’era così ‘arcaica’ come i migliori di ogni epoca.

 

Il dibattito attorno alla figura di Durant cambierà. Diversi giocatori hanno ricevuto l’etichetta di ‘nuovo Durant’, e nessuno finora è riuscito a soddisfare le aspettative. È praticamente impossibile per un 7 piedi disporre del medesimo set di abilità su cui lui può fare affidamento. Un’anomalia che non ha precedenti, e al momento neppure credibili eredi. Durant è anche uno dei giocatori che più lavorano duro nella storia della NBA. Giocatori delle sue dimensioni non finiscono per giocare come fossero guardie senza aver trascorso una quantità inimmaginabile di ore in palestra. E i giocatori non diventano eccellenti passatori nella NBA senza aver trascorso tantissime ore a guardare filmati.

Mi sento fortunato ad averlo potuto ammirare da vicino e di persona a University of Texas per una stagione. È un giocatore straordinario. E tutto quel peso che si è portato dietro non conta. Svanirà col tempo.

Credit: REX Shutterstock

Articolo originale di Jonathan Tjarks, Kevin Durant has become the ultimate baskteball player, like him or not, pubblicato su The Ringer, 11 aprile 2019.

Link all’originale: https://www.theringer.com/nba/2019/4/11/18305699/kevin-durant-ultimate-player


Vincenzo Piglionica

Vincenzo Piglionica

Classe '87, potete disturbarlo se vi va di parlare di NBA e geopolitica, dalla A di Afghanistan alla Z di Zimbabwe. Nella foto è quello a cui non hanno dedicato la statua