The North Remembers

Pubblicato da Leandro Nesi il

I Raptors negli ultimi tre viaggi alla postseason hanno subito sempre la stessa sorte: fagocitati da un LeBron James troppo forte, troppo psicologicamente dominante, da piani partita troppo prevedibili, da un duo di stelle troppo timide. Il bilancio degli ultimi tre anni contro i Cavs è di 2-12. Negli ultimi due anni, 0-8. Imbarazzante, per una squadra che arrivava con legittime ambizioni di Finals e, specie nell’ultimo anno, con un organico forse alla pari e forse anche un pelino superiore a quello dei Cavaliers. Con l’ultimo fallimento, a Toronto si è deciso di voltare pagina. La panchina è stata affidata al secondo di Casey, Coach of the Year dell’anno scorso e salutato senza troppi fronzoli. La vera rivoluzione, però, è avvenuta agli inizi di luglio: il General Manager Masai Ujiri ha deciso di cambiare tutto e provarci per davvero: fuori DeMar DeRozan, figlio prediletto di Toronto, amato oltre ogni misura al punto da essere acclamato al suo primo ritorno con una ovazione ad ogni singolo possesso del primo quarto. Dentro Kawhi Leonard, former Finals MVP e Danny Green, former recordman per triple in una serie di finale.

La definitiva consacrazione di Pascal Siakam, MIP probabilissimo, un Ibaka tornato ad alti livelli e un Marc Gasol messo al posto di Valanciunas a chiudere il cerchio. 

Ujiri ha fatto un piccolo miracolo aggiungendo talento, esperienza e carattere ad una squadra che sembrava in un binario morto da tanto, troppo tempo. Tutto questo, con un unico obiettivo ben fissato in testa: sfruttare il vuoto lasciato da LeBron e provare la conquista al trono della Eastern Conference e l’approdo alle NBA Finals. La speranza è che una Post Season importante possa convincere Kawhi Leonard a rifirmare in Canada, cosa data per impossibile il giorno uno, difficilissima il giorno due, difficile ma non impossibile oggi. 

Recap

La regular season è stata all’altezza delle precedenti, Kawhi è sembrato immediatamente dentro al progetto e perfettamente a suo agio nel trascinare tecnicamente ed emotivamente una squadra orgogliosa, ma che troppe volte aveva perso la bussola nel momento decisivo della stagione.

Leonard, pur se in linea di principio completamente recuperato dall’infortunio al quadricipite, non ha giocato un singolo back to back. La motivazione ufficiale è stata quella di “gestione”. Kawhi pur dimostrandosi non entusiasta della cosa, si è detto concentrato e in preparazione delle partite che contano davvero. 

Leonard ha saltato 21 partite in RS ma Toronto ha fatto valere la sua panchina lunghissima vincendo 17 delle 21 senza KaWoW. Molto del merito, ça va sans dire, è proprio del MIP in pectore: stagione montre di Pascal, passato da 7.3 a 16.9 punti, da 4.5 a 6.9 rimbalzi, dal 22 al 36% da tre. In aggiunta, tutto quel che i tabellini non raccontano: una difesa sull’uomo spaventosa, la capacità di difendere su 2-3 avversari a partita senza patire alcun mismatch, la capacità di attaccare il ferro e tirare in spot up, un’ala completa.

Kawhi, contrariamente a quanto fosse lecito aspettarsi, lontano dal sistema Spurs “good to better” ha fatto registrare il suo massimo in carriera per punti a partita, fermando il conto a 26.8 punti a partita, cui ha aggiunto 7.4 rimbalzi e 3.3 assist. Dal campo ha tirato leggermente peggio dell’ultima annata (piena) giocata con San Antonio, ma questo è figlio anche del tipo diverso di tiri che l’attacco di coach Nurse gli chiede.

Tanto per fare un esempio, il numero di tiri in catch and shoot è passato da 4.4 a 2.8. Gli viene chiesto quindi di essere meno terminale e più creatore dei propri tiri, con un conseguente aumento delle entrate a canestro da 11.3 a partita a 13.7. 

In ogni caso, la sua efficienza rimane impressionante, con quasi il 50% dal campo, il 37% da 3 e l’85% ai liberi.

A colpire realmente sono proprio gli assist: nelle ultime 12 partite ha fatto segnare 4.1 assist di media, e una sola volta in stagione non ha servito neanche un passaggio vincente ad un compagno. Guardandolo giocare, la sua capacità di leggere il raddoppio e servire passaggi ad una mano per un open shot è migliorata in maniera netta, il che rende la difesa su di lui ancora più problematica da programmare.

Kawhi ha infatti da sempre due “punti deboli”, virgolettati perché non di elìte in un’ala che se sta bene fisicamente è agilmente nella top 5 ali in NBA:

 – Le poche assistenze. Non che sia un giocatore egoista, perché non lo è. Ma la sua fisicità, combinata con la sua capacità di tirare piedi per terra e l’efficienza con la quale attacca il ferro, ha reso nel tempo l’assist “non necessario”. In più, dopo il titolo di MVP delle Finals vinto contro Miami, all’ombra dell’Alamo aveva assunto sempre più il ruolo di terminale offensivo. A lui coach Popovich chiedeva di far canestro sostanzialmente ogni volta che aveva il pallone.

     – La creazione di un tiro affidabile dal palleggio in uno contro uno. Questo punto è delicato, perché Kawhi non ha l’estro che hanno le migliori ali della Lega dal palleggio (KD, PG, LeBron etc). È un attaccante ‘costruito’ e proprio per questo il suo uno contro uno è efficiente ma non naturale. Nel “sistema Nurse”, invece, le assistenze sono più richieste. Non è impensabile ora vedere Leonard fare passaggi sopra la spalla a cercare il tiratore libero mentre gioca in post o vederlo servire Green sul lato debole. 

L'apporto di Gasol

Marc ha assunto un ruolo via via più importante all’interno dello scacchiere dei Raptors, e non è da escludere che la sua importanza sarà ancora maggiore proprio quando la palla scotterà: Gasol è pur sempre un ex DPOY, nonché un giocatore capace di portare, assieme a Mike Conley e Zach Randolph i Grizzlies ai Playoff. Il motto di quei Grizzlies era Grit and Grind, ed è esattamente quello di cui i Raptors avevano bisogno: combattività, orgoglio, determinazione.

Gasol contribuisce ad oggi ad uno spaventoso net rating di +16 negli oltre 500 minuti in cui è stato in campo con la maglia di Toronto. Il suo apporto difensivo sarà fondamentale per il futuro in questi Playoff dei Raptors, così come la sua capacità di giocare da playmaker aggiunto. Un intero set di giochi di Toronto (“elbow”) prevede di dare palla al gomito (elbow, appunto) a Gasol per sfruttare la sua capacità di passare il pallone prima ancora delle sue abilità di scorer.

Una ulteriore, enorme, differenza con il suo predecessore Jonas Valanciunas risiede nella sua pericolosità dall’arco dell’intero quintetto: Nurse potrà schierare in alcuni momenti della partita un quintetto con:

Lowry, Green, Leonard, Siakam, Gasol. Nessuno di questi cinque tira da tre con percentuali peggiori del 35%, e il peggiore è proprio Kyle Lowry, l’uomo chiamato a riscattarsi da anni di Playoff indegni di una Point Guard che è stata anche All-Star, pur se in un momento non brillante della Eastern Conference.

Il nuovo Lowry

Kyle è quello che più di tutti quest’anno ha cambiato ruolo. Non gli viene più richiesto di essere uno scorer primario come succedeva fino a maggio scorso, ma gli viene chiesto di giocare da facilitatore, cosa che Kyle è riuscito a fare benissimo fin dalla prima palla a due della stagione. Poco meno di 14 punti, quasi 9 assist e il sopracitato 35% da 3. Nel ruolo di facilitatore però Kyle è letteralmente esploso. 8.7 assist di media a partita, secondo solo a Russell Westbrook. 14 assist potenziali a partita (passaggi per tiri aperti) e soprattutto un impressionante 20.7 alla voce “punti creati da assist”. Per dare un’idea, l’anno scorso gli assist potenziali erano 12.2 e i punti generati da assist erano poco meno di 16. La palla viaggia dalle mani di Kyle, sono infatti 62.5 i passaggi che Kyle compie a partita, meno solo di Ben Simmons e Nikola Jokic (un terrificante 70.3). I dati di Kyle sono ancora più impressionanti se si guarda quanto meno tenga palla in mano rispetto lo scorso anno: è passato dai 6.9 minuti ai 5.1 di quest’anno. Il suo ruolo è cambiato completamente, si è lentamente trasformato in un playmaker “di gestione, passando dai 13 attacchi al ferro a partita di due anni fa ai 7.8 di quest’anno.

Come conseguenza del suo attaccare poco l’area c’è il fatto che solo una piccola percentuale dei suoi assist generano una tripla (circa uno su quattro) mentre moltissimi dei suoi assist sono lunghi passaggi che cercano di cogliere la difesa impreparata, spesso in semi-transizione.

Quest’anno non basterà agli avversari cercare di levargli la palla dalle mani forzando dei raddoppi (come veniva fatto regolarmente dai Cavs su di lui o DeRozan con uno dei due in panchina), perché a livello qualitativo il roster di Toronto è troppo buono per potersi permettere di raddoppiare Lowry. Kyle è passato dall’essere insieme a DeMar la prima / seconda scelta offensiva di Toronto ad essere la quinta nel quintetto con Kawhi, Danny Pascal e Marc. Un miglioramento del roster che, indipendentemente dalla firma o non firma di Leonard a fine anno, potrebbe valere il premio di GM dell’anno a Masaj Ujiri

Siakam, il MIP in pectore

La squadra è costruita per poter aprire il campo e lasciare spazio nel pitturato alle penetrazioni di Leonard e Siakam, clienti scomodissimi in uno Vs uno per quasi tutte le ali della lega. Se in campo contemporaneamente, uno dei due avrà quasi sempre un matchup favorevole a livello fisico/tecnico.

Nurse, molto intelligentemente, ha colto questo aspetto e al tempo stesso ha cercato di creare una situazione offensiva in cui Siakam potesse essere a proprio agio: fra Pascal e Kawhi ovviamente ad oggi esiste ancora una notevole differenza nell’1 Vs 1 in attacco. Leonard può mettere palla per terra a destra o sinistra ricevendo da fermo ed essere una minaccia terrificante per la difesa. Pascal è ancora un giocatore “in via di sviluppo”, pur se già fortissimo. Per semplificare il suo attacco e renderlo il più possibile pericoloso, Nurse chiama per Pascal l’attacco “chin”. Attacco in cui il portatore di palla supera la metà campo spostato su un lato del campo e taglia il campo in diagonale, lasciando la palla esattamente al centro del campo. Siakam supera la metà campo dal lato opposto del portatore di palla e riceve la palla già in corsa. Con le sue leve lunghissime, il fisico enorme, il ball handling in continuo e costante miglioramento e per di più partendo lanciato è un grattacapo per la difesa di difficilissima soluzione.

Nel corso dell’anno Siakam è migliorato forse oltre ogni aspettativa anche del coaching staff canadese e, specie nell’ultimo mese e mezzo è diventato piuttosto frequente vederlo attaccare a difesa schierata, in ricezione statica. Ad oggi è un problema di difficile soluzione:

– È più rapido delle ali della sua taglia, per cui le attacca dal palleggio e le batte.

– È più grosso delle guardie che lo matchano in velocità, si mette spalle a canestro e conclude bene di destro e sinistro.

Green e Ibaka

In tutto questo, a passare troppo spesso inosservato nel deal che ha portato Leonard a Toronto è proprio l’arrivo del New Yorkese Danny Green.

Danny è un difensore d’elìte NBA con una capacità di lettura notevolissima e una tecnica difensiva impressionante, oltre ad essere un formidabile tiratore in spot up e un discreto giocatore in post, specie se accoppiato a guardie più piccole di lui.

Green è passato quest’anno dalle 4.6 triple a partita dell’anno scorso alle 5.4 di questa stagione (e dal 36 al 45%) e ha avuto una continuità di rendimento sui due lati del campo importantissima. È anche lui giocatore che ha disputato Finals NBA, difficile immaginarselo a “tremare” quando la palla dovesse scottare.

Serge Ibaka è stata forse la nota dolente di stagione, con un rendimento non sempre all’altezza. 15 e 8 le sue medie stagionali, con nota dolente sul tiro da fuori (circa il 29% da tre). È inutile girarci intorno, Serge non ha vissuto una gran stagione e negli ultimi anni è di solito calato nel rendimento ai playoff. Rimane un giocatore validissimo per la rotazione degli uomini di Nurse, specie per dar fiato a Gasol senza farne sentire la mancanza, nella metà campo difensiva come quella offensiva. Una deresponsabilizzazione e un ruolo preciso potrebbero però dare una svolta al suo apporto per i canadesi, che per arrivare in fondo alla Eastern necessiteranno del miglior apporto possibile anche dal congolese con passaporto spagnolo

La panchina: un lusso per pochi

Toronto, però, non è “solo” i primi 6 della rotazione: Van Vleet ha saltato buona parte della stagione ma nell’ultimo mese ha letteralmente volato con 13 punti, quasi 6 assist di media con il 44% dal campo e il 45% da 3. Un giocatore molto sottovalutato, pur se sono poche le squadre che possono permettersi di avere così tanto talento in uscita dalla panchina. Fred è giocatore di spiccato IQ cestistico, buon giocatore di pick and roll, perfetto per giocare con un centro geniale dalle mani fatate come il più piccolo dei Gasol.

Norman Powell, difensore mostruoso, velocissimo negli spostamenti laterali. Probabilmente uno dei migliori difensori sulle guardie dell’NBA di quest’anno che, insieme ad O.G. Anunoby può rendere la second unit di Toronto un enigma difensivo ostico per quasi tutte le second unit della lega.

O.G. ha anche il vantaggio non indifferente del size: leve lunghissime, alto e grosso. Può difendere sulle guardie o sulle ali con relativa facilità, senza patire né la velocità delle prime né la forza delle seconde. Non è stato infatti inusuale vederlo difendere su Harden contro Houston e contro Blake Griffin contro Detroit, un lusso difensivamente che pochissimi giocatori nella Lega possono permettersi. Purtroppo per una appendicectomia di emergenza è dato fuori fino alle eventuali Finals, una tegola gravissima per i Raptors. 

Come ciliegine, Jodie Meeks e Jeremy Lin.

Non è chiaro quanto giocheranno nella post season, viene da dire qualche minuto al primo turno e via via a scendere, anche se Lin è stata un’aggiunta almeno romantica che può far solo che sperare in un bel finale per quella che è stata una delle parabole sportive più fantascientifiche del decennio.

We the North

Toronto e tutto il Canada hanno vissuto annate di attesa dei Playoff come gli anni della vendetta. Ogni anno sembrava l’anno buono per prendersi questo maledetto trono della Eastern, trono che ogni anno sfuggiva e, anzi, ogni anno sembrava lontano. A luglio è cambiato tutto. La speranza a Nord degli USA è che i nuovi Raptors possano compiere quell’impresa sportiva che fino ad ora è stata sempre e solo un sogno. Con l’orgoglio e l’intelligenza di Marc. La forza di Siakam. La solidità ritrovata di Lowry. L’energia di Van Vleet. Il talento e la leadership del nuovo King in the North, Kawhi Leonard. 

Ancora una volta, ai blocchi di partenza ci si crede. 

Stavolta, ancora di più. 

Joel, Giannis e Kyrie permettendo. 

Stavolta deve davvero essere la volta giusta. 

For the North. 

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Leandro Nesi

Leandro Nesi

Leandro Nesi, nato in Scozia ma Romano di Roma, 28 anni, felicemente sposato. Dottorando in ingegneria meccanica teorica e applicata. Amo il Gioco, detesto il tifo, specie quello con la t minuscola, che impedisce le discussioni. Simpatizzo per i Jazz e per LeBron, che mi hanno fatto innamorare della palla a spicchi. Di una partita guardo i giochi e gli schemi, di un giocatore gli aiuti in difesa e i tuffi sul parquet. Se c'è tattica, sono nel mio mondo. L'NFL e il tennis sono sul podio dei "miei" sport, dopo il Grande Amore (sportivo) che è il Basket.