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Pubblicato da Riccardo Atzori il

Ci sono fattori che non dipendono da noi.
 
Il colore della pelle, l’altezza, il colore degli occhi, il luogo in cui si nasce. Quest’ultimo, spesso, è determinante per ciò che una persona diventa. Il motivo è che l’ambiente che ci circonda, in qualche modo, ci influenza anche, se non soprattutto, in base a come decidiamo di utilizzare l’unico fattore che dipende da noi: il tempo. Qualcosa che scorre a prescindere e la cui percezione cambia se usato nel modo giusto.   
 
È sera. Siamo nella periferia di Oakland, California. Houston Lillard Sr. sta riparando la sua auto in garage quando sente il pallone da basket rimbalzare sul vialetto. È il piccolo Damian che, dopo aver chiesto il permesso alla mamma di uscire di casa, sta giocando a basket. Il padre chiama a se il figlio e gli dice che non è rispettoso per i vicini fare tutto questo rumore a quest’ora. Houston si fa volere bene anche per questo. Fa il meccanico, è un grande lavoratore, ma la maggior parte del suo tempo l’ha usata per guidare la sua famiglia nella via del rispetto e della buona educazione. Perché lui sa cosa vuol dire crescere in un ambiente sbagliato. Oakland non è la città migliore in cui far crescere i propri figli. Gang, narcotraffico, prostituzione, violenza e criminalità: tutto questo avviene in strada, alla luce del sole. Nel 2011, secondo i dati dell’FBI sul crimine, è stata la nona città in tutto il paese con il tasso più alto di omicidi. Houston è cresciuto in mezzo a questo. Familiari e amici spacciavano, alcuni non hanno raggiunto i 20 anni di età a causa di tutto questo. Lui ha deciso di usare il suo tempo per impegnarsi in altre cose, così da evitare tutte le influenze dannose della cultura di strada, e ha cresciuto i suoi figli con la stessa mentalità. La testa rivolta ai giusti valori, guadagnarsi ogni cosa senza pretenderla, il rispetto per gli altri e la dedizione al lavoro.
È un uomo tranquillo, mi ha giurato di non aver mai fatto a botte in vita sua. È onesto al 100% in ogni cosa. Anche a costo di essere duro e brutale. Non ti dice quello che vuoi sentirti dire ma quello che hai bisogno di ascoltare . È così che siamo cresciuti io e mio fratelloLui sa bene che la vita non è un gioco. Ha provato a trasmetterci questa comprensione del mondo, sin dal primo istante: io sapevo cosa accadeva intorno e ho capito di non volerne fare parte”.
  
È così che il piccolo Damian ha conosciuto il valore del tempo. Sotto gli insegnamenti e l’aiuto dei genitori, coadiuvati dal figlio maggiore Houston Jr, si impegna a dare il massimo a scuola; nei pomeriggi aiuta il padre a riparare auto ma, soprattutto, gioca a basket con il fratello e i suoi amici, cercando di imitare le gesta dei suoi eroi d’infanzia: Iverson, Duncan, Shaq e ovviamente MJ. La sua vita prosegue così fino al primo anno di High School. Frequenta la St. Joseph Notre Dame HS di Alameda in California, scuola in cui ha studiato Jason Kidd in precedenza. I problemi iniziano proprio sul campo da basket perché coach Chris, allenatore della squadra, non vede in lui quella scintilla che potrebbe renderlo speciale. 
 
Bravo si… ma non eccellente. 
 
Lui dal canto suo sa di essere un ottimo giocatore, dotato di grande talento, ma l’assenza di fiducia da parte del coach e la distanza dalla sua famiglia lo portano alla dolorosa decisione di abbandonare Alameda e torna a Oakland, nella High School cittadina. Fedele e leale al suo posto nel mondo.
C’è un momento, però, in cui tutta la stabilità di Oakland rischia di scomparire. Papà Houston e mamma Gina si separano. Tutto sembra scivolare via. In questi casi i figli sono quelli che soffrono di più, soprattutto nei “teen years“, periodo in cui un ragazzo sviluppa la maggior parte del suo carattere. Ancora una volta però, nonostante le difficoltà, i suoi vecchi si dimostrano delle persone di grande cuore e fedeltà. Restano in buoni rapporti e spesso passano del tempo tutti insieme, lasciando quasi “intatto” il concetto di famiglia e incrementando quello di lealtà verso i propri cari. Mamma Gina continua a preparare il pranzo per Dame che va ugualmente a mangiare da lei, nonostante viva con il padre qualche isolato più avanti. Papà lo aiuta negli studi e insieme lo seguono ad ogni partita senza mai abbandonarlo. Fanno lo stesso anche per Houston Jr, aspirante giocatore di football. Sono sempre una famiglia, nonostante tutto. E Damian continua a crescere non solo come uomo e come persona, ma anche nella pallacanestro.
 
In molti continuano a non credere nel suo talento, ma lui non perde mai la fiducia. Il college di Weber State, situato a Ogden nello Utah, lo chiama per reclutarlo. 
 
Qui comincia la sua vita cestistica. 
 
Entra subito nel cuore della gente, che si esalta nel vederlo in campo. Viene soprannominato “The Bulb“, la lampadina, per la sua capacità di accendersi in un istante. Il primo anno chiude con la media di 11.5 punti (43.4% dal campo), 2.9 assist, 3.9 rimbalzi, 1.1 rubate in 29 minuti di gioco. Continua a lavorare sodo, senza fermarsi, ritrovando la fiducia persa tre anni prima alla High School. Si lega sempre di più a Ogden, al suo popolo, perché sa farsi volere bene ovunque vada, come suo padre. Nel secondo anno anche i migliori college del Paese incominciano a notarlo. Incrementano i suoi minuti e con quelli va di pari passo il suo impatto sul gioco. Le statistiche ne beneficiano. Trascina Weber State al primo posto della Big Sky Conference, concludendo l’anno con 19.9 punti (sempre stabile al 43.3% dal campo) 3.6 assist, 4.0 rimbalzi e 1.1 palle rubate di media in 34 minuti di gioco. E vince il premio di Big Sky Player of the year. 
 
Nella off-season, tra il secondo e il terzo anno, due big college puntano su di lui.
 
Vieni da noi, e il prossimo passo sarà sicuramente l’NBA”. Lui senza pensarci risponde:
 
This is my familyNon posso lasciarli. Abbiamo lavorato sodo tutti quanti in questi anni per raggiungere un posto d’élite. Il merito non é solo mio. Non lascerò mai la mia famiglia”. 
 
Una mela non cade mai lontano dall’albero. Proprio come Houston, Dame fa suo il concetto di lealtà e di fedeltà. “Se tu mi dai il cuore, io farò lo stesso”. Il suo terzo anno inizia in modo spumeggiante ma un grave infortunio al piede fa terminare la sua stagione dopo appena 10 partite, rimandando così anche il grande salto in NBA. Il suo junior year, però, è di quelli da ricordare. Tocca i 24.5 punti di media a partita, tirando con il 47% totale. Tutte le voci statistiche vengono migliorate, e a fine anno arriva il secondo premio di Big Sky POY. I numeri, però, possono rendere giustizia fino ad un certo punto. Il vero momento in cui tutti hanno capito cosa poteva essere Damian, ciò che lui ha sempre saputo, arriva il 4 Dicembre 2011.
 
Al Dee Event Center di Ogden, casa di Weber State, la sfida tra i suoi Wildcats e San Jose University è stupenda. Quando mancano meno di 10 secondi alla fine, Lillard e compagni si trovano sotto di tre punti. Dame prende palla e, nonostante il difensore lo marchi in maniera eccellente, lascia andare una tripla che schiaffeggia la retina e manda in visibilio tutta L’Arena. La partita finisce dopo un doppio OT con la vittoria di Weber State per 91 a 89, con gli ultimi tre punti decisivi segnati ancora da Lillard grazie a un layup subendo il fallo della difesa. Segna 41 punti, career high, e diventa il secondo miglior realizzatore della storia dell’Università. Si può dire che questa sia la molla decisiva per il grande salto. Che, puntualmente, arriva, dopo 1934 punti per Weber (secondo nella storia dell’Università) e la terza selezione nel miglior quintetto della Big Sky Conference. In quel momento fiducia e consapevolezza sono ai massimo storici e sceglie di dichiararsi eleggible per il draft.
28 Giugno 2012, Prudential Center, New York.
NBA Draft.

I Portland Trail Blazers lo scelgono alla numero 6, vedendo in lui il tassello finale per completare l’ossatura di una squadra che punta, su tutti, sulla coppia LaMarcus Aldridge-Nicolas Batum. Dame sceglie il numero 0, che ricorda la lettera O, come segno della fine del suo percorso.

Dalla nascita ad Oakland, passando per Ogden al college, fino all’Oregon.

Nemmeno il tempo di esordire che sono subito scintille. Il 31 Ottobre debutta contro i Lakers e diventa il terzo rookie della storia dopo Oscar Robertson e Isiah Thomas a realizzare almeno 20 punti e 10 assist all’esordio (23+11). Continua per tutta la stagione a mantenere un livello altissimo, portando il suo career high a 38 punti (sempre contro i Lakers) e diventando recordman tra i rookie per triple in stagione (185).
A fine anno è appena il terzo debuttante nella storia dopo Robertson e Iverson con più di 1500 punti e 500 assist in stagione e il secondo giocatore nella storia della franchigia con questi numeri dopo il leggendario Clyde Drexler.
Per tutti questi motivi i dubbi sono pochi: Dame viene eletto all’unanimità Rookie of the Year.

Nel secondo anno il proverbiale rookie wall non sembra scalfirlo, anzi continua imperterrito a scalare le classifiche delle Point Guard migliori della Lega. Il 7 gennaio del 2014, contro i Kings, segna 26 punti nel solo ultimo periodo diventando (ancora una volta) il recordman della franchigia per punti in un solo quarto. Viene votato dagli allenatori dell’NBA per giocare l’All Star Game e diventa così il primo giocatore nella storia a partecipare a cinque eventi dell’All Star Weekend:

– Rising Stars, il venerdì;
– Skills Challenge, Three-Point Shootout e Slam Dunk Contest, il sabato;
– All Star Game, la domenica.

ALL IN.

Portland vola con lui e LMA, mette insieme 54 vittorie e 28 sconfitte, raggiunge il quinto posto della Western Conference che significa Playoffs. Il momento in cui il clutch time in Oregon cambia nome per diventare, e restare per sempre, DAME TIME.

Si gioca gara 6 del primo turno contro gli Houston Rockets. Portland è in vantaggio nella serie per 3-2

Sul tabellone mancano 0.9 secondi alla fine. Il cronometro si è fermato dopo che Chandler Parsons ha portato i Rockets in vantaggio per 98 a 96. Il rumore del Moda Center, in quel preciso istante, ha lasciato spazio al più assordante dei silenzi. 

“Dovevamo tornare a Houston e giocarci il tutto e per tutto in gara 7. Poi ho guardato LaMarcus, e il cronometro diceva: c’è ancora una possibilità. Solo una”.

Terry Stotts chiama tutti in panchina. Due i perni della squadra. Due le opzioni per l’ultimo tiro. Una di queste gioca a Portland dal 2006 e ha portato solo pochi anni prima la franchigia al sesto posto nella Western Conference, conquistando così i Playoffs. Porta il numero 12 e il suo nome è LaMarcus Aldridge. L’altra possibilità è rappresentata da un ragazzo al secondo anno nella NBA. I suoi punti, fino a quel momento, sono uguali al suo numero di maglia: 0. Nessun canestro né un tiro libero. Scelte sbagliate, di passaggio e di tiro.
Lillard sembra in totale balia della pressione.
 
In quel momento sente il peso di tutta la città sulle sue spalle. Coach Stotts disegna lo schema: Batum è l’incaricato a rimettere in gioco la palla. Aldridge si accoppia in post contro Dwight Howard. Sull’altro lato del campo, Lillard si trova accanto alla linea laterale marcato da Parsons. Beverley è su Mo Williams e Harden bracca Wes Matthews. L’arbitro consegna la palla. Aldridge prende posizione, mentre dall’altra parte Dame accelera sfruttando i due blocchi in fila di Williams e Matthews. Parsons lo perde, solo per un attimo, letale. Letale perchè nello smarcarsi Dame se ne accorge.
Batte le mani per farsi dare la palla perchè Batum sta guardando solamente Aldridge. Per fortuna, però, il passaggio a Dame arriva. Al momento della ricezione il cronometro parte.

Lui ha già i piedi rivolti verso il canestro. Parsons in un attimo ha perso chilometri. Dame rivede la sua vita intera. Torna nel campo in cui si allenava, imita i suoi eroi Iverson e MJ. Nella testa scandisce i secondi che mancano al suono della sirena, cercando di replicare The Shot e il canestro della leggenda di “His Airness” contro i Jazz nel ‘98. Aveva quasi 8 anni il piccolo Dame, in quel cortile con papà Houston e mamma Gina a guardarlo. 

Il numero 0 lascia andare la sua compagna di vita. Sa già come andrà. Ha provato così tante migliaia di volte quel tiro, segnandolo sempre, che la pressione è improvvisamente diventata consapevolezza di una storia che sta per compiersi.
La sirena suona. Il suono della palla che frusta la retina è più forte.
Il rumore del Moda Center è disumano.
In Oregon i decibel sembrano andare più in alto che in altre Arene: sono 14 anni che trattengono quell’urlo strozzato in gola. Tanti ne sono passati dall’ultimo passaggio di un primo turno Playoffs.
Poco importa se quei Blazers usciranno contro gli Spurs (poi campioni) in semifinale di Conference, perché il futuro in quel preciso momento sembra roseo. Sembra. Portland infatti, dopo un’altra stagione che termina troppo presto (eliminazione per mano dei Grizzlies) decide di smantellare la squadra attorno a Damian, cedendo prima Batum e Matthews e, poi, LaMarcus. Tutti nella stessa estate. Alla base non c’è solo uno scellerato piano della dirigenza ma anche voci di dissapori tra le due star della squadra, Dame e LaMarcus. Senza un singolo momento di frizione tra i due, scoppia un caso che dalla scrivania decidono di risolvere nel modo più rapido e doloroso. Assecondando al contempo le richieste di un giocatore che troppe volte ha mostrato ambizioni più grandi di quelle effettivamente alla portata.
A distanza di anni sarà poi Dame il primo a parlare di una forte incomprensione tra i due, alimentata dalla stampa soprattutto. “La gente diceva a me che non piacevo a Lamarcus per un motivo e diceva a lui la stessa cosa di me, pettegolezzi insomma. Ma alla fine ci siamo chiariti, gli ho detto chiaramente che quando sono arrivato a Portland ho sempre cercato di essere il miglior compagno e complemento possibile per lui. Non ero in competizione con lui, non ero geloso di lui, cercavo solo di supportarlo al meglio. Io ero il playmaker arrivato a Portland per aiutarlo e non per prendere il controllo della situazione mentre a lui veniva spesso riferito il contrario 
Nella sfortunata sequenza di eventi che porta a quell’addio, Portland però guadagna definitivamente il suo leader. Lillard prende quasi come una sfida personale il portare per mano la squadra verso grossi traguardi. Sceglie di imporsi come simbolo dell’Oregon e se può non risparmia frecciate a chi in nome del titolo abbandona la fedeltà giurata alla propria squadra. Lo riconoscono, ancora di più, i suoi stessi compagni come bandiera:
 
Guardate cosa significa Dame per questa squadra. È tosto, non ha paura, ma allo stesso tempo ama ciò che fa e ciò che lo circonda. È il leader di cui una squadra ha bisogno. È il leader di una Nazione, quella dei Blazers. Sai che non ti tradirà mai”. [Evan Turner]
  
Alle parole dei compagni fanno eco le su:
“Io voglio vincere un titolo, ma vincere non è l’unica cosa che conta per me. Non voglio ridurmi a dovermi ‘vendere’ per raggiungere il titolo NBA a tutti costi, se questo implica conseguenze per altre persone. Io ed i miei compagni siamo amici. Siamo una famiglia. Sono nella NBA e non solo posso provvedere alla mia famiglia, ma sono nella posizione in cui posso cambiare la vita delle persone. Non finanziariamente parlando nonostante tanti non abbiano il lusso degli atleti, ma solo avendo un effetto sulle persone, con i giusti valori. Quelli che mio padre ha insegnato a me. E che insegnerò a mio figlio”.
 
Loyalty, over all.
 

Oltre allo stimolo di guidare i suoi compagni e prendere in mano la franchigia, l’altra molla che accende Dame si chiama All Star Game. Perchè se la convocazione 2015 lo fa semplicemente incazzare (arrivando per infortunio di Griffin) al punto da definirla irrispettosa, l’esclusione 2016 lo fa decisamente impazzire. Nelle riserve annunciate a fine gennaio il suo nome non c’è. Snobbato dai tifosi, snobbato dagli allenatori, Dame inizia una campagna mirata a far redimere l’intero mondo NBA. Sfoga anzitutto nel rap la sua rabbia, col brano They Sleep che dovrebbe appunto simboleggiare l’atteggiamento della Lega nei suoi confronti, ma poi decide di far parlare il campo. E l’occasione giusta arriva nella prima gara utile dopo la Gara delle Stelle. Davanti uno dei giocatori “colpevoli”  di avergli soffiato il posto, Steph Curry, e la squadra più forte della Lega, i Warriors.

Sono 51. 

Sbagliando pochissimo, segnando 9 triple.

Nei colpevoli finiscono anche le point guard dell’Est, con Wall e Lowry maltrattati con 41 e 50 punti. Ma più in generale le 10 partite post ASG lo vedono segnare 30 punti in 7 occasioni, di pura rivalsa. Lì l’NBA impara a fare i conti con la sua rabbia. Dame diventa un motto, uno stile di vita, un modo di pensare. L’underdog per eccellenza che lascia parlare tutti ma poi mostra gli attributi quando conta. Come in un famoso spot per Adidas:

You can follow what they say about you or use it as motivation to create your own game”.

Tuttavia, a sfuriate del genere segue comunque l’ennesima eliminazione, questa volta al secondo turno per mano dei Warriors. Il gruppo però è giovane, CJ continua a migliorare e dimostrarsi spalla valida, il nuovo core attorno a Dame ispira quasi più fiducia di quello precedente sgretolatosi dietro il KO di Matthews e poi smembrato sul mercato. Tante belle parole e ambizioni, ma nonostante ciò il 2016/17 li vede sweepati ancora da Golden State.

Nella stagione 2017/2018, dopo una partenza in sordina, Portland arriva ancora una volta ai playoff chiudendo al terzo posto della Western Conference proprio grazie a Dame e al suo fedele scudiero CJ McCollum, unico sostegno per costanza e fiducia in un roster costoso, ben oltre il cap, ma non competitivo come il portafoglio direbbe. L’ennesima occasione per dimostrare che lui è un uomo capace di spostare gli equilibri di una squadra NBA, uno che fa davvero la differenza.
I Pelicans, gli avversari. Anthony Davis l’ostacolo più grande.

La serie si preannuncia entusiasmante ed equilibrata, ma in realtà di equilibrato c’è davvero poco. Finisce male, malissimo, 4 a 0 a favore della franchigia di New Orleans. Damian, cancellato dalla difesa dei Pelicans (in particolar modo da Jrue Holiday), fallisce per la prima volta. Gioca un basket davvero deludente, sia nelle statistiche (18,5 di media con il 36% dal campo, sbagliando 45 tiri su 70 totali) che per impatto emotivo sulle partite. Non è il trascinatore che tutto l’Oregon si aspetta, quella lampadina capace di accendersi istantaneamente e di illuminare l’ambiente. Diventa, improvvisamente, un giocatore normale. La cui dimensione, soprattutto dopo la prima vera caduta, non beneficia certo degli anni forse più talentuosi mai visti in termini di talento nel reparto point-guard, in una NBA in cui tra Curry, Kyrie, Westbrook, Paul, è facile finire secondi. E uno 0-8 in due post-season di fila accelera quel processo di normalizzazione del giocatore.

Sulle macerie di quel fallimento però costruisce le motivazioni per affrontare il 2018/19. E risparmiando il racconto dell’ennesima stagione regolare statisticamente di livello, l’unica “X” sul calendario messa a inizio anno segna la data di inizio dei Playoffs. Portland è padrona del suo destino fino all’ultima palla a due e perdendo contro i Kings può garantirsi un primo turno contro Utah e non contro una Oklahoma che in stagione vanta un sonoro sweep nei 4 scontri diretti. Nel mezzo di quel cappotto però è avvenuto qualcosa. L’ennesima molla che fa scattare Dame. Durante una gara di regular season tra Blazers e Thunder, infatti, Westbrook gli urla:

I’ve been kicking your ass for years”. Sono anni che ti prendo a calci nel culo.

Rincara la dose a telecamere spente, forse lo definisce una piccola star di questa Lega. La serie si scrive in quelle parole, perchè Dame non segna solo la data in agenda ma individua gli avversari da umiliare. E il primo turno, non per caso, regala i Thunder e Russell Westbrook.

Prima di Gara 1, durante un’intervista, un giornalista ben pensa di tornare sull’argomento, chiedendogli, in tutta serenità, se ci fosse un giocatore dei Thunder a fargli paura più degli altri. La risposta di Lillard è semplice e diretta:

Sono di East Oakland. Pensi davvero che uno di loro mi faccia paura!?

In Gara 3, l’unica vinta dai Thunder,  Westbrook e Schroder lo provocano senza filtri. Dame non batte ciglio,  rispondendo sempre con la stessa, impenetrabile espressione di chi davanti alle chiacchiere vuole mettere i fatti. Gli avversari commettono il grave errore nel buttare la disputa sul terreno più “sporco”; cercando di innervosirlo e intimorirlo. Damian non sceglie solo di vincere la serie, ma sembra quasi selezionare i momenti in cui prendere totalmente il controllo tecnico, fisico e emotivo delle partite. 

Quello che succede nel quinto episodio dello scontro tra le due squadre. Dopo un primo tempo praticamente perfetto di Paul George, una striscia di 11 canestri consecutivi dei Thunder, e un Westbrook decisamente in controllo dei suoi istinti, il punteggio recita 61-60 per Portland.

Lillard è ossessionato. Corre su una palla persa dopo un brutto passaggio per recuperarla prima di Schroder, proprio quello che per una partita intera in gara 3 ha usato l’asciugamano portandolo in grembo col famoso Rock The Baby, per innervosirlo. Impazzisce quando gli arbitri assegnano una rimessa ai Thunder dopo un rimbalzo contestato a Morris. Guarda minaccioso la panchina scoraggiando coach Stotts dal concedergli anche solo 30 secondi di riposo. Protesta per ogni tripla che lascia andare, insensata, contestata, accompagnata, a suo dire, quasi sempre da un fallo.

Non c’è un singolo motivo al mondo per cui quella partita non debba finire con una vittoria. Tira ogni cosa che gli capita per le mani. All’inizio del secondo quarto è a quota 27, che diventano 32 con tre minuti da giocare. Un minuto dopo batte il record dei Blazers per punti nel primo tempo e si ferma a 5 punti da quello all-time dei Playoffs. 

Damian è un uomo in missionePaul George, che fino a quel momento sta giocando da Dio, passa in secondo piano così come il primo tempo quasi perfetto di OKC, sotto di 1 semplicemente perché LUI ha deciso di giocare uno dei parziali più clamorosi mai visti nella storia dei Playoff. Quando nel terzo quarto, quello in cui ha segnato 40 punti nelle due partite precedenti, inizia sparando una tripla da 10 metri a fil di sirena dei 24, si intuisce che la partita sta per subire una svolta emotiva. Sta arrivando il Lillard Time. E su un paio di errori di Russ, proprio quello che “gli ha sempre fatto il culo”, si capisce che è il momento dello strappo decisivo. Altra tripla in step back e quota 42 raggiunta. Mancano 3 minuti nel terzo quarto e Dame ha superato il suo career high ai Playoff.
Coach Stotts decide di dargli un minimo di riposo, nei primissimi minuti dell’ultimo periodo. OKC sfrutta il momento e capitalizza al massimo, portandosi sul +8. Dame rientra sul parquet con la faccia di chi sa di dover rifare tutto da capo. Per un paio di minuti l’inerzia continua a remare dal lato di Westbrook e Schroder. OKC tocca il +15.

Portland, però, rientra e, quando sul 113 pari Paul George, a 39 secondi dalla fine, porta i suoi avanti di 2, tutta la rabbia nel corpo di Lillard esplode, una volta di più. Pareggia in penetrazione con un bellissimo up and under, Russell sbaglia dall’altra parte, e con 15 secondi la palla è nelle sue mani. 

Quel possesso vale la partita, vale la serie, non solo questa ma anche quella dello scorso anno contro i Pelicans dalla quale uscì devastato. Vale quanto la frase di Westbrook in quella gara di stagione regolare di gennaio, vale quanto il suo animato gesticolare di gara 3 per entrargli nella testa. Vale quanto la palla calciata dal numero 0 dei Thunder mentre lui la raccoglieva, in una partita a Portland del dicembre 2016, gesto gratuito e non necessario che di fatto ha dato il battesimo a questa rivalità. Vale chiacchiere e chiacchiere di regular season in cui innumerevoli point guard vengono lodate e considerate più di lui. Underrated per eccellenza.
Non è un semplice possesso, non ha il pallone tra le mani per vincere una partita. Ha l’occasione per riscattare tante cose in una sola volta. 

Probabilmente, Dame questo lo sa, è un possesso che vale una carriera.

Supera la metà campo ma non attacca il ferro. Qualcuno sale per un blocco ma, con la mano e con lo sguardo, mostra la sua volontà di restare da solo con Paul George in marcatura. Non avanza, è fermo poco oltre la metà campo perché ha deciso di vincerla come vuole lui.
In modo folle, decisamente insensato. Ma senza paura.
Vuole che tutto questo sia ricordato. Dare un senso a tante delusioni, che rafforzi, se mai ce ne fosse stato bisogno, quel rapporto di fedeltà a una squadra a cui ha giurato amore eterno. Non vuole un buzzer beater, vuole diventare icona.
Dame è fermo lì, consapevolmente, faccia a faccia col miglior difensore NBA. Il cronometro avanza, 3…2…
Step back, da dieci metri abbondanti.
C’è così tanto in quel tiro che tutti sappiamo già come va a finire.
Solo retina. In quello che apparentemente è un pessimo tiro ma scagliato da lui, in quel momento mentale, appare tutto sommato soluzione più che ragionevole. Proverà Paul George a discuterne bontà e efficacia. Ma ora parla lui e non ammette contraddittorio.

“Brutto tiro? Per me è una pessima difesa!”

Ora si, Dame può parlare, ma lo fa per ultimo, da vincitore. Esattamente come saluta la panchina Thunder, le critiche, le parole… troppe.

Ci sono state tante chiacchiere. Tanti botta e risposta. Questa però è stata l’ultima parola”.
Sono passati 5 lunghi anni da quel buzzer beater contro i Rockets. 7 anni e mezzo dal primo canestro sulla sirena segnato al College.
Damian è diventato un uomo. È cresciuto, da quella sera in cui il padre lo rimproverò dicendogli di rispettare il vicinato, insieme a suo fratello Houston Jr. e a sua sorella LaNae, sotto il segno dei valori. Ha giurato amore eterno a chi ha creduto in lui, sia nel basket che nella vita. Al suo fianco c’è Kayla, compagna dai tempi del college, e suo figlio Damian Jr., che ha un anno di età.
Non sappiamo dove porterà la sua carriera.

Sappiamo solo che affronterà il futuro con passione, rispetto e determinazione. Senza paura di nulla, nemmeno delle critiche, perché lo aiutano e spronano a crescere e a migliorare.

Vedremo un orologio, che scandisce il tempo, senza un solo secondo sprecato, con la lealtà di un ricordo speciale nel cuore di chi amiamo. E, stavolta, lo assoceremo per sempre a un momento che resterà nella storia dei Playoff NBA. Che sancisce un rapporto in cui Dame ha investito dal giorno zero.
Because there is no place in the world that I’ll ever be like this.
This is my family.
Yao Ming – The Butterfly Effect

La teoria del caos suggerisce come anche un minuscolo mutamento nelle condizioni iniziali, possa cambiare drasticamente il risultato finale. Il miglior riassunto di questa teoria è dato da quello che è comunemente chiamato l’effetto farfalla, Leggi tutto…

Finding the MVP

“È conveniente che esistano gli dei, e, siccome è conveniente, lasciateci credere che esistano” Ovidio 209, 221, 110. Rispettivamente altezza, apertura alare, peso. Ruolo: Point Forward Rank nei Bucks di quest’anno: Punti: primo. Rimbalzi: primo. Assist: primo. Rubate: primo. Stoppate: Leggi tutto…


Riccardo Atzori

Riccardo Atzori

Sono Riccardo Atzori, ho 23 anni e amo lo sport. Vivo con passione tutto ciò che mi circonda, e tra foto, storie, e libri amo circondarmi di emozioni e di ricordi da custodire per sempre. Nello sport e nella vita, do tutto me stesso perché vivo per la passione e per la felicità.