Cinque storie su Chris Bosh

Pubblicato da Marco Rao Camemi il

Sì, Spike!

SPIKE LEE HA VINTO L’OSCAR !

La LEGGENDA! Avete visto gli Academy Awards quest’anno? E’ stato bellissimo, trent’anni dopo che lo avevano snobbato per “Fa’ la cosa giusta”, il mio amico Spike l’ha finalmente portato a casa: miglior sceneggiatura per “BlacKkKlansman”

E mentre gli altri vincitori della serata hanno fatto storcere il naso ad un po’ di gente, voglio essere un attimo egoista e dire che invece per me è andata benissimo. Perché mentre Spike ha avuto la sua statuetta, deve ancora avere quella più grande, quella per il miglior film.

Ed è qui che entro in scena io. 

La storia di
Chris Bosh, diretta da Spike Lee. Che ne dici Hollywood?

No, ok, ancora non l’avete percepito. E’ bello. Ammetto che la storia della mia vita potrebbe non essere meritevole di un “diretta dal più grande di tutti”.  Ma è una cosa che scherzando dico da tempo perché il cinema mi è semre piaiciuto da che io ricordi. E mentre crescevo come giocatore di basket, disegnavo la mia carriera come fosse un film. Non perché fosse interessante da farci un film, ma perché i film erano la struttura di come io immaginavo le cose. Succedeva qualcosa e subito io “Ok, questa potrebbe essere una scena”. Una scena della storia di Chris Bosh.
Ecco, qui ce ne sono cinque. 

Volete che vi racconti un EPISODIO? Eccolo!

1) L’ “ABCD camp” a Teaneck, New Jersey nel 2001. E’ stato incredibile. Il livello di coinvolgimento era qualcosa che non avevo mai sperimentato prima. Il basket delle high school era solamente trasmesso a parole, non c’erano youtube o instagram o snapchat o qualsiasi altra cosa, e quello che potevi sapere sugli altri ragazzi era trasmesso oralmente, a meno che non ci giocassi contro. Erano solo dei nomi su un giornale, delle idee, delle classifiche.
E poi quello era il mio primo camp a livello nazionale, avevo 17 anni ok? Era una palestra enorme, con sei o sette campi, e c’erano TUTTI gli scout che dovevano esserci, tutti i media nazionali. 300 dei migliori giocatori da tutte le high school della nazione e io sono pronto. Concentrato. Un anno prima non ero stato invitato. Non ero nemmeno nella lista. Come pensate che io mi sia sentito? Quindi quell’anno io ero lì a recuperare il tempo perso, li dovevo battere tutti.
Prima partita: sono tutti sulle tribune. Io sono concentrato.
Poi però succede questa cosa qui: c’è questo ragazzo nell’altra squadra che viene verso di me prima della palla a due. Non è enorme ma di una buona taglia per avere 16 anni. E mi indica. Poi mi guarda. E poi mi indica di nuovo. E dice “Ce l’ho! Lo sto controllando!” Eh???
Come dicevo prima a questo livello a meno che non abbiate giocato contro non vi conoscete. E se siete al posto mio, il giocatore più alto in campo, non vi interessa sapere chi sia chi.
Sto camminando per il campo come a dire “Sì, sono bravo, lo so”, avete capito no?
Non ero arrogante ma…sì ok, forse ero un poco arrogante. Ma ero anche bravo, ero veloce. Ero magro, non mi si poteva prendere. Correvo per il campo, schiacciavo, stoppavo, e sapevo anche trattare la palla. Tiravo da tre, potevo fare qualsiasi cosa volessi. E pensavo “Mi stai controllando? Questo signor nessuno pensa che mi sta controllando? Ragazzo, IO sto controllando TE.”
(Ok, adesso andiamo velocemente al giorno d’oggi)
Un paio di settimane fa stavo vedendo una vecchia registrazione di quella partita del 2001. E volete sapere una cosa divertente? Ho giocato anche abbastanza bene. Ho detto che era divertente perché vi dico una cosa: dubito ci sia anche solo una persona che era in quella palestra che ricordi una cosa che io ho fatto quel giorno. Perché quel giorno, presto gli occhi erano sul ragazzo che stavo marcando. Il signor nessuno. Era l’ultima partita da “signor nessuno”, ve lo dico subito. Faceva di tutto e lo faceva sembrare facile. Questa è una delle cose che ho notato rivedendolo dopo anni. Era come se la pressione che noi avevamo, lui non ce l’avesse. E poi un’altra cosa ho notato: ha avuto una partita COMPLETA. E voglio dire,  c’erano atleti, tiratori, schiacciatori,  future star del college. Futuri professionisti. Ma solo uno in quella palestra era già tutte quelle cose insieme. Quel camp lo ha letteralmente mostrato a tutti.
Alla fine della partita ho chiesto al mio coach l’unica domanda possibile “Ehi coach, chi è quello?”.
Lui ha scosso la testa, mi ha guardato come se il suo cuore stesse per spezzarsi. Come se mi stesse facendo sedere per dirmi che Babbo Natale non era mai esistito.

“ Quello” disse “Si chiama LeBron James”.

2) La mia esperienza a Toronto non si può riassumere in una scena sola. Come potrebbe una sola scena catturare il processo di crescita e formazione? La verità è che il mio momento a Toronto è una somma di momenti brevi, scene brevi con rapidi tagli che si rimettono insieme e fanno qualcosa con un significato.
Ok, ho appena descritto un montaggio.
– Rookie Chris, ancora un ragazzo tranquillo ma che si sta soprattutto abituando ad una nazione nuova. Ho 19 anni, vado nella mia prima casa da solo, alla mia prima partita di hockey, provo una cosa chiamata “poutine”. La gente è super amichevole. Tutti AMANO i Raptors, cosa che onestamente non mi aspettavo. Non pensavo avessero questa cultura del basket lì al Nord. Ma ho imparato velocemente. Ed ho anche imparato cosa è un “loonie”, e anche una o due parole di francese. Bonjour a tutti. Figo!
– Neve
– Aspetta, sono sullo stesso parquet di VINCE CARTER? E’ il mio primo training camp. Lui schiaccia su di me in allenamento e dice “Benvenuto nella lega, ragazzo” e tutte quelle cose lì. Terribile. Semplicemente terribile. Però guardando indietro era una cosa che ci si aspettava. Io ero lì su quel campo cercando di farmi notare e lui era lì ESSENDO VINCE CARTER. E’ surreale. Vince si impegna contro di me, io sono la scelta al draft e lui è…Vince. E lui vuole vedere cosa sono capace di fare. La pressione che lui metteva su di me mi faceva essere più aggressivo e dimostrare cosa sapevo fare.
– Fuori dal campo? E’ un Vince completamente diverso. Completamente un’altra persona. E’ una delle migliori persone di sempre nella lega e mi ha preso sotto la sua protezione. Nel mio anno da rookie è anche venuto a cena a casa mia un paio di volte, immaginate quando tornavo in Texas e dicevo che VINCE CARTER era venuto a cena a casa mia.
– Ancora neve (a Ottobre?)
– Sono a casa mia guardando gli highlights su SportsCenter ed è incredibile. Sono tutti della mia stessa draft class: LeBron, Melo, Dwyane, Josh Howard e vi dico, questi ragazzi crescevano bene. Le loro squadre erano nei playoff o ci erano vicine. Si stanno ambientando. E noi…avevamo vinto 66 partite. In due anni. Sommate.
– Più neve (ad Aprile?)
– Ok, al quarto tentativo ne abbiamo vinte quasi 50. Abbiamo fatto i playoff, spinto i Nets fino a gara-6 e io avevo 18+9 di media. Iniziamo a costruire qualcosa qui…
– Ancora neve (no dai, basta)
– Vedete, dicevo di noi che iniziavamo a costruire qualcosa. Ecco, sembrava proprio così, che in un momento stavamo mettendo le cose insieme ed a quello dopo…guardo il calendario e rivedo SETTE ANNI con i Raptors. Il contratto è finito, devo fare la mia prima decisione da adulto e, non voglio mentire, devo andare avanti ed andarmene. Ma ho solo amore per Toronto, vero amore, e nemmeno questa è una bugia. Amo tutto lo staff, i tifosi, la città, la cultura. E vi dico una cosa, una parte di me ha amato anche la neve.

3) Agosto 2008, siamo alle Olimpiadi di Pechino. E’ il giorno di riposo prima della finale con la Spagna e io Dwyane e LeBron ci incontriamo segretamente in una delle nostre stanze. Nessuno sa cosa stiamo facendo. E’ come in Ocean’s Eleven. Solo che invece di George Clooney, Brad Pitt e Matt Damon ci sono questi tre ragazzi del draft del 2003. Mancano due anni alla free agency ma noi stiamo facendo il nostro piano.
No, non è vero, sto scherzando.
Non è questo quello che è successo però è divertente perché molta gente pensa che è così che il nostro Big-3 si è formato. E dato che qui stiamo scrivendo una sceneggiatura mi sarebbe piaciuto che fosse stato veramente così. La storia è diversa, e se volete saperlo è molto meglio di così.
Mi sono incontrato con quattro squadre nell’estate del 2010, e mi hanno fatto tutte una buona impressione (beh, tutte tranne una che lascio indovinare a voi). Sapevo che mi stavano cercando ma non immaginavo che le loro proposte fossero così buone. Ho trovato la risposta su dove dovessi andare abbastanza velocemente, ma dopo ogni meeting onestamente pensavo “Qui potremmo fare qualcosa di davvero speciale”.
E’ un bel posto dove essere, ma è difficile esserci. La cosa che penso la gente sbagli quando pensa alla free agency è l’idea che i giocatori sappiano cosa li aspetta. Che lo sappiamo da prima, ma vi dico una cosa: io ho sottovalutato molto, troppo, l’intensità di questo processo.
Poi c’è stato un incontro migliore degli altri. Uno che è stato diverso.
L’ho capito quando ho visto la reazione di mio padre all’entrata di Pat Riley. Mio padre era venuto da Chicago per accompagnarmi negli incontri e la cosa divertente è che lui in realtà non è quel tipo di genitore lì. Però penso che volesse semplicemente vedere il tutto da vicino, almeno una volta. E quindi siamo lì io e lui e all’improvviso entra Pat.
Per mio padre, cresciuto negli anni Ottanta, Pat Riley era LO SHOWTIME, era HOLLYWOOD. Io ero stanco perché per me era il terzo meeting quel giorno, ma mio padre mi ha fissato come a dire “Ragazzo, mostra rispetto.”
Pat entra. Tutti siamo calmi, ci stringiamo la mano e ci sediamo. Con le altre squadre era più o meno sempre uguale: mostravano i loro PowerPoint, facevano vedere delle foto su un iPad, tipo “Qui sei con una maglia dei Nets” oppure “Qui sei in un gigantesco poster di fronte allo United Center. E cose così.
Con Pat non c’erano PowerPoint o iPad. C’era silenzio quando lui ha iniziato a parlare. All’inizio ho pensato che fosse strano perché tutte le altre presentazioni le avevano fatte i coach. Non sapevo come reagire. Poi ho guardato Spo, ho guardato Andy ed erano…non saprei nemmeno spiegarvelo, erano lì che lo ascoltavano rispettosi…è PAT RILEY, capito?
Pat dice “Ok, Chris, ti dico una cosa molto semplicemente”. Dice che gli Heat hanno abbastanza spazio per prendere me e LeBron e tenere Wade. Poi si toglie la giacca, si rimbocca le maniche e mette qualcosa sul tavolo.
GLI ANELLI. Proprio di fronte a me. Poi lui guarda a me e mio padre e dice “Questa cosa qui, è quello che conta.”
Ne abbiamo vinti due, non tutti ce la fanno a vincerne uno e noi ne abbiamo vinti due. Back-to-back. Il che vuol dire che abbiamo vinto, e poi abbiamo difeso il nostro titolo. Sono orgoglioso di me, Wade e Bron, ci siamo riuniti con molte aspettative e penso che giudicarci in quel momento fosse difficile per molte persone.
Credetemi, per me è difficile pensare che siamo già nella fase della Nostalgia per quegli anni, quando adesso siamo tra l’ultima stagione di Wade e il ritiro della mia maglia, ma siamo lì senza dubbio.
E mentre la gente guarda indietro a quegli anni e quelle squadre con un po’ di distacco sapete, penso che lo ricorderemo un po’ più affettuosamente di come facevamo mentre stava succedendo. In quel momento era tutto hype, ma penso che adesso quella squadra sia vista in maniera diversa. E penso che adesso la gente ora cominci a vedere quell’era per quello che era. Tre amici che si riuniscono per giocare a basket. Ecco cos’era.
E questo è il mio racconto di quegli anni.
Però secondo me non è nemmeno il periodo migliore, e sapete perché ? Perché sono la parte che tutti conoscono. E i grandi film funzionano così, scombinano le tue aspettative. Pensi che vadano da una parte e invece vanno dall’altra. Ti lasciano indovinare, senza mai dire qualcosa che tu sai già.
Ed in un modo strano…penso che tutti sappiano tutto quello che devono sapere sugli anni agli Heat. O almeno sanno la cosa che conta di più: ne abbiamo vinti due.

4) Mentre mi mettono nel tubo della risonanza magnetica vedo due dottori dietro il vetro. Guardano un computer e mi parlano attraverso gli altoparlanti. Fa paura. La macchina fa il suo lavoro, i suoi rumori e tutto quanto. Quando mi fanno uscire ci sono quattro dottori dietro il vetro, tutti insieme come se fosse qualcosa di serio. Poi entra un dottore, poi un altro. Mi alzo ed apro la porta “Allora? Cosa succede?”.
Tutti i sei dottori mi guardano e sono leggermente interdetti come se io stessi spiando il timeout della squadra avversaria. Uno dei dottori indica lo schermo del computer e dice “Vedi? Quello è un coagulo di sangue”.
Un coagulo di sangue.
Lo ripeto nella mia testa più volte e penso “Beh…sembra…non lo so cosa sembra. Immagino non sia buono ma imparerò tutto ciò che posso e si risolverà. Starò bene”. E’ incredibile pensarci adesso ma in quel momento pensavo che avevamo appena fatto la trade per Goran Dragic, a come sarebbe stata la nostra stagione, andavo avanti e indietro tra lo shock e il rifiuto.
Poi ho fatto una cosa molto velocemente. Ho chiamato mia moglie. Ho detto “coagulo di sangue” e lei… nessuno di noi due è un dottore ma lei? Poteva farlo in televisione, nessun problema. Ecco quanto è veloce lei con Google. Cerca “Coagulo di sangue” e il tempismo è perfetto perché Jerome Kersey, ex-ala NBA era appena morto per lo stesso motivo. Così mia moglie vede quello e dice “Chris, caro, devi fare ciò che ti dicono. Questa è una cosa seria.”
Poi vengo trasportato in un’altra stanza, mi mettono un tubo dell’ossigeno nel naso e mi danno un anticoagulante. Mi mettono un ago nella pancia per ripulire i miei polmoni e mi dicono che starò in ospedale “Almeno un altro paio di giorni”. Ma non si sa bene. Ogni giorno io penso “Andrò a casa oggi o all’improvviso la mia macchina comincerà a suonare e…poi? Quanto devo stare qui?”

Quanto devo stare qui?

Sicuramente è la domanda che ho chiesto di più e che ha avuto la risposta che volevo di meno. E poi due giorni sono diventati una settimana, che è diventata due settimane e poi…due settimane sono diventate LA MIA CARRIERA.

5) Ok, ecco l’ultima scena. Potrebbe tranquillamente essere la cena del mio ritiro che abbiamo fatto alla fine di marzo, la settimana prima del ritiro della mia maglia. Adrienne ha organizzato tutto in maniera eccezionale, invitando i miei amici, la mia famiglia, tutti. Era una delle ultime sere con la mia squadra. Non la mia squadra di basket, ma la mia SQUADRA, il Team Bosh. Era il tempo per riflettere, per festeggiare, una serata speciale.

Potrebbe essere il ritiro della mia maglia. Sapete, è divertente: fino a un certo punto pensavo fosse la stessa cosa di sempre, stavo facendo la stessa strada verso l’Arena, stesso parcheggio, stessse persone, come quando giocavo. Penso che quello fosse il modo di “difendermi” dalle emozioni di quella sera, dall’idea che quella era veramente l’ultima sera.

Ma per cosa sono così grato? Perché quando sono entrato in campo, Heat Nation, mi avete fatto uscire da quello stato. Era incredibile, come se VENTIMILA persone fossero lì, con me, ricordandomi di assaporare il momento, capite cosa intendo no? Era come se tutti mi diceste “No, Chris, ti amiamo ma NON E’ IL MOMENTO. Oggi non sei un giocatore della squadra, non serve quella routine, questa notte   E’ PER TE.”

Onestamente di tutti i regali che mi avete fatto negli anni voi tifosi, questo è il più importante di tutti. Non solo mi avete fatto uscire di scena nella maniera giusta, ma avete fatto in modo che io uscissi di scena nella maniera giusta. Ve ne sarò sempre grato.
Ma sapete una cosa? Per quanto perfetti fossero quei momenti per questa ultima scena penso che sceglierò qualcosa di più basso profilo. Un momento di circa due settimane prima. Una conversazione che ho avuto circa un mese e mezzo fa con mio padre.

I miei gemelli compiono gli anni il 15 Marzo, quindi abbiamo fatto questa riunione familiare, come una festa in piscina. Ed è venuto anche mio padre. Così i ragazzi stavano giocando in piscina e io e mio padre eravamo seduti e ridevamo di come siamo cresciuti: lui ora ha 60 anni e io ne ho quasi 35.
Poi c’è una piccola pausa nella conversazione.
Mio padre mi dice “Figlio mio, ma tu ti vedi mai a 60 anni?”. QUESTA è una Domanda. Sì, ci ho pensato, gli dico. Gli dico che io ho pensato a quando lui aveva la mia età, quando io avevo 10 anni e lui 35, e la mia figlia più grande ha 10 anni adesso. Quindi vuol dire che tra 25 anni quando lei avrà 35 anni io avrò 60 anni, esattamente come mio padre adesso.
Poi c’è stata un’altra pausa, più lunga. E ce la siamo goduta per poi riprendere a parlare, ridere, ricordare, condividere delle storie e guardare i ragazzi. Ma c’è quel momento al quale non posso fare a meno di pensare. Non posso fare a meno di pensare come noi viviamo questa nostra vita correndo, cercando di raggiungere i nostri obiettivi, incontrare le aspettative ed arrivare da un punto ad un altro. Poi ti guardi indietro ed all’improvviso la vita ti sembra breve, ti sembra che vada così velocemente. Da un momento all’altro da una scena all’altra. E tu ti senti spettatore della tua stessa storia, come se stessi recitando nel film della tua vita.

Poi ci sono quei momenti come quello che ho avuto vicino alla piscina, dove c’è mio padre da un lato e i miei figli dall’altro. E io ho 35 anni, ho fatto questa incredibile carriera e ho sposato una donna meravigliosa. E posso ripercorrere i passi uno per uno, di questa vita che mio padre ha fatto per me e che io sto facendo in questo momento per i miei figli, ed è la cosa più strana. Tutto improvvisamente è collegato, tutto sembra infinito.
Tutto sembra avere un significato.

Tra 25 anni mio padre ne avrà 85, mia figlia 35. Ed io ne avrò 60.

Riuscite a immaginarlo?

Onestamente, forse è l’ora di chiamare Spike. Forse, finalmente, posso.

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Marco Rao Camemi

Marco Rao Camemi

30 anni, siciliano, laureato in lingue. Amante di ogni tipo di Arte, di Musica, di viaggi, di cibo. Amante del Gioco più bello di tutti (ed anche di altri molto belli) a qualsiasi latitudine, tifoso da ormai due decenni di squadre dai colori improponibili ma riconoscente verso tutte quelle che hanno lasciato un segno. Nick Van Exel come primo idolo, Steve Nash come ispirazione, Kobe come Kobe. Poi basta perchè i 24 secondi sono finiti.