The Green Monster

Pubblicato da Leandro Nesi il

Hulk is not sorry. Hulk is Hulk.

Draymond Green è quel giocatore che se hai nella tua squadra sei felice ma può essere che ci litighi lo stesso (nel dubbio citofonare a Kevin Durant). È quel giocatore che se hai contro ci litighi sicuro.

Strafottente, provocatore, una radio. Non sta zitto per due possessi in fila.

Incontrollato.

Incontrollabile.

Devastante.

Un giocatore senza il quale oggi non staremmo assistendo alle quinte Finals consecutive di Golden State, giocatore che in campo è insostituibile:

sa far tantissime cose e solo una minuscola porzione di quelle cose finisce a tabellino. Gli assist, sicuro. I rimbalzi, le stoppate, certo. Qualche punto, ovvio.

Ma nessuna di queste è il suo vero punto di forza. Non è un élite scorer, anzi. È un buon rimbalzista, sicuramente, ma non in top10 NBA per intenderci. Non è un passatore di quelli che ti fa dire: “ma dove diavolo è passata quella palla?”. Non è uno stoppatore devastante, scenografico.

Eppure, subito dopo Stephen Wardell Curry, se chiedeste agli addetti ai lavori chi è fondamentale per quel sistema, ricevereste risposta quasi unanime:

Draymond Jamal Green. 

Prima che si alzino troppe sopracciglia, lo si dice subito: Kevin Durant è un tassello importantissimo per Golden State. Senza di lui anche solo centrare le ultime tre Finals non sarebbe stato scontato come in realtà è stato. 

Verrà il momento di parlare del #35, “ma non è questo il giorno“.

Kevin Durant è una meravigliosa aggiunta in un sistema perfetto, capace di vincere 73 partite in stagione regolare e di quasi vincere il secondo anello consecutivo, e se c’è una quasi davanti a quel secondo anello consecutivo, parte dei demeriti vanno anche a Green, reo di essersi fatto squalificare proprio sul più bello. 

Ma… se non è in top10 NBA per punti, rimbalzi, assist e qualunque altra voce statistica… come cazzo è possibile sia così importante in quella che senza dubbio è una delle migliori squadre di sempre? 

Presto detto: 

– Mentalità 

– Intelligenza cestistica

– Umiltà 

Mentalità

La cosa speciale di Green è che gioca ogni singolo possesso di ogni singola partita come se da quell’azione dipendesse il suo stipendio, come se fosse ancora un rookie e dovesse guadagnarsi un minuto in più in campo
Reggie Miller
Former NBA player

Draymond Green è un vincente. Draymond Green è la persona cui se chiedete con che chiamata è stato scelto, vi risponderà senza esitare: la 35. Ogni atleta NBA scelto al draft sa dirvi a che punto del draft è arrivata la chiamata. Non so quanti, però, specie fra quelli al secondo giro, sarebbero in grado di dirvi tutti quelli scelti prima. 

Tutti. 

Sembrerà una cazzata, ma non è una cazzata. Quelle 34 persone Draymond le ha segnate nella sua Blacklist. Ha lavorato ogni giorno con un pensiero in testa: “secondo tutti voi, ci sono 34 persone migliori di me per giocare in NBA”.

Il draft del 2012 ha prodotto sei All-Stars: Anthony Davis, Bradley Beal, Damian Lillard, Andre Drummond, Draymond Green, Khris Middleton. Khris è stato addirittura scelto dopo Draymond. Tutti gli altri, beh: non All-Stars.

Kidd-Gilchrist, Waiters, Thomas Robinson, Harrison Barnes, Terrence Ross, Austin Rivers. Questi solo per citare quelli nei primi 10.

Su quel draft e sui motivi per i quali Green sia sceso così in basso si potrebbe aprire un bel dibattito e qui in parte se ne discute. In estrema sintesi, il ruolo: era fisicamente a metà fra un 4 e un 5, un tweener, non particolarmente apprezzato in quella NBA. L’età: quattro anni di College non lasciano sperare in ampissimi miglioramenti. Il carattere fumantino. 

La mentalità è la stessa che gli consente di giocare 5 anche se non avrebbe nè muscoli nè centimetri per farlo, neanche nell’NBA positionless di questi anni. Quella che gli ha consentito, quest’anno, di perdere i chili di troppo che aveva accumulato fino all’All-Star Weekend. Quella che lo ha portato ad essere in forma perfetta per questi playoff, e gli ha consentito di fare un step-up pauroso quando Kevin Durant si è infortunato. 

C’è un dato che è impressionante: 

Draymond Green in stagione regolare ha smazzato 462 assist.

Assist per Steph : 107

Assist per Klay   : 117

Assist per KD     : 100 

Un distributore automatico. Una macchina. Quasi lo stesso numero di assist ai tre maggiori interpreti dell’attacco di Golden State. 

https://www.pbpstats.com

Se pensate che sia un caso, potete anche chiudere questo articolo. Non è un caso. Il tutto è figlio di una mentalità, che ha portato Draymond a capire quanto fosse importante che ognuno dei suoi tre cannonieri avesse lo stesso numero di passaggi. Non c’è bias. Non c’è uno spostamento di un millimetro dall’equilibrio perfetto, lo stesso equilibrio che da sempre predica Steve Kerr e lo stesso equilibrio che porta Golden State ad avere 3 SuperStar contente di star lì, ognuna con la giusta quantità di tiri.

Draymond nell’ultimo anno senza Durant prendeva circa 10 tiri a partita.

Quest’anno ne ha presi poco più di 6.

Non gliene frega un cazzo di quanti punti fa.

Lui vince le partite.

Questo non fare punti fa sì che qualcuno dica che potrebbe non valere il massimo salariale, che in un contesto diverso non varrebbe tanto; chiaro che il contesto Golden State aiuti. Chiaro che avere accanto Klay, Steph e Kevin aiuti. Ci mancherebbe. Ma se questo non è un giocatore da massimo salariale non so veramente chi possa esserlo. 

Intelligenza cestistica

Se giochi bene in attacco vinci le partite, ma se giochi bene in difesa vinci i campionati

Zeljko Obradovic
Coach

Draymond non è il più alto, non è il più grosso, non è il più veloce dei difensori. Eppure state pur certi che sarà sempre al posto giusto. I suoi aiuti saranno sempre puntuali, perfettamente verticali. Le sue rotazioni efficacissime. I suoi assist perfettamente a tempo. Di nuovo: se non è il fisico, deve essere la mente. E non è il fisico. Spesso, Draymond Green è un paio di passaggi avanti a tutti. A volte, anche quattro o cinque.

Parte 2:

Umiltà

It's not about any one person. You've got to get over yourself and realize that it takes a group to get this thing done. 

Gregg Popovich
Coach

Non è detto che questo sia il termine più adatto per indicarlo, ma potrebbe avvicinarcisi molto. Mai un “io”. Sempre un “noi”. Mai una forzatura. Lui è quello che non prende i tiri perché ci sono altri migliori di lui. Il primo a litigare con il Durant di turno quando viene preso da idee che prevedono un “io” maggiore di un “noi”. Il primo ad accusarsi di una palla persa se il suo passaggio non è perfetto. Il primo a ringraziare, su ogni tiro che va a segno, il compagno che ha servito l’assist. Il primo a caricare il compagno che sbaglia, come nel caso di Jordan Bell e la sua schiacciata sbagliata in campo aperto in un momento delicato della serie contro Portland. 

“Lui ha sbagliato un tiro? E lui? Io ho sbagliato, lui pure. E’ tutto a posto, continua a muoverti.”

L E A D E R S H I P.

Il nuovo Draymond

“Ho visto mio figlio tirare e fare flop. Gli ho detto che dovrebbe guardar meno NBA”. Tradotto, gli ho detto che dovrebbe guardar meno quel che faccio io. Draymond, vedendo suo figlio prendere alcune sue “abitudini” ha deciso di cambiare. Ha deciso di dedicarsi completamente al gioco. I risultati, in questi playoff, sono stati straordinari.

Ho più volte scritto che non è un giocatore di elìte nello scoring, nel passing e nel rebounding. La determinazione con cui fa le cose, però, fa tutta la differenza del mondo:

Guardatene le entrate. I suoi “AND ONEEEEEEEE” urlati al mondo. I muscoli mostrati. Ogni entrata è per far canestro. E ogni canestro vuole anche il libero supplementare. Quest’anno tira molto meno da lontano, per ora. Perché in quella soluzione non è abbastanza efficiente per i suoi standard. C’è stato un momento della stagione in cui aveva più assist e rimbalzi che punti di media. Era fine marzo. Non esiste un giocatore che ha avuto a fine stagione più assist e rimbalzi che punti di media. Ha chiuso con 7.4 punti, 7.3 rimbalzi e 6.9 assist.

Guardatene i passaggi. Traccianti. Sono dei laser. Mai un passaggio soft. Mai un passaggio lento. Il passaggio è sempre una cannonata. Ogni ricezione di un giocatore dei Warriors su passaggio del 23 è un tiro pronto per essere preso.

Guardatene i rimbalzi. Strappati, spesso contro giocatori più alti di lui, più grossi di lui, solo con meno voglia e ardore. 

Estendere il vantaggio

Il basket, nella sua sintesi più estrema, è un gioco di vantaggi. L’attacco ne deve saper acquisire uno, per far canestro. Nei sistemi “alla Golden State”, acquisire vantaggio non basta: l’idea è di estendere quel vantaggio fino a quando il tiro non è il più pulito possibile, fino a quando lo schiaffo della retina diventa la naturale conseguenza di tutto quel che si è visto nei precedenti venti secondi. Gli Spurs dell’ultimo titolo erano dei meravigliosi esperti del “good to better”, del rinunciare ad un buon tiro alla ricerca del tiro migliore. Golden State spesso rinuncia anche al tiro migliore, per averne uno meraviglioso. Non è facile. Per farlo, è necessario che ognuno dei 5 in campo si muova con i tempi giusti, nei modi giusti. È necessario essere altruisti ed essere capaci di rinunciare anche agli ottimi tiri, se il compagno ne può avere uno perfetto. È necessario capire quando il tiro è davvero perfetto. Ed è necessario saper estendere il vantaggio che il proprio compagno ha guadagnato.

Ecco.

Ci siamo.

Draymond Green è il migliore della Lega ad estendere il vantaggio che un suo compagno sa guadagnare. Non fra i migliori 10. Non fra i migliori 5. Non è in top 3. È il migliore.

Draymond Green vive per estendere i vantaggi che il sistema di coach Kerr crea. Vive per crearne. Vive per essere quel tassello fondamentale di altruismo ed intelligenza senza il quale Golden State non esisterebbe. 

The Green monster

L’amore non è cieco, è selettivamente miope 
Hulk
Marvel Hero

Draymond Green non può essere un giocatore amato, non dalla massa. Non ha un talento debordante. Non è naturalmente simpatico. Non ha una storia alle spalle che fa tenerezza. Ha preso a calci nelle palle una volta di troppo Adams, per essere amato. Un dito nell’occhio a LeBron e un altro ad Harden. Una sequela infinita di tecnici, uno dei quali è come detto sopra forse persino costato un titolo. Un simulatore.

Ma nessuno, nessuno vuole vincere più di lui. Non amatelo, non amiamolo, che forse neanche ne ha bisogno. Rispettiamolo però per quel che è: uno dei migliori agonisti della Lega.

Il caratteraccio, gli eccessi, le urla: 

“La gente le chiama imperfezioni, ma non lo sono. Sono la parte essenziale.”

Green non è come vorremmo fosse.

Green è come serve che sia.

Non esiste amore più grande di quello di Draymond per il Gioco e per la Vittoria.

E di fronte all’amore per il Gioco e per la Vittoria, non mi importa tu sia reputato uno stronzo o un mostro. 

Lo dice lui: “If you don’t have the mindset that you’re the best ever, you’ve already failed. And that has been my mindset since I can remember. That will be my mindset  as long as I can remember anything. That I’m the best ever at what I do. And everyday I step on the basketball floor I will strive to be that. But my mindset will always be as such as I’m the best to do what I do. And that will give me the shot to be the best.  […] You don’t just mistakenly become great at something.

“Se non hai la mentalità di pensare che sei il migliore di sempre, hai già fallito. Questo è stato il mio modo di pensare fin da quando ricordo, e sarà il mio modo di pensare fino a quando sarò in grado di ricordare qualcosa. E ogni volta che scendo in campo, inseguo quell’obiettivo. Penserò sempre di essere il migliore a fare quello che faccio, e questo mi darà la possibilità di diventare il migliore. […] Non diventi per errore grande in qualcosa.”

Non ho nulla da aggiungere.

Buone Finals, Green Monster.


Leandro Nesi

Leandro Nesi

Leandro Nesi, nato in Scozia ma Romano di Roma, 28 anni, felicemente sposato. Dottorando in ingegneria meccanica teorica e applicata. Amo il Gioco, detesto il tifo, specie quello con la t minuscola, che impedisce le discussioni. Simpatizzo per i Jazz e per LeBron, che mi hanno fatto innamorare della palla a spicchi. Di una partita guardo i giochi e gli schemi, di un giocatore gli aiuti in difesa e i tuffi sul parquet. Se c'è tattica, sono nel mio mondo. L'NFL e il tennis sono sul podio dei "miei" sport, dopo il Grande Amore (sportivo) che è il Basket.