Kyrie Irving – “That Kid”

Pubblicato da Luca Falconi il

LeBron ha chiamato lo schema.

Palleggio, step back e tiro.

Manca pochissimo al termine, sarebbe il 92-89. Tutto il mondo guarda con il fiato sospeso: è giunto il momento di brillare.

Nel DNA di questo ragazzo c’e pura magia, fatta per incantare chiunque sia abbastanza fortunato da vederlo giocare dal vivo. Esitazioni, cambi di mano, quell’English che riporta indietro nel tempo, facendo sentire il profumo di una pallacanestro della quale si legge ormai solo nel rantolo di qualche nostalgico.

Il basket è uno sport in cui dieci atleti si mostrano in campo. Lo sport di squadra in cui il singolo gesto di un compagno ti porta a vincere o perdere una partita.

"Ho sempre saputo che quel ragazzo fosse speciale"
LeBron James

Quel ragazzo” nasce da Drederick, ex giocatore pseudo professionista, e da Elizabeth, pallavolista a Boston University, dove i due si sono conosciuti. Quando il figlio ha tre anni, papà Drederick decide per lui che un giorno giocherà in NBA.

E’ nel suo destino.

Nonostante i problemi fisici patiti al college, che gli hanno fatto disputare 11 sole gare con la Duke del leggendario coach K, viene chiamato con la prima scelta assoluta al draft.

Per la prima volta in vent’anni dalle parti di Durham un freshman è la point guard titolare: l’ultimo prima di Kyrie fu lo sfortunato Jay Williams, seconda chiamata al draft del 2002. Già nelle prime partite il ragazzo mostra personalità da vendere, chiamando schemi senza nemmeno guardare il coach. Contro la Michigan State di Draymond Green, che “nemmeno sapeva chi fosse” prima di giocarci contro, il tabellino dice 31 punti su 12 tentativi. Tom Izzo, iconico allenatore degli Spartans, ricorda ancora la partita di Irving come quella di un giocatore che, “praticamente da solo”, spazzò via una delle migliori squadre della nazione.

 

“Sarai uno dei giocatori migliori della tua generazione”
Mike Krzyzewski
Coach, Duke University & USA national team

Dopo un infortunio patito contro la Butler di Brad Stevens, l’ultima gara di Irving al college sarà alle sweet sixteen del torneo NCAA: avversaria l’Arizona di Derrick Williams, il cui nome verrà pronunciato al draft 2011 immediatamente dopo il suo. Partendo dalla panchina, “quel ragazzo” segna 28 punti in 31 minuti, purtroppo non sufficienti per permettere alla sua squadra di vincere.

Kyrie non dimenticherà mai quella gara.

Il futuro però è lì, appostato fin dall’inizio in sua attesa, e ha in serbo per lui qualcosa di decisamente più grande.

Il numero 1 che porta sulla maglia, un privilegio raro concesso a Duke, rappresenta tutto quello che Irving vuole essere.

Cleveland, Waiters e LeBron fanno parte dei primi anni della sua carriera professionistica, dove sulla maglia non c’e però traccia del numero tanto amato. Il 2 è il numero che rappresenta a pieno il ricordo che i tifosi Cavs e gli appassionati NBA associano all’esperienza di Irving nell’Ohio, per motivi che tutti conosciamo. LeBron è una delle figure più polarizzanti mai comparse nella lega: come per Jordan prima di lui, nessun compagno di squadra potrebbe osare ritenersi al suo livello. Kyrie però non è tipo da accontentarsi.

Quel ragazzo pensa che sulla copertina della sua storia debba esserci stampata un’immagine diversa dall’istantanea del tiro in step back nel titolo di LeBron per Cleveland.

L'Instagram di Irving dopo il titolo con Cleveland

Siamo nell’estate 2012, Irving ha appena concluso la sua stagione da rookie in una Cleveland disastrata. Lo scenario è quello del training camp della nazionale americana di pallacanestro, durante lo stage di avvicinamento alle olimpiadi di Londra. Kobe Bryant è entrato per la decima volta in carriera nel primo quintetto NBA, a due anni dal suo ultimo titolo con i Lakers.

Kyrie è abituato ad affrontare senza paura tutti gli avversari che si siano trovati sul suo cammino verso la grandezza e, nonostante quella che è una vera e propria idolatria verso il #24 gialloviola, al termine dell’allenamento si avvicina senza esitare a Bryant.

Davanti a lui quello che è a tutti gli effetti uno dei monoliti “Kubrickiani” nella storia della lega, un giocatore che ha visto affissi a ogni latitudine del mondo manifesti raffiguranti il suo inconfondibile volto.

“Non sono un ragazzino liceale che ha paura di te. Sono qui e ti voglio sfidare uno contro uno”

In palio 50 mila dollari da devolvere in beneficenza.

Hai giocato due partite al college, tu SEI un ragazzino del liceo”, gli fa eco Kobe.

Ad alcuni servono trenta partite, ad altri undici.

“Non sono un ragazzino liceale che ha paura di te. Sono qui e ti voglio sfidare uno contro uno”
Kyrie Irving

Boston, la Boston in cui si sono conosciuti Drederick ed Elizabeth, torna nella storia di Kyrie. E torna anche il numero 1(1), a suggellare un matrimonio che sembra sancito da una sorte fin troppo annoiata.

La Boston che si è innamorata di Isaiah Thomas al punto da affibbiargli il soprannome di “King in the fourth”, richiamando l’ormai onnipresente opera di George R.R. Martin.

La Boston composta dai cagnacci Crowder, Smart, Bradley e lo stesso IT, con una voglia di lottare e un’ambizione che superarono decisamente il talento in gioco, fu una delle più elettrizzanti di cui i fan dei Celtics abbiano memoria. In una città che rischia quest’anno di festeggiare per la terza volta da Novembre la vittoria di un titolo nazionale, non sono i trofei l’unica discriminante per la valutazione di una squadra. L’alchimia di quei Celtics rispecchiava dannatamente a pieno i principi fondanti di quelli del compianto Red Auerbach. Quegli stessi principi ereditati ora da Ainge e da Stevens, pietre angolari di un progetto che, nelle stesse parole del GM Bostoniano, ha come unico scopo quello di creare una dinastia vincente nel lungo periodo.

I grandissimi costruiscono la loro gloria su un’unica giocata, quel quid che permette a un giocatore di scolpire il proprio nome sulla metaforica lastra che raccoglie la storia della lega: la memoria degli appassionati.

NBA.com

Dopo gara 3 delle Eastern Conference Finals del 2017, eroicamente vinta da una Boston orfana di Thomas, Irving rende nota alla stampa tutta la sua ammirazione per il modo in cui Stevens fa giocare i propri giocatori. La capacità del coach dell’Indiana di saper massimizzare il materiale umano a propria disposizione colpisce Irving in maniera prorompente, entusiasmandolo all’idea di poter giocare per lui.

Ad agosto dello stesso anno, il suo desiderio verrà esaudito.

L’infortunio di Hayward, arrivato in città in concomitanza con Irving, permette al gruppo di cementificarsi. L’ulteriore assenza forzata di Irving completa l’opera e va a pungere i Celtics nell’orgoglio. La reazione rabbiosa della truppa che si presenta ai playoff del 2018 sorprende tutti, con la cavalcata che scalda il cuore del TD Garden e che si conclude ancora una volta contro lo scoglio LeBron, in una gara 7 da tramandare ai posteri.

In quella gara 7, giocata a Boston, Kyrie non si presenta.

“Irving è un bravo ragazzo e ha preferito stare a casa per non rovinare la sua immagine pubblica”
Danny Ainge
General Manager, Boston Celtics

C’è poco da fare: i tifosi non riescono ad amarlo. Per quanto bene possa giocare, per quante acrobazie riesca a fare sul parquet, nonostante tutti i tiri fuori equilibrio o in penetrazione, semplicemente non sembra scattare la scintilla. Boston è una città che si innamora sportivamente degli underdog, quelli su cui nessuno scommetterebbe: i Tom Brady scelti al sesto giro. La storia di Irving somiglia invece assai più a quella di un predestinato alla grandezza, una storia incarnata dall’odiato Payton Manning.
La cavalcata dei giovani Celtics si fa strada dentro Kyrie fino a diventare una logorante maledizione: tutti i più grandi, d’altronde, hanno dentro quel fuoco che rischia di bruciarli.
Quanto gli pesa non essere lì con loro, non poter essere determinante, non avere la chance di sedersi al trono di chi della lega è padrone.
Quanto gli piacerebbe essere quel Prometeo che accenda il fuoco dei tifosi, che da tempo si trovano tra le mani dei semplici tizzoni. Dell’eroe greco, Kyrie condivide però solo il destino che lo tiene legato a quella maledetta panchina.
Ma quello successivo sarà un anno differente, Kyrie lo sente.
Con Stevens inizia a giocare il suo miglior basket. Il genio dell’Indiana gli affianca spesso in campo Smart, che ben presto prende il posto in quintetto di Brown, con il beneplacito del numero 11.
Per tutta la stagione i Celtics vivono sulle montagne russe, guidati da un eroe umorale che mostra tutti i suoi limiti nella gestione di se stesso e di chi gli graviti attorno.
A Gennaio le certezze di Kyrie iniziano a scricchiolare. Per uno come lui, il passato è sempre qualcosa a cui guardare e da cui farsi guidare.
Eppure, per una volta, questa volta, decide di mettere da parte l’orgoglio che lo ha accompagnato finora.
Chiede scusa a LeBron per non aver saputo apprezzare la sua leadership. Capisce che la vera forza non risiede dentro se stesso, ma nella capacità di fidarsi degli altri.
Fiducia.

Una parola che Kyrie ha sempre trovato strana, aliena. Nessuno sa meglio di lui come niente duri in eterno.
“Quel ragazzo” inizia a pensare che non è sempre facile realizzare i propri obiettivi. Comincia forse a realizzare di giocare in una squadra che senza di lui ha raggiunto le finali di Conference.
È però un’illusione destinata a svanire immediatamente: le dichiarazioni con cui accusa i compagni più giovani risuonano per tutto l’anno nella testa dei tifosi bostoniani.
Qualcosa si spacca nella Beantown, quel qualcosa che ha fatto innamorare tutti e che non si rivedrà nel 2019.

"Le catene dell'abitudine sono troppo deboli, finché non diventano troppo forti per essere spezzate"
Samuel Johnson
Critico letterario Inglese del XVII secolo

Ecco che Kyrie inizia la sua personale guerra contro i media, che lo pizzicano durante l’All star game a parlare con Durant.
C’è chi giura di poter leggere nel labiale dei due un riferimento a New York e i Knicks.
Dopo un finale di stagione in cui addirittura Hayward appare in ripresa, è tempo di affrontare i Pacers orfani di Oladipo. Lo sweep rifilato alla franchigia dell’Indiana carica l’ambiente, riportando l’entusiasmo di inizio stagione.

Le speranze celtiche vengono però spazzate via da un dio greco impossibile da arginare.

Irving riscopre la sua parte di anima mortale, quella con cui non è abituato a fare i conti.

Non è il solo a deludere.

Delude Stevens, che dopo la prima gara stravinta dai suoi a Milwaukee, non riesce a trovare contromisure all’attacco dei Cervi, via via alimentato dagli scudieri di Antetokounmpo, i Connaughton, gli Hill, gli Ilyasova. Giocatori che scendono in campo con la fame di chi ha tutto da dimostrare.

Il pubblico del TD Garden, abituato a vedere ettolitri di sangue celtico versati sul proprio campo, non riesce a tollerare che questa volta sia il verde dei Bucks a scorrere sul parquet.

D’altronde, quello è lo stesso pubblico che ha assistito due anni prima alla venuta del profeta Isaiah, che con la bocca spaccata infilava 53 punti e trascinava i Celtics a una vittoria all’Overtime contro i Wizards.

True Shooting% dei Celtics ai playoff, 2018 vs 2019

Delude Horford, che si trova a dover sopperire alle carenze offensive degli altri e vede la sua caratteristica efficienza calare a picco.

Scompare Baynes, vero ago della bilancia nella serie del 2018 contro Phila, che sembra l’unico a poter reggere fisicamente contro Giannis, ma che dal perimetro spara a salve.

Regrediscono anche i ragazzini, con Tatum e Rozier ombra di loro stessi e spesso autori di scelte di tiro pessime.

Soprattutto, delude Kyrie, che alla prima occasione per brillare senza LeBron, con le attenzioni di una delle migliori difese NBA concentrate su di lui, dà vita alla sua peggior post season, sia dal punto di vista dell’efficienza (tirando col 38% dal campo), sia da quello della produzione offensiva (con il più basso valore di Offensive rating nei playoff in carriera).

Irving cerca di reinventarsi assistman e di mettere in ritmo i compagni più incisivi, che con lui in campo migliorano effettivamente la loro efficienza.

TS% PO'19 Horford, Tatum, Brown. Irving OFF COURT, FG 24/59
49.5%
TS% PO '19 Horford, Tatum, Brown. Irving ON COURT, FG 115/250
57.2%

E’ troppo poco, però.

Kyrie ha lasciato Cleveland per uscire dal nido, spiegare le ali e avventarsi dall’alto sulle sue prede. In nessun momento della serie contro i Bucks mostra di poter essere un uomo franchigia, di poter rappresentare per Boston quello che Kawhi Leonard è stato per Toronto o lo stesso Giannis per Milwaukee.

Boston tira con il 37.7% dal campo (132/350) nelle ultime quattro gare contro i Bucks. Il paradigma della stagione dei Celtics è tutto qui: nelle vittorie Boston ha tirato con il 48% in regular season e con il 46% ai playoff. L’umoralità di un attacco altalenante influenza anche l’intensità difensiva, che solo a sprazzi ha ricordato quella della stagione 2017/18.

Il basket è uno sport semplice, in fin dei conti, in cui chi segna più canestri vince.

"Si incontra spesso il destino sulle strade che si percorrono per evitarlo"
Jean de La Fontaine
Favolista francese

Le dichiarazioni rilasciate da Rozier a ESPN, in cui l’ex Louisville lancia un pesante “j’accuse” contro Irving e la sua tendenza a “volere che si facciano le cose come vuole lui”, corona alla perfezione quella che è una delle stagioni sportive più dimenticabili della storia Bostoniana.

A fine stagione, lo sanno ormai anche i muri, Irving avrà la possibilità di firmare per un’altra squadra. Si potrebbe dire che laddove un vincitore trova motivazioni, un perdente trovi vie d’uscita.

Che la si chiami Moira, destino o ruota karmica, quel che è certo è che non c’è mai un momento in cui chiunque possa cambiare totalmente la direzione presa dalla propria vita.

Cambia poco se quel ragazzo di Brooklyn deciderà di tornare dove è cresciuto, per risentire il profumo di Rucker Park e del cuoio consumato che ancora gli pervadono i ricordi, o se insisterà nel tentativo di incidere il suo nome nella storia della franchigia più titolata in NBA.

La voglia di grandezza di Kyrie rimarrà sempre lì, saldata nel suo spirito.

A bruciare tutto quello che entri a contatto con lui.

E’ che Boston è questa: un eterno turbinio di ogni cosa. Nel mezzo ci son grida, botte, manifestazioni di orgoglio. Crepitii, denti rotti, pugni sui muri. Strazi.

Al TD Garden ci si infiammerà sempre più per chi si lanci su quel parquet nel tentativo di recuperar palla, piuttosto che per chi la palla la sappia accarezzare con maestoso talento. E non è che una cosa sia più giusta dell’altra; certe storie nascono sbagliate, ma non è detto che lo sbaglio sia stato di chi ci ha provato.

“It's a treat to watch him play every night”
Brian Scalabrine
Color commentator, Boston Celtics

Già, è stato un piacere, Kyrie..

Nella Beantown si ricorderanno di quell’abbacinante talento, così tanto più vicino allo “Showtime” che a tutto questo viscerale bisogno di “Pride”.

Rimandando indietro il nastro lo rivedranno al TD Garden di quella sera d’autunno, dove col microfono in mano diceva che se Boston avesse voluto, avrebbe firmato in estate.

Magari questo desiderio manca ad entrambe le parti. Nei mesi si è percepito questo vacillare da parte di Irving, in preda a dubbi che i tifosi stessi forse non hanno mai il privilegio di avere.

Irving è quel ragazzo che bramava di essere il leader mentre, al contrario di come dovrebbe fare un leader, raccontava ai giornalisti dei problemi che ci sono in quello spogliatoio. Puntando il dito contro gli stessi giovani per cui sarebbe dovuto essere un punto di riferimento.

Non è questo il ruolo dello spirito guida. I giovani vanno presi per mano e le porte dello spogliatoio devono rimanere chiuse, a tener fuori ogni mediatica “contaminazione”.

Malgrado sembrino parole dure credo sia sbagliato per tutti, serbare rancore.

Kyrie è semplicemente diverso, per indole è diametralmente opposto da quel contesto.

Quel ragazzo sfrutta il proprio talento in maniera diversa.

In fondo è sempre stato lontano e non credo che, al momento di un addio, si possa provare nostalgia per chi in fondo non si è mai amato.

Uncle Drew è nato per essere un “nemico”. Tra il migliore dei nemici.

Kyrie Irving non è un “effort guy” che si lancia in una rissa o alla difesa spasmodica di un pallone, ma non è neppure un “team guy“. Se non vuoi essere uno, devi essere l’altro.

Perché ci sono diversi modi, per essere leoni.

Già, leoni…

Ho sempre pensato che la poesia fosse un dolce, nudo ruggito.

Ecco, Kyrie Irving è stato per Boston quell’unica poesia a non far rumore.

Avete presente quel momento in cui si sta per scatenare la bufera ed il cielo si fa nero? Quando progressivamente i tuoni si iniziano ad accendere e la pioggia sembra voler prendere la rincorsa, prima di cedere copiosamente d’impeto?

Tutto è ancora per un attimo silenzioso, ogni cosa sembra fermarsi. Anche il tempo.

Le foglie cadute a terra restano immobili, prima di danzare tumultuose come schegge in circolo.

Ecco, Kyrie vive dentro quell’attimo, e non per rimanere impresso nei “forse”, ma perché è bloccato in quel limbo e, qualunque sarà la sua scelta da qui a breve, c’è la forte possibilità che venga scagliato in quel vortice.

L’unica chiave che ha per eludere la tempesta è quella di diventare esso stesso, tempesta.

Come fosse l’unico modo per vincere l’impervia:

abbracciarla per lasciarsela entrar dentro.

Credo che tutti, dal tifoso Celtics ad ogni persona che ami l’estetica della pallacanestro, dovrebbe augurargli il meglio, senza doversi sforzare di provare rancore o spremersi per ottenere un pianto; perché le lacrime sono come l’amore, partono sempre uscendo dal cuore.

In qualsiasi modo dovesse andare ed ogni direzione si decida di prendere, “quel ragazzo” ora ha bisogno d’incontrare la tempesta, prima di guadagnarsi, finalmente, un posto fra le stelle.

Luca Falconi e Simone Severi

Luca Falconi

Luca Falconi

Classe ’92, cittadino del mondo, drogato di USA, basket e analytics. C’è tutto quello che serve sapere su di me, sì?

Simone Severi

Simone Severi

Classe (poca) 1985. Papá, malato di pallacanestro, dirigente di una squadra di Prima Divisione. Mischio parole per necessità personale; perchè nel bene e nel male ci portiamo dietro qualcosa, e dentro c'é una storia da raccontare.

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Luca Falconi

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