Drazen Petrovic: in viaggio verso il mito

Pubblicato da Mikhail Laurenza il

Non è facile parlare di Drazen Petrovic per un non croato, ciò che è più complicato capire dall’esterno è cosa abbia significato per quel popolo in quel particolare momento storico. E’ qualcosa che va ben oltre lo sport, oltre il semplice tifo; i croati ancora oggi vedono in lui una sorta di eroe nazionale, non meno di quel Josip Jelacic che circa 150 anni prima dichiarò l’indipendenza del Regno di Croazia dall’Ungheria

Ho la fortuna di avere tra i miei più cari amici un ragazzo zagabrese, arrivato in Italia all’età di 8 anni con la sua famiglia, con cui ho giocato per diversi anni e col quale mi intrattengo spesso a parlare dello sport più bello del mondo. Discorso dopo discorso grazie a lui ho sviluppato negli anni un amore viscerale per il “diavolo di Sibenico”, tanto che non di rado mi ritrovo a simpatizzare Croazia quando l’Italia viene eliminata (spesso purtroppo anticipatamente) dalle competizioni internazionali

Come molti ho letto della sua vita, le sue statistiche, i suoi racconti; ho visto i suoi video tra i quali ovviamente “Once Brothers”, il meraviglioso documentario di ESPN con protagonista Vlade Divac che racconta della nascita della loro amicizia e della sua brusca conclusione in seguito al controverso episodio avvenuto dopo la vittoria dei mondiali di Argentina dell’allora Jugoslavia contro la Russia nel 1990: un ragazzo croato entra in campo per festeggiare il successo, ma la bandiera che sventola è quella utilizzata dai cosiddetti “ustascia”, i componenti del movimento indipendentista croato di estrema destra guidato da Ante Pavelic. Divac, serbo, lo nota e gliela strappa dalle mani non tanto (come ha sempre affermato) per una questione di rivalità etnica, ma perché in quel momento quel simbolo sembra un gesto di disprezzo e di divisione verso un gruppo di ragazzi (fra gli altri Paspalj, Perasovic, Savic e Kukoc, rappresentanti dell’indimenticabile Jugpolastika Spalato vincitrice di 3 Coppe Campioni consecutive) che si era appena rifatto con gli interessi della sconfitta contro i sovietici nelle Olimpiadi di Seoul ’88. Petrovic, non accortosi di nulla, verrà a sapere il tutto successivamente dai media croati che avevano probabilmente gonfiato l’episodio e da lì in poi non parlerà mai più al suo amico fraterno, entrambi inconsapevoli di quello che sarebbe successo tre anni dopo

I numeri, gli aneddoti e gli highlights trovati qua e la su Youtube non bastavano però per capire la grandezza del ragazzo riccioluto e della venerazione che il suo popolo prova nei suoi confronti; dovevo recarmi a Zagabria per avere tutto più chiaro e toccare con mano quello che avevo solo incamerato indirettamente. L’occasione mi capita fra le mani tre anni fa quando Marko, il mio caro amico di cui sopra, mi invita a passare le vacanze di Pasqua nella sua terra natìa, proprio a Zagabria, quartiere Rudes, dove si parla sostanzialmente di tre cose: la nazionale di calcio, la Dinamo (non lontano da quel quartiere si è formato nel 1986 il gruppo ultras “Bad Blue Boys”) e basket. Non mi lascio dunque sfuggire la possibilità ed al nostro arrivo, grazie a qualche aggancio in città, riusciamo a trovare un paio di biglietti per l’ultima partita della regular season di Eurolega fra il Cedevita ed il Fenerbahce di Gigi Datome.

E’ nel momento esatto in cui si arriva li davanti, alla “Drazen Petrovic Arena”, che si comincia a capire tutto, a percepire le stesse cose raccontate con trasporto poco tempo prima. L’ingresso al palazzetto è preceduto da una lunga scalinata al centro della quale si trova la celebre statua di Drazen in maglia Cibona – guidata a suon di trentelli e quarantelli per ben due volte alla vittoria della Coppa dei Campioni prima di passare al Real Madrid – vicino a cui molti appassionati e turisti si fermano per fare una foto o anche solo per raccogliersi quasi in adorazione in un rispettoso ma significativo silenzio. Ai piedi della scalinata, sulla sinistra, si trova il bar Mozart (riferimento non casuale al soprannome di Petrovic) nel quale si possono osservare gigantografie e foto in cornice raffiguranti la sua immagine. Proprio sotto una di queste scorgo un volto apparentemente conosciuto, Marko senza esitare mi fa notare che si tratta di Aza, il maggiore dei Petrovic appena diventato coach della nazionale, seduto ad un tavolo insieme ad un amico a prendere un caffè all’interno del luogo dedicato a suo fratello, come fosse il vostro normale bar di paese.

Dopo essere stati al palazzetto ed aver assistito alla ripassata epica subita dagli uomini di Obradovic (-30) già qualificati al turno successivo usciamo per andare a farci una birra, l’ennesima di giornata (i croati bevono quantità di alcol insostenibili per ogni essere umano) e appena fuori dall’ingresso vedo un’altra figura familiare, ma stavolta ci metto poco a realizzare che si tratta di Damir Mulaomerovic, storico e meraviglioso playmaker passato anche per la Fortitudo Bologna con la quale vinse pure una Supercoppa. In quel momento, immerso nella totale normalità cittadina di chi si approccia ad ex giocatori di quel livello come al vicino di casa, non mi rendo bene conto di avere avuto a mezzo metro due giganti della pallacanestro balcanica.

L'ingresso della Drazen Petrovic Arena (www.dw.com)

Mancano all’appello due luoghi fondamentali per cogliere appieno l’essenza dell’ex Real Madrid e sono il museo del basket a lui dedicato, proprio di fianco al palazzo, e la tristemente famosa lapide all’interno del cimitero di Mirogoj. La visita al museo è un passaggio dovuto attraverso le imprese sportive compiute con ogni casacca indossata dal Sibenka ai Nets passando per Zagabria, Madrid e Portland: vi sono musei di storia naturale in giro per il mondo sicuramente meno ricchi di quello aperto per Mozart. Non ho purtroppo la fortuna di incontrare la madre che spesso si vede girare per il museo e che è sempre disponibilissima a fare foto e a parlare del suo adorato figlio scomparso troppo presto.

L’ultima tappa del viaggio è però quella che trasmette a chi proviene da fuori la sensazione di divinità assoluta che avvolge l’uomo, il giocatore, il mito. Il cimitero di Mirogoj si trova in cima ad una collina a mezz’oretta di auto dal centro città e ciò che si para davanti una volta arrivati in vetta è qualcosa di mastodontico, un vero e proprio tempio grande quanto una cittadina. La parte interna e centrale è un viaggio sconfortante tra le tombe degli innumerevoli caduti durante la sanguinosa guerra civile che ti accompagna mestamente appena fuori dal cuore del cimitero dove si trova, quasi a rifiutare l’idea che il Mozart dei canestri non ci sia più, la famosa lapide bianca in cui è incastonata la foto di un ragazzo poco più che 20enne intento a fare ciò che amava in modo maniacale: giocare a basket

L'interno del Memorial Center (deportesconhistoria.blogspot.com)
La lapide di Drazen a Mirogoj (celticslife.com)

Vari aneddoti raccontano di come Drazen fosse solito andare a tirare tre ore prima di arrivare a scuola (dalle cinque di mattina alle otto), e per tutto il pomeriggio fino a sera inoltrata, per migliorare quel tiro che, fa sorridere pensarci oggi, all’epoca era piuttosto ondivago. Quella semplice foto così intrisa di storia e significati rimane ancora oggi uno dei momenti più toccanti della mia vita ed una delle esperienze imprescindibili per tutti gli amanti del gioco. Dietro a Petrovic c’è molto più di una storia di sport e di amore incondizionato della sua gente. Con Mozart al timone della loro squadra e della loro nazione i croati hanno creduto di poter diventare grandi oltre la pallacanestro; avevano individuato fin da subito in quel giovane il tratto distintivo della nuova identità nazionale. Con Drazen in NBA ci andò tutta la Croazia e lui con la Croazia nel cuore lasciò un segno indelebile in quella Lega in così poco tempo, passando in un niente dagli anni bui di Portland alla gloria e al rispetto degli afroamericani in New Jersey.

Da signor nessuno a Portland a re del New jersey (sb.nation.com)

Sono passati esattamente 26 anni da quel 7 Giugno 1993 in cui Drazen, nemmeno 29enne, perse la vita su quella maledetta autostrada a Denkendorf, poche ore dopo una partita di qualificazione in Polonia che probabilmente avrebbe potuto saltare. Ma quando si trattava di basket e Croazia Drazen semplicemente non poteva dire di no, e si intuisce facilmente perché quando a Zagabria parlano di lui la storia lascia involontariamente spazio all’epica. Semplicemente hvala, Drazen


Mikhail Laurenza

Mikhail Laurenza

Giocatore dilettante, allenatore dilettante, scrittore dilettante, innamorato per professione. Il basket è mio padre e i suoi insegnamenti. Il basket è la ragione.