L’isola felice

Pubblicato da Edoardo Caianiello il

 

Torino batte Sassari 102-83, Vincenzo Esposito lascia la panchina della Dinamo Sassari ed il nuovo coach dei sardi è Gianmarco Pozzecco. È l’11 Febbraio 2019 e sembra che anche quest’anno la scossa voluta non arrivi.

Quando atterrate in Sardegna, la prima cosa che si para dinanzi agli occhi di chi arriva sull’Isola è il Dinamo Store. E questo, più che un indizio, è una prova. Prova di un’identità che lega le sue radici in un paradiso terrestre e che su questo territorio, e di questo territorio, ha fatto la sua faccia più bella.

Quei colori e quei profumi, quel mare, una terra orgogliosa ed orgogliosamente legata alle sue tradizioni, alla sua lingua, alla sua voglia di vivere un cambiamento tutto suo. E di quell’orgoglio e di quell’identità il presidente Stefano Sardara ne ha fatto una visione che oggi regala al pubblico del basket italiano una storia meravigliosa da raccontare.

Uno dei grandi protagonisti di questa Dinamo: Stefano Gentile. © Marco Brondi

Identità, si diceva. E per trasformare questa identità in un “prodotto” vendibile a livello di immagine, il presidente (che per nulla casualmente si chiama) Sardara è andato a studiare a Barcellona, la realtà di una polisportiva che proprio in quanto catalana  di identità ne sa qualcosa. Chissà se in traghetto oppure in aereo ma quello che colpisce è che non è una frase detta tanto per dire quella che recita: “La Dinamo Sassari è la squadra non solo di Sassari, ma di tutta la Sardegna”.

La Dinamo è la Sardegna e la Sardegna è la Dinamo. Sardo è lo sponsor tecnico, sardo è il main sponsor, sardi sono gli altri sponsor commerciali, sarda è la gente che vi lavora dentro e di riferimenti sardi, della storia sarda, delle loro antiche tradizioni sono colorate le loro divise, e di iniziative (Club House, scambio di cesti con prodotti tipici…) se ne potrebbero dire per ore.

I muscoli di Achille Polonara. © Marco Brondi

Tutto questo nel 2015 diventa qualcosa di più. Perché una storia magnifica fatta di lavoro e strutturazione territoriale ed extra territoriale incontra l’amore degli appassionati di basket, degli amanti dello sport. Come? Grazie ad una visione di pallacanestro unica e per certi versi rivoluzionaria di Meo Sacchetti che porta un gruppo, con un giocatori di talento, a vincere il suo primo scudetto ed a confezionare un triplete storico, portando a Sassari anche la Supercoppa Italiana e la Coppa Italia. Quel basket non era soltanto tiro da tre punti o ritmo veloce o partite bellissime, era identità. Si, proprio lei: quella Dinamo che della sua identità sarda aveva fatto motiva di conquista, con quel basket aveva raggiunto anche in campo il cuore di tutti. La Dinamo era diventata un’identità di terra e di basket come nessun altra.

Tutta la grinta di Rashawn Thomas. © Marco Brondi

Con la partenza di Meo per la Dinamo inizia una nuova fase in cui Sassari e la dirigenza non riescono a trovare quella formula magica che fino a poco tempo prima aveva generato un’alchimia dentro e fuori dal campo perfetta. E se fuori dal campo il presidente Sardara è una dinamo in piena attività, in campo non riesce a trovare la quadra.

Sembra che manchi qualcosa, ed ancorata forse al ricordo di quel triplete o forse troppo vogliosa di riaccendere troppo velocemente una brace sempre più debole, la Dinamo arriva settima e poi quinta e poi, lo scorso anno, chiude il campionato come decima. 

Per i sardi vivere al mare vuol dire conoscerne i venti ed i sardi i loro venti li conoscono bene: come il maestrale. Sanno dove andare a ripararsi e dove trovare il mare piatto quando tutto il mondo fuori, sulle spiagge, scappa spinto da via un vento orgoglioso e potente. Forse l’orgoglio di non accettare che qualcosa stesse cambiando, l’orgoglio di sfidare il vento e di non lasciarsi guidare, ma un sardo, i suoi venti li conosce bene.

Arriva Esposito, uno che a Pistoia ha lasciato un ottimo ricordo, una figura “emergente” delle panchine di Serie A ed uno con un carattere “giusto” per cercare di rilanciare la Dinamo.

Quell’11 Febbraio pesa come un macigno, le cose non riescono a cambiare. Un altro macigno sul percorso e sulla progettualità di Sassari che negli ultimi due o tre anni, mai come questa volta aveva pensato che consegnare la squadra nelle mani di Esposito fosse davvero la cosa giusta. Qualcosa non scatta, è lo sport.

"Sassari, non ti sento!" © Marco Brondi

C’è una Final Eight alle porte e sulla panchina c’è Gianmarco Pozzecco. Si, lui: il Poz.

Quando la Dinamo ha firmato Gianmarco Pozzecco, in quanto Gianmarco Pozzecco, le acque dell’opinione si sono divise, chi a favore e chi contro, in chi credeva che un’occasione il Poz se la meritasse sempre e chi invece non vede nel Poz un allenatore in grado di gestire una squadra di Serie A, perché troppo intrappolato in un personaggio fatto di follie e camicie strappate.

L’esordio c’è a Firenze. Non ci sono aspettative di vittoria, si va a giocare a cuor leggero, l’obiettivo da centrare sono i playoff in campionato. Il 15 Febbraio sul parquet toscano la “nuova” Dinamo di Gianmarco Pozzecco se la vede con la Umana Reyer Venezia: Sassari sembra non farcela ma poi con una reazione di puro orgoglio e con un gancio di Cooley allo scadere fa esplodere il tifo sardo presente a Firenze. Le persone sono felici, sui volti dei protagonisti si riaffaccia un sorriso che mancava da troppo tempo. Il Banco perderà con Brindisi dopo una partita pazzesca ma poco importa: il cuore batte ancora.

Nel ritorno in campionato il destino è beffardo: al Palaserradimigni arriva la Cremona di Meo Sacchetti, da qui inizia il cammino verso i playoff della Dinamo. Meo, proprio lui, quel Meo: l’omone gentile che su quell’Isola ha scritto una delle pagine di sport più belle di sempre. Meo, proprio lui, quel Meo: quell’omone buono che era sulla panchina di Capo D’Orlando il giorno in cui Gianmarco Pozzecco aveva salutato il basket giocato con quel “Grazie per avermi sopportato”. 

No Poz, grazie a te.

Si scusi l’inciso ma era necessario. Ci vuole un tempo supplementare per decidere il vincitore, è Cremona, che qualche giorno prima aveva conquistato una Coppa Italia storica. Ma tutto quel gran giocare serve a poco: arriva uno 0-20 a tavolino perché, per gli organi giudicanti, Gianmarco Pozzecco non poteva sedere in panchina per via di una squalifica non ancora “pagata”.

“Considerato che la formazione di Meo Sacchetti si era già imposta sul campo per 100-105, non cambia moltissimo per la classifica delle due formazioni, ma l’episodio potrebbe rappresentare un campanello d’allarme sullo stato confusionale di un club che anche quest’anno, nonostante le premesse, sta facendo molta fatica a stare tra le grandi e rischia di mancare per il secondo anno di fila i play off, reputati l’obiettivo minimo a inizio stagione”.

Questo è quello che viene scritto sull’Ansa e questo è il sentimento e l’impressione intorno a questa Sassari, che davvero non riesce a vedere la luce alla fine del tunnel. Ma c’era un vento incredibile, un maestrale, pronto a salvarla e che nessuno poteva immaginare, che nessuno poteva ipotizzare.

Si va a Venezia dove arriva un’altra sconfitta e il buio si fa sempre più buio ma Pistoia è vicina. Se oggi sentite parlare Pozzecco, la vittoria di Pistoia rappresenta un punto di svolta emotivo, importante (troppo) per i giovanotti dell’Isola.

Come è strano lo sport, quanto è pieno di interruttori. Ecco, Pistoia è come un interruttore, e da quel momento in poi, Sassari inizia a farsi a guidare dal maestrale e da lì, non si volta più indietro. 

Quindici vittorie consecutive, Brindisi e Milano battute entrambe con un secco 3-0.

E poi la FIBA Europe Cup: la finale con i tedeschi regala ai libri di storia della pallacanestro tricolore uno dei Palaserradimigni più rumorosi e belli di sempre e regala alla storia della società isolana il suo primo trionfo europeo. L’Isola ha conquistato l’Europa e lo ha fatto con quell’entusiasmo e con quell’identità tutta sua e solamente sua

Il gigante di Evanston: Jack Cooley. © Marco Brondi

Se la strappa la camicia Poz e fa bene, uno come lui che, come canterebbe De Andrè, quello che non ha è proprio una camicia bianca ma che di una camicia bianca ne ha fatto forse, proprio un simbolo.

È cambiato il Poz, nel suo volto e nella sua nuova espressione della fisicità e dell’emotività c’è un allenamento dietro: semplicemente, ci ha lavorato. Sembra che con il suo cuore abbia deciso di scendere ad un compromesso notevole con quella ragione che in una tempesta di meravigliosa follia ha generato un genio del gioco ed oggi consegna un uomo genuino, un allenatore ancora in evoluzione e che tutto vuole essere, meno che perfetto.

Chiedetelo a Marco Spissu, che sembrava ad un certo punto dover lasciare casa sua per cercare di ritrovare la strada, chiedetelo a Gentile o Polonara, chiedetelo a Cooley che sembrava andare alla metà di come va ora, Gianmarco Pozzecco ha cambiato il volto e riacceso l’anima di una squadra.

E lo ha fatto con identità, con la sua identità, entrando in punta di piedi e con umiltà (si, in punta di piedi e con umiltà) in un luogo ed in una terra che con l’identità e l’orgoglio ci ha costruito le case. Ed è stato amore. Le vittorie consecutive non si contano quasi più per quante tante sono. E forse per raccontare quello che sta facendo la Dinamo Sassari basterebbe raccontare della lezione di cuore e di pallacanestro data a Milano, di quella prima coppa Europea vinta, di come Marco Spissu, sassarese di Sassari, sia il simbolo di questa rinascita, di come Gentile ne abbia messi 26 (punti) in 24 minuti in gara 1 contro Milano, di come Polonara sia tornato a volare. Basterebbe raccontare di un asse play-lungo, quello tra Smith e Cooley, che sembra venuto da anni lontani a raccontarci una pallacanestro oramai così vicina, di Thomas e Pierre che non sembrano Thomas e Pierre di qualche tempo, di come il cuore di questa squadra possa fare a meno del talento di McGee e permettergli di recuperare al meglio e forse basterebbe solo parlare di Jack Devecchi, una bandiera buona del nostro basket, un sardo più di tanti altri.

Basterebbe poter parlare di come l’intuito di un presidente illuminato abbia deciso,  in pieno delirio playoff, di acquisire Torino rilanciandola con un progetto e di come la voglia proprio di Sardara, abbia finalmente trovato, dopo tempo, una voglia matta come quella del suo Coach, una sinergia esplosiva, di personalità.

Come vola questa Dinamo. © Marco Brondi

Basterebbe citare lo splendido lavoro che viene fatto a livello comunicativo, con la TV, con una chiara linea editoriale, con il sorriso sullo schermo, con idee nuove e storie da raccontare. Nominare il Poz e quel suo modo emotivo, prima ancora che tecnico, di saper entrare nel cuore dei giocatori, lui gioca all-in e conosce il rischio: se gli va bene avrà una truppa di cani affamati che lo seguiranno ovunque e se gli va male, se ne va. Ma non è solo questo Sassari, è anche questo: è la carta di credito per una serata, sono il “chiudete quei bar” di Sandro De Pol dopo Milano e quell’abbraccio con Andrea Meneghin, che erano in telecronaca ed erano lì per il loro amico, è una camicia strappata, una faccia, le braccia per far vedere i muscoli. Sassari è una squadra che gioca bene a pallacanestro e che in finale scudetto non ci è arrivata per caso. 

Basterebbe citare tutto questo o parlare di tanto altro ma la grande vittoria per la Dinamo Sassari è un’altra: aver ritrovato la sua identità essere tornata ad essere storia, a modo suo. Simbolo di una gente forte, semplice e cortese, storia di un’isola, identità di uno sport.

Sassari è tornata ad essere un’isola felice, quell’isola felice. Un’isola ritrovata.

Cinque parole chiave delle finali scudetto. (A cura di Roberto Gennari)

Concentrazione. Sassari ha questa clamorosa striscia aperta di successi che nessuno avrebbe potuto pronosticare a inizio gestione di Pozzecco.  Ma l’altra faccia della medaglia è rappresentata dal fatto che è ferma da otto giorni. Il che, se da un lato significa avere un po’ più di energie rispetto a Venezia, dall’altro potrebbe aver portato ad un inevitabile, lievissimo calo di concentrazione, che a questo livello di competizione e a questo punto dell’anno potrebbe essere decisivo. Così come – del resto – l’eccesso di fiducia in sé stessi può essere una trappola.

Difesa. Venezia ha eliminato Cremona in casa sua in gara 5 con un clinic difensivo a tutti gli effetti, mettendo costantemente pressione sul portatore di palla e chiudendo sempre le linee di passaggio soprattutto verso Crawford – che infatti si è preso solo 9 tiri in tutta la partita.  Questo tipo di gioco funziona solo e soltanto se si riesce a difendere efficacemente sul tiro da fuori: Cremona tenuta a 4-25 da oltre l’arco.  Sassari d’altro canto è sembrata a tratti offensivamente inarrestabile, per cui sarà bellissimo vedere chi riesce a prevalere su chi.

Caldo. Il “Taliercio” si è rivelato un palasport caldo in tutti i sensi, anzi, più come temperatura che come tifo, a dire il vero.  Posto che nel 2019 queste robe in un campionato professionistico di qualsiasi livello non si dovrebbero vedere, e nella speranza che a Venezia abbiano trovato il modo di porre rimedio, questa del caldo potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio per la Reyer, che ha avuto due serie a gara-5 e ha quindi quattro partite in più sulle gambe rispetto a Sassari. Peraltro, coach Pozzecco ruota un po’ di più gli uomini rispetto a De Raffaele, e questo in una serie al meglio delle sette in cui si gioca un giorno sì e uno no sarà sicuramente un fattore.

Italiani. Spissu, Polonara, Stefano Gentile da una parte. Tonut, De Nicolao, Mazzola dall’altra.  Entrambe le finaliste hanno minuti “veri” da giocatori italiani, e al netto di quello che ci si potrà aspettare dagli stranieri delle due squadre, l’ago della bilancia può essere rappresentato dagli scivolamenti difensivi di De Nicolao – che contro Cremona è stato importantissimo sia su Diener sia su Ruzzier; dai rimbalzi e dai tiri da tre di Polonara (quasi il 38% in stagione da oltre l’arco, con 5.5 RPG); dalle strisce realizzative di Spissu, Gentile, Tonut, capaci di accendersi in pochissimo tempo e mettere a segno punti pesanti; dal contributo sotto i tabelloni di Mazzola, molto produttivo nel tempo a sua disposizione contro la Vanoli.

Pressione. Sassari – come già detto – ha centrato il triplete nel 2015 dopo aver vinto la Coppa Italia anche l’anno precedente. Quest’anno si è portata a casa la FIBA Europe Cup e lo scalpo di Milano nei playoff.  Hanno un’intera regione che tifa per loro e tutto sommato un tifo esigente ma realista:  i giocatori della Dinamo stanno regalando da mesi un sogno ai loro tifosi già adesso, visto come erano messe le cose solo qualche mese fa.  Venezia ha vinto lo scudetto nel 2017, ha chiuso la regular season in testa l’anno scorso quando poi ha chiuso vincendo la FIBA Europe Cup.  La presenza di una Milano così “ingombrante” a inizio stagione toglie pressione a entrambe, in un certo senso.  Ovvio che Venezia, che ha il fattore campo dalla sua e non ha messo trofei in bacheca quest’anno, sarà un po’ più sotto pressione psicologica rispetto a Sassari. Ma ovviamente a perdere non ci starà nessuna delle due.