“Non posso più essere quel Tony Parker”

Pubblicato da Vincenzo Piglionica il

Sorridente mentre si siede in una suite di un hotel della “Alamo City”, Tony Parker sembra in pace con se stesso. Dopo 18 stagioni, era giusto che una notizia così importante fosse annunciata da San Antonio, dove da teenager è diventato uomo dopo esservi arrivato dalla Francia nel 2001.

“Mi ritiro – ha detto Parker a The Undefeated – Non giocherò più a pallacanestro”.

28esima scelta degli Spurs al draft 2001, Parker aveva precedentemente indicato come suo obiettivo le 20 stagioni in NBA. Non è riuscito a raggiungere quel traguardo, ma il futuro Hall-of-famer ne ha raggiunti diversi altri.

Parker ha formato uno dei terzetti più forti nella storia della pallacanestro, con Tim Duncan e Manu Ginobili. Sotto la guida di coach Popovich, insieme hanno vinto quattro anelli a San Antonio, e nel 2007 Parker è diventato il primo giocatore europeo a essere insignito del premio di MVP delle finali.

Sei volte all-star, Parker ha giocato 1254 partite e termina la sua carriera con medie di 15.5 punti, 5.6 assist e 2.7 rimbalzi. La sua unica stagione con una maglia diversa da quella degli Spurs è quella 2018-19, negli Hornets dell’ex assistant coach di San Antonio James Borrego. In quella che sarebbe poi diventata la sua ultima partita, Parker ha segnato 11 punti in 17 minuti partendo dalla panchina nella sconfitta per 93-75 contro gli Heat, il 17 marzo scorso.

Parker, 37 anni, ha dichiarato a The Undefeated di essere in condizioni fisiche tali da poter ancora giocare un paio di stagioni, ma di essere convinto che sia giunto il momento di lasciare il parquet.

“Tante cose mi hanno portato a prendere questa decisione – ha dichiarato Parker – Ma alla fine ciò che mi ha convinto è che se non posso più essere quel Tony Parker in condizione di lottare per un titolo, non voglio più giocare a pallacanestro”. 

Parker vivrà a San Antonio dopo il ritiro, ma trascorrerà del tempo in Francia, in quanto proprietario e presidente dell’ASVEL, un club di pallacanestro maschile e femminile francese. Aprirà anche la Tony Parker Adequat Academy, una scuola internazionale nella sua città, Lione.

Photo: The Undefeated

– Quando hai capito di non poter essere più Tony Parker?

 

L’ultima stagione è stata molto diversa per me. Sono stato molto bene a Charlotte, ma si è trattato di un anno molto diverso dai precedenti 17 a San Antonio. Ho avvertito che il tempo stava cambiando, mi sono fatto prendere dalla nostalgia. E stare lontano dalla mia famiglia che si trovava ancora a San Antonio ha sicuramente avuto il suo peso nella mia decisione di ritirarmi, per quanto non decisivo. Così, sono giunto alla conclusione che era il momento di dire basta. La mia vita è piena di cose straordinarie. Ho una famiglia meravigliosa, dei bambini fantastici. Voglio trascorrere più tempo con loro.

                                                                                                                 

– C’è stata una partita, un momento in cui ti sei detto: “Ok, è giunta l’ora?”

 

Alla fine della stagione ho semplicemente capito che era arrivato il momento.

 

– Come sei arrivato ad accettare tutto questo?

 

È piuttosto divertente, perché la mia famiglia – molto più dei miei amici – mi spingeva a giocare almeno un’altra stagione. Ho accettato questa situazione da tempo, perché da tempo mi preparavo a questo momento. Lo dimostra tutto quello che sto facendo, dalle due squadre di cui sono proprietario in Francia alla Academy che partirà a settembre. Ho talmente tante cose da fare che sono stato sin dal primo momento in pace con me stesso per questa decisione.  Mi sono detto che una volta arrivato quel momento, avrei lasciato spazio a ragazzi più giovani. Questo gioco è per loro. Mi sono accorto abbastanza rapidamente che il momento di dire basta era arrivato. So come accettarlo.

 

– Un paio di anni fa sembravi abbastanza convinto di voler raggiungere l’obiettivo delle 20 stagioni in NBA. Cosa è cambiato da allora?  

Certamente, avevo quell’obiettivo, e da un certo punto di vista sento che sarei ancora in grado di centrarlo. Ho avuto una buona stagione agli Hornets, mi sentivo bene fisicamente. Ma allo stesso tempo, non vedo alcun motivo per cui dovrei arrivare al traguardo delle 20 stagioni.

Photo: Paris match

– Quali sono state le differenze tra le 17 stagioni agli Spurs e quella agli Hornets?

 

Per 17 anni, ogni stagione che ho cominciato con gli Spurs, avevamo una squadra solida abbastanza per puntare al titolo. Inevitabilmente è stato piuttosto strano arrivare in una squadra che sapeva perfettamente di non avere alcuna chance per competere a quel livello. E per quanto mi sia trovato benissimo – e i giocatori degli Hornets siano delle persone straordinarie che mi hanno subito messo a mio agio – alla fine io gioco a pallacanestro per vincere. L’ho fatto con la nazionale francese, in quelle competizioni in cui lottavamo per aggiudicarci l’oro, e l’ho fatto con gli Spurs. Se dunque non gioco per vincere, che senso ha il gioco stesso? Per questo è stato molto difficile per me rimanere concentrato e trovare le motivazioni per continuare a praticare lo sport che amo. Alla fine, io voglio vincere.

 

– I fan della NBA hanno già dovuto salutare Dirk Nowitzki e Dwyane Wade al termine di carriere straordinarie. Non ti sarebbe piaciuto avere un farewell tour?

 

No, per nulla. Ed è piuttosto divertente, perché mio fratello mi ha chiesto: “Non vorresti vivere qualcosa di simile a ciò che hanno vissuto Dirk e Dwyane?” Gli ho risposto di no, perché non indossavo la canotta degli Spurs. Dwyane era in maglia Heat, Dirk in maglia Mavs, ed era un bel modo per chiudere la loro carriera. Per me era diverso, indossavo la maglia degli Hornets, non sentivo quindi l’esigenza di un tour di addio. Il mio addio arriverà quando la mia maglia Spurs sarà ritirata o entrerò nella Hall of fame.

 

– Cosa pensi del tuo palmares e di ciò che sei riuscito a realizzare?

 

Mi sento davvero fortunato ad aver avuto la possibilità di giocare in grandi squadre, con grandi compagni e grandi coach. Ciò che abbiamo vissuto è stato davvero speciale. Ed è strano che mi sia accorto di quanto speciale fosse quello che abbiamo costruito con gli Spurs mentre mi trovavo a Charlotte, molto più che quando ero a San Antonio. Siamo sempre stati molto uniti come compagni di squadra. Ancora oggi, non più di due giorni fa, stavo giocando a tennis con Timmy e Manu. Parlavamo dei vecchi tempi, e di quanto speciale fosse ciò che avevamo fatto insieme. Parliamo di 17 anni insieme, di tutte le vittorie, del fatto di essere stati i migliori nella storia dei playoff, il trio migliore, tutti quei record…Solo adesso comincio davvero a rendermi conto di ciò che abbiamo fatto.

 

– I recenti ritiri di Tim Duncan e Manu Ginobili ti hanno in qualche modo influenzato?

 

Hanno avuto un loro peso, ma allo stesso tempo – come ho più volte dichiarato in altre interviste – ero convinto che avrei giocato le mie 20 stagioni in NBA con la maglia degli Spurs. Parlare con Timmy e con Manu mi è però stato di aiuto, mi ha fatto capire che ero pronto per tutto questo e che – essendosi anche loro già ritirati – non era più la stessa cosa.

 

– Cosa ti hanno detto Timmy e Manu quando hai parlato loro della tua decisione?

 

Mi hanno chiesto se ne fossi certo, e ho risposto di sì. Quando lo hanno capito, sono stati felici per me. Mi hanno detto che non vedono l’ora di battermi a tennis e di passare più tempo insieme.

 

– Gliel’hai detto durante una partita a tennis?

 

No, li ho incontrati a pranzo. Abbiamo parlato al telefono, poi ci siamo dedicati al tennis, quindi gliel’ho detto.

 

– Come pensi che sarete ricordati tu, Timmy e Manu?

 

La gente ci ricorderà tutti insieme. È stato fantastico condividere certi momenti con loro. È pazzesco: venivamo da contesti diversi, ma ci siamo uniti. Vedere la maglia di Timmy ritirata, poi è stata la volta di Manu…è stato davvero emozionante assistere a quella cerimonia. Rivivi tutti i momenti passati insieme, e cominci a chiederti che cosa dovrai dire. È stato meraviglioso condividere tutto questo.

Photo: Robin Beck/AFP/Getty Images

– Come pensi che sarà la cerimonia per il ritiro della tua maglia? Quanto ci hai pensato?

 

Non così tanto. Non lo so, è difficile da immaginare, ma sarà l’ultima volta che potremo celebrare i Big Three, quindi spero che sia una serata speciale per tutti.

 

– Ne hai parlato con Popovich?

 

Certo, sono andato a trovarlo.

 

– Quindi smentisci che avrebbe cercato di imbastire una trade per riportarti a San Antonio?

 

No, no…assolutamente.

 

– Come sono andate invece le cose con il proprietario degli Hornets, la leggenda della pallacanestro Michael Jordan?

 

È andata bene, mi ha capito. Alla fine tutti sono stati felici per me. Quando ne ho parlato con coach Borrego, è stato contento del fatto che ho avuto una carriera positiva rimanendo in salute per gran parte del tempo. Mi hanno tutti chiesto se fossi a mio agio nel prendere questa decisione, e ho confermato a tutti che è così. Sono in pace con me stesso, ho preso la decisione giusta, non mi mancherà il basket.

 

– Come sta il tuo fisico?

 

Alla grande, potrei facilmente giocare per altre due stagioni, in agilità. Fisicamente mi sento bene, soprattutto se ragioniamo sul mio ruolo partendo dalla panchina, e del modo in cui coach Borrego mi ha gestito. Due anni li farei in scioltezza, ma io non voglio giocare soltanto per il gusto di giocare, non è quella la mia pallacanestro. Non ho mai giocato né per i soldi né per divertirmi. Ho sempre voluto vincere.

 

– Come ti sembra la prospettiva del ritiro?

 

Sarò molto impegnato. La nostra squadra femminile dell’ASVEL in Francia ha appena vinto il campionato, quindi festeggeremo. E spero che la squadra maschile raggiunga le finali. L’ASVEL gioca a Lione, la seconda città della Francia; sono proprietario della squadra dal 2014, è un grande progetto, il prossimo anno disputeremo l’Eurolega. Poi la mia Academy aprirà a settembre, sarà una scuola internazionale. È il mio modo per restituire qualcosa al mio Paese, offrire qualcosa alle giovani generazioni. Sono davvero emozionato per questo progetto.

 

– Si tratta di una scuola di pallacanestro?

 

No, sarà aperta a tutti, tutti potranno farne parte.

 

Photo: ASVEL Basket

– Lascerai gli Stati Uniti?

 

No, vivrò a San Antonio. La mia famiglia vive qui, è casa mia e lo sarà sempre. Rimarrò in città e poi viaggerò.

 

– Cosa significa la città di San Antonio per te?

 

Come ho già detto, è casa. Ci sono arrivato a 19 anni e mi hanno accolto calorosamente. Mi hanno trattato come un loro figlio, sarà per sempre casa mia. È come una famiglia.

 

– E dei fan di San Antonio, cosa puoi dire?

 

Condivideremo degli splendidi ricordi insieme. Quando sono tornato in città con gli Hornets, il 14 gennaio, mi hanno mostrato un affetto incredibile durante la partita. Mi sono sentito come se la maglia stesse per essere ritirata, e non vedo l’ora che quel momento arrivi, per poter festeggiare insieme. Ho sempre detto che sono i migliori tifosi della NBA, abbiamo vinto quattro titoli insieme e questo ci unirà per sempre.

 

– Ripensando all’anno scorso, sei contento di essere andato a Charlotte o avresti rifirmato con gli Spurs?

 

Sono felice di essere stato agli Hornets, è stata una bellissima esperienza. Ho incontrato persone straordinarie, e sarò sempre grato a Jordan e a Mitch Kupchak per l’opportunità che mi hanno concesso. Sono stato benissimo, quindi non mi pento di nulla. Volevo giocare e volevo dimostrare di essere ancora in grado di farlo. Ho disputato una buona stagione e sono rimasto a posto fisicamente, non ho nulla di cui pentirmi. E poi, per quanto possa sembrare paradossale, pare quasi che dopo quella parentesi a Charlotte, a San Antonio mi vogliano persino più bene di prima.

 

– Pochi neri gestiscono una franchigia o ne sono proprietari. Con l’esperienza che stai facendo in Francia, ti vedi proiettato nel mondo della NBA come general manager o magari come presidente?

 

È uno dei miei sogni. Adesso sono concentrato sull’ASVEL e voglio vivere alla grande questa esperienza: stiamo costruendo un nuovo palazzo dello sport, entreremo nell’Eurolega, e l’Eurolega sta crescendo a ritmi straordinari. Ma il mio obiettivo finale è quello di essere il proprietario di una franchigia NBA. Sto già parlando con molte persone, che sono molto interessate a ciò che sto facendo in Francia. Ho una certa esperienza, e mi piace il ruolo. Richiede tanto lavoro, ma mi piace. Magari un giorno accadrà: se ci saranno le giuste condizioni e si tratterà di un ruolo che vorrò ricoprire, aspetterò l’occasione migliore per farlo.

Sam Sharpe - USA TODAY Sports

– Cosa significa essere il proprietario di una squadra professionistica di basket?

 

Lo adoro, e non parlo solo del lato prettamente cestistico. Mi piace la dimensione del business, il marketing, come devono entrare le persone nel palazzo dello sport, lavorare con il team del digitale e pensare a come rendere unica l’esperienza dei tifosi che assistono alla partita. Ovviamente mi piace molto anche il lato prettamente sportivo, fare scouting, scoprire giovani talenti. La point guard della mia squadra, Theo Maledon, sarà una delle prime dieci scelte del draft del prossimo anno. Sta sbocciando, anche questo è parte di ciò che faccio, e non può non piacermi. Ciò che mi piace è però avere davvero una prospettiva a 360 gradi.

 

– Analizzando la tua carriera: avresti mai immaginato, partendo dalla 28esima scelta al draft, di diventare la point guard titolare di una squadra vincitrice di quattro anelli? Quali erano le tue aspettative una volta entrato nella lega?

 

La mia carriera è stata migliore di quanto potessi sognare da bambino. Appena arrivato nella NBA, mi sono detto: ‘Se sarò in grado di essere un buon giocatore tra i piccoli, una buona riserva, sarò felice’. Ero semplicemente contento di essere nella NBA, non avrei mai immaginato di essere un titolare, di diventare la più giovane point guard titolare della lega o il primo europeo a vincere l’MVP delle finali NBA. Non avrei mai potuto neppure sognare tutto questo.

 

– Che impatto pensi di aver avuto sulla Francia e sull’Europa?

 

Spero di aver dato il mio contributo insieme a Dirk e a Pau. Dopo il nostro arrivo, il fenomeno dei giocatori internazionali è esploso. Ne sono arrivati 80 nella NBA, 12 dalla Francia. Ho sempre preso molto seriamente il mio ruolo di ambasciatore del basket francese.

 

– Puoi spiegarci il tuo background? Probabilmente la gente pensa che tu sia nato ricco semplicemente perché figlio di un giocatore professionista di pallacanestro.

 

È difficile per le persone capire che sono cresciuto praticamente con nulla. I tempi erano molto duri, ma è questo che mi ha consentito di farcela, la motivazione di arrivare in alto perché la mia famiglia potesse avere una vita migliore. E credo che Pop si sia accorto di questo la prima volta che mi ha parlato. Penso sia questo il motivo per cui è stato così rigido con me: sapeva di poterselo permettere, sapeva di poter anche andare oltre una certa linea di comportamento perché sarei rimasto fermo nelle mie motivazioni, qualunque cosa accadesse. Mi ha buttato addosso di tutto, ma io ero sempre pronto a prendere e ripartire.

Photo: Twitter/THESCORE

– Quali sono state le esperienze più difficili che hai dovuto affrontare da bambino?

 

Trovare il frigorifero senza cibo. Vedere gente che ti entrava in casa e si prendeva il televisore perché non pagavamo i conti in tempo. Ti rimane nella testa, e decidi che tutto questo non deve più succederti.

 

– Qual è il tuo più bel ricordo della carriera? E la maggiore delusione?

 

Il più bel ricordo? I quattro anelli, senza alcun dubbio, ma anche la medaglia d’oro con la Francia perché è stata la prima volta per il mio Paese (vittoria degli europei del 2013). La maggiore delusione? Dico Gara-6 delle finali contro gli Heat nel 2013. Con la nazionale invece, la partita contro la Grecia nel 2005: eravamo sopra di sette a 40 secondi dalla fine e perdemmo. Sarebbe stata la mia prima medaglia d’oro con la Francia. Due sconfitte dure da digerire.

 

– Potresti entrare più nel dettaglio della sconfitta contro gli Heat?

 

Sai, fa male. Ma poi nel 2014 siamo tornati e l’abbiamo vinta. In un certo senso è stato il nostro riscatto, era il modo migliore per farlo: perdere in quel modo nel 2013, ripresentarci l’anno successivo in finale per giocare contro la stessa squadra e demolirli, realizzando una prestazione sontuosa. Abbiamo mostrato carattere.

 

– Cosa è possibile imparare dalla dinastia degli Spurs?

 

Non ci siamo mai lasciati sopraffare dall’ego e il denaro non ha mai avuto la meglio su di noi.

 

– Cosa ti mancherà di più?

 

La vittoria. La vittoria. Non sei mai troppo vecchio per vincere, e per questo è stato bellissimo vincere con la mia squadra femminile dell’ASVEL. Non puoi capire il sapore della vittoria finché non lo provi. È stato grandioso vincere da giocatore, lo è ora da proprietario…abbiamo costruito tutto da zero, sono persino più contento per le mie ragazze che per me. Vedere la soddisfazione sui loro volti non ha prezzo. No, non ti ci abitui mai alla vittoria.

 

– Ora che ti sei ritirato, quali cose farai che prima non potevi permetterti?

 

Tantissime, ma una delle prime è lo sci. Voglio sciare!

 

– Sulle Alpi francesi?

 

Certo, sulle Alpi francesi. Ho voglia di sciare!

Charly Triballeau - AFP

Vincenzo Piglionica

Vincenzo Piglionica

Classe '87, potete disturbarlo se vi va di parlare di NBA e geopolitica, dalla A di Afghanistan alla Z di Zimbabwe. Nella foto è quello a cui non hanno dedicato la statua