Bradley Beal – More than a shooter

Pubblicato da Davide Piasentini il

C’è stato un momento nella carriera di Bradley Beal in cui tutto sembrava potesse andare in pezzi. Tutte le sue aspettative, i suoi sogni e le sue aspirazioni, cristallizzate in un freddo stato d’incertezza. Tanti, troppi maledetti infortuni nei suoi primi anni nella NBA. Il suo fisico, semplicemente, non riusciva a reggere il livello agonistico del campionato e i carichi di lavoro necessari per poter performare al massimo delle sue possibilità, sera dopo sera. Bradley era fragile. Fragilissimo. Le tre fratture da stress subite, i guai muscolari e i problemi alle caviglie l’hanno portato a saltare tantissime partite, soprattutto nella stagione 2015/2016 (55 giocate di cui solamente 35 partendo in quintetto base). Una storia d’infortuni senza fine. Ogni volta che recuperava e riusciva a tornare in campo, ecco un nuovo problema fisico a gettare un secchio d’acqua ghiacciata sulla sua ardente passione per questo gioco. Nel Gennaio del 2016, al ritorno dall’ennesimo infortunio, i medici gli dicono chiaramente: “La tua carriera è fortemente a rischio. Il tuo corpo è fragile, Bradley. Probabilmente dovrai giocare con un minutaggio limitato per il resto della carriera”. In quel preciso momento Beal sprofonda velocemente in un buco nero. Proprio come in quella canzone meravigliosa degli Alice in Chains. 

Down in a hole, feelin’ so small. 

Down in a hole, losin’ my soul. 

I’d like to fly, but my wings have been so denied

Giù in questo buco, mi sento così piccolo. 

Giù in questo buco, ho perso la mia anima. 

Mi piacerebbe volare, ma le mie ali sono state negate

A distanza di appena tre anni dal periodo più duro della sua carriera, in pochi si sarebbero aspettati un’evoluzione così importante per il ragazzo nativo di St. Louis, Missouri. Un giocatore che ha totalmente cambiato approccio alla pallacanestro, attingendo a piene mani dai momenti bui che hanno contraddistinto il suo ingresso nella lega. Bradley ha saputo reagire con una forza che non credeva di avere e, soprattutto, ha accettato la sua situazione. Nell’estate del 2016, il punto d’inizio del suo nuovo percorso cestistico, sceglie di lavorare sul suo corpo e, soprattutto, sulla sua mente. In palestra rafforza la muscolatura, senza appesantirsi ma rimanendo agile e veloce. Il suo fisico, così come è strutturato, non gli permette di esagerare troppo coi carichi di lavoro e questo obbliga Bradley a cercare un nuovo avvicinamento alla parte atletica. Impara ad ascoltare il suo corpo, ricostruendo quasi da zero i suoi movimenti offensivi, cercando di equilibrarli e controllarli. Anche il suo tiro, una delle cose più belle che si possano vedere attualmente su un campo da basket NBA, viene parzialmente ripensato, ponendo tutta l’attenzione sulle caviglie.  L’obbiettivo diventa quello di non stressare troppo le articolazioni, e rendere tutto ugualmente fluido. 

Beal ha sperimentato la sua mortalità tecnica molto prima di aver raggiunto la maturità cestistica, mettendo a dura prova il suo spirito e la sua tenacia. Stiamo parlando di un ragazzo che non ha mai desiderato altro nella sua vita oltre alla pallacanestro. Non ha mai avuto un singolo dubbio a riguardo. Diventare un giocatore di basket sufficientemente bravo da poter realizzare tutti i suoi sogni.

Nella famiglia Beal, capitanata da mamma Besta e papà Bobby, genitori di cinque figli maschi (Bradley si trova anagraficamente nel mezzo), lo sport è sempre stato considerato il principale veicolo di aggregazione, l’unico strumento in grado di appianare ogni divergenza e superare qualsiasi barriera. Se c’è una cosa che gli americani sanno fare davvero bene, bè quella è senza dubbio educare i giovani attraverso lo sport. In molti casi, soprattutto tra gli afroamericani ed altre minoranze, praticare tante attività sportive aiuta a restare fuori dai guai e ad aver meno tempo da sprecare in inutili e controproducenti cazzate. In America credono tantissimo nei valori sportivi e nelle possibilità che questi hanno di influire positivamente nella formazione di un giovane. A casa Beal, dalle parti di St. Louis, non sono certo da meno. Papà Bobby è un ex promessa del football mentre mamma Besta è un ex giocatrice di basket a livello universitario, per la precisione a Kentucky State. Se vi stavate chiedendo fino a poco fa quale dei familiari avesse avuto la maggiore influenza sulla formazione cestistica di Bradley, la risposta è una sola. Non il padre e nemmeno i fratelli maggiori, bensì la madre.

Beal non ne ha mai fatto mistero, attribuendo alla mamma tutti i meriti per la sua educazione alla pallacanestro. Il suo meraviglioso rilascio, quello che stordisce in quanto a bellezza ed efficacia, gli è stato insegnato da Besta sin dall’età di quattro anni. In casa Beal, papà Bobby si è sempre occupato della disciplina. Per quanto riguarda il basket, invece, è tutto opera della moglie. Bradley, nella sua infanzia e adolescenza, ha trascorso più tempo con la madre al campetto o in palestra che tra le mura domestiche. Lei è sempre stata la sua più grande critica e motivatrice. Ha insegnato tutto quello che sapeva del gioco al proprio figlio, regalandogli la speranza di diventare un giocatore importante e alimentando quotidianamente il fuoco della sua passione. La durezza mentale si può anche allenare ma spesso devi toccare il fondo per riuscirla a tirare fuori. Se Bradley Beal è diventato quello che è diventato, lo deve soprattutto alla sua famiglia. Mamma Besta ha utilizzato il basket per educarlo al rispetto e alla dedizione, trasferendogli, talvolta forzatamente, il concetto di duro lavoro. Non esiste happy ending per chi sceglie la strada più semplice per farcela.

Il talento cestistico di Bradley esplode ai tempi del liceo, per la precisione alla Chaminade College Prep, situata geograficamente a Creve Coeur, nella zona ovest della contea di St. Louis. Un istituto per soli ragazzi, unanimemente riconosciuto come uno dei programmi educativi più interessanti dello stato del Missouri. Anche la nomea sportiva del liceo è ricca di tradizione e successi. Bradley sceglie questo percorso perché vuole eccellere sia a livello cestistico che in quello scolastico. Non ha alcuna intenzione di sprecare questi anni a girare attorno ai suoi obbiettivi a lungo termine. La sua maturità è già notevole, nonostante abbia appena 14 anni, e la sua voglia di mettersi in gioco non è seconda a nessuno. D’altronde il motto della scuola parla chiaro: Esto Vir. Sii uomo.

Alla Chaminade HS, Bradley diventa in poco tempo uno dei più forti giocatori che si siano mai visti nella storia dell’istituto. Maglia #23 sulle spalle e un arsenale di movimenti offensivi da lasciare totalmente senza fiato tutti coloro che vi posano lo sguardo. La sua capacità clamorosa di segnare canestri da tre punti in qualsiasi situazione, mostrando un controllo del corpo e una sensibilità senza precedenti, fanno ben presto il giro della nazione. In molti sprecano paragoni illustri, vedendolo giocare con quella sicurezza e maturità, ma la scelta, alla fine, ricade su uno dei migliori tiratori della storia della pallacanestro: Walter Ray Allen. 

Bradley, solitamente un ragazzo molto taciturno e introverso, non si scompone nemmeno quando per lui la stampa conia addirittura un nickname: “Baby Ray”, diventato poi per esteso “The Second Ray Allen”. Sappiamo quanto piacciano agli americani questo genere di cose e credo sia giusto lasciare a loro la disputa (“da bar”) sulla veridicità dell’accostamento. L’unica cosa certa è che nella stagione sportiva 2010/2011, quella da senior, Bradley Beal, fresco vincitore del Mondiale Under 17 con Team USA (dove ne segna 18 di media), mette a referto dei numeri fuori dal pianeta con la maglia dei Red Devils (nome non ufficiale con cui vengono chiamate le squadre dell’istituto).

Parliamo di 32.5 punti, 5.7 rimbalzi e 2.8 assist di media a partita.

Un fottuto mostro capace di vincere al termine della stagione il premio di Mr Show-Me Basketball (che nome stupido btw) e quello di Gatorade Player of the Year, oltre alla convocazione per l’annuale McDonald’s All-American. Nell’estate del 2011, Beal è considerato da molti gli addetti ai lavori uno dei giocatori più forti a livello liceale dell’intera nazione. Niente male davvero per il figlio di Besta.

La scelta di approdare a Florida, presa già diversi anni prima della sua ultima stagione da senior a Chaminade, sotto la guida del leggendario coach Billy Donovan, due volte campione nazionale coi Gators (2006 e 2007), si rivela essere estremamente funzionale alla sua crescita come giocatore. L’inizio non è dei più semplici, come era logico aspettarsi, ma ben presto il suo potenziale trova il giusto fit nello scacchiere tattico di coach Donovan. Beal inizia ad accelerare proprio negli ultimi due mesi di stagione, diventando uno dei giocatori chiave del roster dei Gators. Chiuderà con 14.8 punti, 6.7 rimbalzi, 2.2 assist e 1.4 recuperi in 34 minuti di media a partita, giocando sempre in quintetto base. Florida esce alle Elite Eight nel torneo NCAA, eliminata dalla Louisville allenata da coach Rick Pitino, ma il nome di Bradley inizia insistentemente a circolare in ottica NBA Draft, tanto da essere considerato in poco tempo una delle potenziali prime cinque chiamate assolute. La decisione di abbandonare o meno il college non è delle più semplici, soprattutto considerando il modo di ragionare del giovane Beal. Lui ha sempre in testa la visione a lungo termine, “The Big Picture”, e teme di fare un passo prematuro per il suo sviluppo cestistico. Coach Billy Donovan, uno di quelli che ha saputo trovare la chiave giusta per relazionarsi con lui sin da subito, lo aiuta a trovare le risposte che cercava e, soprattutto, ad acquisire la sicurezza per fare il passo successivo.

È il 28 Giugno 2012. I Washington Wizards scelgono Bradley Beal con la terza chiamata assoluta. Il momento più importante di tutta la vita del giovane talento nativo di St. Louis. La sua storia con la franchigia della capitale ha avuto un inizio promettente, costellato anche da prestazioni di grande spessore, soprattutto nel suo terzo anno. La serie di Playoffs del 2015 contro gli Atlanta Hawks, persa 4-2 dagli Wizards, è stata probabilmente il momento di svolta della sua esperienza con Washington. Una Gara 1 da 28 punti, oltre a una immancabile distorsione alla caviglia nel quarto periodo, e una Gara 4 da 34 hanno fatto capire al front office che la scelta fatta tre anni prima al Draft era stata quella giusta. Secondo lo staff tecnico di Washington, Beal e John Wall, la stella indiscussa della squadra, potranno diventare il miglior backcourt della NBA e offrire garanzia di ottimi risultati nelle stagioni a venire. Il problema è che il #3 degli Wizards, numero scelto da Bradley in onore del suo idolo Dwyane Wade, perderà, di lì a poco, tutte le sue sicurezze fisiche e mentali. Tutti credevano che gli infortuni subiti durante l’ultimo campionato fossero alle spalle. Invece, non erano altro che l’inizio di un calvario che avrebbe minacciato seriamente la sua carriera. 

Paradossale, poi, il fatto che la stagione 2015/2016 inizi davvero bene per il ragazzo di St. Louis. 4 Novembre 2015. Quarta partita del campionato, una sfida al Verizon Center contro i fortissimi San Antonio Spurs di coach Gregg Popovich. Mancano appena 7.3 secondi al termine della partita e il punteggio è inchiodato sul 99-99. La rimessa è dei Wizards, precisamente nelle mani del veterano Jared Dudley. Inizialmente gli accoppiamenti difensivi prevedono Danny Green su John Wall e Kawhi Leonard su Bradley Beal. Un avversario durissimo per il nativo di St. Louis. Bradley, però, riesce a liberarsi della marcatura, aggirando la difesa e ricevendo il passaggio proprio dalle mani di Wall. Su di lui, nel frattempo, è ruotato LaMarcus Aldridge. Beal riceve quando mancano poco meno di quattro secondi sul cronometro. Gli basta una semplice finta di corpo per mandare fuori posizione Aldridge. Un palleggio per prendere ritmo e posizionarsi correttamente dietro la linea da tre punti e poi il rilascio. Quello splendido rilascio che mamma Besta ha cercato di trasmettergli da quando aveva solamente quattro anni. La palla lascia naturalmente le sue mani e si tuffa meravigliosamente nel canestro. Washington vince 102-99.

La stagione 2015/2016, però, sarà quella più difficile per Bradley. Appena 55 partite giocate per una serie d’infortuni troppo lunga per essere ignorata. Se da una parte i miglioramenti tecnici effettivi di Beal sono ben più che evidenti, su entrambi i lati del campo, dall’altra è la sua fragilità fisica a destare più di una preoccupazione allo staff tecnico degli Wizards. Con l’arrivo in panchina dell’ex OKC Thunder Scott Brooks nell’estate del 2016, la scelta di Ernie Grunfeld, executive della franchigia, ricade sull’estensione del contratto di Bradley. La volontà di Washington è quella, dunque, di puntare forte sul recupero psicofisico del giocatore, considerato già ora una delle migliori guardie tiratrici di tutta la NBA. 

Bradley ripagherà ampiamente la fiducia in lui riposta, lavorando come un pazzo durante l’estate con l’unico scopo di presentarsi nella migliore condizione possibile al training camp. Con Scott Brooks, infatti, gli Wizards conquisteranno per due stagioni consecutive i Playoffs, diventando in poco tempo una delle realtà più interessanti della Eastern Conference. Beal, finalmente, trova la continuità fisica saltando appena cinque partite in due anni. Un bello e significativo “fuck you” a tutti quelli che dicevano che avrebbe dovuto giocare con un minutaggio contenuto per il resto della carriera o, peggio, che pronosticavano per lui un futuro lontano dalla NBA. Bradley non ha mai mollato, accettando gli infortuni senza vittimismo, sfruttandone la carica negativa come spinta ad emergere in superficie. 

Trentelli e quarantelli sono diventati in poco tempo un suo marchio di fabbrica. I 51 punti nel Dicembre 2017 contro Portland, un trattato di pura poesia offensiva, rappresentano in tutto e per tutto il livello di consapevolezza nei propri mezzi raggiunto dal #3 dei Wizards. Un doppio All Star (2018 e 2019) diventato il miglior tiratore da tre punti della storia della franchigia, dopo aver superato il leggendario Gilbert Arenas fermo a 868 triple segnate, e capace di giocare nelle ultime due stagioni 82 partite su 82 con 36 minuti di media sul parquet. Si proprio lui che, secondo alcuni medici, non avrebbe più dovuto più giocare nella NBA.

La stagione 2018/2019 è stata, senza alcun dubbio, la migliore di tutta la sua carriera. Washington non ha affatto brillato, totalizzando appena 32 vittorie, ma ha trovato in Beal un leader vero, soprattutto dopo l’infortunio al tendine d’Achille che ha costretto John Wall a concludere anzitempo il campionato. Bradley ha fatto un passo in avanti, prendendosi le redini tecniche della squadra e portando il suo gioco al livello superiore. I suoi numeri sono migliorati in ogni singola voce statistica ma quello che ha maggiormente impressionato è stato il suo sviluppo complessivo come giocatore. Un’evoluzione partita, come è logico che sia, dalla leadership tecnica derivata dall’assenza di Wall e che ha trasferito al nativo di St. Louis ulteriore fiducia e consapevolezza. Il suo playmaking è cresciuto esponenzialmente, così come la sua varietà di movimenti offensivi (vola al ferro in maniera insospettabile) e pure la sua efficienza difensiva. Stiamo parlando, senza mezzi termini, di una delle shooting guard più forti e versatili di tutta la NBA. Quella appena terminata è stata la stagione della svolta per Bradley Beal, quella della consacrazione ad altissimo livello. I momenti per lui significativi sono molti ma non è troppo difficile andare ad incorniciare quelli che hanno caratterizzato e sintetizzato meglio il suo rinnovato a migliorato approccio alla pallacanestro.

14 Novembre 2018. Nel match casalingo contro i Cleveland Cavaliers, vinto dai suoi Wizards 119-95, Bradley Beal mette referto la novecentesima tripla in carriera, diventando il più giovane giocatore della storia a raggiungere questo traguardo. 

22 Dicembre 2018. Altra partita interna alla Capital One Arena e altra vittoria dal punteggio roboante, stavolta contro i Phoenix Suns. Una gara infinita, estesa per tre tempi supplementari, in cui Beal mette a referto la sua prima tripla doppia della carriera: 40 punti (51% dal campo), 15 assist e 11 rimbalzi in 53 minuti di gioco. Per il #3, dominante anche nel pitturato, una prestazione straordinaria, culminata anche con i canestri decisivi per la vittoria nel terzo overtime. Questa contro i Suns non sarà l’unica tripla doppia della stagione. A nemmeno un mese di distanza, Beal ne metterà a referto un’altra contro i Toronto Raptors, futuri campioni NBA. Per lui 43 punti, 15 assist e 10 rimbalzi che non evitano ai suoi Wizards la sconfitta dopo due tempi supplementari (140-138).

22 Febbraio 2019. Allo Spectrum Center di Charlotte, Beal regala una prestazione da togliere il fiato contro la squadra di casa allenata da coach James Borrego. Penetrazioni al ferro che spezzano in due la difesa, pull up jumper incastonati in un ball handling vertiginoso, step back eccezionali, accelerazioni e letture offensive di primissimo livello. Aggiungete a tutto questo una condizione fisica straripante e un controllo del corpo davvero ammaliante. Una sua schiacciata a una mano, a fine terzo periodo, per poco non stacca completamente la retina dal ferro. È impressionante la quantità di talento del il #3 di Washington.

 

Finisce con 46 punti di pura classe, tirando col 64% dal campo (16/25 FG, 4/10 da tre punti e 10/10 ai liberi), oltre a 7 assist e 6 rimbalzi. Washington perde 123-110 ma lo spettacolo di Beal va ben oltre il risultato finale. 

16 Marzo 2019. Gli Wizards, impegnati nella seconda gara in due giorni, battono tra le mura amiche i Memphis Grizzlies per 135-128. Bradley ne segna 40, esattamente come aveva fatto 24 ore prima contro gli Hornets, e realizza il proprio record personale di triple segnate in una singola partita. 

Ne tenta 12 in tutto. Ne segna 9, una più bella dell’altra. Un flow affascinante e una capacità irrisoria di prendersi un tiro, sempre e comunque, indipendentemente dal posizionamento della difesa avversaria, mostrando solidità ed equilibrio in ogni singolo movimento. Un giocatore semplicemente di un’altra categoria. 

Bradley Beal termina la stagione registrando numeri molto importanti: 25.6 punti (47% FG, 35% da tre e 80% ai liberi), 5.5 assist, 5 rimbalzi e 1.5 recuperi di media a partita. Tutte le principali voci statistiche sono al career high, al massimo in carriera. Il primo giocatore nella storia della franchigia di Washington a chiudere il campionato con almeno 25 punti, 5 assist e 5 rimbalzi di media a partita. Una stagione storica per il ragazzo di St. Louis. A livello individuale, ovviamente. Washington ha chiuso con 32 vittorie ed è sembrata piuttosto lontana dall’essere una squadra da Playoffs, sia dal punto di vista di struttura del roster, sia da quello del “capitale umano”, riguardante nello specifico gli equilibri dello spogliatoio. Gli orizzonti tecnici della franchigia della Capitale sono poco definiti e si reggono totalmente su Beal e Wall, la cui complementarietà è attualmente oggetto di discussioni accese tra gli addetti ai lavori.

Sebbene Bradley abbia come obbiettivo quello di portare una cultura vincente all’interno degli Wizards, il suo futuro potrebbe essere lontano da Washington. Inutile sottolineare come il suo sia diventato, inevitabilmente, un nome spendibile per tutte le franchigie che vogliono puntare in alto nella prossima stagione. Beal è un giocatore fortissimo, perfettamente collocabile all’interno di ogni sistema e di grandissima affidabilità sui due lati del campo. Averlo nel proprio roster farebbe la fortuna di qualsiasi aspirante contender. Una cosa è certa. Il figlio di Bobby e Besta si è stancato di perdere e vuole lottare per avere una chance di giocarsi il titolo NBA. Di sicuro non fa parte dei suoi programmi giocare in una squadra che punta all’ottavo posto della propria Conference, ne tantomeno alla Lottery. Vuole garanzie tecniche dal suo front office. Gli Wizards, che hanno licenziato il GM Grunfeld ad Aprile, stanno riflettendo intensamente sul loro progetto tecnico e, considerando l’assenza prolungata di Wall anche nella prossima stagione, potrebbero pensare di scambiare Beal per creare nuovi assets e, perché no, liberare un pò di spazio salariale. Le scelte, insomma, sembrano essere due: ricostruire o creare attorno al #3 un roster competitivo, allungando il suo contratto.

Per Bradley è comunque arrivato il momento di fare il passo successivo.

Con i Wizards o, più verosimilmente, altrove.

Lo dicono i suoi numeri. Lo dice la sua evoluzione cestistica. Lo dicono, soprattutto, le sue motivazioni.

It’s time to shine.


Davide Piasentini

Davide Piasentini

Nato a Padova nel 1986, è scrittore e analista sportivo per passione. Figlio adottivo di Seattle, del grunge e dei Supersonics. Rodmaniano convinto da sempre affascinato dai "Beautiful losers" della pallacanestro. Autore dei libri "Shots for the Ages" (2016), "Ten. Storie di Grunge Basketball" (2017), "Sotto il cielo di Rucker Park" (2018) e "From Chicago. La storia di Derrick Rose" (2019).