NBA Draft 2019: il futuro è già qui

Pubblicato da Roberto Gennari il

Ci siamo, la stagione NBA si è appena conclusa, ma stanotte ci sarà già il primo atto della prossima. Al Barclays Center di Brooklyn avrà infatti luogo uno dei draft NBA più attesi degli ultimi anni. Non solo per la presenza – ingombrante in ogni senso – di Zion Williamson, ma per la quantità di talento che si annida tra i giocatori eleggibili.  23 di loro sono stati invitati dalla NBA direttamente nella cosiddetta Green Room, la zona davanti al palco dove Adam Silver elencherà le chiamate:  sono quelli praticamente sicuri di essere chiamati al primo giro. Si tratta del già citato Zion Williamson e di Ja Morant, RJ Barrett, Darius Garland, De’Andre Hunter, Jarrett Culver, Coby White, Cam Reddish, Jaxson Hayes (che hanno ricevuto l’invito da subito, il 7 giugno),più altri 14 chiamati nei giorni scorsi: Sekou Doumbouya, Nassir Little, Rui Hachimura, Brandon Clarke, Romeo Langford, PJ Washington, Goga Bitadze, Tyler Herro, Keldon Johnson, Nickeil Alexander-Walker,  Bol Bol. Kevin Porter Jr., Nic Claxton e Mfiondu Kabengele. Basandoci sui Mock Draft più recenti siamo andati ad analizzare le (probabili) scelte di lotteria, più alcuni prospetti di cui non potevamo non parlare. Pronti? Via!

Lottery Picks

PICK NO. 1: Zion Williamson – Duke Blue Devils (Roberto Gennari)

6/7/2000 – Freshman

2.01 m – 129 kg

Dunque, vediamo. Di Zion Williamson con ogni probabilità sapete già tutto: non ricordo di un giocatore tanto “attenzionato” nel suo anno di college dai tempi di… boh? LeBron non vale perché non ha fatto il college, Tim Duncan neanche perché ha completato il quadriennio… Va beh, lasciamo stare. Il fatto che questo sia sostanzialmente un giocatore di Football Americano nel corpo di un giocatore di basket crea notevoli aspettative sul suo conto in termini di giocate da highlight, che sono ovviamente l’aspetto che salta per primo agli occhi. Ma considerare questo mix tra Larry Johnson (per la struttura fisica) e Dominique Wilkins (per la capacità di giocate spettacolari) solo un supertizio che fa cose mai viste prima in un campo di basket sarebbe ingiusto e riduttivo.  Quando tutta la NCAA prova a marcarti ma tu segni col 68% complessivo dal campo, di cui il 75% da due e un rispettabilissimo quasi 34% da tre, segni i liberi col 64% (aspetto su cui sta già lavorando in prospettiva pro), tiri giù 9 rimbalzi, metti insieme 2.1 assist, 2.1 recuperi, 1.8 stoppate e 22.6 punti a partita, beh, definirti un all-around player è tutt’altro che azzardato, capite bene.  Il fatto che però è sempre rimasto un po’ sottotraccia, tuttavia, è che alla fin fine, Zion Williamson era anche il go-to-guy dei Blue Devils, che hanno fallito miseramente al torneo NCAA in quanto squadra assemblata malissimo – erano uno  dei peggiori atenei di tutta la Division I come percentuale da tre punti – ma che nei momenti di difficoltà hanno sempre avuto come prima opzione la palla al loro numero 1. Nelle quattro partite disputate dalla squadra di Coach K nel torneo marzolino, ZW ha messo insieme 26 punti a partita col 41% da tre.  Jim Boeheim, head coach di Syracuse e vice-allenatore di Team USA, ha detto di lui: “sono stato in questo gioco per oltre 50 anni, ho visto un sacco di grandi giocatori. Non voglio dire che lui sia meglio di tutti loro, ma è un giocatore diverso, non c’è davvero nessun altro come lui.”

PICK NO. 2: Ja Morant – Murray State Racers (Roberto Gennari)

10/8/1999 – Sophomore

1.91 m – 79 kg

Temetrius Jamel Morant, per tutti – e per amor di brevità “Ja” (non so bene perché non T.J., come T.J. Ford, ma non è rilevante), nelle NBA comparison di NBAdraft.net è dato come simile a De’Aaron Fox, il che sembra piuttosto ingeneroso nei suoi confronti. Cifre alla mano sembrerebbe più un Jason Kidd o addirittura un Russell Westbrook, per quanto sulla sua struttura fisica ci sia ancora da lavorare un bel po’. Anche se la NBA non è più quella “dei nostri padri”, dove per reggere i contatti in area serviva un certo tipo di fisico, si può stare certi che in estate Ja lavorerà molto sull’irrobustirsi. La cosa non dovrebbe spaventarlo, visto che nei suoi due anni a Murray State ha denotato degli enormi progressi negli aspetti “tecnici” del proprio gioco.  Partito come play “vecchio stampo”, nel suo primo anno collegiale ha disputato 21 partite su 32 con meno di 10 tiri tentati dal campo, mettendo insieme 12.7 ppg con 6.5 rimbalzi e 6.3 assist.  Nella seconda stagione, si è visto subito come abbia migliorato la fase realizzativa pur non snaturandosi nella sua propensione all’assist. La sua percentuale da tre punti è passata da .307 a .363, gli assist sono passati a 10.0 a partita (primo di tutta la Division I NCAA) e i punti sono raddoppiati passando a 24.5.  Ha tirato di più, ovviamente, ma con migliori scelte di tiro, come dimostra l’aumento della percentuale dal campo, da .459 a .499. Recupera quasi due palloni a partita, piazzato quasi una stoppata (27 in 33 gare).  Ma allora perché non parliamo di lui come della prima scelta assoluta? Per tre motivi. Il primo potremmo chiamarlo “fattore ZW” e non credo serva spiegarlo.  Il secondo sono le palle perse:  5.2 a gara in 36 minuti è un dato oggettivamente molto alto, soprattutto in un basket come quello NCAA dove si gioca ai 35 secondi a possesso, quindi con un ritmo molto più basso rispetto alla NBA. Il terzo è che le sue cifre sono state messe insieme nella Ohio Valley Conference, ovvero una conference collegiale di basso valore tecnico, che nella sua storia ha mandato solo UNA squadra alle Final Four NCAA, Western Kentucky 1971.

PICK NO. 3: R.J. Barrett – Duke Blue Devils (Roberto Gennari)

14/6/2000 – Freshman

2.01 m – 92 kg

Rowan Alexander Barrett Junior (anche qui, R.J. e non R.A., ma giustificato dal “Junior”) è l’ennesimo giocatore di basket proveniente da “north of the border” in quella che minaccia di essere la nazionale canadese più forte di sempre. Figlio d’arte (il padre Rowan Barrett Sr. ha giocato in nazionale insieme a Steve Nash e a Cantù quando R.J. aveva solo sei anni), al suo arrivo a Duke era lui il miglior freshman degli USA secondo tutti i siti di recruiting, tanto che si prospettava un remake del draft 2012, con due compagni di college chiamati alle prime due. Nonostante poi l’hype si sia spostato tutto verso Zion, le cifre messe insieme da Barrett nel suo anno ai Blue Devils sono di tutto rispetto:  parliamo di 22.6 punti a partita, come Zion, anche se formalmente è lui il miglior realizzatore di Duke avendo messo insieme 860 punti contro i 746 del compagno di squadra. Di 7.6 rimbalzi e 4.3 assist. Di un tiro da tre che va e viene e di una precisione ai liberi su cui – come su quella di Zion – in estate si dovrà lavorare molto. R.J. è un giocatore che si accende, e quando si accende è già pronto per il livello NBA. Il “problema” o presunto tale di Barrett è che molto probabilmente dovrà giocare più lontano da canestro rispetto al suo ex compagno di squadra, visti i quasi 40 kg in meno, e per giocare da esterno in NBA siamo ancora carenti nel tiro da tre, che a Duke entrava con il .308, percentuale che deve salire sensibilmente per una SG, così come il ball handling con la mano destra. Però corre benissimo sul campo, non è spaventato dal gioco fisico, ha un tempismo incredibile a rimbalzo, come testimoniano le nove doppie doppie in punti e rimbalzi a Duke, e non è un giocatore egoista .  Inoltre è un ottimo difensore e ha una grande costanza di rendimento:  in ognuna delle sue 38 partite in NCAA ha sempre messo a segno almeno 13 punti, in 35 occasioni su 38 ha catturato almeno 4 rimbalzi, in 21 su 38 ha smazzato almeno 4 assist. Ma è negli intangibles, in quella che da noi potremmo chiamare “cazzimma” che i New York Knicks, chiamandolo alla 3, faranno un affarone.

PICK NO. 4: Darius Garland – Vanderbilt Commodores (Fabio Pezzolla)

26/1/2000 – Freshman

1.88 mt – 79 kg

In un draft che vede le proprie stelle polari nel talento dei magnifici 3 Williamson, Morant e Barrett, considerate vere e proprie safe picks comunque vada, ci sono diversi giocatori appena sotto che sgomitano per una scelta alta in lottery: uno dei più intriganti e misteriosi è senza dubbio Darius Garland.

Una guardia “tascabile” come il buon Darius Garland ha nelle sue doti principali l’agilità, la velocità e un ball handling che si può già considerare d’elite: raffinato attaccante, sa crearsi i propri tiri e punire l’avversario dal palleggio con un primo passo bruciante, senza dimenticare un tiro da tre mortifero che lo mette subito nel radar dei giovani più interessanti del draft.  Nelle poche partite a Vanderbilt, ha fatto intravedere sprazzi di puro talento e minuti davvero infuocati, con un repertorio offensivo di tutto rispetto tra cui si nota un floater soffice e preciso, senza dimenticare un’apertura alare buona per la sua altezza ridotta e un apprezzabile effort difensivo. Da non trascurare anche che il padre, Winston Garland, ha giocato in NBA e può quindi trasmettere al figlio consigli importanti.

Il primo difetto che balza all’occhio in Garland è il suo essere sottodimensionato: non arriva al metro e novanta di altezza e appare ancora troppo acerbo fisicamente per il salto in NBA (pesa meno di 80 kg): potrebbe facilmente trovarsi a marcare giocatori che gli rendono  5-10 centimetri e 15-20 kg, rendendolo potenzialmente un mismatch ambulante.  Abbiamo davanti un giocatore che ha praticamente saltato il college, e nelle poche partite in cui lo abbiamo visto a Vanderbilt ha alternato ottime giocate offensive a brutti passaggi a vuoto, soprattutto nei turnovers: decisamente non un gran passatore.  Già prima non un atleta esplosivo, soprattutto a livello di elevazione, bisognerà vedere come si riprenderà dall’infortunio al menisco che lo ha tenuto fuori per tutta la stagione, non certo uno dei più semplici da cui recuperare.

Ci troviamo davanti ad un ragazzo che se la gioca con Coby White per la quarta piazza del Draft: tecnicamente uno dei migliori prospetti, è forse quello che ha più bisogno di sviluppare il proprio fisico prima ancora che il proprio gioco, che sembra già abbastanza moderno e convincente.  Inserito in un contesto di gioco funzionale e messa su un po’ di massa, potrebbe diventare davvero uno starter di livello per molte franchigie. Garland è perfetto per quei team che cercano una PG di livello ma non hanno la possibilità di puntare a Barrett, Culver e Morant e sono disposti a rischiare, ragionevolmente tra la 6 e la 10: potrebbero pensarci i Suns, che ne farebbero un sub promettente per il playmaker titolare che arriverà senza dubbio dalla FA, o anche i Bulls che hanno un progetto a lungo termine.  Dovesse scendere sotto la 10, avremmo una potenziale steal  con Timberwolves, Hornets e Heat in agguato.

PICK NO. 5: Jarrett Culver – Texas Tech Red Raiders (Giandamiano Bovi)

20/2/1999 – Sophomore  

1,96 m – 89 kg

Compagno di Moretti e leader della Texas Tech che ha sorpreso tutti raggiungendo la finale NCAA, Culver ha scalato i mock draft nel corso dell’anno e sarà ora scelto in un range che va dalla 4 alla 8.

Culver è un giocatore versatile sia in attacco che in difesa. Può creare un tiro per sé stesso grazie alle buone doti in palleggio con entrambe le mani. Giocando da SG in NBA, riuscirà a nascondere alcune lacune nel fondamentale del passaggio. Culver non teme contatti in penetrazione e dispone di un notevole cambio di ritmo nell’attaccare il ferro.

Il tiro dalla lunga è ondivago (30% nell’anno da sophomore), anche se la tecnica è discreta. Culver tende ad affrettare il rilascio in situazioni di difficoltà, cambiando una meccanica che rimane fluida quando tira con spazio. Fatica particolarmente in situazioni di catch’n’shoot che saranno sempre più frequenti per lui in NBA. La percentuale ai liberi è sotto media per una guardia: 70%. Bisognerà correggere un piccolo movimento del gomito che interrompe la fluidità del rilascio.

L’ultimo problema di Culver è stato evidenziato nella Finale NCAA. La marcatura estremamente fisica di Hunter di Virginia lo limitò a un 5-22 dal campo: come reagirà Culver di fronte alla marcatura delle ali NBA?

PICK NO. 6: Coby White – North Carolina Tar Heels (Riccardo Atzori)

16/02/2000 – Freshman

1.96 m – 84 kg

Questo capellone nato e cresciuto in North Carolina è uno dei giocatori che è esploso in questo anno al college. Arrivato come prospetto da 3 stelle dopo l’esperienza alla High School, Coby ha dimostrato una grande intelligenza cestistica e soprattutto una grandissima propensione al lavoro. Ha iniziato l’anno con l’idea di prolungare la sua esperienza al college, ma i lampi di talento mostrati anche nei momenti più importanti hanno attirato su di lui l’attenzione dei GM della NBA.

Un mix di dimensioni, atletismo e capacità di tiro già abbastanza avanzato.  Seppur leggero, potrebbe avere dei mismatch difensivi favorevoli se accoppiato al playmaker avversario che può contenere soprattutto per lunghezza e altezza. Una guardia come lui, molto abile sia dal palleggio che in catch&shoot può essere di grande appeal per varie squadre presenti in questa lottery.  Il suo tiro in movimento è già qualcosa di incantevole, per controllo del corpo e per eleganza.

La capacità decisionale è sicuramente la cosa su cui deve lavorare. È molto sicuro dei propri mezzi, ma spesso proprio per questo tende ad intestardirsi cercando anche giocate inutili, che portano spesso ad errori grossolani.  Questo aspetto e la sua poca consistenza come difensore (si fida troppo delle sue braccia e si fa battere spesso per tentare la rubata da dietro) potrebbero essere la causa per cui all’inizio potrebbe avere un ruolo di comprimario, entrando dalla panchina per spezzare il ritmo con la sua sregolatezza.  La voglia di lavorare c’è e l’ha già mostrata al college. Sotto quella folta chioma c’è un ottimo potenziale, e un po’ come è stato per Jamal Murray, serve un lavoro importante e soprattutto una squadra che si fida di lui.

PICK NO. 7: DeAndre Hunter – Virginia Cavaliers (Fabio Pezzolla)

1/12/1997 – Sophomore

2.01 m – 102 kg

Al di fuori dei magnifici 3, è difficile trovare in questo Draft 2019 una pick affidabile, rodata e completa come DeAndre Hunter. Combo forward atletica e dal fisico già adatto a competere al piano di sopra, chi punta su questo ragazzo porta a casa uno dei migliori difensori della stagione NCAA appena trascorsa, pezzo fondamentale di Virginia campione: giocatore sempre pronto a dare il 100% per la squadra, mostra anche buoni istinti nella metà campo offensiva (soprattutto dall’arco, con un incoraggiante 43.8% nella scorsa stagione), eccellente tiro dalla media,  un QI cestistico e una comprensione del gioco inusuali per la sua età, mentalità vincente e professionale, oltre ad aver mostrato continui miglioramenti: è difficile trovare un prospetto di questo draft con una tale combinazione di leadership e upside. In difesa  può switchare su qualunque ruolo senza problemi ed è sempre pronto all’extra effort: potremmo definirlo un “cagnaccio”, come si dice in gergo, ma non è una testa calda e anzi sembra il perfetto giocatore da sistema che predilige i successi di squadra: il riassunto del prospetto moderno.

Sa fare bene un po’ tutto, ma non eccelle in nulla: la sua difesa è promettente ma va testata nella NBA, da 3 è affidabile ma si è preso pochi tiri, il suo fisico che finora gli ha garantito un vantaggio non spicca tra i giganti che si troverà ad affrontare e appare ancora un po’ grezzo: non sembra avere gli istinti per stoppate e rubate,  e a rimbalzo non riesce a sfruttare il fisico.  Come molte combo forward delle sue dimensioni, è un po’ a metà del guardo tra PF e SF: si teme che sia troppo piccolo per essere un 4 e troppo lento per giocare da 3.

DeAndre Hunter è un giocatore che sembra tra i più pronti tecnicamente e fisicamente per il salto in NBA: il suo gioco è perfetto per l’NBA moderna, la sua etica del lavoro è impressionante e la sua intelligenza cestistica gli permetterà di adattarsi rapidamente all’NBA.  Bisogna capire se effettivamente il giocatore sia questo oppure ci siano margini per trasformarlo in uno starter di livello, e non solo un buon roleplayer: tra la 6 e la 10 Hawks, Suns e Cavs potrebbero farci più di un pensiero.

PICK NO. 8: Cameron Reddish – Duke Blue Devils (Riccardo Atzori)

1/09/1999 – Freshman

2.03 m – 99 kg

Ultimo membro del “trio delle meraviglie” creato da Coach K, Cam arriva al draft con vari punti interrogativi sul suo conto. È quello che ha sofferto di più il passaggio al college, e soprattutto l’adattamento da primo violino a terza opzione offensiva dopo Zion e RJ.

Le dimensioni maggiori rispetto ai pari ruolo sono sicuramente un vantaggio pensando al salto in NBA, visto che il suo gioco si sviluppa soprattutto tra il ruolo di Guardia e Ala Piccola.  È lungo, e molto rapido, con un eccellente ball handling, e una notevole capacità di punire il ritardo del difensore.  Buone sono anche le sue doti di passatore, seppur esse non siano state evidenti in quest’anno al college per via delle cattive spaziature dell’intera squadra.  Inoltre è ottima la sua versatilità difensiva, con un eccellente movimento laterale, che lo rendono un difensore potenzialmente d’élite sia sul portatore di palla che nei cambi difensivi: praticamente ideale in questa NBA.

Le sue letture di gioco non sono sempre tra le migliori, per usare un eufemismo, e si avventura troppo spesso in mezzo all’area dove, a livello NBA, soffrirebbe tantissimo la forza fisica avversaria.  Poco propenso al gioco in post, tende spesso ad isolarsi, senza creare spazi con i suoi movimenti.  Non ha mai cercato di prendere in mano la squadra, ed è sembrato spesso sfiduciato. Sembra molto fragile a livello mentale. Ha bisogno di essere “educato” al gioco in un sistema che sia in grado di limare i suoi punti deboli senza snaturare le sue tendenze. Le sue potenzialità sono pressoché infinite.  Dato come scelta tra la 5 e la 10, può essere perfetto per il sistema degli Hawks.

PICK NO. 9: Sekou Doumbouya – Limoges CSP (Riccardo Mele)

23/12/2000

2.06m – 105kg

Nato in Guinea, ma naturalizzato francese, il ragazzo ha impressionato molto quest’anno, sia in LNB Pro A (7.7 punti e 3.2 rimbalzi) che in Eurocup (6.9 punti e 2.8 rimbalzi). Il suo attuale allenatore, Kyle Milling, ha dichiarato: “nonostante la giovane età, ha già mezzi fisici impressionanti.”  È un ottimo atleta, gran corridore e contropiedista, atletico e mobile di gambe.  In Europa può occupare entrambi gli spot di ala, difficilmente sarà così negli USA. Deve per forza mettere su massa. È un diamante grezzo, ancora acerbo sotto molti punti di vista (ha comunque solo 18 anni), ma che può trasformarsi, con pazienza e con la guida giusta, in un giocatore devastante.  Deve migliorare soprattutto palleggio e passaggio, ma il tempo è dalla sua parte. Vale anche per lui il discorso che faremo più avanti per per Goga Bitadze: almeno un altro anno in Europa gli farebbe bene.

PICK NO. 10: Jaxson Hayes – Texas Longhorns (Fabio Pezzolla)

23/5/2000 – Freshman

2,11 m – 100 kg

Il fisico è il suo punto di forza principale e la prima cosa che salta all’occhio: 2 metri e 11 su un corpo ancora da costruire ma che promette agilità e versatilità (può giocare sia centro sia ala forte), un impressionante wingspan di 2.23 metri, mani grandi e istinti difensivi promettenti che sembrano poter consegnare alla lega un rim protector di livello, se non potenzialmente addirittura d’elite. Il dato principale della sua breve carriera universitaria sono le 2.2 stoppate a partita in 23 minuti di media sul parquet, che confermano le impressionanti doti fisiche, senza dimenticare un buon tocco sotto canestro che lo ha portato a sfondare il 70% dal campo al college, oltre ad una buona mano ai liberi (attorno al 75%) che per un giocatore di queste dimensioni non è mai scontata.  Da segnalare anche una buona attitudine al rimbalzo offensivo + putback,  frutto di tempismo, discreta elevazione  e senso della posizione. Oltretutto, uno degli aspetti più interessanti di questo ragazzo è l’upside potenziale:  passare da 3 punti e 5 rimbalzi di media negli ultimi due anni di liceo ad una pick in lottery in appena un anno è qualcosa di speciale che solo chi ha grande forza mentale e fiducia nelle proprie capacità può fare: potremmo essere davanti ad un caso lampante di “more than meets the eye” (ricordate cosa si diceva di Draymond Green a suo tempo?)

Hayes non ha ancora capacità offensive a livello NBA: il suo limitato arsenale offensivo infatti gli permette di concludere di potenza a canestro (buono nel concludere i lob) e approfittare dei mismatch, ma pochissimo altro; post praticamente nullo, tiro da 3 ovviamente non pervenuto…  Appare ancora un po’ scostante a rimbalzo, visto che con l’altezza che si ritrova potrebbe e dovrebbe incidere di più sotto i tabelloni. Inoltre, sembra ancora un po’ leggerino e asciutto per gli standard NBA e ha già dimostrato di patire giocatori di fisicità superiore: deve migliorare anche nella gestione dei falli, problema comune nei giovani big men di altezza ragguardevole. Chiaramente, non stiamo parlando di un centro dalle spiccate doti tecniche: i passaggi non sono il suo forte e di mettere palla a terra non se ne parla.

Jaxson Hayes è un progetto molto interessante e ancora tutto da costruire: chi si affiderà a lui dovrà mettere in conto di trovarsi davanti ad un investimento a lungo termine, che porterà i suoi frutti forse anche dopo il termine della rookie scale. Tenendo comunque a mente che l’altezza non si insegna, alla peggio stiamo parlando di un buon sub difensivo in grado di giocare minuti importanti, ma con la guida tecnica giusta e un allenamento che ne metta in risalto le indubbie doti fisiche e atletiche naturali, abbiamo potenzialmente per le mani un rim protector d’elite versatile ed equilibrato, e magari qualcosa di più.

PICK NO. 11: Rui Hachimura – Gonzaga Bulldogs (Andrea Nola)

08/02/1998- Junior

2,03m – 104kg

Dal Giappone con furore, è sicuramente uno dei prospetti maggiormente attesi in questo Draft NBA. Figliol prodigo del basket di coach Mark Few, Hachimura possiede quel potenziale tecnico, tattico e fisico per far bene in qualsivoglia franchigia pronta a chiamarlo in causa.

Atleta ancor prima che giocatore di basket. Tra le sue doti primarie sul parquet, infatti, spiccano l’esplosività e la resistenza fisica per competere ad alti livelli. Giocatore dall’esperienza pluriennale con la Nazionale di basket del Giappone, si afferma nel suo terzo anno NCAA come il gioiello offensivo di Gonzaga grazie alla grande facilità con cui riesce a guadagnarsi spazio nell’area avversaria e alla ottima propensione a prendersi tiri importanti dal perimetro quando la partita lo richiede. Al suo terzo anno nel basket collegiale si afferma anche come ottimo passatore, grazie ad una raffinata visione di gioco che gli permette di servire i compagni di squadra con degli assist al bacio. Grande rimbalzista, copre la gran parte dei rimbalzi della propria squadra grazie alla sopracitata esplosività che gli permette di creare situazioni di pericolo a favore dei suoi in fase offensiva. Un giocatore che, nella attuale NBA, potrà sicuramente coprire ogni stats richiesta.

Il suo limite più grande è quello della quasi totale assenza di un buon jumper e della poca continuità che riesce a mettere tra una partita ed un’altra, per cui sicuramente soffrirà i vari back to back che la NBA gli metterà di fronte. Il tiro da tre – seppur usato in determinate occasioni – viene utilizzato ben poco ed in prospettiva si può andare a configurare come un limite, poiché è ormai diventato il timbro della NBA dei nostri giorni. Se in difesa riesce a coprire egregiamente i rimbalzi e l’area piccola, dall’altro lato soffre estremamente le ripartenze veloci degli avversari e il tiro dal perimetro che per lui si mostra quasi come il suo tallone di Achille.

Ha un estremo bisogno di essere allenato sul tiro da tre, in un sistema di gioco che lo imposti come uno dei propri giocatori di punta in ottica futura e che valorizzi al massimo la sua grande propensione alla difesa senza far andare a perdere le qualità offensive e di impostazione. Dato come scelta tra la 8 e la 15, ricorda a tratti Paul Millsap e Wilson Chandler nel suo prime. Ottimo nel sistema Minnesota Timberwolves o in quello dei Denver Nuggets.

PICK NO. 12: Nassir Little – North Carolina Tar Heels (Riccardo Atzori)

11/02/2000 – Freshman

2.02 m – 100 kg

A differenza del compagno Coby White, Nassir Little è arrivato al college con enormi aspettative, e già con dei paragoni un po’ troppo azzardati per la sua giovane età (definito a Little Kawhi).  Nell’anno collegiale la super stella ammirata alla High School si è leggermente spenta, tanto che, partito come starter, ha finito la stagione come comprimario.

Un’atleta incredibile, lungo e agile. Ciò che deve avere un giocatore per essere un’ala nell’attuale NBA. Allarga bene il campo perché ha delle buone qualità di tiratore, anche dal perimetro.

Per essere il nuovo Kawhi, Little ha tanto da migliorare. Soprattutto l’attitudine difensiva. Poco presente a rimbalzo, non sfrutta le sue qualità atletiche nella sua metà campo.  Sembra svogliato quando difende, per poi partire in contropiede come un razzo, ma l’NBA attuale richiede grande attitudine e duttilità. Non sembra molto adatto ad un contesto di squadra che deve fare un balzo in avanti in poco tempo, ma necessita decisamente di tanto tempo per migliorare. Tanti insider e scout non vedono in lui un notevole miglioramento, nonostante la giovane età, proprio perché poco propenso al lavoro.

L’età sicuramente è ancora dalla sua parte, ma sembra una stella che si accontenta di essere un role player. Ci sarà qualche squadra disposta a rischiare, nella speranza che quella luce torni a brillare? Attendiamo la notte del Draft.

PICK NO. 13: P.J. Washington – Kentucky Wildcats (Andrea Cassini)

23/8/1998 – Sophomore

2.03 m – 103 kg

Nella fucina di talenti che sono i Wildcats dell’impomatato Calipari, P.J. Washington ha descritto una parabola piuttosto singolare. La stagione da freshman, che dalle parti di Kentucky spesso è l’unica che importa, è stata deludente, anche per colpa della convivenza forzata con un infortunio al piede.

Decide di rimanere per la stagione da sophomore, e dopo un periodo di assestamento diventa una forza della natura. La sua posizione naturale in campo è quella di power forward, un po’ vecchio stile: non possiede grande elevazione o esplosività, ma è bravo a sfruttare la massa, la posizione e un’apertura alare individiabile (218 cm, che compensa l’altezza non impressionante per il ruolo). In questa stagione ha semplicemente bullizzato gli avversarsi sotto canestro (15 punti di media abbondanti), sia in attacco che in difesa – dove ha una predilezione, persino eccessiva, per la stoppata. Ma il miglioramento più importante, quello che l’ha proiettato nel tabellone del draft, riguarda l’efficacia al tiro. In dodici mesi siamo passati dal non tentare una tripla neanche per sbaglio al realizzarne 0.9 di media con un ottimo 42%, che sale a 45% in situazioni di catch-and-shoot. Siccome al piano di sopra i suoi 203 centrimetri di altezza non basteranno a fare la voce grossa nel pitturato, e dovrà ritagliarsi spazio contro le second unit avversarie, la dimensione perimetrale aggiunge un livello di pericolosità che un big man contemporaneo deve avere.

Per il resto, tanti punti oscuri. Comprensione del gioco, doti di passatore, disciplina in difesa? Tutte da registrare. Ma la voglia di migliorare e ribaltare le aspettative, quella non gli manca.

PICK NO. 14: Keldon Johnson – Kentucky Wildcats (Riccardo Atzori)

11/10/1999 – Freshman

2.01 m – 98 kg

Eletto Freshman of the year per la SEC Conference, Keldon è stato la guida insieme a Tyler Herro della squadra di Coach Calipari.
Tutto il valore di Keldon lo si può notare in ogni discesa sul parquet e, sebbene non sia una scelta da lottery, possiede quelle abilità e skills che potrebbero fare comodo alle squadre che sono scoperte per il ruolo di guardia/ala, trovando in lui un ottimo comprimario.

Un competitore instancabile, che aggredisce sempre e comunque la partita, sia in fase difensiva che in fase offensiva. È un ottimo tiratore, dal mid-range e da dietro l’arco.
È uno che ha tanti punti nelle mani; possiede una grinta e una voglia davvero enorme che lo rendono una pedina importante per la squadra.

Grinta e voglia spesso vengono messi in campo per coprire le varie lacune presenti nel suo gioco.
Deve migliorare principalmente tre cose:
⁃ capacità di attaccare l’area per finire al ferro; Sbaglia spesso tempi di attacco e zona, non riuscendo in modo netto a cambiare velocità.
⁃ capacità di lettura della difesa per creare spazi ai suoi compagni.
⁃ capacità di playmaking; poca tecnica e lucidità nei passaggi.

Può trasformarsi in un sesto uomo di lusso a lungo andare, perché grinta e competitività sono già di ottimo livello.
Dovrà lavorare tanto sul fisico e sulla sua intelligenza cestistica.
La sua capacità di imparare e la sua attitudine al lavoro faranno la differenza sul suo futuro:
Buon giocatore o élite role player?
Potremmo parlare di lui come “steal” di questo draft nei prossimi anni.

Oltre la lotteria

PICK NO. 15: Goga Bitadze – Budućnost VOLI Podgorica (Riccardo Mele)

20/07/1999

2.11m – 114kg

Miglior giovane dell’Eurolega, MVP della Lega Adriatica, Miglior prospetto della Lega Adriatica, centro del Quintetto Ideale della ABA Liga. Questi i titoli individuali conquistati nella stagione 2018/2019 dal ventenne georgiano. Decisamente un ottimo biglietto da visita.

Il ragazzo è indubbiamente un bel prospetto, ha un fisico “importante”, con un ottimo rapporto altezza-peso, anche se, per competere con i pari ruolo al di là dell’atlantico, dovrà per forza mettere su un po’ di muscoli.  È un centro vecchio stampo, un po’ lento (e poco esplosivo), ma molto tecnico, ottimo nel pick n’ roll e con un ottimo tempismo a rimbalzo. Pecca sicuramente di esperienza, probabilmente almeno un altro annetto in Europa gli farebbe bene, magari in una squadra con altre ambizioni rispetto al Budućnost. Certo è che un centro così “educato” (a quest’età) non si vedeva da un po’. In un sistema consolidato (mi vengono in mente gli Spurs) può sicuramente crescere e fare bene. Ultima curiosità: la squadra che lo ha messo sulla cartina geografica del basket europeo è il KK Mega Leks, squadra serba che ha lanciato anche un certo Nikola Jokić.

PICK NO. 16: Tyler Herro – Kentucky (Giandamiano Bovi)

20/01/2000 – Freshman

1, 95 m – 88 kg.

Cercate un giovane in grado di contribuire dal giorno 1? Tyler Herro è ciò che fa per voi.

Herro ha una meccanica di tiro semplicemente PERFETTA. Elegante, rapida e alta nel rilascio. Non inganni il 35% da 3 nell’unico anno a Kentucky: la siccità offensiva dei Wildcats lo ha spesso obbligato a iniziative che in NBA non gli verranno richieste. Herro non è solo un tiratore. Capace di mettere palla a terra e punire i close-out grazie a un ottimo arresto e tiro dalla media, l’ex Kentucky è anche dotato di un euro-step molto efficace.

L’atletismo non è tra i migliori della Draft class, ma forse si sottovalutano i possibili miglioramenti in questo senso. Herro dovrà aumentare l’esplosività nella parte inferiore del corpo per poter battere gli esterni NBA dal palleggio, mentre irrobustendosi nella parte superiore potrebbe sopportare meglio i contatti. Nonostante Herro sia giovanissimo, molte squadre non vedono in lui le potenzialità per diventare un nuovo Devin Booker (per rimanere in ambito Kentucky). Il percorso al college di Herro e Booker è simile. Entrambi one-and-done, entrambi non messi sufficientemente in luce dal sistema. Riuscirà Herro a seguire il percorso della guardia di Phoenix e diventare qualcosa di più di un eccellente tiratore?

PICK NO. 18: Bol Bol, Oregon Ducks (Giandamiano Bovi)

16/11/1999 – Freshman

2,20 m – 107 kg.

Il figlio di Manute Bol è il prospetto più intrigante e al contempo più rischioso di questo draft. Il potenziale è enorme ma le red flags sono numerose.

Bol Bol potrebbe diventare l’ennesimo “Unicorn” nella lega. Un giocatore di quell’altezza con abilità come le sue è merce rara. Bol, nelle 9 partite giocate a Oregon prima dell’infortunio, ha mostrato di sapersi muovere con agilità e rapidità sorprendente per la stazza e ha mostrato buoni doti in palleggio. Ciò che impressiona maggiormente è la precisione e il range di tiro. Sebbene il movimento parta dal basso, il tiro rimane difficile da contestare a causa dell’altezza del giocatore. Bol ha mostrato anche lampi di presenza difensiva, esclusivamente in aiuto.

Per gli aspetti da migliorare, iniziamo proprio dalle lacune nella difesa sul proprio uomo. Bol sembra spesso intimidito da lunghi di stazza o semplicemente aggressivi. Ha carenze nella difesa del post e a rimbalzo, a causa della riluttanza a subire e sostenere contatti. La fragilità fisica è la più grande preoccupazione che circonda Bol. Una frattura al piede lo ha limitato a 9 partite a Oregon. Cosa accadrà in NBA? Riuscirà Bol a crescere muscolarmente senza inficiare mobilità, articolazioni e salute in generale?

PICK NO. 23: Romeo Langford – Indiana Hoosiers (Fabio Pezzolla)

25/10/1999 – Freshman

1.98 m – 98 kg

Di Romeo Langford si parlava in termini entusiastici alla fine del suo ultimo anno di High School, dove aveva messo numeri da vera superstar e trascinato la sua squadra tra gli urrà del pubblico, vedendo coronati i suoi sforzi con l’agognato rango di 5-stars prospect, tra i migliori della nazione. Giocatore dal fisico ideale per il ruolo e dalle brillanti doti atletiche, bravo a puntare il ferro , dalle buone doti di passatore e capace di sfruttare le lunghe braccia per crearsi il tiro dal palleggio in faccia al marcatore. La sua aggressività lo rende bravo a prendersi falli, converte con buona efficienza i liberi (sopra il 70%) e in generale è bravo a sfruttare i punti deboli dell’avversario. Sa cavarsela anche senza palla, è bravo ad occupare il campo in maniera proficua e a farsi trovare pronto in transizione, sia gestendole, sia concludendole. Giocatore coraggioso, va forte a rimbalzo (anche offensivo) nonostante si trovi spesso in svantaggio di stazza e trasmette la propria energia anche in difesa, dove riesce a gestire il proprio uomo con intelligenza. Sembra inoltre che il suo potenziale gli consenta una crescita che potrebbe rivelarsi folgorante.

Langford sembra abbastanza propenso a cali di tensione e passaggi a vuoto durante le partite: la sua intensità va e viene, e ogni tanto appare svogliato, come se si specchiasse nel suo talento. Non è affatto un buon tiratore da 3, chiudendo la stagione con un misero 27%: ciò che più preoccupa è la sua attitudine a prendersi brutti tiri in stile “hero ball” e a dimenticarsi a tratti dei compagni, mentre a tratti si fa scoraggiare dagli errori ed esita di fronte a tiri aperti. A volte non presta la dovuta attenzione con la palla in mano, portando a turnovers evitabili,  e inoltre appare troppo dipendente dalla sua mano destra, fattore che lo limita dal palleggio. La sua stagione ad Indiana è stata sotto le attese e non sembra trarre il massimo da un talento che lo avrebbe potuto facilmente proiettare in top 5: mancano un po’ di impegno e determinazione.

Inutile girarci intorno, da Langford ci si aspettava di più viste le premesse in uscita dalla HS: ora galleggia in tarda lottery, ma per una chiamata dopo la 10 un giocatore dal talento simile è merce rara: dalla 15 in poi, un affare sempre più intrigante, con Pacers, Spurs e Thunder in agguato per questo grande talento ancora indecifrabile.

PICK NO. 32: Carsen Edwards – Purdue Boilermakers (Fabio Pezzolla)

12/3/1998 – Junior

1.85 m – 91 kg

PRO

Con Carsen Edwards ci troviamo davanti ad uno dei giocatori più elettrizzanti del torneo NCAA, faro indiscusso della favola Purdue: il ragazzo ha messo numeri strabilianti nella fase finale, tra cui segnaliamo il record di 28 triple in appena  4 partite e 5 partite consecutive da almeno 25 punti (pareggiando un certo Steph Curry).

Il ragazzo è abituato a tirare una grande quantità di triple (viaggia attorno al 35% da 3 in una squadra che si affida quasi solo a lui, l’anno scorso era sul 40% con meno tentativi), ha un range da non sottovalutare e uno splendido rilascio; le dimensioni ridotte ne fanno un giocatore rapido e agile, con un ottimo ball handling e buone capacità di crearsi i propri tiri, riuscendo ad essere una minaccia anche al ferro grazie alla sua ottima elevazione e al buon tono muscolare, oltre ad un wingspan di rilievo in rapporto alla sua altezza, oltre ad essere bravo a gestire le ripartenze dopo aver preso il rimbalzo, creando punti veloci nei contropiedi.

Quello che però lo rende più interessante è la sua attitudine a salire di colpi nei momenti cruciali, quando la palla pesa: sa trascinare la squadra e si trova a suo agio nel clutch, dote che è davvero difficile da trovare nei giovani prospetti.

Forse lo avrete già intuito: il fisico minuto e il suo modo di intendere il gioco ne fanno il classico esempio di guardia imprigionata nel corpo di una point guard, ruolo che dovrebbe ricoprire pur non avendo le attitudini da playmaker.

In NBA si troverà davanti a giocatori che lo sovrasteranno fisicamente in maniera costante: già non brilla per capacità difensive, ma lo svantaggio fisico potrebbe trasformarlo in una liability che gli precluderebbe le prospettive da starter.

Inoltre, va considerato che è abituato a giocare in una squadra che si affida completamente a lui: è difficile prevedere come si adatterà ad essere una delle ultime ruote del carro in NBA; il potenziale sembra limitato, in quanto la maturazione del giocatore pare essere giunta ormai quasi all’apice.

Carsen Edwards è un nome intrigante tra la fine del primo giro e l’inizio del secondo: giocatore “con le palle quadrate”, rodato e con tanta voglia di guadagnarsi ogni minuto di NBA da underdog: il suo carattere vincente e clutch potrebbe far comodo a squadre di vertice che cercano un buon panchinaro affidabile quando c’è da fare sul serio, ma probabilmente poco di più… in teoria.

Infatti, difficilmente fuori dalla lottery troverete qualcuno con quel non-so-chè di “speciale” che in Edwards è davvero evidente: potrebbe diventare una steal, occhio.

PICK NO. 57: Tacko Fall – UCF Knights (Andrea Cassini)

10/12/1995 – Senior

2.31 m – 141 kg

Se seguite il college basketball, sicuramente vi è capitato sotto gli occhi qualche highlight dei quattro anni passati da Tacko Fall coi Knights di UCF, ateneo della Florida. Essenzialmente perché, alto com’è, è proprio difficile non notarlo. I suoi 231 cm lo rendono uno degli uomini più alti del mondo, non soltanto tra i giocatori di basket, e la sua storia cestistica è legata a doppio filo alle doti fisiche: trasportato in America dal Senegal ai tempi del liceo – come consuetudine per i giocatori africani, instradato al basket in sostituzione del calcio, guadagna una borsa di studio per UCF ma fatica a imporsi. All’inizio è gracile, legnoso dei movimenti, carente nei fondamentali. Visto che invece col cervello va alla grande – impara l’inglese in un battibaleno e ottiene voti altissimi – pensa a una carriera da ingegnere informatico più che da giocatore professionista, ma la stagione da senior cambia le carte in tavola.

Tacko mantiene una nobile media di 11 punti (con percentuali kareemiane, d’altra parte schiaccia e basta) e 7.7 rimbalzi a partita, e impressiona per i miglioramenti fisici, tecnici e soprattutto tattici. Sa stare in campo, nascondendo i propri difetti. Lo dimostra sotto i riflettori del torneo nazionale. La cavalcata degli UCF Knights si ferma contro i Blue Devils di Duke per una questione di millimetri, ma Tacko Fall non sfigura al cospetto di Zion Williamson. Improvvisamente, si parla di lui in ottica NBA. Qualcuno proverà a sceglierlo, magari al secondo giro?

I centri da alta quota sono in via d’estinzione tra i professionisti, nonostante i miglioramenti Tacko rischia di rimanere troppo lento sui piedi e troppo morbido a rimbalzo; dopo quattro anni al college, poi, i margini di crescita sono limitati. Ma è un eccezionale intimidatore sotto canestro, un valido agonista e un uomo molto intelligente; per un giocatore provvisto di questa dote ci sarà sempre spazio in uno spogliatoio, e sarebbe interessante vederlo all’opera in una squadra dall’impianto tradizionale, che in campo sappia proteggerlo e valorizzarlo. Dieci minuti dalla panchina, come un Boban Marjanovic (rispetto a cui è più alto e pesante, meno tecnico ma più incisivo in difesa), può offrirli senza scomporsi.


Roberto Gennari

Roberto Gennari

Classe 1979 come T-Mac e Baron Davis, un passato remoto da play di riserva, ha iniziato a scrivere di basket nel 2004 e non ha più smesso. Non vive nella nostalgia del passato ma se non volete litigare con lui non toccategli Jason Kidd.