Finding the MVP

Pubblicato da Leandro Nesi il

"È conveniente che esistano gli dei, e, siccome è conveniente, lasciateci credere che esistano"
Ovidio

209, 221, 110. Rispettivamente altezza, apertura alare, peso.

Ruolo: Point Forward

Rank nei Bucks di quest’anno:

Punti: primo.

Rimbalzi: primo.

Assist: primo.

Rubate: primo.

Stoppate: primo.

Risultato finale: 78 giornalisti e media su 101 lo hanno incoronato miglior giocatore della stagione.

E se dovessimo pensare, anche solo per un istante, che questo mini-ranking sia la cosa più impressionante su Giannis, sbaglieremmo di tantissimo.

Per spiegare la percezione che oggi la Lega abbia di lui, servono le parole di Shaq:

Il mio MVP è Giannis

Questa frase, insieme all’ormai celebre momento in cui Shaq, per la prima volta in carriera, ha concesso il suo soprannome “Superman” a qualcuno, mette Giannis su un piedistallo in cui, nella NBA di oggi, stanno comodi in pochi. Pochissimi. L’èlite dell’èlite NBA.

Quel che è certo è che, insieme a Joel Embiid, Giannis sembra più di tutti potersi andare a prendere la Lega. I due sembrano pronti a diventare i volti della nuova NBA da un punto di vista tecnico, emotivo e di marketing.

Entrambi hanno origini africane, ma mentre Joel è e si sente a tutti gli effetti africano, non si può dire lo stesso per Giannis.

Lui si sente, ed è a ogni effetto, greco. La sua storia inizia si in Nigeria, ma “solo” perché i suoi genitori sono nigeriani. Scappano dalla Nigeria, da profughi, per quello che è un viaggio della speranza, nel senso più proprio del termine. Scappano alla ricerca di un futuro migliore per quella che sarebbe diventata una famiglia di sei persone. E non trovano esattamente quel futuro che si aspettavano. La clandestinità è l’unico modo in cui possono sopravvivere in un contesto dove difficoltà economiche e una lunga crisi politica finiscono col rendere il “diverso” il capro espiatorio più semplice da individuare.

Mentre si discute se i ragazzi americani debbano saltare dall’High-school direttamente all’NBA o no, non si può non pensare al fatto che Giannis prima di andare in NBA non abbia giocato neanche un minuto nella massima serie greca.

Il motivo?

Facile. Non aveva un passaporto.

Non aveva un passaporto nigeriano, non aveva un passaporto greco. Un uomo senza nazione. I genitori di Giannis e di Thanasis, il fratello maggiore del #34 dei Bucks, si sono visti negare il passaporto per mesi. Anni. Questo perché il mondo può essere un posto terrificante, e se sei nato in Grecia, hai vissuto in Grecia, sei andato a scuola in Grecia, parli il greco non è detto che tu abbia diritto di essere greco. Specie se sei di colore, specie in questi anni in cui di globale a volte c’è solo tanta stupidità, tanta ignoranza e poco altro.

Giannis ha vissuto a Sepolia, un quartiere non esattamente ben frequentato di Atene, per tutta la sua giovinezza. È stato bullizzato. È stato vittima di episodi di razzismo. Ma nulla, nulla ha intaccato la sua ferma volontà di voler essere riconosciuto come un greco. Ad un certo punto, Ante ha potuto scegliere: cittadinanza nigeriana o greca? La cittadinanza del paese dei suoi genitori o quello in cui era nato, vissuto e cresciuto?

Per lui, c’è sempre stato solo il bianco e blu. 

Nonostante questo, per ottenere il passaporto e poter uscire per la prima volta dalla Grecia c’è voluta tutta la burocrazia del mondo, tutti gli interventi possibili e immaginabili di allenatori, dirigenti, procuratori. Il primo viaggio, è un viaggio che ha cambiato la vita di Giannis per sempre, e quel viaggio ha cambiato qualcosa non solo per Giannis, ma per tutti noi che amiamo questo gioco. Questo perché, il primo aereo che Ante ha preso è stato quello per Brooklyn, New York.

Giusto in tempo per andare al Barclays Center e partecipare al Draft NBA del 2013.

Bennett, Oladipo, Porter, Zeller, Len, Noel, McLemore, Caldwell-Pope, Burke, McCollum, Carter-Williams, Adams, Olynyk, Muhammad.

I primi 14.

I Milwaukee Bucks sono “on the clock”, ovvero il tempo ticchetta per loro, che devono compiere la loro scelta. Esattamente qualche secondo prima che i Bucks tirino fuori il nome, uno dei telecronisti dice quel che si sa: a quel punto del draft, le probabilità di prendere uno starter NBA sono del 10%. Uno starter. Non un candidato MVP, non uno dei migliori giocatori della Lega. Le probabilità di prendere uno che riuscirà a partire in quintetto in NBA sono del 10%.

Giannis vede Stern uscire. Lo vede arrivare al piccolo podio.

“With the 15-th pick in the 2013 NBA Draft, the Milwukee Bucks select Giannis Antetokounmpo”.

Ci sono due ragazzi ad alzarsi.

Uno è Giannis. L’altro è l’eroe di Giannis, quello cui Ante ha guardato per tutta la vita: è Thanasis, il fratello maggiore. 

Tiene in mano una bandiera della Grecia, la mostra, la agita. I due si abbracciano, perché in quel momento, in quell’Arena, solo loro sanno cosa hanno passato per arrivare fin lì.

È una storia fatta di sogni, di fatica e di sofferenze, ma è anche una storia di una famiglia legatissima, di due fratelli inseparabili e di due persone che hanno saputo veder lontano. Hanno saputo capire chi e cosa quel ragazzo magrolino, con la faccia da bambino, sarebbe potuto diventare. 

È una storia che inizia ad Atene, e ha a che fare con la forza di volontà. Giannis e Thanasis puntano a sfondare nella pallacanestro per cercare di aiutare i propri genitori a portare avanti la famiglia Antetokounmpo, composta da sei persone. Due genitori, quattro figli.

Per sfondare nella pallacanestro, come per sfondare in qualsiasi campo, oltre al talento, oltre al fisico, ci vuole la voglia di farsi in quattro.

Giannis e Thanasis di voglia ne hanno. Fin da piccoli, ogni mattina fanno quasi 5 miglia per arrivare in palestra, dove c’è il primo dei due allenamenti di giornata. Alla fine dell’allenamento, la stanchezza si fa sentire. Spesso e volentieri, le energie per tornare a casa per poi tornare ad allenarsi sono poche. Specie sapendo che a casa non ci sarebbe stato chissà quale pasto ad accoglierli. Si rimane in palestra. Non per allenarsi, perché se si mangia poco i due allenamenti e le 10 miglia totali bastano e avanzano, come attività fisica. Si rimane in palestra per dormire.

Su un materassino. 

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Fin da bambino, però, Giannis attira più di qualche curioso. Uno di questi è Alex Seratis, attuale agente in America di Ante. Seratis, che è greco, ha un uomo di fiducia ad Atene. L’uomo di fiducia manda dei video di quello che è un 2.03 che fa robe pazzesche. Virate in palleggio e schiacciate, corre il campo benissimo, ha un discreto ball-handling.

Qualcosa, effettivamente, potrebbe uscirci. Il problema però è evidente dal primo fotogramma che Seratis visiona: il ragazzo è un grissino, magro da far paura, sembra potersi rompere da un istante all’altro. Va fatto assolutamente mangiare di più, e mangiare meglio.

Si stanzia una piccola somma perché il ragazzo riesca ad avere una dieta da sportivo. Giannis si rifiuta di mangiare il cibo in più. Non ne vuole sapere, non se i suoi fratelli e i suoi genitori non avranno le sue stesse razioni.

What I am today, is because of my family. To me, family is everything”. 

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Viene presa una decisione che cambia tutto. I soldi in più arrivano, soldi buoni per garantire a tutta la famiglia i pasti che dovevano essere “solo per Giannis”. Ante è orgoglioso di sé stesso, ha contribuito a migliorare la condizione di vita di tutta la sua famiglia. Non è moltissimo, ma è un inizio.

Mangiando meglio, mangiando di più, mangiando quel che è giusto mangi un atleta, Ante ci comincia a credere. Gioca sempre meglio, mette su qualche chilo, e la burocrazia finalmente comincia a muoversi. Giannis può per la prima volta andare ad una manifestazione internazionale e giocare con l’under 20. Viene intervistato, gli chiedono dei suoi obiettivi. La sua risposta è sconvolgente:

“Voglio diventare un giocatore NBA. “

Gli chiedono se si ispiri a qualcuno:

Allen Iverson

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Due risposte che lasciano quasi a bocca aperta e che, con il senno del poi, si rivelano essere due profezie niente male.

Potendo partecipare a manifestazioni internazionali, il nome di Giannis comincia a circolare. La voce arriva fino a Jonathan Givony, fondatore di Draft Express nonché uno dei massimi esperti mondiali sul draft al mondo.

Nel frattempo, oltre alla chiamata dal “suo uomo”, ad Alex Seratis di chiamate per questo ragazzino greco ne cominciano arrivare parecchie. Ad un certo punto il telefono sembra esplodere. In due giorni arrivano sei chiamate, tutte per lo stesso ragazzino greco. Seratis decide di vederci chiaro, prende un aereo da New York e va ad Atene per veder giocare questo “Freak”.

Rimane ad occhi aperti.

È un giocatore grezzo, completamente da costruire, con un range di tiro limitato. Ma “avevamo decisamente qualcosa per le mani, non sapevamo cosa, ma qualcosa c’era”.

Arriva la chiamata per New York, c’è una concreta possibilità possa essere chiamato al primo giro. Giannis, tanto per cambiare, mette la famiglia al primo posto. I suoi genitori non hanno ancora il passaporto, non possono viaggiare con lui per il draft, e Ante ha deciso che senza i suoi genitori non si muoverà. Stavolta, però, deve cedere. Seratis si impone. Bisogna andare, perché è fondamentale esserci.

“With the 15-th pick in the 2013 NBA Draft, the Milwaukee Bucks select Giannis Antetokounmpo”. 

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Pochi istanti dopo, il General Manager dei Bucks si esprime così: 

Odio la dicitura ‘Sky is the limit’, ma credo che in questo caso possa essere davvero così.
John Hammond
GM dei Bucks

Giannis è un giocatore NBA. Il sogno di una vita, o quasi. Il quasi è dovuto alla sua famiglia, rimasta in Grecia. Non hanno il visto per raggiungerlo in America e per un ragazzo di diciannove anni, mai stato lontano da casa, può essere dura. Per lui non è dura, è durissima. Chiama i suoi tutti i giorni, non riesce a godersi quel traguardo che è l’entrata nella Lega dei sogni. Il suo agente americano e quello greco sono in continuo contatto per cercare di portare la sua famiglia in Wisconsin, ma al primo tentativo il “VISA” viene rifiutato.

Al secondo, anche.

C’è un problema, ed è pure grosso: se gli USA rifiutano per tre volte il visto ad una persona, questa persona non potrà mai più ottenerlo. I due agenti di Giannis a questo punto fremono per cercare di far funzionare il terzo e ultimo tentativo e Giannis va giù durissimo:

"Se loro non possono venire qui da me, io torno in Grecia"
Giannis Antetokounmpo
Foto di Matteo Marchi

Fortunatamente per tutti gli appassionati del globo, il terzo tentativo è quello giusto. Il visto viene concesso e la famiglia si riunisce.

Giannis può finalmente cominciare una vita normale, come tutti gli altri. Fino al momento in cui la famiglia non lo raggiunge, infatti, si rifiuta categoricamente di andare a dormire a casa la sera e dorme in palestra.

Non c’è motivo, se non ho la mia famiglia ad aspettarmi”.

Lui, abituato fin da piccolo a dormire nella palestra per non fare troppe volte le 5 miglia che separavano casa sua dalla palestra a Sepolia, il quartiere di Atene dove è cresciuto. Lui, che è passato dall’avere scarpe rotte ad averne quindici al mese, non tornava a casa perché in fondo poi è vero che “Happiness is real only when shared”.

Tutto passa, però.

La famiglia finalmente si ricongiunge e il diciannovenne greco le presenta il mondo NBA. Li porta allo stadio, mostra loro le maglie appese al soffitto del BMO Harris Bradley Center e sussurra al padre, quasi per gioco: “Forse fra 15 o 20 anni lì sopra ci sarà anche il mio numero”.

I primi anni passano, Giannis sviluppa la conoscenza del gioco, i propri fondamentali e, neanche a dirlo, il proprio fisico che passa dal “modello poco nutrito” al “modello Superman” ben noto oggi. Nel mentre, come tutti i giovani ai primi anni, il greco guarda ai mostri sacri della Lega: LeBron, Kobe, KD. Non ne ammira tanto il talento debordante quanto la continuità:

They’re special because they’re consistent every night”.

Quei tre ne mettono 30 a sera quasi senza neanche accorgersene. Potrà farlo anche lui?

Al suo terzo anno, alla prima della stagione ne mette 27. L’anno precedente era stato chiuso con 12 punti di media. Ha un fuoco dentro gli occhi come in pochi hanno. Dice il suo agente americano, che più che un agente è un amico, un fratello maggiore e un po’ anche un padre, che gli occhi di Giannis cominciano a dire: I know I’m gonna be unstoppable”.

Ma non è ancora pronto per metterne 27 a sera, anzi. Va di alti e bassi, non coadiuvato da un contesto tecnico e tattico che non aiuti del tutto il suo sviluppo. Chiude, comunque, con quasi 17 di media il suo terzo anno. Ma nella sua mente echeggia una sola frase:

“I know I’m gonna be unstoppable”.

Giannis se ne convince, e lavora per diventare inarrestabile. Lavora ogni giorno, dai fondamentali alla forza fisica, dalla coordinazione all’esplosività. Ma non esplode: migliora. Costantemente, inesorabilmente e in maniera tanto imprevedibile a vederlo all’esordio quanto impressionante a vederlo “night in, night out”.

Dal secondo al quinto anno aumenta di 4 punti esatti la sua media punti a partita. Dal quinto al sesto anno, ovvero dall’anno scorso a quello appena concluso, ritocca ancora il suo personale, mettendo l’asticella sui 27.7 punti ad allacciata di scarpe contro i 26.9 dell’anno precedente.

L’anno appena concluso, a livello di Regular Season, è stato stupefacente: 

Miglior record dell’NBA coi suoi Bucks, un dominio fisico sugli avversari che forse non si vedeva dai tempi di Shaq, una cattiveria, una determinazione e una “war-face” che lasciano sconvolto chiunque ne guardi una partita.

Viene eletto Capitano della squadra della Eastern Conference per l’All Star Game e partecipa al “draft” contro LeBron mentre in Wisconsin il “Giannis Effect” è un fiume in piena: nuova arena pronta per l’anno prossimo, nuovi punti di ristoro, nuovi condomini, un intero Stato surfa sull’onda che viene dalla Grecia. Il ragazzo, che non dimentica neanche per un momento le sue origini umili, trova il modo di dare indietro alcuni dei suoi guadagni: mense per poveri, associazioni umanitarie, fa tutto quel che un atleta nella sua posizione può fare, ovvero dare l’esempio.

Giving back, perché così i suoi genitori gli hanno insegnato.

In Grecia, ogni volta che qualcuno sente la sua storia ne esce motivato e crede che qualcosa possa veramente cambiare. Lo chiamano l’ambasciatore della speranza. Stanotte, con Shaq a far da Gran Maestro di cerimonia, ha ricevuto il premio più ambito per quel che riguarda la Regular Season, quello di MVP, davanti ad Harden e Paul George.

La sua è una storia che va raccontata, capita e apprezzata.

La sua è forse la storia più bella dell’NBA di questi giorni e una delle storie che qualcuno racconterà fra molti anni. 

La sua storia lui l’ha ripercorsa tutta.

Sepolia, i genitori, i sacrifici, i suoi fratelli.

Il suo impegno, la sua dedizione, la sua fatica, il suo essere grato.

È un ragazzo che sa che è lì perché i genitori hanno fatto in modo che ci potesse finire, ma che ha anche colto l’occasione che il talento, il fisico e la mente gli hanno dato: l’occasione di essere il migliore di tutti.

"È conveniente che esistano gli dei, e, siccome è conveniente, lasciateci credere che esistano"
Ovidio

Da oggi, lo è ufficialmente. 

M. V. P 

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Leandro Nesi

Leandro Nesi

Leandro Nesi, nato in Scozia ma Romano di Roma, 28 anni, felicemente sposato. Dottorando in ingegneria meccanica teorica e applicata. Amo il Gioco, detesto il tifo, specie quello con la t minuscola, che impedisce le discussioni. Simpatizzo per i Jazz e per LeBron, che mi hanno fatto innamorare della palla a spicchi. Di una partita guardo i giochi e gli schemi, di un giocatore gli aiuti in difesa e i tuffi sul parquet. Se c'è tattica, sono nel mio mondo. L'NFL e il tennis sono sul podio dei "miei" sport, dopo il Grande Amore (sportivo) che è il Basket.