Quella volta in cui ho incontrato LeBron James

Pubblicato da Luca Mazzella il

Ciao a tutti, mi chiamo Luca Mazzella e mercoledì 4 luglio 2018, alle 17:09, ho incontrato LeBron James. Oggi, “anniversario” di quell’incontro, vi racconto come.

Chi mi conosce sa cosa faccio nella vita, sa che lavoro faccio, come si chiama la mia ragazza, che squadra tifo, sa tutto di me perché la pagina Facebook Overtime e ha sempre avuto una gestione “personale”, con divagazioni che spesso e volentieri hanno mostrato a pieno la persona dietro la community. E sa che ho una passione per un giocatore in particolare, il che non è nulla di anomalo considerando che parliamo del più forte in circolazione. Averla al punto da scrivere un libro su di lui forse mi rende più malato di altri però.

Un anno e mezzo fa e dopo un libro di cui, al di là del risultato editoriale, non sono felicissimo, ho chiesto alla casa editrice di avere la possibilità di scriverne un altro. Documentari YouTube, articoli di giornali, riviste, e tantissime partite, ne rivedo circa 400. Ho ripercorso la sua vita passo dopo passo, ho capito che quella palla nel canestro è solo la punta di un iceberg fatto di lavoro, sofferenza, difficoltà, decisioni difficili, un’adolescenza per nulla agiata come tanti di noi. Ho capito che non si diventa LeBron James per caso, ho capito che anche se nessun percorso che ti porta a giocare al massimo livello possibile di basket è semplice, nel suo caso gli ostacoli sono stati molti di più e guardare tutti dall’alto, oggi, avvalora i sacrifici fatti per coltivare nel migliore dei modi quel dono che ha ricevuto da Madre Natura. Pur disponendo di una vetrina di 130.000 persone ho preferito non fare la “marchetta” nemmeno per me stesso, tanto ci tengo a questa comunità di amici, ma posso dire che questo libro mi ha dato la possibilità di avvicinarmi al più forte cestista del mondo.

La foto che ha dato il via a tutto

2 giorni prima, per puro caso, mi ero imbattuto nel retweet di un ragazzo che mostrava una foto sfocata di un omaccione con la felpa gialla e i cartelloni di un aeroporto alle spalle. Leggo “LeBron è appena atterrato a Salerno”, lì per lì nemmeno ci faccio caso, cavolo 24-48 ore prima era a Los Angeles a firmare il contratto coi Lakers, magari la notizia è vecchia, penso tra me e me. Poi però la curiosità mi porta a contattare l’autore della foto, Francesco, che a sua volta mi parla di un amico in aeroporto che ha avuto la fortuna di incrociarlo.

Si ma dove è diretto? Francesco non lo sa.

Ma se vado in costiera lo trovo? Non ne sa assolutamente nulla.

La notizia inizia a girare: qualche sito locale batte la notizia. Alcuni addirittura citano la foto che ho appena postato quando non c’entro assolutamente nulla! Sento la mia ragazza, le racconto tutto, e lei non esita un secondo nonostante l’indomani avessimo da lavorare:

Andiamo, non ci pensare nemmeno un attimo”.

Non credevo facesse sul serio e scrivo anche ad altri miei amici di questa pazzia. Man mano che ne parlo credo sia impossibile arrivare lì, totalmente a caso e senza riferimenti, e incrociare un LeBron che fa colazione, mangia una pizza, fa il bagno in spiaggia. Ma che vado a fare?

Quella mattina facciamo le nostre udienze, io fingo di essere titubante quando in realtà non vedo l’ora di partire: nella peggiore ci facciamo un giro in costiera. Ma dove andiamo esattamente?

Facciamo Positano. Hanno scritto su alcuni siti che LeBron è sullo yacht dove soggiornava Magic lo scorso anno. Altri parlano dell’isola Li Galli, piccolo paradiso tra Positano e Capri.

Scenderà per fare shopping? Scenderà per vedere Positano, passeggiare un po’ tra i vicoli? Alla fine sono tutti turisti e per lo più non italiani, hanno una discrezione diversa dalla nostra, abituati a “fiondarci” sui nostri idoli. Arriviamo alle 13 e decidiamo di posizionarci sulla spiaggia, da dove vediamo 3-4 yacht imponenti e un paio di pedane da cui scendono i vari “vip” a bordo di quei mostri. Ogni profilo diverso dall’ordinario sembra essere lui, ogni persona più grossa che vediamo scendere viene indicato da Annalisa con “eccolo!”, ma la verità, come dicono alcuni camerieri dei ristoranti sul posto, è che la fuga di notizie del giorno prima potrebbe averlo seccato. E se così non fosse, non è col caldo delle 15-16 che scenderà ma solo molto più tardi, intorno alla mezzanotte. Più mi viene detto così, più vorrei rimanere, più la mattina tocca lavorare. Annalisa mi dice di restare ancora un paio d’ore, fino alle 19, perché sente che alla fine uscirà. Lo scrive anche il mio amico Domenico che da Bacoli, il nostro paese, vuole sapere ogni dettaglio. Nel frattempo, tra un turista e l’altro, vedo un’intera famiglia camminare verso la pedana che conduce ai motoscafi. Guardo il primo del gruppo, assomiglia proprio a…ah no, è lui! È Chauncey Billups! Non sto nella pelle, avevo letto di altri sportivi in costiera ma no, non ero pronto a un incontro del genere! Mi avvicino, “Hey Chauncey! Sono un tuo grande fan!”

Yo Bro”, mi dice, sembra scocciato e provato dal caldo. Gli chiedo una foto e approfitto per una rapida domanda: “Che dici di Cousins a Golden State?Bull**** è la riposta, con tanto di mano a dire “lasciamo perdere”. Sento di non avergli fatto esattamente la domanda più gradita, gli do il 5 anche se non assecondo il suo successivo pugnetto (sti ‘mericani l’high five lo devono sempre rendere difficile oh), saluto e ringrazio.

Annalisa sorride, sente che la visita non è stata del tutto vana, io le leggo il palmares di Big Shot e le faccio capire che parliamo di un vero top. Eppure nessuno se l’era filato tranne me. E tranne una persona, Gianni, seduta lì e che mi chiede, incuriosita, chi fosse quel tipo con la maglia Adidas. “È lui LeBron?”

No no, ci mancherebbe.

LeBron oggi non scende, magari farà un giro in costiera domani, torna che lo becchi sicuro. Qui i vip fanno tutti lo stesso percorso”.

Sarà, intanto la giornata volge al termine, abbiano consumato i polpastrelli a caricare notizie tra news, Instagram e Facebook e siamo stanchi, oltre che molto pessimisti. Non lo incontriamo, ci abbiamo provato dai. Mando un messaggio, di pura disperazione, a quella che potrebbe essere la compagnia sul cui motoscafo LeBron è salito per arrivare allo yacht. Ci tornerò dopo sulla loro risposta.

Giorno dopo udienza, nonostante i 40 gradi si va in camicia e giacca ma con un pensiero in testa: è qui, a due ore, perché non ci provo di nuovo? In più ci sono diversi avvocati che parlano tra di loro del contratto firmato 24 ore prima “Hai visto quel giocatore di basket, 150 milioni in 4 anni? Mamma mia” “Chi è?” “Si chiama LeBron James, pare sia il più forte”. Non fanno altro che incuriosirmi.

Chiamo il mio amico Domenico, perché chiedere altre 10 ore di nulla ad Annalisa è troppo. “Dome, io a mezzogiorno ho finito. Ieri a Positano non è sceso, non ci sono notizie sui social, niente di niente. Ho letto che lo yacht è vicino Li Galli, facciamo un tentativo? Lo vediamo da mare e prima o poi dovrà scendere. Ah, non ho il libro con me. Sia mai lo vedessimo ci resterei malissimo: passa a casa mia a prenderne due copie e raggiungimi. Se non va bene nemmeno oggi proviamo venerdì e ci mettiamo fissi in aeroporto (qualcuno parlava di rientro quel giorno). Mi raggiunge lui in tribunale, io non ho un ricambio con me e mi dirigo allegramente in costiera in giacca e camicia, perché almeno la cravatta la butto il più lontano possibile.

In 2 ore siamo esattamente davanti a Li Galli, sono le 14. Vedo due yacht al largo, uno pare superare i 100 metri, l’altro, “modesto”, sarà 70-80. Mi avvicino ad un bagnino e chiedo chi c’è a bordo. La sua risposta: emiri in uno, “pugile americano” nell’altro.

Intuisco che qualche “spiffero” c’è e chiamo il ristornante esattamente di fronte, prenotando per due a nome Mazzella. Ora non resta che attendere, qualcosa succederà. Infatti…

Un motoscafo va incontro al primo yacht, quello più grande, e porta delle persone al ristorante. Scende un’intera famiglia, lo staff fa addirittura un inchino, capisco che sono davvero gli sceicchi di cui parlava il bagnino. Di LeBron però nemmeno l’ombra, sento che finirà come il giorno prima e, arrivato all’ingresso ristorante, prendo tempo dicendo che aspettiamo una fantomatica terza persona che si è aggiunta poco prima.

Poi succede qualcosa. Un magnifico motoscafo si avvicina alla pedana, scendono diverse persone. L’ultimo è un armadio di 2 metri, spalle larghissime, canotta bianca e cappello girato all’indietro in testa: è LeBron James, caspita è lui.

No frenesia, no fretta, non serve impazzire perché si intuirebbe subito il perché siamo lì. Attendiamo 5 minuti, lui intanto si siede e notiamo che su di noi ci sono già gli occhi di una delle sue guardie del corpo, che pare averci inquadrato da quando siamo scesi dall’auto, pazzesco. Entriamo e il proprietario, giustamente, ci chiede della terza persona (usata solo ed esclusivamente per prendere tempo). La risposta è “Ci ha fatto aspettare fin troppo, non ci frega, ci sediamo noi”. Ci guarda perplessi e ci indica il tavolo.

Ordiniamo, si parte, e nel frattempo ha preso posto anche lui. Alle nostre spalle una modella e il suo ragazzo. Tutti guardano in quella direzione, nessuno si alza per educazione però, soprattutto all’inizio. Non ho occhi che per lui, guardo ogni singola portata, ogni suo gesto, ogni sua risata, ogni sua espressione felice o contrariata: sono a 5-6 metri da LeBron James.

Iniziamo a mangiare, il menù non è esattamente dei più economici ma vederlo a pochi metri mentre chiacchiera, ride, racconta qualcosa, chiede di descrivere i piatti ai camerieri è semplicemente spettacolare. Il ristorante è pieno, non vengono fatte entrare altre persone e chi è dentro tenta di alzarsi col pretesto di fumare una sigaretta per poi avvicinarsi al suo tavolo ma niente, la guardia del corpo arriva sempre prima e allontana tutti.

È in vacanza. Lasciatelo respirare, vi prego. Non potete avvicinarvi”.

È più grossa di lui, fa paura.

Nel frattempo socializziamo col tavolo accanto. Lei ci racconta del suo lavoro, lui anche, si aggiunge il proprietario del ristorante che parla dei suoi ultimi 40 anni di vita. Ci viene chiesto il motivo della nostra presenza e svuotiamo il sacco. La modella resta colpita, dice che dovrei alzarmi e andargli incontro, che non può succedere nulla, che è emozionata lei per me, che si offre di fare da mediatrice. La realtà è che al di fuori dei camerieri e dei proprietari nessuno può nemmeno pensare a una cosa del genere. A un certo punto una scena simpatica: viene presa l’aragosta viva dalla vasca a centro sala, qualcuno la porta tra le mani, mentre cerca di divincolarsi, davanti al tavolo James. LeBron sorride, si diverte, ma indietreggia non appena gli si avvicina il proprietario con quel mostro vivissimo tra le mani. Terminato il rito, qualcuno dello staff dice “ecco cosa serve per farlo cagare sotto, un’aragosta, tutto qui”.

Lo so, vi scoccia sentire tutte queste cose, ora accelero.

Io e Domenico ci guardiamo innanzitutto negli occhi, titubanti se ordinare altro, ma la figlia del proprietario ci dice “il pranzo è lungo, trattenetevi” perché ha ovviamente intuito il motivo della nostra presenza (desumibile dagli occhi a cuoricino con cui guardavamo LeBron da 3 ore), e ci invita a prendere qualcos’altro. La fa facile, per ogni piatto tocca aprire un mutuo, ma è una giornata da vivere totalmente quindi andiamo di frittura. I nostri vicini di tavolo continuano a farci domande, ci usano come traduttori quando devono chiedere qualcosa e ci prendono davvero in simpatia. Quando lui si alza per andare a pagare, vedendo il tavolo pieno di portate, ostriche, vino, penso a chissà quanto gli sarà costato il pranzo. Credo quindi sia il caso di chiedere il conto per evitare dolori maggiori post-frittura. Chiediamo al cameriere ma…“Il pranzo è stato gentilmente offerto dai signori”.

Ma come? Perché? Gli abbiamo fatto davvero così tenerezza? Non ci guardavamo da fuori, ma forse all’esterno ci percepivano proprio come dei bimbi un po’ cresciutelli davanti al miglior giocatore del mondo e un filino emozionati, era così.

Ringraziamo calorosamente, arriva il momento dei saluti e lui mi chiede i contatti perché il prossimo anno saranno a Napoli. “Hai un bigliettino da visita no!?”

Diamine, sono avvocato, certo che ce l’ho. Il punto è che per non dare nell’occhio con lo zaino ho preferito lasciare tutto in auto, e ho i bigliettini in un portacarte lì dentro. Cerco nel portafoglio, sia mai ne avessi lasciato uno li. “Eccolo!”

Quando sto per darglielo lo giro dal lato “pulito”: sapete cosa leggo?

Parchimetro rotto. Non posso pagare il parcheggio”.

Cioè, avevo scarabocchiato chissà quando chissà perché su quel bigliettino e stavo per darlo al nobiluomo che mi aveva offerto il pranzo.

Ehm no no, è quello vecchio, ora ti scrivo il mio su un pezzo di carta, con email e recapiti vari”.
Sudo per l’imbarazzo, nessuno pare capirci qualcosa e me la cavo così. Anzi, il giorno dopo mi manda la foto che ci siamo fatti assieme con un Thank You a margine.

Intanto loro pagano, noi paghiamo (…), un altro tavolo davanti paga, resta la famiglia James e quella “reale” dello yacht di 130 metri che faceva sembrare la residenza marina di LeBron un monolocale.

Ah, la guardia del corpo. La guardia del corpo da che era all’ingresso del ristorante si è avvicinata ad ogni pietanza sempre più vicino a LBJ, fino a stargli praticamente affianco. Ha disposizioni precise, sembra scoraggiare ogni iniziativa, meglio non farlo alterare. Magari qualcuno lo fa per noi.

Gli sceicchi vanno via, il ragazzo al seguito (figlio, nipote, boh) tenta l’approccio al tavolo più ambito del ristorante, ma la guardia non ne vuole sapere: è in vacanza, continua a dire, lasciatelo stare vi prego. Lo allontana.

Ecco, in quel preciso istante dico a Domenico che dobbiamo andare via. A che serve stare lì, ci resterei solo peggio se provandomi ad avvicinare fossi respinto. Chiamo la figlia del proprietario e confesso.

Ti dico la verità, ho fatto 2 ore di auto a mezzogiorno da Napoli, con la giacca addosso e un pomeriggio di lavoro che mi aspetta, ho visto lo yacht di LeBron e ho prenotato. Non potendomi avvicinare ti chiedo almeno di fargli arrivare il mio libro. Non lo leggerà, non è un’opera d’arte, ma c’è quello che per me lui rappresenta, una piccola dedica scritta con la mano che mi tremava in bagno e vorrei glielo dessi”.

La risposta è stupenda. Lei conosce il “vip” con cui LeBron è a tavola, un famoso discografico di cui troverete info su vari siti, e mi dice che gliene parlerà confidando ALMENO nel potergli consegnare il libro e poi sperare che lui lo dia realmente a Bron.

Attendo il conto (il loro, noi eravamo belli che pagati) e al momento in cui lei si avvicina al tavolo inizio a tremare e sudare, imbarazzato e impaurito. Seguo ogni movimento, ogni sguardo, provo a leggere i labiali, ma niente, sono già nel pallone per l’emozione. Lei torna e mi dice “Quando (il discografico) si alza per andare via vagli vicino”. Lui intanto torna al tavolo e parla con LeBron: possibile gli abbia detto di me? È tutto così assurdo che escludo possa accadere.

Passano un paio di minuti. Ecco, si stanno alzando. Si alzano gli amici, le donne al tavolo, restano lui, l’amico che li ospita, e Savannah. Mi faccio coraggio e mi avvicino, il discografico mi vede arrivare e mi indica a LeBron, dicendo quasi “è lui il pazzo”

LeBron mi guarda e col dito mi invita ad avvicinarmi. Sono maledettamente teso, mi tremano le gambe, sto sudando e sono quasi in lacrime. È imponente, ha un deltoide pazzesco e spalle larghissime, ma è definito da far paura, con una vita che sembra quella di una ballerina. Sorride, sembra spensierato e non infastidito.

Ha il libro tra le mani, mi dice “L’hai scritto tu? Appreciate it, really appreciate it bro. Thank you man”.

Mi dá il 5, gli chiedo una foto non so nemmeno come dato che sono pietrificato, lui me la concede sorridendo e, negli scatti successivi, sembra quasi chiedersi perché stessi ancora in posa, immobile, dopo averne scattate 10, tutte uguali.

Intanto lo staff del ristorante lo attende per salutarlo e lui, dopo aver dato la mano e essersi complimentato con tutti, si concede una bella foto di gruppo. Ma il libro? Non lo vedo più nelle sue mani. Chiedo a Domenico se lo avesse seguito con lo sguardo, lui mi dice che lo ha dato al bodyguard, ma il giorno dopo, nel miscuglio di messaggi ricevuti su Instagram, qualcuno mi invia un video di 15 secondi in cui prima di fare le scale mette il libro nella borsa della moglie.

Si imbarca, io non sono ancora stato in grado di proferire una sillaba, e finisce lì. Sono l’uomo più felice del mondo, senza ombra di dubbio. Sono emozionato, terrorizzato, tremo ancora e non riesco a godermi a pieno quanto sta succedendo perché ci metto un bel po’ a realizzare. Domenico è una statua, ha fatto delle foto proprio mentre parliamo.

Il giorno successivo è un delirio: trovo la mia faccia su ogni singola pagina americana che parla di James. Famiglia James, James e amici, Bron Nation, persino HoopsNation posta la foto come storia dicendo “Cosa faresti per incontrare LeBron?”

In privato mi scrivono in 2000, ricevo qualche offesa di sana invidia (ma benevola), diverse centinaia di richieste di amicizia e qualche commento un po’ meno gradito. Mi chiedono come è andata tanti addetti ai lavori, un sito americano mi chiede la storia ma rispondo che la posterò solo sulla mia pagina perché un post in più su LeBron fa sempre bene, così vedrò come le altre volte gli utenti dividersi tra chi se ne lamenta e chi li offende, bella storia.

Mi scrive coach Crespi, parlo con Gianluca Gazzoli che è il primo a telefonarmi, emozionantissimo. No, non il primo in realtà. La prima è Annalisa, quella che il giorno prima mi aveva invitato a fare questa pazzia e per 10 lunghissime ore aveva condiviso quella insensata attesa a Positano per un LeBron che non sarebbe mai arrivato.

Subito dopo la telefonata apro i messaggi, contatto la società di yacht che per ovvie ragioni non mi aveva potuto dare informazioni il giorno prima. Gli mando la foto, mi rispondono che sono emozionati e felicissimi per quanto successo. Mi hanno dato una motivazione e una speranza quando, alla fine di quella giornata a Positano, li avevo disperatamente contattati chiedendo se sapessero degli spostamenti del Re. La loro risposta mi è rimasta dentro e ne ho fatto tesoro.

Ciao Luca mi fa piacere che ci hai contattato. Per una questione di privacy noi come società non possiamo divulgare nulla su di lui, anche se ci farebbe molto piacere aiutarti. Abbiamo avuto molte molte richieste del genere che non abbiamo potuto accontentare. L’unica cosa che posso consigliarti è “se insisti e resisti, raggiungi e conquisti”. Lo staff ti augura tutto il meglio!”

Se insisti e resisti, raggiungi e conquisti.

Io ho insistito, forse troppo, ho resistito vedendo quanto inavvicinabile fosse, ho usato discrezione e educazione e contando sulla disponibilità di alcune persone squisite (Gianni su tutti, lo staff del ristorante) conosciute quel mercoledì ho conquistato il mio minuto con LeBron James. Sono uscito su alcune pagine con la didascalia “LBJ in Italy with friends”, sono stato una delle persone giustamente più odiate in quel momento ma sono maledettamente felice. Leggendo i tanti commenti ai post qualcuno dice che me lo merito, che è il giusto premio per la mia pazienza, che è come ci fosse stato lui, che pur non conoscendomi è felicissimo per me. Vi assicuro che tutto ciò è stato quasi più emozionante dell’incontro in se. Ho avvertito una sincera vicinanza e gioia, con belle parole che non sento di meritare. O che almeno intendo condividere con tutte le straordinarie persone che mi sono state e mi saranno di supporto, sempre (Annalisa in primis).

PS l’incontro fu clamorosamente paparazzato da fotografi che cercavano LeBron. Ecco il risultato!

Se siete arrivati fin qui. Vi ringrazio. Se insisti e resisti…

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