FIBA WORLD CUP U19, La Finale: Il sogno del Mali, la redenzione USA

Pubblicato da Andrea Cassini il

(Articolo in collaborazione con FIBA)

È il pomeriggio del 6 luglio a Heraklion, Grecia, sull’isola di Creta. Nella semifinale che vale un posto sul podio dei Mondiali FIBA U19, il Mali è scappato via alla Francia nel secondo quarto e la tiene lì, a distanza di sicurezza. Secondo qualsiasi pronostico, il Mali non dovrebbe nemmeno esserci in quella semifinale e ha già frantumato ogni record internazionale del basket africano – non solo in merito alle categorie giovanili – semplicemente spingendosi così avanti nel torneo (il limite precedente lo avevano fissato Nigeria ed Egitto, all’undicesimo posto). Eppure, il Mali ha meritato e guadagnato ogni centimetro del suo percorso sull’isola di Creta; ha interpretato il torneo col piglio della favorita più che della mina vagante, e ha preso coscienza delle proprie potenzialità maturando a ogni partita, fino a diventare implacabile contro le squadre meno quotate (77 – 62 sulla Nuova Zelanda agli ottavi, poi un agile 84 – 74 sul Porto Rico ai quarti) e insidiosa contro le grandi (sul fucile c’è una tacca per la Lettonia e una per il Canada). Ora, la nuova missione è imparare dai propri errori. Proprio contro il Canada, nella fase a gironi, il Mali si espose a un pericolosissimo tentativo di rimonta dopo aver controllato la partita per ampi margini, consegnando al Canada il pallone del sorpasso sulla sirena. Mentre Mali e Francia dividono il parquet navigando verso la metà dell’ultimo periodo, tutti gli spettatori pensano a una simile rimonta, ma che stavolta premi la squadra inseguitrice. D’altra parte, la Francia è sbarcata in Grecia con l’idea fissa della finale e ogni sua mossa è stata mirata a quella direzione. Una sola sconfitta, con l’onore delle armi, contro la Serbia, e poi tante vittorie autorevoli estromettendo i padroni di casa della Grecia negli ottavi e i campioni in carica del Canada ai quarti – degli 85 punti segnati, 25 portavano la firma del candidato MVP Joel Ayayi, a cui aggiungeva 8 assist e 7 rimbalzi per completare una statline abbacinante. E Ayayi non predica nel deserto, tutt’altro: accanto ha il talento e la fisicità di Karlton Dimanche e Mathis Dossou Yovu. Come fa una squadra del genere a non svoltare la semifinale a proprio favore?

Nel momento topico, coach Crapez prova a smontare il gioco dei maliani con la zona. Ma c’è un istante, una singola immagine: se mettiamo in pausa la partita in quel momento, ci accorgiamo che è proprio lì che il Mali pronuncia la sua affermazione di volontà: in finale ci possiamo andare noi. Mancano 10 minuti alla sirena, Ayayi si avvicina a canestro e lascia partire un floater alto e morbido, per riportare i suoi a soli quattro punti di distanza. Oumar Ballo arriva in recupero dal suo presidio nel pitturato, sembra in ritardo, ma salta e sfiora il pallone con le dita, poi lo recupera. A tratti, in questo torneo, è sembrato un adulto tra i bambini e un professionista tra i dilettanti. Nei 17 punti uniti agli 11 rimbalzi e alle 4 stoppate che sigla nella semifinale, c’è un atletismo strabordante per l’età e la categoria, ma ci sono anche lampi di un’insospettabile tecnica. Ayayi, invece, forse intimorito dalle lunghe e muscolose braccia della difesa maliana, chiuderà la partita con cifre ben lontane dai fasti a cui ci ha abituato nel torneo: 8 punti, con 3/15 al tiro. Tre minuti dopo, un altro fermo immagine. Si galleggia sui 60 punti a testa, il Mali ha ingabbiato la Francia con la sua difesa (è primo nel torneo per stoppate) ma in attacco si arrabatta come può, sudandosi i punti con le seconde opportunità (è primo anche per rimbalzi totali e rimbalzi offensivi). Ma ora c’è da battere la zona di coach Crapez. Fousseyini Drame riceve sul perimetro, il difensore è a portata di braccia ma sa che non farà close out, lo sfida a tirare. Drame si alza e sono tre punti sul tabellone. Nell’ultimo fotogramma, su quel tabellone ci sono le cifre 76 e 73, con tre zeri nel mezzo. I giocatori del Mali s’inginocchiano a terra e baciano il parquet. Si sciolgono in un’emozione che finora hanno tenuto dentro la scorza del cuore, come guerrieri che si abbandonano in preghiera al dio che li ha protetti in battaglia, e che – vada come vada l’ultima partita, in programma questa sera – li accompagnerà in patria su carri dorati.

Se invece che a Creta fossimo qualche chilometro più a nord, in quello che oggi è il territorio del comune di Lamia ma che nel 480 a. C. era conosciuto come il Passo delle Termopili, potremmo pensare alla finale dei mondiali U19 come ai trecento indomiti spartani di re Leonida che difendono la gola – quel parquet che hanno baciato e su cui hanno pianto – dall’infinita marea persiana. Qua gli uomini in campo sono sempre cinque da una parte e cinque dall’altra, eppure gli americani sembrano molti di più. Coach Weber può permettersi il lusso di giostrare le sue stelline come fatto nella semifinale contro la Lituania, vinta con un sonoro 102 – 67. Nessuno supera i 23 minuti in campo, e il quintetto titolare si mescola spesso e volentieri con la second unit per trovare la giusta combinazione. Se il talento del versatile Jalen Green sembra spiccare sugli altri, è in parte dovuto al suo stile coinvolgente e appariscente, che gli vale il successo sul campo e fuori (il suo seguito sui social network, già nutrito, si sta ingrossando a vista d’occhio partita dopo partita). Sul campo, le sue abilità si abbinano senza strafare a quelle di Cade Cunningham, Jalen Suggs, Jeremiah Robinson e Kira Lewis Jr. (3/3 nel tiro da tre punti in semifinale). Questa versione del team USA ha compiuto un tale passo avanti rispetto al percorso accidentato dei mondiali di due anni fa, in Egitto – conclusosi in semifinale contro il Canada, che stavolta la loro marcia appare fin troppo liscia. 116 – 66 sulla Lettonia agli ottavi, 95 – 80 sulla Russia ai quarti, nessuna sfida degna di questo nome, per pochi grattacapi e molti sorrisi. Se è vero che la tracotanza, nelle tragedie greche, sortiva la degna punizione degli eroi, i ragazzi di coach Weber non dovranno peccare in superbia, affrontando il Mali – nella finale più inedita e più inaspettata che potessimo immaginare – interpretando invece la finale come l’ultimo passo, il più ripido, nella salita verso la redenzione. E vedremo se Green e compagni avranno abbastanza potenza di fuoco per scardinare, primi in questo torneo, la difesa del Mali.

Tante storie si sono consumate in così pochi giorni d’azione. Dopo aver chiuso la fase a gironi col percorso netto, l’Argentina sognava in grande e s’incamminava in una porzione di tabellone favorevole. Al contrario, la sua avversaria, il Porto Rico, era ancora ferma a zero vittorie. Ma le due squadre si conoscevano, si erano incrociate nella partita per la medaglia di bronzo all’ultima edizione dei campionati americani; allora la vittoria sorrise agli argentini, stavolta Porto Rico ha sovvertito il pronostico, con la stella Julian Lee Strawther – pure lui, guarda caso, nel roster di Gonzaga – a firmare 15 punti. Una soddisfazione grande quanto l’intero paese, sedata ventiquattro ore dopo dal solito Mali nei quarti di finale.

L’Europa fallisce il bersaglio grosso e non porta nemmeno una squadra in finale. Serbia e Lituania, in verità, si erano incrociate ai quarti di finale, in uno scontro fratricida che, incidentalmente, è diventato la partita più bella del torneo. Col Canada in leggera fase di calo e la Francia ancora inesperta, la Serbia sembrava la contendente più quotata per impensierire gli Stati Uniti: due titoli europei nel carniere, di cui uno freschissimo, un percorso impeccabile e un duo di potenziali MVP (Pecarski e Petrusev, cresciuti come rivali fin dai vivai delle loro squadre di club e riunitisi sotto la bandiera serba per una striscia di successi ininterrotta dal 2015) che viaggiava a tutto vapore. Ma si può davvero parlare di delusione, quando a estrometterti dalla corsa arriva una Lituania in stato di grazia, capace di mettere in campo quella combinazione di impegno, precisione e concentrazione che fa pensare alla partita perfetta? Serve un tempo supplementare per sciogliere l’enigma, ma finisce 92 – 85 per i Lituani; non sono partiti bene nel torneo, una sola vittoria nella fase a gironi, ma hanno preso fiducia battendo l’Australia agli ottavi e adesso costringono il rodato attacco serbo a 18 palle perse, 10 del solo Petrusev che sporca una doppia doppia da 16 punti e 15 rimbalzi, sfoggiando contemporaneamente un Rokas Jokubaitis – osservato speciale del torneo e pupillo del suo coach allo Zalgiris Kaunas, Sarunas Jasikevicius – da 21 punti, 4 rimbalzi e 10 assist.

La semifinale di Heraklion è l’ennesimo risultato importante del basket baltico, arrivato per giunta un po’ fuori dai radar. La battaglia per la medaglia di bronzo non sarà meno avvincente della finale assoluta; la Francia per rialzare la testa dopo il passaggio della tempesta africana, e la Lituania per coronare con un altro alloro la sua nobile tradizione.


Andrea Cassini

Andrea Cassini

Scrittore, giornalista e traduttore, si occupa di cultura e sport per testate italiane ed estere e organizza corsi di scrittura creativa. Vive con cani, gatti e moglie in mezzo al bosco, dove per fortuna arriva il Wi-Fi e l'NBA League Pass