From Batman To Robin – Khris Middleton

Pubblicato da Matteo Puzzuoli il

Charleston, South Carolina

La storia di Khris inizia qui, precisamente nel cortile di casa.

Il piccoletto della famiglia è solito trascorrere i pomeriggi tirando al canestro appeso ad un lampione e sfidando in un 1vs1 papà James, ex giocatore di medio-basso livello; quest’ultimo è il primo a scorgere le qualità fuori dalla norma del figlioletto nel giocare a pallacanestro: “Ho cominciato a notare qualche cosa di speciale in lui quando aveva 12-13 anni. C’erano delle cose che faceva in campo che tu non gli puoi insegnare. Sono innate, o ce le hai dentro o non ce le hai. Lui le aveva”.

Khris frequenta la Porter-Gaud High School di Charleston e, a conferma delle affermazioni del papà, i riconoscimenti sul campo non tardano ad arrivare: si guadagna il titolo di giocatore dell’anno 2008 del South Carolina e, nell’anno seguente, quello da junior, porta il suo liceo a vincere il titolo statale. Sembra già una piccola promessa.

Arriva il momento della scelta del college e sembra già di essere ad uno snodo cruciale per il suo futuro; le università più allettanti sono Michigan e la “sua” South Carolina ma il coach dei Gamecocks, Dave Odom, dopo aver osservato Middleton, si rivolge a John Pearson (allenatore di Porter Gaud) chiedendogli se Khris fosse in grado di schiacciare. Risposta negativa. Odom allora cancella il nome del piccoletto magrolino dalla lista dei suoi futuri interessi. 

Alla fine, Middleton sceglie Texas A&M, preferendola per la sua atmosfera cittadina e per la ottima impressione avuta del coaching staff guidato da Mark Leo Turgeon, allenatore con molta esperienza di college alle spalle e una stagione 2008-09 terminata a un passo dalle Final Four con la sconfitta a Connecticut. Turgeon vede in DVD (e non dal vivo) Khris giocare al torneo AAU ed è ammorbato dalla sua elegante tecnica di tiro. Il problema resta il fisico, troppo mingherlino e asciutto (“senza neanche un pelo sulle gambe”) ma papà James e le abilità del ragazzo di Charleston lo convincono a portarselo nel Texas. 

Ed Zurgo/gettyimages

Nell’anno da sophomore arriva l’esplosione: Khris diventa il leader della squadra per punti (14.3 a partita) raggiungendo il picco del carreer high nella vittoria dei suoi Aggies contro Arkansas il 18 Dicembre 2010: 31 punti, 10/16 dal campo, 9/12 ai liberi e autore di 11 degli ultimi 12 punti dei suoi nei tempi regolamentari. Questa prestazione lo porta ad essere il Big 12 Player of The Week e anche a vincere il premio Oscar Robertson National Player of the Week.

Ecco qui le luci della ribalta: quasi all’improvviso, quel ragazzino esile, capace solo a tirare, mette in mostra le sue doti da leader, soprattutto nei momenti decisivi. La crescita del #22 è lì tutta da vedere ma la sua Texas A&M (non proprio folta di giocatori che poi avrebbero intrapreso la carriera da professionista) si ferma nel round 64 perdendo per 57-50 contro Florida State.

Turgeon convince Middleton a restare un altro anno al college nonostante fosse proiettato addirittura come scelta al primo giro del draft. All’inizio del suo anno da junior, però, Middleton si lacera il menisco del ginocchio destro. Starà fuori un mese e al ritorno non sarà lo stesso: secondo il nuovo coach Billy Kennedy, “giocava solo per non prendere colpi al ginocchio”. 

Quell’anno è stato una mazzata per il suo morale e per il suo futuro; ma stavolta l’appuntamento con il mondo professionistico non può essere rimandato. Sceglie di rendersi eleggibile, motivato anche dalla visita di uno scout dei Thunder durante una delle sue ultime apparizioni al college. Tuttavia, la magrezza e fragilità fisica di Middleton convinsero la dirigenza di Oklahoma City a guardare altrove. 

Comunque sia, Khris e papà James, nella notte del draft, sono molto fiduciosi, prospettandosi una chiamata tra le prime 20 scelte. Ma quella sera, davanti la tv, i due vedono il commissioner David Stern chiamare alla numero 1 Anthony Davis, alla 2 Michael Kidd-Gilchrist, alla 3 Bradley Beal e così via senza però annunciare Khris Middleton tra i primi 30. Papà e figlio rimangono profondamente delusi e arrabbiati: così decidono di spegnere la tv senza vedere le chiamate al secondo giro. Saranno poi i Detroit Pistons a sceglierlo con la #39 e il Gm dei Pistons, Joe Dumars, dirà di Khris: “Non l’ho visto soft, ho visto un ragazzo che gioca con il suo ritmo”.

La sua esile muscolatura (oltre alla gamba destra in via di recupero dall’infortunio dell’anno precedente) è comunque un problema da risolvere se vuole rimanere in the league. Steve Hetzel, assistente di coach Lawrence Frank, è colui che si prende a cuore la questione dicendo chiaramente a Khris: “La tua fisicità deve cambiare. Giochi soft, non subisci i contatti. Non sei più al college”.

Anche per questo difetto, la sua carriera in NBA comincia tremendamente in salita. Le sue partite nella stagione da rookie non saranno sui parquet più prestigiosi del mondo ma sul campo di allenamento con gli altri rookie Kyle Singler, Kim English e… coach Frank. Proprio quest’ultimo spesso sfidava Middleton allenandolo sulla sua difesa. Un assistente del coaching staff dei Pistons, Dee Brown, dava animo a Khris ripetendogli: “Se Lawrence non credeva che tu potessi marcarlo, tu non avresti avuto la possibilità di giocarci contro”.

Middleton si allena forte e duro ma, alla 35esima partita consecutiva con un DNP (Does Not Played) sul box-score, viene spedito, il 12 Dicembre 2012, ai Fort Wayne Mad Ants in G-League. La rabbia è tanta e il compagno di squadra Monroe ricorda quando gli disse: “Hai bisogno di giocare da qualche parte. Mettiti in mostra”. L’avventura nella “Serie B” del basket americano del ragazzo di Charleston dura 3 partite, chiuse con 78 minuti totali in campo e 11 punti di media (ma con percentuali non proprio eccezionali: 37% da due e 14% da tre). Steve Hetzel, osservandolo in una delle sfide in G-League, quasi sconfortato, afferma: “Era bloccato dentro. C’è la bellezza in un giocatore quando cade ma cresce. Lui ha ancora paura di cadere”.

Middleton durante una delle tre partite in D-League/ journalgazette.net

Fatto sta che, dopo queste prestazioni non da capogiro, Middleton viene richiamato nel roster dei Pistons trovando spazio dopo un paio di mesi. Il 22 Febbraio è l’occasione della sua prima partita “vera” in Nba: gioca 23 minuti in una sconfitta netta dei suoi Pistons a Indiana realizzando 10 punti con 1/7 al tiro e 7/9 ai liberi. Da questo momento, coach Frank dà fiducia a Middleton, invitandolo spesso a prendersi più responsabilità su entrambi i lati del campo. Gioca sempre tra i 15 e i 20 minuti, risultando essere un’ottima aggiunta dalla panchina per dei Pistons comunque estremamente perdenti.

Ciò che impressiona di più di Middleton, anche tra i professionisti, è la purezza del suo jumper. Tayshaun Prince, un suo compagno di squadra, era impressionato da tutta una serie di “trucchetti” da tiratore (tra cui soprattutto il tanto osannato step-back) che il rookie sapeva tirar fuori in allenamento, tanto da soprannominarlo “Baby Joe Johnson”. Nonostante le prospettive future del giocatore del South Carolina siano interessanti, il 31 Luglio 2013 Detroit decide di privarsi di Middleton, Brandon Knight e Vlacheslav Kravstov (attuale centro del Fuenlabrada) in cambio dell’ex Virtus Roma Brandon Jennings.

Nel Wisconsin, coach Larry Drew ama la versatilità su ambo i lati del campo di Khris Middleton e lo farà partire in quintetto in 64 delle 82 partite dei Bucks, facendogli giocare 30 minuti a partita. Certo la squadra non è proprio da élite: gli altri degni di nota sono O.J. Mayo (turbato però da guai giudiziari) e la stella della squadra Larry Sanders (finito durante la stagione sui titoli dei giornali non tanto per le sue prestazioni sul parquet quanto prima per un infortunio al pollice procurato in una rissa in discoteca e poi per essere risultato positivo ai controlli antidoping alla marijuana). La squadra si piazza subito nei bassifondi della Eastern Conference e conclude la stagione con un record di 15-67.

Nonostante i pessimi risultati però si intravedono un paio di giocatori che potranno sicuramente dire la loro in futuro: uno è greco ma con sangue nigeriano nelle vene e con una fisicità mai vista prima; l’altro è proprio Khris Middleton che, a 22 anni e al suo secondo anno in Nba, mette in campo delle prestazioni da vero leader. Ritocca il suo career high per punti (29, contro Washington, in una delle rare vittorie stagionali dei Bucks) e tira in stagione con il 41.4% da tre (51.5 di “real percentage” che dà maggior valore al tiro da 3 punti e minore al tiro libero) sebbene la media punti non sia poi così elevata (12.4); ma comunque Middleton in un anno passa dall’essere ai margini della Nba ad essere un titolare inamovibile. Khris è inoltre soddisfatto dell’alchimia che si stava creando con Brandon Knight (leader realizzativo dei Bucks con 17.8 punti a partita) e con il rookie Giannis Antetokounmpo: “Per quanto fossimo stati terribili come record, quello è stato uno dei miei anni preferiti. Sapevamo che c’era qualcosa di speciale tra di noi e che un giorno avremmo potuto giocarcela ad un livello più elevato.

Nell’estate 2014, la dirigenza dei Bucks corre ai ripari soppiantando Larry Drew come head coach con Jason Kidd. Inoltre, il roster si rinforza con la seconda scelta assoluta del draft, Jabari Parker. Quest’ultimo ha un ottimo impatto ma la sua stagione si interrompe il 15 Dicembre a causa della rottura del crociato anteriore.

I leader della squadra sono ancora Brandon Knight e Khris Middleton, dal quale però coach Kidd chiede sempre un qualcosa in più. Durante un allenamento, Kidd attacca Middleton umiliandolo e segnandogli canestri su canestri in faccia. Il coach vuole far uscir fuori la rabbia agonistica del suo introverto numero 22, stimolandolo di continuo a migliorare in ogni settore del gioco: difendere più duro, affinare il passaggio, portare gli avversari più bassi spalle a canestro, mettersi a proprio agio andando a destra (probabilmente gli allenamenti da piccolino con papà James lo hanno spinto a non sfruttare al meglio la sua mano forte) e, soprattutto, tirare maggiormente da tre punti (voleva che raddoppiasse le triple tentate passando da 4 a 8). Insomma, Kidd voleva far diventare Middleton un all-around player, proprio come aveva fatto coach Person all’high school, il quale schierava infatti Khris in tutti e 5 i ruoli e contro qualsiasi difensore.

reuters.com

I Bucks quell’anno sono una delle squadre più agili e versatili della Lega nella metà campo difensiva (chiuderanno quarti la stagione per defensive rating con soli 102.2 punti subiti su 100 possessi). Raggiungono il sesto posto nella Eastern Conference e Middleton si trasforma sempre più in uno dei “3&D Player” più prestigiosi della Lega, tirando con il 40.7% da tre e marcando in difesa sempre l’esterno più pericoloso.

Nonostante i seguenti Playoff non saranno granché (eccetto una gran Gara-3 contro i Chicago Bulls), per Khris il futuro appare luminoso. Infatti, uscito dal rookie-contract, John Hammond e coach Kidd decidono di scommettere su di lui, senza neanche aspettare la free agency. Middleton firma quel contratto che ti svolta la vita e mette al sicuro le generazioni future: 70 milioni in 5 anni, con player option per l’ultima stagione.

Purtroppo però non ha avuto troppo tempo per festeggiare: infatti, lui e la sua tanto amata Charleston (in cui trascorre solitamente tutta la off-season) si trovano protagonisti di un dramma.
Il 17 Giugno 2015, nella Emanuel African Methodist Episcopal Church, il 21enne Dylann Roof apre il fuoco, causando la morte di 9 persone e il ferimento di una. L’assassino in seguito ammetterà che il suo attacco era per motivi razziali. Il seguente 7 Luglio, Khris Middleton, sconvolto per la vicenda, si affida a The Players’ Tribune per sfogare la sua rabbia:

“Crescendo come afroamericano nel sud, impari velocemente quanto sia importante la chiesa per la tua comunità. Essa è ed è sempre stata il centro della vita afro-americana, un luogo per richiamare il nostro spirito in un mondo troppo spesso ostile”. […] Le riprese in chiesa (da parte della tv locale) sembravano un attacco alla mia casa. […] Non riuscivo a togliermi dalla testa che una delle persone uccise, Cynthia Hurd, aveva lasciato i suoi nipoti nel mio camp di basket un mese fa. […] Come nazione, abbiamo fatto molta strada dagli sforzi del Dr. Martin Luther King e di molti altri. Tuttavia, dopo aver assistito alla devastazione a Charleston, posso vedere che abbiamo ancora strada da fare. Attraverso la grazia di Dio, possiamo farcela. Come ha spiegato il presidente Obama, “Se riusciamo a trovare quella grazia, tutto è possibile. Se possiamo attingere a questa grazia, tutto può cambiare “. Io prego affinché si trovi la grazia in ognuno di noi e si continui l’importante lavoro dei nostri predecessori nell’eliminare l’odio e il razzismo.”

E conclude con l’hashtag #CharlestonStrong. Con una scritta su un muro, la cittadina lo ricorda a quella feccia che ancora crede a queste follie.

Il Charleston Strong Wall realizzato a seguito della strage del 2015 dall’artista Gil Shuler/ glimpsesofcharleston.com

Tornando alla pallacanestro, l’annata ‘15-‘16 è stata certamente da dimenticare per i Bucks: il gioco in Nba si converte sempre più verso il tiro da tre punti e ritmi della partita sempre più alti ma la squadra di coach Kidd è 30esima sia per tiri tentati (solo 15.6 di media) che segnati (5.4) da oltre l’arco. Per di più, la solidità difensiva della passata annata si è un po’ persa (Milwaukee chiuderà 23esima per defensive rating).

All’interno dello spogliatoio si crea una sorta di competizione per il posto da prima guida della squadra: Giannis Antetokounmpo, ragazzo con un atletismo incredibile ma ancora grezzo a livello tecnico, Greg Monroe, lungo un po’ vecchio stile, gran passatore ma senza tiro da fuori lo smile, Jabari Parker, sophomore con prospettive di crescita brillanti ma con qualche guaio fisico di troppo, e Khris Middleton, giocatore che sa fare tutto ma senza eccellere in un particolare ambito del Gioco. Coach Kidd nota questa tensione mai rivelata e racconta un aneddoto che risale al dicembre 2015: mentre la squadra era riunita per una sessione video, Kidd era stufo della tensione che aleggiava tra i suoi giocatori. Così decide di interrompere i filmati e fare ad ognuno di loro una domanda: chi è per voi l’alpha man in squadra? La maggior parte dei primi votanti scelse Middleton e quindi Antetokounmpo intervenne per interrompere questa votazione.

“Fu imbarazzante” ricorda oggi Khris mentre Giannis ammette onestamente: “In quel momento era nettamente più forte Khris”.

Da quel momento il 22 e il 34 dei Bucks continuano la loro battaglia silenziosa per il titolo di star della squadra, marcandosi sempre duramente nelle partitelle di allenamento e negli 1vs1. “Stavamo lottando tra di noi per quel top spot e ci stiamo ancora lottando” dice Antetokounmpo “Vorrei sempre tornare a casa con lividi e graffi”.

Durante quella stagione, Middleton tenta 4.6 triple a partita mandandone a bersaglio il 39.7%. Nonostante abbia fatto di meglio in carriera, a Febbraio 2016 si guadagna l’accesso al 3 Point Contest all’All Star Game. La sfida è contro la crème della crème dei tiratori di tutti i tempi (Klay Thompson, Steph Curry, James Harden, Devin Booker, J.J. Redick) e Khris, visibilmente emozionato e un po’ anche a disagio, fa solo 13 al primo round e viene nettamente eliminato. Ma già solo il fatto di essere lì è qualcosa che merita di essere narrato ai nipotini.

Middleton durante il Three Point Contest durante l’All Star Game di Toronto/ foxsports.com

L’esser stato scelto per questa competizione è un ulteriore indizio a favore di ciò che gli ripeteva Jason Kidd: “Devi raddoppiare i tuoi tiri da tre punti se vuoi essere più incisivo”. Tuttavia, Khris continua a rifugiarsi nel tiro dalla media distanza cercando sempre la sua comfort-zone. Ma si ripromette di far meglio in futuro. Deve migliorare anche per quello spot da “capobranco” nel team.

Le prospettive per la stagione 2016-17 di Khris prendono però una direzione inaspettata quando, durante un allenamento scivola su un tratto bagnato del parquet e si strappa completamente il muscolo del bicipite femorale destro, coinvolto a suo tempo anche nell’infortunio ai tempi del college. Ogni volta che pioveva o nevicava, macchie umide erano spesso presenti nel vecchio impianto di allenamento dei Bucks, ospitato nel retro di una chiesa cattolica. Questa volta, però, il lavoro di asciugatura e pulizia non era stato fatto a dovere.

Khris chiama subito sua sorella maggiore, Brittney, forse la sua più vicina confidente. Lei sente la voce del fratello spezzarsi: “L’infortunio, di nuovo, lo stesso ciclo da fare” dice trattenendo a fatica le lacrime.
Dopo l’intervento, Middleton non ha potuto viaggiare con la squadra. Non poteva guidare. Salire le scale nella sua casa di quattro piani era infido. Allora chiama Travis Smith, amico d’infanzia e compagno di scuola del liceo, e gli chiede se potesse venire a visitarlo. Ma Smith sa cosa vuole comunicargli Khris: ho bisogno di aiuto. L’amico si trasferisce quindi in casa Middleton per sei settimane e lo aiuta con lo shopping, la cucina e tutte le faccende casalinghe.

Nonostante l’affetto e la vicinanza dei suoi cari, la riabilitazione dall’infortunio è più lunga del previsto perché i punti messi all’interno del muscolo spesso non reggono, si rompono e facendo sgorgare fuori grandi quantità di sangue. 

“Travis è stato fondamentale in quelle settimane” dirà successivamente Khris “ha mantenuto i miei nervi e le mie speranze ben saldi”.

Intanto il #22 non può non osservare dal suo divano di casa le prestazioni in continua crescita del compagno Antetokounmpo. “Middleton è fuori e Giannis diventa un All-Star“, dice Marc Lasry, uno dei proprietari della squadra “pensate a come possano aver reagito alcuni ragazzi anche all’interno del team.” Ma l’amicizia tra Giannis e Khris non sfocia mai nell’odio o in una competizione extra-cestistica e questo ha contribuito sicuramente a tenere lo spogliatoio unito.

Lo stare fuori dal campo per un po’ lo aiuta a scoprire un modo diverso per contribuire al fatturato della squadra. Partecipa alle riunioni degli allenatori, cerca di mettersi dal lato del coaching staff per capire le varie sfaccettature del Gioco che, stando sul parquet, non possono essere percepite: è il punto d’inizio della maturazione del nuovo Middleton. 

Appena ricevuto il via libera dai medici, va in giro con i compagni in trasferta: la squadra lui non la vuole lasciare mai sola, che si tratti dei Milwaukee Bucks o del team della Porter-Gaud High School.

Flashback al secondo anno di high school: Khris torna a casa con un D preso alla verifica di spagnolo. L’ennesima insufficienza lo spinge al di sotto del livello accademico degli atleti. Papà James e mamma Nichelle reagiscono al brutto voto del figlio portandogli via la passione più cara, quella benedetta palla a spicchi. Chiede allora il permesso per andare a vedere i suoi compagni dagli spalti. I genitori però non sono d’accordo e gli propongono due opzioni: o restare a casa e non andare in palestra o sedersi sulla panchina in borghese (dove tutti lo potevano vedere e sapere che aveva fatto qualcosa di sbagliato). Il ragazzo sceglie immediatamente per la seconda.

Tutto gli si poteva toccare ma non il basket. Allora Khris si mette sotto con lo studio, migliorando i risultati scolastici di anno in anno. “A ripensarci adesso quasi piango” dice suo padre “mi ha mostrato di che pasta era fatto“.

La costanza e la determinazione messa nello studio, Middleton se la porta anche nella riabilitazione dal brutto infortunio dell’estate 2016. Dopo aver levato i punti, il riavvicinamento all’integrità fisica non ha avuto intoppi. Riattaccare il bicipite femorale era stato facile; il muscolo era rimasto vicino all’osso invece di andare alla deriva” dice Tony Flanangan, direttore delle prestazioni della squadra. Nonostante ciò, molti erano perplessi su un ritorno del Middleton antecedente all’infortunio.

I primi riscontri sul parquet, invece, sciolgono subito i dubbi: la grande velocità negli sprint è il primo segnale incoraggiante. Successivamente, il lavoro per riunire tutti i muscoli del corpo con la gamba infortunata e una dieta ancora più attenta, rendono il prodotto di Texas A&M molto più atletico.

L’8 febbraio 2017 Middleton torna a calcare i parquet NBA e gli bastano solo tre partite per tornare a mettere a referto un ventello (contro i Nets). Appena però Khris ritorna a disposizione per coach Kidd, Jabari Parker, secondo miglior scorer della squadra a 20.1 punti di media, si infortuna di nuovo al crociato e chiude anche la stagione 2016-17 con molto anticipo. Intanto però le chiavi della squadra sono affidate a Giannis Antetokounmpo, convocato alla partita delle stelle del 2017 come merito per la sua prima stagione ad altissimo livello.

I Bucks finiscono di nuovo al sesto posto ad Est e, al primo turno dei playoff, se la devono vedere con i Raptors, squadra solida guidata dal duo molto affiatato Lowry-DeRozan. Sebbene Giannis giochi a un livello stratosferico, Khris emerge solo in Gara-3 con 20 punti, portando così Milwaukee all’eliminazione dopo 6 partite.

Poco dopo il termine della serie, si viene a scoprire che Khris ha giocato i Playoff sopportando un lancinante mal di gola; in particolare, all’interno di essa si era formata un’ascessi, ossia un accumulo di grandi quantità di pus. Middleton, non potendo mangiare cibi solidi, si nutriva solo con i frullati. Non poteva girare la testa da un lato all’altro. Suo papà, in quei giorni, era a casa sua per aiutarlo e Khris gli mandava addirittura gli sms non potendo interagire come nella normalità. “Sono rimasto scioccato dal fatto che abbia giocato l’ultima partita“, rivelò Flanagan. 

Dopo Gara-6, Middleton è stato costretto ad andare in ospedale per una flebo. James e un’infermiera lo hanno trattenuto mentre un dottore gli ha infilato un ago in gola per scaricare il pus e il sangue. I compagni di squadra, attoniti, appena ricevute queste news, lo hanno ammirato come non mai: “Abbiamo tutti bisogno metterci in gioco come questo ragazzo”.

A seguito di questo problema, Khris non avrà grandi intoppi alla preparazione della stagione 2017-18 che si preannuncia con grandi aspettative. Ad inizio novembre, la dirigenza spedisce in Arizona Greg Monroe ricevendo in cambio Eric Bledsoe, il quale forma insieme al sophomore Malcolm Brogdon un’interessante coppia di esterni che fa da buon supporto alla star Antetokounmpo e a Middleton.

La squadra però non decolla, soprattutto a causa della solita difesa aggressiva proposta da Jason Kidd che era ormai diventata facilmente prevedibile dai game-plan avversari. A peggiorare il tutto, il reinserimento di Jabari Parker (al ritorno dall’ennesima rottura del crociato) altera la chimica dello spogliatoio: Antetokounmpo è il leader inamovibile dei Bucks e quindi per Jabari Parker, il quale più o meno gioca nello stesso “ruolo” di Giannis, non c’è molto spazio ed è quindi rilegato al compito di guida della second unit.

Milwaukee mantiene sempre un record intorno al 50% di vittorie e Jason Kidd, stavolta, non ha scampo.

“Si potrebbe dire che la squadra stava andando via da lui”, dirà il #22, “non può essere stata tutta colpa sua ma è colpa un po’ di tutti. Jason e io avevamo avuto un ottimo rapporto.” 

Dopo l’ennesima sconfitta casalinga contro i Sixers, il nuovo executive dei Bucks, Jon Horst, decide di affidare la panchina al vice di Jason Kidd, Joe Prunty. Sotto la guida di quest’ultimo, la squadra ritrova un minimo di coesione ma le prestazioni sul parquet esprimono solo a tratti il grande potenziale che può avere questa squadra su entrambi i lati del campo. Milwaukee conclude la stagione regolare al settimo posto nella Eastern Conference e al primo turno dei playoff la aspetta Boston, priva delle star Kyrie Irving e Gordon Hayward.

Pronti via e Gara-1 al TD Garden vede una super prestazione di Middleton, autore di 31 punti e di una incredibile tripla sulla sirena dei regolamentari che manda i Bucks all’overtime: poi però ci pensa Terry Rozier a respingere indietro Milwaukee e a portare i Celtics avanti 1-0.

Dopo quella partita, Khris resta assoluto protagonista della serie: firma rispettivamente 25, 23, 23, 23 e 16 punti nelle 5 sfide successive. Proprio in Gara-6, viene raddoppiato selvaggiamente e si prenderà solo 8 tiri, tra i quali però ci sono gli ultimi due mandati a bersaglio, decisivi per portare i Bucks a Gara-7. Nella sfida decisiva, Rozier e Horford regalano subito una dozzina di punti di vantaggio ai C’s e, nonostante i 32 punti di Middleton e i 23 a testa per Giannis e Bledsoe, Boston riesce sempre a gestire le distanze sugli avversari e a chiudere un’appassionante serie con una vittoria per 112-96.

Khris ha chiuso i Playoff segnando 25 punti di media e tirando con il 60% da tre. Cifre folli tanto che “non riuscivo a crederci nemmeno io” come ha dichiarato alla fine.

“Dai a Khris una serie in cui vede sempre la stessa marcatura su di lui” affermerà il suo ormai ex-compagno di squadra John Henson “e vedrai queste cifre molto spesso”Fatto sta però che la soglia del primo turno ancora non riesce ad essere superata ed è per questo motivo che Milwaukee decide di cambiare di nuovo pelle, affidandosi a Mike Budenholzer come head coach.

L’ex allenatore degli Atlanta Hawks, incontra a fine maggio 2018 Antetokounmpo e Middleton dicendo al primo che sarebbe stato ancora più responsabilizzato con la palla tra le mani a gestire i possessi offensivi e al secondo che avrebbe dovuto aumentare ancor di più il numero di triple tentate (estremizzando ancora di più ciò che gli diceva Kidd).

Khris sa che la stagione 2018-2019 può essere decisiva per la sua carriera dato che a giugno può esercitare la player option e uscire dal contratto. Così, durante la off-season, decide di restringere maggiormente la sua dieta e di lavorare ulteriormente sul suo rafforzamento fisico: infatti, ha riferito a Charles Lee, un assistente di Budenholzer, di essersi sentito come se “avesse perso le gambe” verso la fine della serie con Boston e quindi voleva essere pronto per un’eventuale cavalcata più duratura ai Playoff.

Un giorno della scorsa estate, Charles Lee va a fare una visita a Charleston, curioso della modalità di allenamento del prodotto di Texas A&M. L’assistente si aspettava che Middleton usasse una palestra privata e un coach con fama elevata e invece trova il ragazzo che lavora da solo nella palestra di Porter-Gaud mentre i giocatori di football della scuola si allenano intorno a lui.

Perché Khris è umile, modesto, vuole stare lontano dai riflettori quando non serve.
Ma in campo le luci della ribalta se le prende e se le merita, da vero leader silenzioso quale è diventato.

Tuttavia, l’inizio della regular season ’18-‘19 non è così semplice per lui. Le percentuali al tiro sono di bassa qualità e l’inserimento nel sistema di coach Bud è più complicato del previsto: “Ci sta provando e sta combattendo” dice Mike, a seguito delle critiche arrivate al suo numero 22, “Abbiamo bisogno di trovare un equilibrio, io e lui”.

La fase peggiore è tra novembre e dicembre, momento in cui Khris sembra un po’ spaesato nonostante i suoi Bucks prendano sempre più il volo. Nei momenti che contano, però, Giannis può sempre contare su Khris, come se fossero in versione Batman&Robin. I due giocatori franchigia di Milwaukee non sono mai sentiti così uniti: “Siamo amici, ci rispettiamo, abbiamo bisogno l’uno dell’altro“, dice Khris.

La stagione di MIddleton è in crescendo e, da Natale in poi, il #22 sembra finalmente aver trovato la sua dimensione nei nuovi Bucks che corrono, difendono aggressivamente e tirano tanto da tre punti. Quando Giannis è in panchina, Khris torna ad essere il fulcro dell’attacco dei Cervi e il silent leader è sempre più a disposizione dei compagni.

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A febbraio, poi, arriva la sorpresa: viene chiamato dalla sorella: “YOU’RE AN ALL-STAR!!” . Le lacrime, l’incredulità, l’emozione sgorgano fuori senza freni. È il primo giocatore a partecipare alla partita delle stelle dopo esser passato dalla G-League. È stato un lungo processo di crescita, nel quale ho sgobbato ogni giorno. Fantastico, non riesco a dire altro”. Partecipa anche alla gara nel tiro da tre, ma nel 2019, come tre anni prima, viene eliminato al primo turno. La precisione dall’arco se la tiene per la notte successiva.

Entra a metà del primo quarto della partita della domenica e manda subito a bersaglio 4 bombe, le quali per l’effettivo senso della gara non faranno certamente la storia dello sport ma per Khris cavolo se contano: significa aver messo il proprio timbro contro e insieme ai più forti cestisti al mondo. 

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Vive un sogno; a ogni retina mossa, parte quel sorriso genuino a 32 denti mentre in un angolo neanche troppo remoto del cervello ripensa a tutti gli ostacoli superati per arrivare a esibirsi in quella kermesse. E intanto Giannis, capitano di Khris per quella partita, se la ride, sempre più fiero del suo Robin.

Milwaukee conclude la regular season con un bottino storico di 60 vittorie e al primo turno dei Playoff ci sono i Pistons: spazzati via 4-0. È stata la prima serie vinta dai Cervi dal lontano 2001 ma Detroit non è stato un test probante per questi Bucks.

Semifinali di Conference: arrivano i Boston Celtics, di nuovo loro e, per la prima volta in stagione, mettono la museruola a Giannis e all’arma del tiro da fuori. Irving e compagni stravincono 112-90. Ovviamente piovono giù critiche di tutti i tipi (“Eh vedi questi son buoni solo in regular season” eccetera eccetera). Ma 48 ore dopo la musica cambia e Khris è assolutamente protagonista.

Dopo lo sprint iniziale dei Celtics, Middleton attacca Jaylen Brown, arresto di potenza e and-one. Milwaukee da qui in poi prende fiducia, cominciando a difendere più aggressiva e sfruttando così al meglio gli attacchi in transizione. Ed è in queste situazioni che il #22 morde alla giugulare i Celtics. Conclude con 7/10 dall’arco per 28 punti complessivi. Una sentenza, un leader silenzioso, un giocatore maturo: è il nuovo Khris Middleton.

I Bucks vinceranno poi agevolmente anche le successive tre partite della serie volando così alle Eastern Conference Finals. Qui c’è da affrontare Kawhi Leonard e i suoi Toronto Raptors. Per Middleton è una sfida importante, dato che si dovrà occupare in difesa proprio del #2 biancorosso: “È uno dei più forti al momento. È un onore marcarlo e cercherò di rendergli la vita più difficile possibile sul parquet”.

Effettivamente Kawhi è stato veramente inarrestabile anche nelle 6 partite della serie contro i Bucks ma, tutto sommato, non si può dire che Middleton non abbia fatto un buon lavoro su di lui. Aldilà delle cifre e delle advanced stats, Khris ha sicuramente mostrato di aver fatto uno step importante contro i Raptors: è diventato un giocatore completo, conscio delle sue responsabilità e dei compiti richiesti a seconda dell’avversario da affrontare.

Contro Leonard gli è stato richiesto un importante sforzo nella propria metà campo? Nessun problema, lo ha difeso il più possibile e i canestri di Kawhi sono stati sicuramente più merito dell’uomo con treccine che demerito di Middleton.

Antetokounmpo è l’uomo a cui affidare le soluzioni offensive della squadra? Khris, allora, mantiene anche contro Toronto il suo ruolo di Robin, mostrando di essere un team-player come mai lo è stato in passato (in Gara-5, ad esempio, ha collezionato una doppia-doppia da 10+10 tra assist e rimbalzi).

Stavolta però è stata la sua arma principale a tradirlo: il tiro. Escludendo una Gara-4 da 30 punti (condita anche da 7 assist), nelle restanti 5 sfide ha tirato 19/58 dal campo e 7/25 da tre.

Nonostante i rimpianti, Khris tira le somme sulla stagione giudicandola in modo assolutamente positivo: “Abbiamo vinto 60 partite, siamo arrivati a due vittorie dalle Finals. Sono felice di questo gruppo e voglio restare qui con questo team magnifico che mi ha sempre fatto sentire a casa”.

E alle parole ha dato seguito i fatti: il 1° luglio è uscito dal contratto per firmare un quinquennale da 178 milioni di dollari che lo fa diventare il proprietario del contratto più ricco della storia NBA per una scelta al secondo giro del Draft.

“We are on a mission to win a championship. I want to be a part of that mission.”

Un obiettivo, per coronare al meglio la lunga ascesa dagli inferi della D-League.

Un obiettivo, da raggiungere indossando la veste di Robin, quella che ormai gli si addice alla perfezione


Matteo Puzzuoli

Matteo Puzzuoli

Classe 1999, studente di Comunicazione alla Sapienza di Roma. Sogno di diventare giornalista sportivo a seguito di essermi drogato, giocando nelle minors, di una sostanza pesante: la pallacanestro. Amante di LeBron, Doncic e (soprattutto) Marjanovic, il basket per me è arte, il mix perfetto tra singolo e collettivo. Non finisce mai di sorprendere.