Time Out: Ripensare il basket italiano dopo Siena

Pubblicato da Andrea Cassini il

Se è vero che più sono grandi più fanno rumore quando cadono, risulta particolarmente difficile determinare i decibel prodotti dal collasso di Ferdinando Minucci e del sistema Siena, che negli anni 2000 portò la Mens Sana a 7 scudetti e 4 Final Four di Eurolega – alcuni risultati vennero giudicati illegittimi, ma rimane pieno merito per quanto riguarda giocatori e staff tecnico. Perché da un lato, la parabola di Siena ha esercitato una forza di attrazione potentissima sull’intero basket italiano; dall’altro, l’intera vicenda, osservandola a posteriori, assume i sinistri connotati del passaggio di una meteora, che lascia dietro di sé una scia nociva, un’eredità tossica da cui la pallacanestro italiana sta faticosamente tentando di purificarsi. Forse c’è anche questo tra i – numerosi e complessi – motivi da chiamare in causa quando proviamo a capire come mai nessuna squadra italiana, neppure la facoltosa Olimpia Milano targata Armani, sia più riuscita a raggiungere le Final Four di Eurolega dopo Siena nel 2011. Citando Milano e il suo sponsor siamo caduti nel peccato anche noi; abbiamo incespicato in quello che è ormai luogo comune del basket italiano, vale a dire pensare a una squadra sportiva in primo luogo per i suoi soldi, e per come li gestisce, e solo in seconda battuta per ciò che ha mostrato sul campo. Eppure, il lapsus è sintomo di un sistema che non funziona. “More than a game” si dice, “è più di un gioco”, quando si vogliono esaltare gli aspetti positivi della pallacanestro, quelli che trascendono la disciplina. L’esatto opposto di ciò che spesso avviene in Italia, dove non riusciamo a goderci il basket senza che una vocina, appoggiata sulla spalla, non ci suggerisca di passare in rassegna bilanci, stipendi, macchinazioni tra agenti e pubbliche relazioni. Se i conti non quadrano allora il grido dovrà restare in gola e l’applauso dovrà restare nelle mani. Se vittorie e sconfitte sono falsate, anche il divertimento e la passione lo sono. È controintuivo, è antisportivo, ma è ciò che ci hanno insegnato gli esempi recenti.

Così, per quanto sembri strano, è l’atteggiamento naturale che diventa una tentazione. “In certi momenti della ricostruzione, vi verrà voglia di rifugiarvi sotto canestro, di nascondervi in quella magica oasi che è il parquet. Purtroppo non si può; sarebbe un tradimento proprio nei confronti del Gioco che amiamo, che pure è parte integrante della storia. Se si vuole davvero cambiare pagina, e credo sia necessario, bisogna ricostruire il passato. Perché è l’unica maniera per cambiare il futuro”. Così scrive Flavio Tranquillo nell’introdurre Time Out, libro-reportage recentemente edito da Add Editore che si addentra negli atti dell’omonima inchiesta e ripercorre ascesa e declino della Mens Sana Siena. Tra le pagine, ci sono tratti in cui questa tentazione ha la meglio. Come per riprendersi dalla soffocante vicenda giudiziaria, tra gli spiragli del castello di carte messo in piedi da Minucci e soci compaiono sprazzi di basket giocato, vittorie e sconfitte – e in generale, pregevoli momenti di pallacanestro – di quella Siena che, sul parquet, era soltanto una maglia bianca e verde e cinque giocatori. Ed era una grande squadra di pallacanestro, al netto delle illegalità messe in atto al fine di portare quei cinque giocatori a indossare quella maglia su quel parquet.

Ma per la maggior parte della lettura, il libro di Flavio Tranquillo assomiglia più a un viaggio all’inferno, una presa di coscienza dolorosa ma necessaria, che è anche un invito al mea culpa da parte di tutti gli addetti ai lavori – come minimo, per non aver fatto abbastanza per diffondere una cultura sportiva giusta, che disincentivasse il ricorso al gioco sporco. Sarebbe una prospettiva sollevante quella di rimettersi serenamente alle decisioni della giustizia, sportiva e ordinaria, e premere il tasto reset: puniti i responsabili, si gira pagina e si riparte da zero. Ci sono due problemi con questo modo di pensare. Da un lato, la giustizia è una macchina lenta e kafkiana: occorre attenderne i verdetti con pazienza e senza presumere alcuna colpa prima della sentenza – come ci invita a fare Tranquillo col piglio imparziale, quello del giornalismo più ispirato, che anima la sua ricostruzione – ma dobbiamo anche sforzarci di capirla, per intercettare quegli spiragli di verità che talvolta si nascondono tra le pieghe dei fatti – e qui, di particolare interesse sono le dichiarazioni inedite dello stesso Minucci, presentate dall’autore. Il secondo problema è che la pagina da cui intendiamo ripartire non è bianca. È rimasta macchiata dall’inchiostro, ed ecco che l’operazione di cui sopra diventa indispensabile per raschiare i segni dalla carta e cominciare a scrivere una nuova storia.

Ma ripartire da dove? Fermandosi a un livello di analisi superficiale, verrebbe da pensare che quello di Siena sia un caso sui generis, una meteora, appunto, di cui non preoccuparsi. Ma l’osservazione sottintende un’altra domanda: l’unico mezzo che ha la piccola provincia per competere con le grandi è barare? Addentrandosi nelle cifre, Flavio Tranquillo mostra come il basket, in Italia e spesso anche in Europa, sia un business in perdita e che vincere risulti meno conveniente che perdere. Serve la generosità di un mecenate per fare un balzo avanti, insomma, e meglio che sia facoltoso, uno di quelli che non batte ciglio se vede qualche milione di euro volatilizzarsi dal conto in banca. Il “sistema Siena” sembra diverso, e in parte lo è. L’inchiesta Time Out ha messo a nudo un meccanismo clientelare che si rifà al retaggio medievale della città – orgogliosa e chiusa, leggete i due termini nella direzione causa/effetto che preferite – operando in maniera quasi perfettamente parallela alle leggi dello Stato: al di là dello smaliziato Minucci, basti vedere l’inconsapevolezza a tratti ingenua di certi suoi collaboratori, su tutti Olga Finetti. C’è un’abitudine a comportarsi in un certo modo, a mettere le abitudini e la “parola data” davanti alla legge; se vale per le piccole cose non fa notizia, ma quando la pratica si espande le fondamenta non reggono più. A Siena il sistema ha superato i propri limiti perché il contributo del mecenate, figura immancabile, è arrivato nella persona di Monte dei Paschi: non è possibile separare le vicende cestistiche dalla crisi della banca senese, motivo per cui l’indagine risulterà sempre monca se non ci sforziamo contemporaneamente di mettere in discussione certe dinamiche economiche e politiche che caratterizzano, qualcuno direbbe “governano”, la nostra società.

Ma proviamo, in questa sede, a rimanere nell’ambito sportivo. Uno dei segnali di allarme più pericolosi che emergono dall’inchiesta è che, contrariamente alle premesse, ci sono tante “potenziali Siena” in Italia. Tanti piccoli sistemi clientelari pronti a esplodere alla prima occasione disponibile, magari con un aiuto esterno. Vengono in mente i casi di Forlì e Cantù, tra i tanti. Ma i problemi del basket italiano portano anche il nome di piazze blasonate che sono cadute e risorte (talvolta, di nuovo cadute) in lunghi, faticosi anni: le bolognesi e Treviso, ad esempio. Le grandi città che faticano a imporsi nonostante l’ampio bacino di utenza, Torino e Roma su tutte, le piccole che fanno tira e molla nelle serie minori ben sapendo di potersi permettere solo un numero limitato di stagioni in Serie A prima di esaurire il budget, a meno di miracoli. D’altronde, non è un mistero che buona parte del campionato di Serie A si regga su contratti annuali, spesso firmati al risparmio e talvolta non corrisposti.

Tutto questo va a incrementare, ad allargare a mo’ di cuneo quella spaccatura tra pallacanestro, intesa anche anche come business, e la percezione che ne ha l’appassionato, guidata invece dall’amore per il gioco. Da qui ad autentici paradossi, il passo è breve. I tifosi della curva si sgolano per supportare la propria squadra che naviga in bassa classifica e si sforza di evitare la retrocessione, ma non è infrequente che le pratiche di un ufficio sovvertano la classifica, sollevando la squadra dall’onta dell’ultimo posto perché nel frattempo una concorrente è fallita. I tifosi gioiscono del risultato, ma la dirigenza si dispera, perché non hanno i fondi necessari per un altro campionato di Serie A: lo affronteranno al risparmio, costruendo un roster più adatto alla lega inferiore – e i tifosi gioiranno un po’ di meno, inneggiando magari alla fedeltà nei confronti della bandiera e accusando i giocatori di non impegnarsi al massimo, quando magari quei giocatori non ricevono lo stipendio da mesi e stanno pensando solo a risolvere il contenzioso e accasarsi altrove, come farebbe qualsiasi lavoratore salariato. E quella famosa bandiera, poi, potrebbe ritrovarsi a sventolare sotto cieli diversi: basta vendere il titolo sportivo.

Sono paradossi che, in una certa misura, accompagnano lo sport dal momento esatto in cui è divenuto attività professionistica. Ma quando superano il limite disturbano la passione e il divertimento, allontanano gli spettatori – e di conseguenza i giocatori – dal basket; al massimo, in un rigurgito d’orgoglio, riavvicinano a certe realtà più “pure”, quelle delle minors o dei playground, ma è una consolazione più che una ripartenza. Allo stesso modo, addentrarsi nelle illegalità della gestione Siena è desolante proprio perché si avverte una contraddizione stridente: mentre Tomas Ress e compagni danno l’anima in campo e i tifosi cantano la Verbena, alla scrivania si evadono tasse causando danni inquantificabili – milioni di Euro, certo, ma il reato più grave è aver falsato la competizione.

Ripartire, quindi: ma da dove? In Time Out, Flavio Tranquillo offre precisi raffronti con la gestione di importanti club europei, e ci sono molti strumenti per ragionare sulle alternative. Pare difficile che l’Italia possa approcciarsi al mondo balcanico o a quello baltico, per via del ruolo minoritario che il basket è destinato a ricoprire nel nostro paese con quel vicino ingombrante che è il calcio. Tranquillo traccia un parallelo costante con il basket americano, un po’ come modello ideale a cui tendere. Rispetto a un mondo dove persino franchigie di modesto successo valgono miliardi di dollari, il dramma di Siena appare parossistico, così come i dilemmi delle piccole piazze che non possono permettersi di vincere. Non è tutto oro quel che luccica – il sistema egualitario del salary cap accorcia ma non annulla la distanza tra piccole e grandi piazze, e ci sono mille altre postille da considerare – ma forse potremmo aprirci a un esempio di successo, dove una lega sportiva segue i movimenti del libero mercato, anziché intestardirci a perseguire un’idea che ha sì radici profonde in Europa, ma che è forse troppo antiquata per reggere il passo dello sport professionistico nel 2019. Allo stesso modo, le nostre ferite sono forse ancora troppo fresche per virare verso i modelli virtuosi delle polisportive spagnole. Un altro dato tra i più preoccupanti che emergono tra le pagine di Time Out è che la vicenda di Siena ha allargato la propria scia nociva a varie parti del sistema basket italiano – ma si può leggere anche; ha messo a nudo un male che era già presente nel sistema: classe arbitrale e comunicazione tra i dirigenti e la stessa, gli agenti dei giocatori, gli sponsor, fino alla presidenza di Lega dov’è passato lo stesso Minucci. Quella pagina va raschiata bene, insomma, perché ritorni bianca, e servirà magari fare un passo indietro. Guardare le vicende da lontano, riaccendere la passione dal basso e fare finta di essere uno di quei paesi di tradizione cestistica recente, che si stanno muovendo bene – come la Germania, imitarli con umiltà e onestà. Tapparsi il naso ma non chiudere gli occhi, e ricostruire il passato senza drammi né clamori, perché “è l’unico modo per cambiare il futuro”.


Andrea Cassini

Andrea Cassini

Scrittore, giornalista e traduttore, si occupa di cultura e sport per testate italiane ed estere e organizza corsi di scrittura creativa. Vive con cani, gatti e moglie in mezzo al bosco, dove per fortuna arriva il Wi-Fi e l'NBA League Pass