Philadelphia 76ers. The end of the process

Pubblicato da Lorenzo Pon il

La NBA ha fissato il salary cap per la stagione 2019/2020 a 109 milioni di dollari – in realtà si può raggiungere quota di 132 milioni prima di incorrere nella luxury tax.
Il quintetto titolare dei Philadelphia 76ers, il prossimo anno, percepirà uno stipendio di 106.5 milioni di dollari. Dalla stagione 2020/2021, la cifra è destinata ad aumentare ulteriormente, visto l’inizio del nuovo contratto firmato da Ben Simmons (170 milioni di dollari in 5 anni).
Il process è definitivamente finito.
La franchigia si è legata mani e piedi a un nucleo di giocatori con i quali spera di raggiungere le finali nei prossimi 3-4 anni, al termine dei quali si tireranno le somme di questo gigantesco investimento.
Nella stagione appena terminata, i 76ers hanno scommesso forte per trasformarsi in contender, sacrificando sull’altare del successo immediato role-player, giovani e diverse scelte per arrivare a Jimmy Butler e a Tobias Harris.
Questa scelta ha imposto al Gm di Philadelphia, Elton Brand, di assumere un atteggiamento ultra-aggressivo in questa free agency firmando Tobias Harris con un contratto (forse) troppo oneroso, mettendo le mani su un giocatore dall’intelligenza cestistica straordinaria ma pur sempre destinato inesorabilmente a invecchiare come Horford e assicurandosi grazie ad una sign and trade con Miami una guardia giovane ed eclettica come Josh Richardson.
La squadra allestita dai Philadelphia 76ers ha generato un dibattito vivissimo all’interno della lega, tra chi la osanna come potenziale macchina difensiva senza eguali e chi la critica come squadra disfunzionale nella NBA moderna.
Cerchiamo allora di capire in che direzione si è mossa la squadra: diventerà la regina dell’Est o dovrà rassegnarsi ad asciugare anche nelle prossime stagione le lacrime di un disperato Embiid dopo l’ennesima prematura eliminazione dai Playoffs?

Defense wins championships

I Philadelphia 76ers sono stati la squadra che ha subito più modifiche in corso d’opera nella passata stagione.
Tutti questi cambi hanno portato inevitabilmente in una direzione: la squadra si è posizionata tra le prime delle classe in quasi tutte le voci, con la vistosa eccezione dell’efficienza difensiva.
Nella passata stagione Embiid e compagni hanno collezionato solo il quattordicesimo defensive rating della lega, denunciando seri problemi soprattutto nella difesa del pitturato, dove hanno concesso in media 51.2 punti a partita (ventiquattresimo peggior valore della lega).
Di fronte a questa situazione, Elton Brand si è rimboccato le maniche e ha impostato una free agency all’insegna dell’immortale massima “defense wins championships”.
Gli arrivi di Horford e di Richardson sono mosse che vanno precisamente in questa direzione.
La partenza di Butler lascia sicuramente un vuoto nei Philadelphia 76ers sotto praticamente qualsiasi punto di vista; la fase difensiva non è un eccezione.
La capacità di Butler di prendere in consegna il miglior scorer avversario e di farlo dannare prima di riuscire a segnare un canestro, è ormai nota.
Se Butler era un eccellente difensore individuale, tuttavia, la sua difesa “di squadra” lasciava decisamente più a desiderare: la sua scarsa propensione ad essere un giocatore da sistema – anzi, un giocatore tanto estroso quanto anarchico su entrambi i lati del campo – lo portavano spesso a non incidere quanto avrebbe potuto quando la palla era in mano agli avversari.
La sua partenza, unita a quella di un difensore deficitario a tutto tondo come Redick, hanno dato a Philly la chance di “ricostruire” la propria squadra puntando sulla creazione di un quintetto difensivamente di ferro.
L’arrivo di giocatori come Horford e Richardson, entrambi provenienti da due eccellenze difensive nella lega come Celtics e Heat, porta a Philadelphia una cultura difensiva completamente nuova.
Prima ancora che per le doti individuali, infatti, i due saranno fondamentali per aiutare coach Brett Brown a plasmare intorno a loro un nuovo sistema difensivo, capace di proiettare i 76ers tra i pesi massimi della lega nella propria metà campo.
La firma di Horford, in questo senso, è ancora più preziosa di quella di Richardson.
Brand è riuscito, infatti, in un colpo solo a privare una concorrente di un giocatore tra i migliori nella lega nel contenere Embiid e a guadagnare uno dei difensori più versatili dell’intera lega.
La sua presenza nel roster garantirà al fenomeno camerunense la possibilità di non bruciare utili energie in regular season e di avere un alleato di valore inestimabile per la difesa del ferro (Horford è stato il secondo miglior difensore della lega in situazione di pick and roll, dove ha concesso solo 0.93 punti a possesso quando difendeva sul bloccante).

Oltre a respingere con perdite i migliori lunghi della lega, Horford sa contenere anche la penetrazione di giocatori ben più rapidi di lui, stoppandoli senza pietà al ferro come successo in questo caso a Mitchell.

La sua capacità di difendere senza alcuna differenza centri e ali grandi, inoltre, lo rende un tassello fondamentale per garantire ai 76ers il più alto grado di swtichability possibile, permettendogli tra l’altro di ricoprire alla perfezione il doppio ruolo di titolare e back-up quando Embiid avrà bisogno di riposo.

L’arrivo di Josh Richardson è quanto di meglio Philadelphia potesse ottenere dalla trade con Butler: un giocatore che andrà a ricoprire tatticamente il ruolo lasciato scoperto da Redick, colmando le sue lacune difensive con una competenza che cercherà di far pesare il meno possibile la partenza di Jimmy Buckets.

Le sue doti atletiche e la sua concentrazione saranno un toccasana per una difesa che, nella passata stagione, ha dimostrato di soffrire terribilmente le guardie più talentuose della lega: in ben 25 occasioni, più di qualsiasi altra squadra nella lega, i 76ers hanno concesso a una guardia avversaria una partita da almeno 30 punti.

Misurando “solo” 1.98 metri di altezza, Richardson sarà il giocatore più basso nel quintetto titolare, il che lo porterà a prendere in consegna in diverse occasioni le point-guard più talentuose della lega, compito già assolto egregiamente nella passata stagione, quando copriva le vistose falle di Justise Winslow.

La sua apertura alare di 2.08 metri, d’altra parte, gli consentirà di difendere indistintamente su almeno tre posizioni, passando dal contrastare la maggiore velocità dei funamboli della lega con braccia infinite e reggendo l’urto dei giocatori più piazzati e battendoli grazie al superiore atletismo.

La capacità di Richardson di cancellare al ferro le penetrazioni e di sottrarre palla alle guardie avversarie sarà oro colato per una difesa che ha tremendamente patito queste situazioni.

La scorsa stagione, Philadelphia aveva un potenziale devastante dal punto di vista difensivo, potendo vantare uno dei migliori rim-protector della lega, un playmaker capace di difendere su quattro posizioni e una guardia strepitosa in single coverage.
Quest’anno, se possibile, fa ancora più paura.

Un nuovo sistema in attacco?

La sfera che preoccupa maggiormente tutti i tifosi della città dell’amore fraterno è, tuttavia, la metà campo offensiva.
Le scelte compiute dalla dirigenza vanno in precisa controtendenza con quanto tutte le altre franchigie stanno facendo: opporre a small-lineups uno dei quintetti più lunghi che la storia recente ricordi; opporre a una ricerca ossessiva del tiro da tre un attacco basato su un’incessante circolazione di palla; opporre a un back-court esplosivo una coppia di lunghi.
Philadelphia ha scommesso, offrendo tutto ciò che aveva per costruire un quintetto che, ad uno sguardo superficiale, potrebbe apparire talentuoso ma inefficace nella NBA moderna.
Guardando un po’ più in profondità, la realtà è leggermente diversa.
Tra le critiche più ricorrenti rivolte a questa squadra ancora tutta da scoprire risaltano l’assenza di un go-to guy designato e la mancanza di giocatori in grado di creare buone spaziature.
I game-winners contro Charlotte e Brooklyn rimarranno negli occhi dei tifosi dei 76ers a lungo, così come la capacità di Butler di segnare in isolamento battendo il difensore dal palleggio.
Quel giocatore non c’è più, è andato. Ma questo (forse) potrebbe non essere un problema.
Nella scorsa stagione, la squadra di Brett Brown si è posizionata nelle zone più basse delle classifica per possessi in isolamento a partita (addirittura ventiseiesimo posto, con appena 5 possessi a partita in questa situazione). Butler era chiaramente un elemento dissonante in una squadra che privilegiava la circolazione di palla (quarta per assist nella lega) alla ricerca di soluzioni dal palleggio.
Nonostante le giocate sopra citate e l’impressione, guardando le partite dei 76ers, che a dover togliere le castagne dal fuoco nei momenti difficili dovesse essere Butler, il giocatore dei 76ers che ha collezionato più punti e più tentativi in situazioni clutch è stato Embiid, che ha mantenuto una media di 6.3 punti su 4.6 tentativi nell’ultima frazione di gioco.
L’addio di Butler rappresenterà il momento della verità per Philadelphia: la sua presenza era sinonimo di maggiori possibilità di successo nei minuti finali o era invece un fattore che privava altri giocatori della chance di gestire i possessi più delicati?

Che sia con un tiro dall’arco – dove può ancora migliorare – o creando qualcosa dal post, Embiid sarà chiamato a prendersi tiri di questo tipo molto più frequentemente.

Con ogni probabilità, la verità sta nel mezzo: i 76ers patiranno tremendamente, soprattutto all’inizio,  le situazioni in cui dovranno affidarsi a un giocatore semplicemente capace di fare canestro (si rifugeranno in questo caso da Embiid), ma vedranno contemporaneamente una crescita in termini di consapevolezza e maturità degli altri giocatori in campo (su tutti Ben Simmons e Tobias Harris).
L’assenza di un giocatore dal sangue freddo e con la capacità di battere il marcatore dal palleggio paragonabile a quella di Butler, in ogni caso, porteranno inesorabilmente coach Brett Brown a puntare sul guadagnare il controllo della partita piuttosto che su un ribaltamento nei minuti finali – questo anche a causa del gran numero di possessi che la squadra si troverà a gestire in situazione di ricezione statica in post (basta pensare a una situazione in cui Embiid, Horford e Simmons condividano il campo).
È lecito allora aspettarsi dei 76ers ancora più in alto nella classifica degli assist a partita: magari meno capaci di chiudere le partite, ma con un gioco più arioso, capace di coinvolgere attivamente i cinque giocatori in campo.
Per quanto riguarda lo spacing, la perdita di un giocatore come Redick, il cui 60% delle conclusi veniva da dietro l’arco e il 42% in situazione di catch and shoot, si farà sicuramente sentire.
Il rimpiazzo procurato da Elton Brand, tuttavia, ha tutte le carte in regola per colmare alla grande il vuoto lasciato dall’ex #17 di Philly.
Richardson è un tiratore enormemente sottovalutato, le cui percentuali sono sporcate dal numero di triple tentate in isolamento a causa della sterilità dell’attacco degli Heat.

La sua capacità di convertire questo tipo di soluzioni, rappresenterà un’importante novità per un attacco privo di giocatori capaci di segnare triple dal palleggio con affidabilità.

Osservando con maggiore attenzioni i suoi numeri, si potrà notare che le triple prese in situazione di catch and shoot sono state 4.6 a partita (per Redick siamo a 4.8), convertite con un eccellente 38.5% (Redick le convertiva con un irreale 42.4%).
La differenza nella percentuale può spaventare, ma deve essere anche in questo caso contestualizzata: nella passata stagione J.J. ha giocato con un playmaker capace di generare 782 triple per i propri compagni. Il giocatore degli Heat più prolifico da questo punto di vista ne ha generate 312, meno della metà, ed è stato Richardson stesso.
Quando ha avuto la chance di tentare triple wide open, Richardson le ha convertite con un eccellente 42.4%, un deciso miglioramento rispetto al 38%. Simmons, nella passata stagione ha prodotto 452 tiri di questo tipo per i suoi compagni.
Aspettarsi che l’efficienza e l’efficacia di Richardson dall’arco aumentino, con questi presupposti, è quasi d’obbligo.
L’elemento che ha creato maggiore scetticismo in termini di spacing non è tuttavia Richardson, ma Horford.
Non è un segreto, del resto, che l’efficacia delle due torri nella NBA moderna sia fortemente in declino. D’altra parte è vero che Al Horford non è un lungo qualsiasi.
La sua principale qualità non la si può leggere in nessuna voce statistica, ma sarà sufficiente aver visto una sua partita per apprezzarne il valore: un Q.I cestistico con pochi eguali nella lega.
Horford è un lungo che non ha bisogno del pallone tra le mani per incidere, che sa segnare dal post e dal perimetro, con una visione di gioco altamente superiore ai suoi pari ruolo e capace di giocare il pick and roll indifferentemente da portare di palla o da bloccante.
Un duo Embiid-Horford rischia di essere un incubo per la più attrezzata delle difese NBA: Horford ha chiuso la scorsa stagione con il 36% dall’arco e nella prossima, quando sarà schierato in campo con Embiid, potrà beneficiare di uno spazio extra, dovuto ai puntuali raddoppi difensivi sul camerunense, che le difese avversarie rischiano di pagare a caro prezzo.
Viceversa, rinunciare a lasciare Horford libero dall’arco, significa dover affrontare Embiid in single coverage, impresa ardua anche per il miglior difensore della lega.

Immaginate che, al posto diOjeleye, ci sia Embiid pronto a ricevere o, ancora, Simmons che taglia forte a canestro.

La presenza in campo dell’ex Celtics, inoltre, garantisce almeno altri due vantaggi: Embiid sarà privato del compito di secondo costruttore di gioco e potrà posizionarsi direttamente in post, la sua zona di gran lunga preferita. In secondo luogo, anche Simmons sarà sgravato di alcuni compiti di playmaking, potendo beneficiare della capacità di Horford di servire i compagni senza palla: il movimento di Irving veniva premiato con triple aperte, quello di Simmons sarà premiato con precisi traccianti ad ogni taglio verso il ferro dell’australiano.

Sarà l’anno giusto per il titolo?

Il quadro dipinto può peccare di un eccessivo ottimismo: la storia della lega è disseminata di esempi in cui squadre dall’immenso potenziale si sono sciolte come neve al sole per mancanza di chimica, infortuni e cattiva gestione da parte del coach.
La squadra assemblata dai 76ers, tuttavia, ha la seria possibilità di essere una delle realtà più belle da vedere della prossima stagione: un pizzico della circolazione di palla dei Celtics portato da Horford, un altro dell’ordine difensivo dei Miami Heat portato da Richardson unito all’estro di Embiid e Simmons e all’affidabilità di Harris.
In una Eastern Conference privata di Kawhi Leonard, con dei Celtics indeboliti e dei Nets ancora privi per un anno di Kevin Durant, la strada per le finali di conference sembra spianata.
Ancora prima di iniziare, questa sarà la più importante stagione nella recente storia dei Philadelphia 76ers: qualsiasi risultato diverso dalle Finals sarà un fallimento.
Non ci sono più giovani da far maturare o nuovi talenti da pescare al Draft, la squadra è andata all-in: the process is ended; it’s time to win it all.

Alla ricerca dei Celtics perduti

“Forse non siamo tanto bravi quanto pensiamo. Quando si continuano a perdere tutte queste partite, forse il problema è che siamo meno bravi di quel che pensiamo”.   Brad Stevens Venti…

Less is More

Il 18 luglio scorso una sottospecie di terremoto emotivo colpiva l’NBA e i San Antonio Spurs, una delle franchigie che più ci aveva abituato a gestire in modo ottimale i…

The North Remembers

I Raptors negli ultimi tre viaggi alla postseason hanno subito sempre la stessa sorte: fagocitati da un LeBron James troppo forte, troppo psicologicamente dominante, da piani partita troppo prevedibili, da…

Lorenzo Pon

Lorenzo Pon

Nato e cresciuto a Genova, ho iniziato a seguire la pallacanestro quasi per caso, fino a diventarne completamente dipendente. Aspirante giornalista innamorato di Jokic e dei Boston Celtics