Yao Ming – The Butterfly Effect

Pubblicato da Leandro Nesi il

La teoria del caos suggerisce come anche un minuscolo mutamento nelle condizioni iniziali, possa cambiare drasticamente il risultato finale. Il miglior riassunto di questa teoria è dato da quello che è comunemente chiamato l’effetto farfalla, “The Butterfly Effect”, per il quale un battito di ali di farfalla in Brasile può provocare un tornado in Texas.

1956, Shanghai, Repubblica Popolare Cinese. 

Tian Fuhai è un allenatore di basket. Considera la pallacanestro come una nuova, sacra disciplina. 

Ogni mattina, prima di seguire gli allenamenti dei suoi giovani atleti, passeggia per il mercato. Un giorno, improvvisamente, si blocca incredulo quando davanti gli si para un uomo come forse non ne ha mai visti prima: enorme, la mascella pronunciata, i capelli corti. Sicuramente sopra i due metri di altezza. Tian lo segue per qualche metro, lo vede comprare qualcosa al banco più avanti e non resiste: lo ferma e si presenta. L’uomo, dal sorriso buono, si chiama Yao Xueming. Tian chiede a quel gigante se per caso giocasse a basket. Xueming gli risponde che no, non ha mai giocato e per di più sarebbe anche relativamente vecchio per farlo: sta per compiere 34 anni. Un moto di delusione si dipinge sul volto del giovane allenatore: un uomo del genere nella sua squadra avrebbe fatto più che comodo. Forse però Xueming ha figli? Il gigante risponde di sì, ne ha quattro. Il cuore di Fuhai batte all’impazzata, mentre chiede a Xueming se i suoi figli sono tutti alti come lui. L’uomo ridacchia, mentre risponde che no, non sono ancora alti come lui ma per motivi anagrafici: il figlio maggiore ha sei anni. 

Fuhai, motivato come nessuno,  i giorni seguenti si presenta di persona alla Commissione Sport di Shanghai  e chiede di tenere d’occhio la famiglia di Xueming, in fattispecie i figli di quell’uomo enorme. 

Servirà qualche anno prima che il più grande di quei figli, Zhiyuan, finisca la sua crescita, raggiunga i 207 centimetri di altezza e venga soprannominato Da Yao, “Grande Yao”.  Passerà ancora qualche anno, prima che Da Yao concepirà un bambino, l’atteso predestinato che diverrà un NBA Hall of Famer e, al tempo stesso, uno dei più grandi “what if” della storia del Gioco. 

Questo perché, molti, moltissimi anni prima, un incontro casuale in un mercato di Shanghai aveva messo in moto un’impressionante catena di eventi , che si intrecciano con la storia politica e sportiva della Cina, una storia che coinvolge almeno tre generazioni. Una storia che nel nome aveva un destino ‘Ming’, che in cinese significa, appunto, luminoso. La storia di un uomo che per qualche tempo sembrerà davvero di poter toccare il cielo con un dito.

Perché una singola azione, a conti fatti, può determinare imprevedibilmente il futuro.

Yao e Shaq

Fast Forward. 

2003, Houston, Texas. 

Al Compaq Center va in scena la partita fra i padroni di casa degli Houston Rockets e i Los Angeles Lakers. Non è una partita qualsiasi di Regular Season. Non è solo una partita su 82, come molte altre. È la prima partita che vede contrapposto Shaquille O’Neal, forse il centro più dominante di tutti i tempi, a Yao Ming. Gli esperti di marketing NBA hanno sempre considerato la Cina come la “frontiera finale”. L’idea alla base è che, “conquistata” televisivamente la Cina, il mondo intero starà vedendo l’NBA. 

Al momento della palla a due i cinesi collegati per vedere la partita sono duecento milioni. Duecento milioni. Discreto bagno nello champagne per gli analisti NBA. 

Shaq è enorme. Come sempre. Yao torreggia su di lui: il cinese è magro, ma lunghissimo. Il primo possesso è per LA, che come spesso accade serve Shaq in mezzo angolo, a sei metri dal canestro. La squadra gli lascia il quarto di campo. Shaq fronteggia Yao, incrocia il palleggio, gli dà una spallata terrificante sul petto e prende il centro dell’area. Tutti sanno quel che sta per succedere. C’è una statua fuori dallo Staples Center a testimoniarlo, oggi. Ma la schiacciata non arriva. Yao si allunga in una stoppata meravigliosa per tempismo, tecnica ed esecuzione. Tutta Houston ruggisce. Si va dall’altra parte. Ming riceve spalle a canestro, marcato da O’Neal. Passo e gancio cielo. Solo cotone. Shaq vuole la rivincita e riceve in post basso. Movimento di potenza, giro dorsale. Lo pensano tutti, un’altra volta: ecco, adesso Shaq schiaccia nel canestro tutta la Cina. Ed invece: “Ming, the second block on O’Neal!”. 

Yao corre il campo meravigliosamente, per essere così alto, e appoggia in contropiede un runner a tabellone. Ci mette anche un turn around jumper, che a quell’altezza non dovrebbe essere permesso. Eppure, entra anche quello. Shaq è incazzato nero e si vede. Riceve, profondissimo, posizione centrale. Un’altra botta di assestamento a Yao. Tutti pronti ad assistere alla schiacciata, non può accadere nient’altro. Ma invece accade. Il cinese assorbe il colpo e rifila ancora una stoppata. La terza, su altrettanti possessi in post di Shaq. Impressionante. 

Il duello ai punti lo vince Shaq, 31+13 contro i 10+10 di Yao ma, guidati dai 44 di Steve Francis e dai 29 di Cuttino Mobley, i Rockets la portano a casa: la Cina in quel momento è definitivamente conquistata da questo giovane campione. L’NBA, dalla sua, si accorge di aver assistito a qualcosa di straordinario: un 2.29 con movenze da ballerino, tecnica sopraffina, mano fatata e tutta la sfrontatezza del mondo nell’affrontare quel mostro sacro. 

Se da un lato la Cina aspettava la partita del Compaq Center dal 1956, ovvero dall’incontro fra Tian Fuhai e Yao XueMing, dall’altro verso il legame fra il basket e la Cina è molto più vecchio persino del nonno di Yao, e risale alla creazione stessa del Gioco. 

Nel 1891 James Naismith inventava il Gioco a Springfield, Massachusetts, oggi sede della Hall of Fame del Gioco, l’Olimpo cui chiunque varchi le porte dell’NBA, sogna un giorno di entrare. La scuola in cui insegnava educazione fisica faceva parte della YMCA, la Young Men’s Christian Association. Alcuni fra i primi missionari della YMCA, insieme alle 13 Regole della Pallacanestro scritte dal Professor Naismith, sbarcano proprio in Cina. È il 1935 e il basket è un passatempo a livello nazionale. In una lettera scritta proprio a Naismith, si può leggere:“You can just feel what the game means to them”. Il Gioco, per i cinesi, significava tantissimo. Un gioco in cui non c’è un vero Leader, ma i 5 giocatori si passano la palla, condividono, hanno un unico obiettivo. 

Uno sport “comunista”, se vogliamo. Uno sport pensato per americani e perfetto per i cinesi.

La Cina non era fisicamente pronta per confrontarsi con il panorama cestistico mondiale: l’altezza media di donne e uomini era notevolmente inferiore a quella delle squadre statunitensi e dell’Est Europa. Anche per questo motivo inizia una vera e propria programmazione. Aumentano i fondi per le strutture, si indirizzano le persone oltre una certa altezza in sport che richiedono altezza. È da questo tipo di programmazione e da quello che senza mezzi termini è un matrimonio combinato fra Da Fang e Da Yao (Grande Fang e Grande Yao) che, il 12 settembre del 1980, nasce Yao Ming. 

Il nome viene scelto con la speranza possa essere di augurio non solo personale, ma per la Cina tutta: un futuro ‘Ming’, ‘Luminoso’. 

Il ‘piccolo’ Yao al momento della nascita è lungo oltre sessanta centimetri e pesa più di cinque chili. Non esattamente il classico bambino. La sua crescita è spaventosa: gli abiti e le scarpe nuove gli calzano bene solo per qualche settimana. La sua famiglia, con entrambi i genitori ex giocatori di basket, è tutto tranne che una famiglia ricca. Con vestiti continuamente da ricomprare, non si riesce a sfamare quel bambino che ogni giorno è più alto e magro del precedente. 

A sette anni Ming è 1.70. Bullizzato dai compagni per colpa dell’eccessiva timidezza, vive chiuso in un mondo tutto suo, con i genitori che provano a farlo giocare a pallacanestro e lui che si stanca dopo pochi istanti, troppo debole per giocare. La verità è che il sistema cinese raziona il cibo, ma il “piccolo” degli Yao avrebbe bisogno di una dieta completamente diversa da quella delle persone “normali”, perché lui tutto è tranne che normale. 

Negli anni successivi, un cambio di potere fa sì che le politiche si modifichino. Alla famiglia Yao cominciano ad arrivare cibo, vestiti, latte. Soprattutto latte, fondamentale per le ossa, lunghissime e fragilissime, del piccolo. Yao Ming comincia degli allenamenti intensivi, strazianti, ripetitivi, interminabili. Scatti, cambi di direzione, salti, squat. Cose che per il suo fisico sembravano impossibili. La pallacanestro non lo diverte e anzi, lo annoia. Quell’enorme bimbo ripete che nella vita vorrebbe girare il mondo, fare l’esploratore. Quando compie dodici anni cambia scuola. È alto 1.88 e gli viene accordato un quantitativo di cibo circa il triplo rispetto chiunque altro. In uno dei test in cui viene pronosticata la sua definitiva altezza, viene profetizzato uno strabiliante 2 metri e 23 centimetri. La cosa veramente folle è che la misura ci andò vicino, ma sbagliò per difetto. 

Yao si allena ogni giorno, è già un atleta full-time. Gli allenamenti sono specifici, perché se le ossa si allungano l’apparato cardiovascolare si indebolisce, non riuscendo a tenere il passo di quegli arti che ogni giorno sono più lunghi. Continua ad essere anche terribilmente timido, anche a causa del fatto che è sordo al 60% dall’orecchio sinistro: se qualcuno gli parla da quel lato, lui non sente. Finalmente, però, incontra la persona giusta. Viene portato da uno specialista che gli prescrive una dieta a base di estratti di erbe per la resistenza, e di latte e proteine in dose massiccia. Dopo due anni di trattamenti, Yao è cresciuto ancora. La sua altezza pronosticata, quella del 2.23, è raggiunta al compimento dei 17 anni. In più, è fisicamente nel suo picco massimo: il suo fisico si sta finalmente adattando alla sua altezza. 

Yao e Steve Francis - The Player Tribune

È la primavera inoltrata del 2002 e Steve Francis è appena andato in vacanza, dopo un anno orrendo dei suoi Rockets. 28 vittorie, il computo finale. Coach Tomjanovich lo convoca  a Houston il prima possibile. Steve è indispettito, l’annata è andata male ma è pur sempre appena andato in vacanza. Coach T. non ammette repliche. 

Appena atterra all’Intercontinental sale sul primo taxy in direzione Compaq Center, dove coach T. lo aspettava elettrizzato. Lo porta in una stanza, per fargli vedere degli estratti di alcuni video dalla NBA combine appena passata, a Chicago. Steve non ha alcuna voglia di vedere nessun video, ma appena il filmato parte rimane estasiato:

Yao Ming era il doppio di tutti gli altri, tirava da 3, correva il campo, aveva un tocco morbidissimo da sotto. Un mostro. 

Coach T. comunica a Steve che sarebbe stato lui a rappresentare Houston alla lottery. 

In quell’estrazione Houston aveva soltanto l’8.9% di pescare la prima scelta assoluta.

I Bulls e i Warriors detengono il 22.5% di possibilità.

Nonostante questo, qualche giorno dopo, precisamente il 19 maggio, è Steve a richiamarlo elettrizzato dalla sede NBA Entertainment di Secaucus, New Jersey: 

“Coach, ho quello che volevi. Ho la #1”.

Houston si era assicurata la pallina d’oro della lottery, il che voleva dire una sola cosa:

26 giugno 2002,

David Stern sale sul palco e, dopo un breve saluto, pronuncia la frase di rito, davanti a centinaia di facce per nulla sbigottite:

“With the first pick in the 2002 NBA Draft, the Houston Rockets selects .. Yao Ming, from Shanghai, China.”

La carriera di Yao Mingè quella di un Hall of Famer. Nessun dubbio. 

Un giocatore che dopo aver disputato tutte le partite nelle sue prime tre stagioni (tranne due nella terza), è andato oltre le 60 solo nel 2008-2009, giocandone 77. 

La militanza NBA di Yao, pur se da Hall of Famer, è una di quelle continuamente etichettate con un “what if”. Se solo quelle caviglie, quelle ginocchia, quei piedi avessero retto più a lungo. 

La sua carriera è già in gran parte descritta, come se ne fosse l’emblema, in quelle tre stoppate consecutive da rookie ai danni di Shaq, ma ancor di più in una dei più famosi finali di sempre dell’NBA: 

6 Novembre, 2008. 

Rose Garden, Portland. 

Houston @ Portland. 

Overtime, 96 pari, 7 secondi al termine. 

Brandon Roy supera la metà campo palla in mano, nel momento in cui entra nell’area da tre punti di Houston è l’uomo più avanzato dei Blazers. Ha due uomini incollati, gira in palleggio e arrivato a metà fra la linea da tre e la linea da fondo raccoglie il pallone, si butta in dietro e schiaffeggia la retina. Nulla può neanche Ron Artest. 98-96 Portland con 1.9 secondi al termine. Un canestro strepitoso, segnato da un talento devastante. E dire che stava tirando male, Brandon. 

Houston chiama time out. 

McGrady è infortunato e non è difficile indovinare da chi andrà coach Adelman. 

Rimessa da lato affidata a Rafer Alston. Batum difende su Yao, che è posizionato nel mezzo angolo. Il lungo di Houston riceve la rimessa, turn-around jumper in fade away. Roy, che ha cercato il raddoppio, commette fallo. Il tiro di Ming è così morbido che sembra una carezza ad una persona amata, la palla entra. And one. Partita impattata a quota 98. 

Yao, che dalla linea del tiro libero è sempre stato eccellente, non sbaglia. 99-98 Houston, 8 decimi al termine. 

Sarebbe bello chiuderla qua. 

Sarebbe bello scrivere che Yao mise il tiro decisivo in una partita tiratissima e stupenda. Ma il destino di Yao è forse più grande dell’esito di una partita, nessuno questiona sul suo non aver mai vinto un titolo. Non importa quanto abbia vinto, perché lui ha vinto in un senso molto più profondo. Quanto ha fatto, e continua a fare per la Cina a livello di immagine, di esempio, va al di là di una vittoria, trascende lo sport come competizione in cui il fine è la vittoria. 

La verità è che quella partita viene ricordata per il finale, ma nel finale ci si dimentica spesso del 2+1 di Yao a .8 secondi dal termine. 

Steve Blake alla rimessa. Esce Brandon Roy a 9 metri dal canestro, che riceve leggermente in anticipo. Nell’istante in cui prende palla, infatti, i piedi sono ancora orientati verso il proprio canestro. Gli bastano 3 decimi di secondo per piantare il piede perno, saltare ruotando in aria e lasciar andare il gioiello. È il tiro simbolo della carriera di Brandon Roy. La parabola altissima. La sirena. Il cotone. 

Tutta Portland sembra esplodere. 

Il video diventa parte di una delle più belle pubblicità NBA mai registrate. Di Yao, neanche l’ombra. 

Non importa. 

Jeff Van Gundy, che ha allenato Yao e ha definito il poterlo allenare come il massimo onore della sua carriera, disse una cosa, alla celebrazione del ritiro della sua maglia che avvenne pochi mesi dopo l’ingresso del gigante cinese nella Hall Of Fame:

“La grandezza di Yao Ming si estenderà molto al di là della sua carriera NBA e anzi sono certo di questo. I prossimi 36 anni di Yao avranno un impatto ancora maggiore dei primi 36, perché le virtù che l’hanno reso grande nel basket, non erano solo relative alle sue qualità sul campo da gioco”.                                                                                                                              C’è un neanche tanto recondito motivo, per il quale i Rockets a volte scendono in campo con la casacca “China Edition”, con i logogrammi mandarino. Un neanche tanto velato motivo per cui i mondiali in questo momento si stanno giocando nel grande paese asiatico: ad oggi la Cina è diventata un mercato ed una piazza importante per la NBA. L’origine di questo avvicendamento è una storia che parte da un disegno preciso, da anni lontani, in cui la paziente progettualità asiatica attendeva placida l’effetto farfalla che prima o poi, inevitabilmente, sarebbe arrivato. Un effetto gigantesco. Voluto. Bramato. 

Un ponte fra due mondi, una nuova via da percorrere. Un battito d’ali impercettibile nell’immediato, ma capace di provocare un uragano.  E alla fine di questo caos, c’è sempre uno sciame di somme da tirare, e una scia di domande da farsi.

Leandro Nesi

Nato in Scozia ma Romano di Roma, 28 anni, felicemente sposato. Dottorando in ingegneria meccanica teorica e applicata. Amo il Gioco, detesto il tifo.

Simone Severi

Classe (poca) 1985. Papá, malato di pallacanestro, dirigente di una squadra di Prima Divisione. Mischio parole per necessità personale; perchè nel bene e nel male ci portiamo dietro qualcosa, e dentro c'é una storia da raccontare.


Leandro Nesi

Leandro Nesi

Leandro Nesi, nato in Scozia ma Romano di Roma, 28 anni, felicemente sposato. Dottorando in ingegneria meccanica teorica e applicata. Amo il Gioco, detesto il tifo, specie quello con la t minuscola, che impedisce le discussioni. Simpatizzo per i Jazz e per LeBron, che mi hanno fatto innamorare della palla a spicchi. Di una partita guardo i giochi e gli schemi, di un giocatore gli aiuti in difesa e i tuffi sul parquet. Se c'è tattica, sono nel mio mondo. L'NFL e il tennis sono sul podio dei "miei" sport, dopo il Grande Amore (sportivo) che è il Basket.