NBA preview 2019-2020: l’anno dell’equilibrio

Pubblicato da Simone Rancid il

NBA 2019-2020: l'anno dell'equilibrio

La stagione NBA 2019/20 è ormai alle porte e la corsa al titolo di campioni del mondo si prospetta imprevedibile e combattuta come raramente è capitato nella storia recente della lega.  

Quando 3 anni fa Kevin Durant, uno dei tre migliori giocatori della lega, decise di firmare con i Golden State Warriors, già reduci da 2 finali NBA consecutive, la sua scelta spostò gli equilibri in maniera netta e inequivocabile. Ne sono testimonianza i risultati ottenuti da quei Golden State Warriors: 3 ulteriori finali NBA consecutive con 2 anelli raccolti e una terza finale persa su cui gravano però una serie di infortuni praticamente senza precedenti. 

Proprio Kevin Durant, ha aperto le danze in questa offseason lasciando la sua squadra per approdare, assieme a Kyrie Irving, ai Brooklyn Nets aprendo quindi ancora di più la possibilità per numerose franchigie di inserirsi virtualmente nella corsa al titolo.

Al contrario della solita guida, che prevede solitamente un’analisi su ognuna delle 30 squadre ai blocchi di partenza, si è pensato di andare a trattare solo quelli che sono i temi più interessanti da tenere d’occhio nel corso della stagione: dalle squadre potenzialmente in corsa per la vittoria finale alle franchigie in piena ricostruzione che hanno già assemblato un nucleo di giovani interessanti e che tra qualche annetto potrebbero divenire le future dinastie della lega. 

Non stupitevi quindi se team rilevanti in ottica Playoffs, come ad esempio San Antonio Spurs o Miami Heat, non verranno menzionati: semplicemente vediamo per loro un percorso piantato in un limbo che, solitamente, costituisce la fine di ogni progetto. Troppo poca qualità per poter emergere come serie contenders, troppo poco potenziale per poter competere nel brevissimo futuro.

Le contenders

Nella sempre più combattuta Western Conference spiccano in maniera netta le due squadre di Los Angeles.

I Clippers, forti dell’acquisizione della coppia di esterni più completi della lega, si presentano tra i favoriti assoluti per la vittoria finale. Paul George e Kawhi Leonard sono il meglio del meglio della lega in tema di giocatori in grado di fare la differenza su ambo i lati del campo, c’è un supporting cast di livello, un allenatore che è riuscito a gestire gli originals big-3 di Boston portandoli al titolo, e soprattutto c’è un enorme entusiasmo attorno ad una franchigia da sempre considerata la seconda squadra di Los Angeles. Le partenze di Gallinari e Shay sono pochissima cosa rispetto alle acquisizioni di due dei migliori 5 giocatori dell’anno appena terminato e da non sottovalutare sono anche le silenziose acquisizioni di McGruder, Harkless e JaMychal Green, che allungano il roster e lo rendono estremamente versatile. C’è naturalmente enorme curiosità per vedere come Doc Rivers costruirà il gioco offensivo visto che è facile notare quanto manchi un playmaker di livello all’interno della squadra ma il vero hype ruota attorno al lato difensivo del campo dove sulla carta possono essere un team davvero impareggiabile.

I cugini gialloviola non sono proprio rimasti a guardare, assicuratosi Anthony Davis, il miglior lungo della lega degli ultimi 5 anni e puntellando il roster con gli arrivi di veterani come Danny Green, Avery Bradley e Dwight Howard, i Lakers sembrano pronti a riscattare una stagione deludente, colpita dal primo vero serio infortunio accorso alla carriera di LeBron James, e affondata sotto i colpi delle voci di mercato che hanno destabilizzato un nucleo giovane e inesperto. Sulla carta non esiste coppia di giocatori più completa e versatile di LeBron-Davis in NBA, Davis è con ogni probabilità il miglior compagno che LeBron abbia mai avuto nella sua carriera, in termine di fit. Se James avesse avuto un compagno simile nei primi 10 anni di carriera molto probabilmente la storia della lega sarebbe oggi molto diversa, tuttavia nella pallacanestro odierna incombe un’enorme incognita sul ‘peso’ dei lunghi in campo e sulla tipologia di gioco che essi devono esprimere per risultare dominanti come 10-15 anni fa. Lebron appare sempre più conscio del fatto che sia arrivato il momento per lui di far tirare la carretta a qualcun altro e Davis si presenta come il fulcro dei prossimi 10 anni di storia Lakers. Assieme a loro un roster di navigati ed esperti role players funzionali al progetto, ma toccherà a Frank Vogel, affiancato da Jason Kidd, costruire un gioco e gestire un roster che ha sacrificato tantissima gioventù in estate e che a prima vista appare decisamente più corto del necessario.

Ma la Western non è soltanto Los Angeles, anzi, ci sono da considerare anche le due squadre che nelle ultime due stagioni appena concluse hanno vinto più partite in assoluto in lega e che hanno dato vita, durante i PO, a due delle serie più belle e avvincenti degli ultimi anni.

Gli Houston Rockets, dopo l’epico fallimento negli ultimi playoffs in cui non sono stati in grado, per l’ennesima volta, di superare i Golden State Warriors, stavolta menomati da diversi infortuni occorsi ai loro giocatori chiave, hanno deciso che era tempo di cambiamenti. Il contratto, l’età, la tenuta fisica e non da meno il conflitto ‘cestistico’ di Chris Paul con l’uomo franchigia James Harden, hanno spinto Morey ad un altro sacrificio in sede di mercato dove, spendendo innumerevoli scelte future, è riuscito ad arrivare a Russell Westbrook, uno dei giocatori più discussi proprio assieme ad Harden degli ultimi anni. Il resto del telaio della squadra è rimasto pressoché invariato rispetto alla stagione precedente quindi le speranze texane sono tutte riposte nel duo di backcourt più esplosivo della lega. Ci sono naturalmente grossi dubbi che Russell Westbrook, con le proprie caratteristiche distintive (atletismo, scarso tiro da fuori, erratico IQ cestistico), possa rappresentare un fit migliore, affianco ad Harden, rispetto a CP3 e alla sua pallacanestro orientata alla distribuzione della palla, ma l’esuberanza atletica unita ad una tenuta fisica sicuramente superiore a quella di Chris Paul evidentemente hanno convinto i Rockets che questa fosse la mossa giusta per riportare l’anello a Houston.

I Warriors partono, incredibile ma vero, quasi a fari spenti rispetto ai roboanti anni precedenti. La perdita di Kevin Durant è qualcosa che non si può nemmeno calcolare e, come se non bastasse, la squadra della baia dovrà fare a meno anche di un paio di veterani che sono stati determinanti in questi anni per le loro vittorie, Livingston, ritiratosi un mese fa, e Iguodala, scambiato per far posto al contratto di D’Angelo Russell. Proprio Russell è chiamato sin da subito a lasciare un impatto ben più che positivo visto che sui Warriors grava anche l’infortunio di Klay Thompson che rimarrà fuori almeno sino all’All Star Game e quindi di fatto salterà non meno di 55 partite. Ma non per questo si può ‘dormire’ sul potenziale di questa temibilissima compagine. Se Klay Thompson riuscisse a recuperare uno stato di forma e un ritmo partita ottimale in modo da presentarsi ai primi di maggio nelle migliori condizioni, non c’è assolutamente nulla che possa impedire agli uomini di Kerr di rappresentare il solito durissimo ostacolo per la corsa al titolo.

Interessanti anche le aggiunte di Willie-Cauley Stein e Alec Burks ma tutto ruoterà più che mai sull’asse Curry-Green. Il primo, il giocatore più vecchio dell’intero roster, potrebbe prendersi in mano la squadra come ai vecchi tempi e rientrare nuovamente nel novero dei papabili per l’MVP stagionale mentre il secondo, fresco di rinnovo a prezzo contenuto, sarà chiamato ad essere parte attiva anche in fase di scoring, dopo aver sacrificato moltissimo negli ultimi anni.

Le immediate inseguitrici

Se ben quattro contenders nel solo Ovest basterebbero per rendere il campionato interessante quest’anno non possiamo assolutamente esimerci dall’inserire nel novero dei team potenzialmente in corsa per la vittoria finale un altro manipolo di squadre pronte a continuare a stupirci.

Gli Utah Jazz da tre anni a questa parte sono sempre arrivati ad un soffio dall’avere il vantaggio del fattore campo al primo turno dei Playoffs, grazie soprattutto ad un management eccezionale e ad un gioco solidissimo. Ma quest’anno si parte con ambizioni molto più serie, l’arrivo di Mike Conley dovrebbe rappresentare il fit perfetto per il gioco di Snyder costruito sull’asse Mitchell-Gobert. Gli sforzi manageriali per riportare il team ai fasti di metà anni 90 non si sono fermati qui, infatti per aumentare la pericolosità sul perimetro e la versatilità difensiva sono giunti a Salt Lake City anche Bojan Bogdanovic, Jeff Green, Ed Davis e Mudiay. Non c’è molto da sperimentare, saranno i giocatori che dovranno inserirsi in un gioco funzionante e collaudato dove le migliori qualità individuali degli uomini in  campo si spera possano fare la differenza riportando i Jazz alle finali di conference.

Anche i Denver Nuggets, tra le più oculate e meglio amministrate franchigie della western conference, si presentano ai blocchi di partenza con ambizioni da titolo. Squadra che basa le proprie fortune principalmente attorno all’estro di Nikola Jokic e che dopo 5 stagioni in lotteria si è trovata catapultata l’anno scorso al secondo posto della conference, mancando per un paio di possessi l’accesso alla finale di conference. Coach Malone ha sapientemente circondato il centro serbo, dotato di un’incredibile visione di gioco, con un gruppo di guardie atletiche da sfruttare come taglianti ma allo stesso tempo pericolose sul perimetro. Un anno in più per la coppia Murray-Harris, con annessa esperienza playoffs, dovrebbe portare ad una svolta in Colorado anche perchè in offseason non ci sono stati particolari movimenti rilevanti ad accezione dell’arrivo di Jerami Grant, un’ala versatile eccezionale in fase difensiva. Si attende naturalmente con parecchia enfasi l’eventuale esordio in campo di Micheal Porter Jr, uno dei prospetti migliori della nazione rallentato l’anno scorso da un infortunio alla schiena che ne mette tutt’oggi in dubbio la carriera. 

Inserire Portland tra le possibili contendenti al titolo potrebbe sembrare una forzatura, e forse lo è, ma bisogna dare credito al lavoro di questa squadra che gli ha consentito di giungere, qualche mese fa, sino alla finale di conference. Il ritorno in campo di Nurkic unito all’acquisto di Hassan Whiteside dovrebbe far rimpiangere poco la rinuncia ad Enes Kanter, e i rinnovi di Hood e Lillard mantengono praticamente inalterata l’intelaiatura di una squadra che si basa su una coppia di guardie perimetrali forse seconde soltanto alla coppia dei Golden State Warriors come pericolosità dall’arco. Per infoltire i ranghi rimasti orfani dalle partenze di Mo Harkless e Seth Curry, Portland ha puntato su Mario Hezonja, Tolliver e il veterano Pau Gasol, ma appare assai evidente che i Blazers dovranno puntare tutto su Hassan Whiteside sperando, grazie all’apporto di Pau, nella sua maturazione mentale e cestistica, anche in virtù del fatto che Nurkic con ogni probabilità non rientrerà prima della fine di febbraio. Proprio su Jusuf e sulle sue condizioni a metà aprile ruota tutto il destino di Portland che potrebbe tornare a schierare contemporaneamente i due lunghi nel tentativo di creare scompiglio all’interno di una conference dove tutto può veramente succedere.

I progetti più interessanti

A Ovest da guardare anche con particolare attenzione e tantissima curiosità i team emergenti con progetti costruiti sui giovani che magari non daranno un ritorno immediato in termine di risultati ma che stanno gettando le basi per un futuro all’apparenza molto luminoso. 

I Sacramento Kings dopo l’ottima stagione dell’anno scorso cercheranno quest’anno di tornare in post season dopo ben 14 anni di astinenza. Il nucleo di giovani attorno cui i Kings stanno progettando il loro futuro promette benissimo, infatti Fox, Hield, Bogdanovic e Bagley costituiscono un quartetto molto assortito e funzionale assieme. Nonostante l’estensione contrattuale ad Harrison Barnes i Kings hanno puntato sull’inngaggio di Ariza e quello di Joseph per portare quel pizzico di esperienza che serve a questa squadra per agguantare un posto tra le prime 8 della conference. L’impresa tuttavia sarà tutt’altro che semplice visto il vuoto in mezzo all’area lasciato dalla partenza di Willie Cauley Stein. Il reparto lunghi, infatti, appare deficitario e sebbene Dedmon abbia dimostrato di poter essere un legittimo giocatore NBA, restano alcuni dubbi sul fatto che egli possa garantire qualità in uno starting 5 vincente.

Tra le contendenti di Sacramento nella corsa agli ultimi posti della post season ci potrebbero essere anche i Dallas Mavericks. La franchigia texana ha scommesso gran parte del prossimo futuro sul recupero al 100% di Kristaps Porzingins. Il lungo lettone infatti ha tutti gli attributi fisici e tecnici per poter diventare a tutti gli effetti un giocatore franchigia al pari di Doncic. I due europei rappresentano la visione di Cuban di una giovane coppia di giocatori che può ambire a formare un tandem devastante da qui ai prossimi 10 anni, la grossa incognita è ovviamente costituita dalle condizioni fisiche di Porzingins e dalla sua tenuta sul lungo periodo. Importante anche l’acquisizione di Delon Wright, una point guard che per caratteristiche si sposa molto bene con quelle di Doncic, capace di far risaltare anche i role players come Brunson, Finney-Smith e Powell ,ma coach Carlisle potrà contare anche su una batteria di tiratori da fuori piuttosto affidabili come Tim Hardaway Jr, Seth Curry e Courtney Lee.

Sebbene i Pelicans partano con ambizioni prossime allo zero con ogni probabilità risulteranno essere una delle squadre più interessanti e forse divertenti da seguire quest’anno. L’arrivo dal draft dell’acclamato numero 1 della nazione Zion Williamson già di per se rappresenterebbe un motivo sufficiente per attrarre l’attenzione ma la trattativa che ha portato Anthony Davis a Los Angeles regala ai Pelicans un nucleo di giovani talenti che possono continuare a crescere, assieme a Zion, per riportare New Orleans nella NBA che conta in un lasso di tempo contenuto. Per infondere a questi ragazzi un minimo di esperienza e settare un livello di professionalità almeno di base i Pelicans hanno confermato l’ottimo Jrue Holiday e sono stati molto bravi sul mercato assicurandosi i servizi di JJ Redick e Derrick Favors, due giocatori esperti e di qualità. Gentry già da un paio d’anni ha adottato un basket up-tempo con rapidi contropiedi e conclusioni immediate, immaginatevi cosa riuscirà a fare con due giocatori assolutamente dominanti in transizione come Lonzo Ball e Zion Williamson. Assolutamente da non sottovalutare il potenziale difensivo della coppia di guardie Ball-Holiday che si prospetta come uno dei backcourt più noiosi in difesa di tutta la lega. 

Un altro team, che parte con poche ambizioni ma tanta voglia di far crescere il proprio nucleo molto interessante di giovani prospetti, sono i Phoenix Suns, da tempo nel limbo della lotteria dal quale non riescono in nessun modo a riemergere. Devin Booker si è dimostrato nel tempo un solido scorer ma non è ancora asceso al ruolo di leader della squadra anche in virtù della giovane età (22 anni), e DeAndre Ayton non è sembrato in grado di spostare come tutti si aspettavano nel suo anno da rookie l’anno scorso. Chi ha visto i Suns in campo la scorsa stagione non avrà certamente faticato nel comprendere i motivi che hanno indotto la franchigia ad una brusca inversione di marcia a livello di guida tecnica e ora Monty Williams  potrà anche fare pieno affidamento sui recenti innesti del febbraio scorso, Saric e Kelly Oubre Jr, ma soprattutto sui nuovi arrivati Rubio e Baynes. Il centro reduce da una buonissima stagione con i Celtics potrà dare minuti di qualità e mettere pressione ad Ayton, mentre per Rubio il compito sarà innescare tutte le virtuali bocche da fuoco di cui è munito l’attacco di Phoenix, compresi il giovane Mikal Bridges e Tyler Johnson. I Suns sotto la guida dello spagnolo potrebbero esaltarsi in transizione e finalmente coinvolgere con continuità Ayton nel pick n roll, situazione di gioco in cui sa essere estremamente pericoloso ed efficiente. 

Le contenders

A est il quadro non sembra essere da meno. I favori del pronostico se li contendono Sixers e Bucks che sembrano avere, almeno sulla carta qualcosa in più del resto della concorrenza. 

I Sixers dopo la cocente eliminazione all’ultimo secondo di gara 7 contro i futuri campioni NBA dei Toronto Raptors ripartono da favoriti della conference anche e soprattutto a causa della complicata gestione che le altre contenders ad est hanno dovuto affrontare durante quest’ultima offseason. Anche i Sixers hanno tremato in estate quando si stava configurando un mezzo disastro con l’imminente partenza di Jimmy Butler, ma Elton (finalmente positivo) è riuscito ad imbastire una sign-and-trade con Miami per il giovane Richardson, giocatore che davvero ben si sposa con i principi tattici di Brown e che va a rimpiazzare JJ Redick in quintetto. La rifirma di Harris al massimo salariale e quella davvero sorprendente di Al Horford anche se a cifre leggermente fuori mercato (110 mln per 4 anni), catapultano i Sixers in una posizione dominante ad est. Horford ed Embiid rappresentano la miglior coppia di lunghi della conference e spesso andranno ad alternarsi per diminuire il reciproco carico di lavoro. Non esiste una squadra in tutta la lega che possa schierare un quintetto allo stesso tempo così alto, versatile e pericoloso difensivamente ma che possa, anche in attacco, avere un’infinità di soluzioni attorno ai 2 lunghi. Il problema, forse l’unico, è la mancanza di uno scorer affidabile dal palleggio (Butler) o in ricezione dinamica (Redick) e tali carenze ai playoffs potrebbe farsi sentire parecchio. L’impegno economico che i Sixers sosterranno nei prossimi 4 anni è notevole e quest’anno potrebbe essere la loro migliore occasione per giungere al titolo nella prima fase di carriera di Simmons-Embiid visto che a giugno Horford compirà 34 anni ed è facile intuire che andrà incontro ad un inesorabile declino fisico nei prossimi anni. 

Milwaukee è l’altra serissima contender dell’est guidata dal fresco MVP della stagione, Giannis Antetokounmpo, che è pronto a guidare, la squadra, la città, l’intero stato alla ricerca del suo primo titolo in carriera. I Bucks sono reduci da una stagione ben sopra le aspettative, dominatori della regular season, conclusa al primo posto assoluto e praticamente perfetti sino a gara 3 delle finali di conference, dove sono collassati sotto i colpi dello straordinario Leonard. L’unico motivo per cui sembrano avere qualcosina in meno dei Sixers è che l’offseason appena trascorsa ha inequivocabilmente peggiorato il loro organico. Dopo aver siglato un massimo salariale a Middleton e precedentemente esteso a 18 mln l’anno il contratto di Bledsoe, i Bucks, non se la sono sentita di staccare un altro assegno da 22/25 mln annui a Malcolm Brogdon che quindi s’é accasato con gli Indiana Pacers. Brogdon costituiva una variabile fondamentale per lo stantio gioco dei Bucks, incapaci di creare dal palleggio con continuità e pericolosità anche sul perimetro. A tal proposito risulta molto grave anche la perdita di Mirotic, giocatore versatile che univa cm ad un range illimitato. Le acquisizioni di Wes Matthews, Korver e Robin Lopez, e la preghiera che Bender possa tramutarsi in Mirotic, sembrano poca cosa rispetto a quanto si è perso e quindi è abbastanza semplice intuire che tutte le speranze di questa squadra sono racchiuse, ancora di più, sull’evoluzione di Giannis che promette miglioramenti tangibili in fase di jumpshooting.

Un’altra squadra reduce da una offseason davvero difficile è Boston. I Celtics già un paio di anni fa sembravano pronti a spiccare il salto definitivo verso le finali. Una gestione oculata, tantissimo talento, tantissimi assets e un futuro luminosissimo. Ma anche il migliore dei progetti può guastarsi facilmente, l’infortunio di Irving, l’infortunio di Hayward, il mancato ingaggio di Leonard o di Paul George quando si è presentata l’occasione, l’impossibilità di raggiungere Anthony Davis, ed ecco che Boston si ritrova come la più grande opera incompiuta degli ultimi anni. A maggior ragione se pensiamo che l’uomo franchigia della squadra, Al Horford, senza pensarci un attimo li ha abbandonati per i rivali storici di Philadelphia, diretti concorrenti per la vittoria finale. Anche Rozier, Baynes, Morris e soprattutto Irving sono partiti per altri lidi e le aggiunte di Kemba Walker ed Enes Kanter sono sulla carta insufficienti a colmare il talento perso. Ma non per questo Boston è da considerarsi un team fuori dal circolo delle contenders ad est. Stevens ha sempre dimostrato di poter esaltare giocatori dal potenziale inespresso e a Boston tra Jaylen Brown e Jayson Tatum ce n’è parecchio e contando sul recupero definitivo di Hayward e la nuova, presunta, leadership di Kemba Walker non sembra poi così difficile immaginarseli in una finale di conference.

Le immediate inseguitrici

Se Boston ha perso tanto durante l’estate, Toronto ha perso tantissimo. Il virtuale prestito di un anno di Kawhi Leonard si è chiuso bruscamente anche se ha sicuramente dato a pieno i propri frutti con ‘The Claw’, autore di una playoff run destinata agli annali del basket, che ha consegnato al Canada intero il primo titolo di campioni NBA. Anche Danny Green ha scelto la California per proseguire la propria carriera e ciò apre moltissimi interrogativi su come coach Nurse intenderà scendere in campo. Manca una solida guardia di livello a roster. Powell sembra il più indicato al ruolo di starter ma assieme a Lowry formerebbe una coppia di guardie davvero molto basse. Inoltre, Gasol e Ibaka scenderanno in campo assieme facendo slittare Siakam nello slot di Leonard? Oppure Pascal rimarrà a sfruttare il suo vantaggio in sede di rapidità sui 4 avversari? Naturalmente l’esplosione di Siakam capita nel momento migliore possibile per i Raptors ma c’è anche da capire come Pascal reagirà alle maggiori attenzioni che le difese riservano a quella che si prospetta come la prima opzione offensiva della squadra. Può giocare un ruolo chiave, per gli equilibri e le rotazioni, il pieno recupero di OG Anunoby, difensore solido, fisicamente prestante ma che deve ancora maturare moltissimo soprattutto nel jumpshooting. Considerare contender una squadra che ha appena perso l’MVP delle finali 2019 forse è davvero troppo ma considerando che Toronto difenderà il titolo e che il potenziale di Siakam è davvero notevole non si può nemmeno escludere a priori un posto tra le prime 4 ad est.

I Nets sono palesemente una delle squadre vincitrici di questa offseason e hanno il potenziale per essere un team che fin da subito potrebbe competere per le zone alte dell’eastern conference. Naturalmente tutto dipende dai tempi di recupero di Kevin Durant, da se e come KD rientrerà in campo, e da quanto tempo ci metterà a rientrare in ritmo partita. Chiaro che è un asterisco di dimensioni non trascurabili visto che potrebbe saltare l’intera annata, ma se guardiamo al resto della squadra c’è veramente tutto. La seconda squadra di NY dopo una sorprendente stagione chiusa ai playoffs ha salutato D’Angelo Russell forte dell’arrivo di Kyrie Irving, la star che avrà le chiavi della squadra in mano. Ma ciò che colpisce veramente dei Nets è l’incredibile qualità che l’organico può vantare nella profondità del roster. Dinwiddie, LeVert, Harris, Prince, Kurucs e Temple costituiscono un parco di esterni molto vario e solido che sarà chiamato a sopperire al meglio alla momentanea assenza di Durant. Sotto i tabelloni il nuovo arrivato DeAndre Jordan si alternerà con la grande sorpresa della scorsa stagione, Jarrett Allen. Tra l’altro interessante anche valutare come difensivamente questa coppia di lunghi possa fornire adeguata copertura, in un eventuale accoppiamento playoffs contro i Sixers, per matchare Embiid-Horford. Uno dei pochissimi team che a est possa fornire una risposta di questo tipo senza patire troppo in attacco visto che possono contare su due stars stratosferiche quando si tratta di creare palla in mano.

Un’altra squadra su cui pende un’altra incognita dovuta agli infortuni è quella di Indiana. I Pacers attendono con ansia il ritorno in campo di Victor Oladipo e per concedergli il maggior tempo possibile si sono assicurati sul mercato un giocatore che sulla carta può sia parzialmente rimpiazzarne la produzione, sia essergli complementare una volta che Dipo sarà nuovamente arruolabile. Malcolm Brogdon è uno dei più silenziosi colpi di mercato ad Est, dopo una stagione chiusa entrando nell’esclusivo club 50-40-90 e diventando un vero e proprio x-factor nella cavalcata dei Bucks alla vetta del campionato. Ma c’è anche da registrare una serie di defezioni assolutamente rilevanti: Collison si è ritirato a sorpresa, Bogdanovic partito per lo Utah dopo una brillantissima stagione lascia il posto al neo acquisto TJ Warren, e Wes Matthwes che è stato rimpiazzato da Jeremy Lamb. Ma la più grave forse è quella di Thaddeus Young, che con la sua versatilità poteva accoppiarsi indifferentemente con Turner e Sabonis come secondo lungo, oppure occupare lo slot di small forward con entrambi i lunghi in campo. Questa opzione ormai è svanita e quindi Indiana è chiamata a cercare una soluzione tattica ottimale per tentare di far coesistere Turner e Sabonis in campo per lunghi periodi assieme, tema su cui non hanno avuto molte fortune negli anni precedenti. 

I progetti più interessanti

A Est da osservare con grande curiosità è anche l’evolversi dei progetti giovani che sono la chiave del futuro di alcune franchigie come gli Orlando Magic, i Chicago Bulls e gli Atlanta Hawks.

Tra le outsiders da seguire non possono mancare gli Orlando Magic. La franchigia della Florida si trova forse in una delle più strane situazioni della lega, con il roster completamente diviso a metà: da una parte un nucleo esperto di veterani solidi in grado già oggi di riuscire a lottare per l’accesso in postseason, dall’altra, assieme a loro, un nucleo di giovani pronti ad esplodere e che hanno un enorme potenziale ancora da esprimere. Resta il problema di trovare minuti e opportunità per tutti, Vucevic, Fournier, Augustin e Ross costituiscono l’asse portante della squadra ma è ormai palese che manchi loro quello star power necessario per poter impensierire i team d’èlite. Tale ruolo probabilmente Orlando pensava di averlo coperto con Aaron Gordon che è l’anello di congiunzione a livello anagrafico con 3 dei giovani più intriganti dell’eastern conference. Isaac già l’anno scorso si è guadagnato un buon minutaggio ma raramente è coinvolto in modo attivo nel gioco, Bamba in estate ha lavoro molto sul fisico ma è totalmente senza esperienza e ha davanti a se Vucevic, e Fultz è la grande scommessa di Orlando per il futuro. Nelle prime uscite il ragazzo è sembrato decisamente a posto fisicamente e più convinto psicologicamente, a Orlando dovrebbe avere tempo e modo di poter rinascere dopo esser stato spedito via in fretta e furia dai Sixers in cambio di briciole. Progetto inconcludente o contender in the making?

Da seguire con attenzione anche l’ennesimo tentativo di riemersione dei Chicago Bulls che pur non avendo fatto assolutamente nulla di estremamente rilevante in offseason, a parte firmare Satoransky e Thaddeus Young due buoni giocatori complementari, partono in questa stagione con l’idea di continuare a sviluppare quell’interessante nucleo di giovani che sono riusciti a recuperare partendo dalla cessione di Jimmy Butler. Lavine costituirà sempre quello scorer dinamico nel backcourt necessario in ogni squadra ma è presumibile pensare che le maggiori responsabilità offensive saranno affidate a Markkanen. Il lungo finlandese farà coppia con l’altro giovane lungo del roster, Wendell Carter Jr. e potrà contare sull’ottimo Otto Porter Jr. sull’esterno pronto a punire la difesa in caso di raddoppi. Il vero punto interrogativo con cui i Bulls iniziano la stagione è lo spot di point guard dove, Satoransky è appena stato firmato e dovrebbe sposare bene le sue caratteristiche di pass-first player con Lavine, ma dove anche Kris Dunn, e soprattutto la settima scelta assoluta di quest’anno Coby White, reclameranno minuti. È un progetto davvero da tenere d’occhio perché da qui a 2/3 anni Chicago avrà l’opportunità di tornare ad essere rilevante se riesce a sviluppare bene questo nucleo di giovani e a indovinare un paio di mosse al draft e sul mercato. 

Sulla carta, un altro rising team che sembra destinato a compiere grandi cose in futuro, è certamente quello degli Atlanta Hawks. Troppo presto dati per eretici per aver scambiato il Golden Boy, Luka Doncic per Trae Young e una prima scelta gli Hawks stanno mettendo in fila tasselli su tasselli per riproporsi in 5 anni a livelli altissimi. Trae Young ha dimostrato sul finire dell’anno scorso di aver preso le misure alle difese NBA e di essere in grado di essere allo stesso tempo uno scorer affidabile e un regista con un’ampissima visione di gioco mentre John Collins è il prototipo del lungo perfetto per il gioco in pick and roll di Trae, longilineo, atletico, mobile, rimbalzista e schiacciatore. Questa è l’asse portante ma servivano però degli esterni per aprire il campo ed Atlanta li ha trovati continuando a sviluppare Kevin Huerter e DeAndrè Bembry ma soprattutto pescando al draft due top 10 assoluti quest’anno: De’Andre Hunter e Cam Reddish (quest’ultimo compensazione per la cessione di Doncic), due esterni versatili, fisicamente perfetti per giocare tra 3 e 4 e con un potenziale davvero elevato. Da non sottovalutare anche la scelta al secondo giro Bruno Fernando, un lungo grosso, tecnicamente acerbissimo ma con un ottimo fiuto per la stoppata. Per cercare di far maturare tutta questa gioventù Atlanta ha puntato sulla leadership di Evan Turner, giocatore esperto che in campo può ricoprire 3 ruoli e può quindi adattarsi ad ogni situazione.


Simone Rancid

Simone Rancid

Simone, 37 anni, nostalgico dell'NBA anni 90, ho smesso di tifare per una franchigia dopo la deludente sconfitta dei Magic nelle finali del 95. Punk Rocker for life e avido collezionista di dischi. Da un annetto seguo anche l'NFL perché la NBA senza Penny e Shaq non è più la stessa