Sergio Rodrìguez – El Chacho

Pubblicato da Matteo Puzzuoli il

Chacho.

Lo chiamano così da sempre, anche oggi, anche quando di Chacho oramai ha poco, Sergio. Il giorno in cui mette piede sul parquet per la prima volta come giocatore dell’Olimpia Milano non è più un ragazzino, un muchacho. È un uomo fatto e finito, classe ’86, con un palmarès che solo guardando alla nazionale recita due medaglie olimpiche, un oro mondiale, quattro medaglie europee di cui una del metallo più pregiato.

Il contachilometri segna migliaia di campi corsi avanti e indietro ma lui resta ancora, per tutti, Chacho

La strada percorsa da Sergio Rodriguez è lunga e poco dritta, inizia nella Madrid meno nobile, sponda Estudiantes e passa per quel sogno chiamato NBA con Blazers, Kings, Knicks e 76ers.  In mezzo, il picco individuale di nuovo a Madrid, ma con la maglia dei Blancos del Real, e il titolo di MVP dell’Eurolega. A valle il trionfo europeo con il CSKA Mosca, supportato da (o a supporto di? In ogni caso, poco importa) uno straordinario Daniel Hackett. 

Oggi, del muChacho di un tempo è rimasta la voglia di arrivare, la voglia di vincere. Quella stessa voglia che l’ha portato a vestire la maglia dell’Olimpia Milano, per aggredire i Playoff di Eurolega prima e cucire lo Scudetto sul petto poi. 

Sono passate pochissime settimane, ma a Milano già se lo coccolano, e noi tutti ne beneficiamo:  bienvenido a Italia, Chacho.

Follow the leader.

Si può essere protagonisti senza essere mai considerati il giocatore numero uno della propria squadra? Si può trovare il modo di essere decisivi, anche quando il tempo di gioco lo si deve sempre dividere con un pari ruolo altrettanto forte? E ancora, è possibile spostare l’equilibrio di una partita di basket, al giorno d’oggi, pur con un atletismo limitato e capacità difensive non di primissimo livello? La risposta a tutte queste domande è S….ergio Rodrìguez. Con un’esemplare attitudine al lavoro, con l’atteggiamento “giusto”, col rispetto dei propri compagni e del coach, con la voglia di costruirsi un ruolo e ritagliarsi spazio in modo da esaltare i propri punti di forza e mascherare il più possibile quelli deboli.

È il 26 settembre 2019, il giorno del ritorno della città di Treviso sul più importante palcoscenico cestistico italiano e Milano deve dimostrare subito di essere la dominatrice del campionato. Pronti via e invece l’Olimpia comincia come peggio non poteva; un super Nikolic lancia la De’Longhi sull’8-0 in un amen e Messina è costretto ad accelerare le rotazioni togliendo prima del previsto Shelvin Mack, uno dei nuovi arrivati. A prendere il suo posto è Sergio Rodrìguez Gómez da San Cristóbal la Laguna, il campione scelto da Milano per vincere.

Sergio Rodrìguez entra con 7:24 da giocare dalla fine del primo periodo e dopo appena 2:36 dalla palla a due è già arrivato il momento di fare la differenza. Al primo possesso supera la metà campo palleggiando con la mano sinistra. Davanti a lui c’è Nikolic la cui posizione difensiva alta sulle gambe viene subito punita. Crossover, partenza in penetrazione di mano destra verso il centro dell’area e difesa trevigiana che collassa su di lui. Sergio scarica per Micov stazionato oltre l’arco, il quale non deve fare altro che scartare il cioccolatino regalatogli dall’uomo delle Canarie. Sono passati solo 14” da quando ha messo piede sul parquet del Palaverde e già ha registrato il primo assist della sua avventura meneghina.

Sergio incappa poco dopo in una palla persa, ma la reazione immediata dice molto della suo indole: scippa la sfera a Parks, si invola in transizione e stavolta smazza un hockey pass per Andrea Cinciarini, che regala la schiacciata solitaria a Biligha.

Dopo l’ennesimo passaggio vincente per la tripla del Cincia, il #13 si butta in area, si “svita” sotto le braccia di Tessitori e segna in allungo il sottomano di mano destra. And one. Eccolo finalmente, il canestro che smuove il suo tabellino anche nella voce “punti segnati”. Sergio continuerà poi a dominare la sfida, trascinando una non brillantissima Milano al primo largo successo ufficiale con coach Messina in panchina. Il tutto dopo una pessima partenza.

A vederlo, sin dai primissimi passi sul parquet nostrano, incarna esattamente tutto quello che un playmaker puro dovrebbe essere. Scordatevi le combo-guard in stile NBA, parliamo di un giocatore decisamente diverso e controcorrente rispetto a gran parte dei protagonisti del basket attuale. Nelle giocate con cui si presenta al nostro campionato Sergio mostra subito tutto quello che da anni lo rende uno dei più brillanti giocatori del ruolo in Europa:

– Tiene sempre vivo il palleggio, non offre quasi mai la schiena nel portare su palla. Testa alta e schemi chiamati o segnalati in modo evidente;

– Leadership: provate a riguardare le sue partite senza telecronaca; la sua voce si sentirà dominare su tutti gli altri. Provate a tenere d’occhio solo lui: troverete high-five ai compagni, “cerchio” ad ogni occasione utile, costante incitamento dalla panchina.  Non è un caso che oggi si parli di “gruppo” e spogliatoio e non più di tanti singoli giocatori;

– Gioco del pick and roll, soprattutto laterale: nel ridotto campione di gare disputate finora con Milano ci sono svariate situazioni in cui ha SEMPRE fatto la cosa giusta a seconda degli adattamenti avversari: il bloccante rolla e il suo difensore rimane a metà? Palla al lungo (vedi alley oop a Tarczewski). Il bloccante “poppa” (Scola e White lo fanno spesso) e raddoppiano su di lui? Ecco lo scarico per il tiro. Il difensore del bloccante rimane con quest’ultimo? Sergio attacca 1vs1: se arriva l’aiuto dal lato debole, la palla vola in angolo; se non arriva l’aiuto, attacca fino in fondo: se il suo difensore rimane “impastato” nel blocco, c’è il tiro da 3, spesso molto efficace. Sergio sa creare vantaggi in un modo praticamente unico in Europa. Vedere per credere nella nostra lavagna.

Negli anni poi, Sergio Rodrìguez ha saputo evolvere in maniera sostanziale il proprio basket. A causa di un atletismo tutto sommato limitato è riuscito a perfezionare il runner in stile Navarro, alzando notevolmente la parabola del tiro in corsa quando un lungo si trova nei paraggi per una stoppata. Non è però l’unico aspetto in cui ha saputo migliorare in modo evidente la sua pallacanestro. A inizio carriera, ad esempio, aveva un palese problema di gestione del ritmo: correva praticamente il doppio dei suoi compagni di squadra. Grazie anche a Pablo Laso, autore di un lavoro simile recentemente su Facundo Campazzo, Rodrìguez oggi esprime un basket ragionato e con una gestione totalmente diversa, sebbene sia sempre pronto a schiacciare il pedale dell’acceleratore quando necessario.

La partenza sprint con Treviso e l’impatto immediato avuto in ogni gara giocata finora con Milano ci dicono due cose: a 33 anni non si è necessariamente nella fase calante di carriera e additare la sua firma (e quella di Teodosic e Scola sulla medesima falsariga) come aggiunte mediatiche e non di sostanza è un clamoroso errore. Seconda cosa: Sergio Rodrìguez è venuto a Milano per vincere, che sia la prima di campionato o la finale d’Eurolega.

D’altronde, vincere è quello che fa dall’inizio della sua carriera.

L'inizio del viaggio

Gara 5 della finale dei Playoff della Liga Endesa, giugno 2004. Il Barcellona ospita l’Estudiantes di Madrid in una partita che vale il titolo. L’equilibrio è subito spezzato dai catalani, trascinati da colui che sarà poi nominato MVP della finale, Dejan Bodiroga (trattenete le lacrime, tifosi della Virtus Roma, e anche voi che tifate Trieste e Milano), che ispira la fuga iniziale del Barça. L’Estudiantes torna sotto con Corey Brewer nel terzo quarto ma, nei minuti decisivi, sono Navarro e Femerling a mettere in cassaforte il successo per i blaugrana. A meno di 20” dalla fine della partita però i madrileni risalgono fino a 5 lunghezze di svantaggio e quando il play Azofra commette il quinto fallo personale per mandare volontariamente in lunetta “El Rey” Navarro, coach Pepu Hernandez decide di puntare su un fresco e sbarbato 18enne per i restanti scampoli di finale. Quel ragazzo era già per tutti “El Chacho”, il “ragazzino”.

Navarro, ovviamente, fa 2/2 a cronometro fermo e chiude definitivamente i conti. Ma c’è quel ragazzino che ha qualcosa da dire: riceve il pallone sotto il proprio canestro, parte in palleggio, supera la timida opposizione prima del suo omonimo Nacho e poi del centro Patrick Femerling, terzo tempo centrale e appoggio di destra. Non conterà nulla questo canestro ai fini della sfida ma nei pochi secondi a disposizione il debuttante dimostra di avere coraggio e stoffa.

Avete presente altri esordi da predestinati, in tempi più recenti?

Nella prima GIF, il canestro d’esordio del Chacho, nella seconda la presentazione di un (al tempo) quasi ignoto sedicenne sloveno… assistito da chi se non dal play ora a Milano?

La sua capacità di avere un impatto da subito resterà una costante in tutta la sua carriera. 

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Nelle successive stagioni coach Hernandez capisce di avere tra le mani un diamante e gli apre le porte del quintetto base. Sergio ha sempre più responsabilità nel gestire l’attacco dell’Adecco e i numeri gli danno ragione.

Listo para una nueva aventura

Ad appena 20 anni Rodrìguez ha praticamente l’interesse di tutta Europa su di lui e più di qualche taccuino americano comincia a prendere appunti per saperne di più. Gli scout NBA, come spesso accade nel caso in cui si parli di un cestista europeo, mettono in rilievo prima di tutto i lati negativi: atletismo non di primissimo livello, discontinuità nel tiro da oltre l’arco e, soprattutto, grosse difficoltà nella metà campo difensiva. Poi però arrivano le note liete: il gioco palla in mano del Chacho incanta anche gli addetti ai lavori dall’altra parte dell’oceano, così come gli assist e i paraboloni coi quali elude le difese avversarie in penetrazione.

El Chacho decide quindi di rendersi eleggibile al Draft 2006, quello che vede il nostro Andrea Bargnani chiamato come prima scelta assoluta, e saranno poi i Portland Trail Blazers di Brandon Roy (trattenete le lacrime pt.2), con la pick numero 27, a sceglierlo.

Il debutto ufficiale negli USA avviene il 3 novembre di quell’anno sul campo degli Warriors. Rodriguez assiste a tutta la sfida dalla panchina, eccetto gli ultimi 2 minuti di puro garbage time: gli uomini di Don Nelson hanno già in cassaforte il primo successo stagionale sul 100-84 e quindi c’è spazio per le riserve delle riserve. Déjà-vu?

Esattamente come quando fu Pepu a chiamarlo contro il Barcellona, Sergio entra in campo con lo stesso atteggiamento che lo accompagna dall’inizio della sua storia d’amore con la palla a spicchi: concentrato, testa bassa e sguardo serio. Con la Oracle Arena già mezza vuota e a partita ormai chiusa, ha nelle mani il primo pallone giocabile a 43” dalla fine. Non ci pensa un secondo e dopo aver agguantato il rimbalzo difensivo si lancia in coast-to-coast per concludere con un comodo layup a centro area.

Da quel match in poi, il prosieguo del triennio a Portland per Rodrìguez sarà condito da fortune alterne: a parte qualche partita altisonante (su tutte, i 23 punti con 10 assist e 11-14 dal campo contro i Nuggets, nel suo anno da rookie), coach McMillan gli fa vedere con discontinuità il parquet, preferendogli l’esperienza e la maggior fisicità di Jarrett Jack. In tre anni in Oregon le soddisfazioni si contano sul palmo di una mano.

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Il vero e proprio “battesimo del fuoco” per l’allora 23enne spagnolo avviene però al suo debutto nella post-season. Playoff 2009, serie Portland vs. Houston. Undici minuti in gara uno, tra una stoppata di Mutombo e l’unico canestro coi Rockets sopra di trenta, poi solo altri 16 minuti nel resto della serie. Resterà negli USA un altro anno, per una stagione non troppo degna di nota nel 2010 tra Sacramento e New York, due delle peggiori squadre della Lega in quell’annata. La fiducia riposta in lui è ai minimi storici, fino a scemare del tutto. Non è una Lega per il Chacho, o più semplicemente non lo è in quel momento.

Hala Madrid

Senza troppi rimpianti, sceglie torna in Europa: “Il mio sogno era di giocare nella NBA e l’ho realizzato, punto. Molti mi dicevano che giocavo troppo poco e che era inutile restare lì ma in realtà io mi sento fortunato anche solo di essere stato in squadra con gente del calibro di McGrady e Jason Williams”.

La chiamata del Real Madrid è un sogno che si realizza e che fa dimenticare in fretta gli anni duri della NBA, che lasciano comunque il segno in lui.  Paradossalmente, è proprio durante le prime docce fredde della sua carriera che si plasma il Sergio Rodrìguez che oggi possiamo ammirare. Non credersi mai la stella indiscussa del roster, cercare sempre il modo di dare un contributo alla squadra nel tempo che ti viene concesso in campo, tanto o poco che sia. Porterà questa dote e questa attitudine per tutti gli anni della carriera.

Dopo una sontuosa campagna acquisti però il progetto Real non decolla: nelle prime due annate con El Chacho a roster, i madrileni festeggeranno un solo trionfo rilevante (la Copa del Rey 2012). In mezzo, una semifinale di Eurolega persa contro il Maccabi Tel Aviv, al Palau Sant Jordi di Barcellona. La stagione, partita sotto la guida di Ettore Messina che vede Sergio come backup di Llull e Prigioni, finisce poi con Lele Molin in panchina al quale succede dopo pochi mesi Pablo Laso. In quel momento, con la precoce eliminazione alle Top 16 (per differenza canestri), il rapporto tra Sergio, i tifosi e la dirigenza rischia di precipitare. Lui però non si arrende, anzi lavora il doppio.

I primi anni nel Real furono difficili”, dice oggi, “ma imparai tantissimo e lavorai molto durante la off-season sul mio tiro da fuori e sulla tenuta atletica”. È in quella estate che il Chacho getta le basi per scavare definitivamente il solco tra lui e i pari ruolo del resto del continente, preparandosi alla consacrazione.

MVP.

L’estate 2012 è un autentico turning point della sua carriera: oltre a un cambio di look e a una barba fatta crescere senza remore, l’avventura olimpica a Londra fa da spartiacque. In una edizione leggendaria della Roja, l’esperienza con compagni di reparto come Calderon e Navarro arricchisce Sergio, protagonista indiscusso nella cavalcata d’argento della Spagna.

Anche con i “blancos” iniziano ad arrivare soddisfazioni: dopo aver vinto la Supercoppa a settembre, il Real domina la ACB tornando a vincere quel titolo nazionale che mancava da 6 stagioni. In Eurolega, invece, l’avventura viene interrotta solo sul più bello nella finale contro l’Olympiacos ma il passo in avanti è notevole, così come l’upgrade di Sergio, ormai all’unanimità ritenuto uno dei migliori playmaker del continente.

Il Real resta comunque una macchina da pallacanestro impressionante per il gioco, aggressivo e di qualità, guidato dal talento di Mirotic e Fernandez e per la presenza di una coppia d’élite in cabina di regia composta dai due Sergio, Rodrìguez e Llull. Come impatto sulle partite, la stagione 2013-14 resterà la migliore della sua carriera. Ed è questo soprattutto il motivo per cui viene nominato MVP dell’Eurolega nel 2014, con una bizzarra statistica a supporto: NON ESSERE MAI PARTITO IN QUINTETTO. 

Come ci spieghiamo questo paradosso? Semplice. Rodrìguez esce dalla panchina per scompigliare le difese avversarie già alle corde dopo il confronto con il primo quintetto madridista. Questa tattica di Laso è oggi sempre più in uso in Europa, perché molti piccoli talentuosi escono dalla panchina con l’obiettivo di alzare il ritmo in modo sostanziale: basti pensare a Larkin, o allo stesso Teodosic alla Virtus Bologna. 

Per fare un esempio, nella partita di novembre 2013 contro la Milano di Langford e Gentile, Rodrìguez entra al posto di Llull a 2 minuti dalla fine del 1° quarto, sul 21-13 per il Madrid. All’intervallo lungo, il punteggio dice 52-31 e gran parte del merito della fuga è dovuta al cambio di ritmo imposto dal play spagnolo. Il suo “rompere” gli equilibri in uscita dal pino diventa un marchio di fabbrica e un modo per sfruttarlo nel migliore dei modi.

Ma non c’è tempo per i festeggiamenti: è tempo di tornare in campo per le Final Four che nel 2014 si svolgono al Mediolanum Forum di Milano: dopo aver demolito nel clasico il Barcellona in semifinale, la corsa del Real si infrange ancora contro il Maccabi. Rodrìguez è superlativo in entrambe le partite ma non basta. A rendere il finale di stagione più amaro arriva anche la sconfitta in finale di Liga per mano del Barça, con un secco 3-1.

La temporada del Triplete

Nella off season il Real, scottato dall’epilogo della stagione appena conclusa, aggiunge a roster nuove bocche da fuoco (Ayon, Maciulis e Nocioni) ma le redini della squadra sono sempre nelle sapienti mani del Chacho e di Llull. L’annata 2014-15 è praticamente la stagione più bella nella carriera di Sergio. Supercoppa spagnola, Coppa del Re, Liga ACB, ma soprattutto Eurolega. 

Vincere l’Eurolega è quel grosso peso che Rodriguez si toglie finalmente dalle spalle. Non è pressione, termine che non gradisce (Passo le giornate giocando a basket e divertendomi alla follia, perché dovrei usare quella parola?”), ma è l’averla accarezzata troppe volte senza mai arrivarci a dare, finalmente, quel senso di completezza a tutta la sua carriera.

Francesco Richieri/gettyimages

A completare l’annata magica arriva infine l’oro europeo con la maglia della Roja: Scariolo usa El Chacho per alzare vertiginosamente il ritmo della gara. Ad avversari sfiancati, era la ricerca esasperata del pick ‘n’ roll di Rodriguez a scavare il solco. Dietro a giocatori stabilmente militanti in NBA come Calderón e Rubio, Sergio impara a ritagliarsi il suo spazio, diventando spesso più decisivo dei titolari grazie alla sua abilità nell’innescare importanti parziali offensivi. Esattamente come con la maglia del Real.

Il ritorno in NBA

Appagato dai successi continentali la tentazione di una seconda chance tra i big americani lo ingolosisce. Nella offseason 2015 però nessuna squadra oltreoceano decide di rischiare di nuovo sulla sua non eccezionale fisicità.

Se c’è la NBA bene, altrimenti resto in uno dei club migliori d’Europa”. In effetti, il Real continua a mostrare di avere pochi eguali nel vecchio continente, mettendo in bacheca nel 2016 il 33° trofeo di campione di Spagna, la quinta coppa intercontinentale e la 26° coppa della Re della storia. Il cammino in Europa, invece, si interrompe bruscamente ai quarti di finale contro il Fener, nonostante Sergio Rodrìguez dimostri di nuovo di essere uno dei migliori giocatori della competizione.

Il Chacho si sente forte, all’apice della carriera e, poco dopo aver spento le 30 candeline sulla torta di compleanno arriva la tanto attesa richiamata dalla NBA. Dopo un interesse acceso dei Nets saranno i 76ers a puntare su di lui. Vista anche la sola concorrenza valida di TJ McConnell nello spot di playmaker, è subito titolare in un’edizione non proprio irresistibile di una squadra ancora votata al tanking selvaggio e nella prima fase dell’ascesa di Embiid come franchise player. Tuttavia il “perdere e perderemo” e l’animo battagliero e competitivo del Chacho non andranno d’accordissimo e dopo un inizio di stagione per nulla negativo, un suo infortunio apre definitivamente le porte del quintetto a TJ McConell. Al draft 2017 Philadelphia ha tra le mani la prima scelta assoluta, spesa poi per Markelle Fultz. Considerando la folta concorrenza nel reparto, il contratto di Rodriguez non viene rinnovato.

Tutti in piedi per Sergio Rodrìguez

Le porte della NBA, questa volta in modo definitivo, si chiudono. Senza alcun rammarico, ma consapevole di aver lasciato un ricordo non indimenticabile e tuttavia ben lontano dallo sbarbato ventenne rispedito al mittente quasi dieci anni prima, El Chacho torna in Europa con una diversa consapevolezza e il CSKA Mosca lo sceglie per sostituire il partente Milos Teodosic.

I russi, senza mezzi termini, puntano alla vittoria dell’Eurolega. Insieme al trio americano Clyburn-Higgins-Hines e al pariruolo De Colo, Sergio gioca il basket non più efficace ma certamente più divertente e spettacolare della carriera, deliziando il pubblico a suon di no-look e alley-oop. Una stagione che nonostante tutto finisce nel peggiore dei modi e per mano proprio del “suo” Real, regala però a Sergio un’istantanea che significherà molto nella sua carriera.

11 Gennaio 2018. L’Olimpia ospita il CSKA. La partita è praticamente senza storia e termina con un netto +26 per i moscoviti. A dividersi il ruolo da protagonisti, manco a dirlo, Nando De Colo e Sergio Rodrìguez. Il francese è in serata di grazia. El Chacho invece, pur senza replicare quei numeri, gioca una gara totale: pallino del gioco sempre in mano, ritmo alzato e abbassato a piacimento, punti quando occorrono (15 a referto), assist (8) quando serve premiare i compagni.

Due giocate in particolare descrivono la perfezione della prestazione offerta quella sera. 

Sul 58-67 Sergio prende palla da rimessa da fondo, attraversa tutto il campo in 5 secondi e con 4 giocatori addosso fa partire con una mano l’alley-oop per Clyburn.

Sul 61-77, prima azione dell’ultimo quarto, riceve fuori dall’arco, fa finta di scaricare al centro per De Colo, Goudelock ci casca, palleggio sotto le gambe e tripla in faccia a M’Baye arrivato in aiuto. Solo cotone.

A 3’ dalla fine, con la partita ormai in cassaforte, Itoudis lo chiama in panchina. Al Forum quella sera ci sono circa 7.000 persone: tutte e 7.000 si alzano per applaudirlo. Quella standing ovation, lo ammetterà lui stesso, entrerà di diritto nei momenti più emozionanti della sua carriera, in una stagione che, pur non vedendo l’epilogo sperato, gli resterà sulla pelle. Nemmeno però il tempo di archiviare la delusione che, l’anno successivo, Sergio torna sul tetto d’Europa, anche se stavolta con un ruolo diverso. A togliergli minuti è Daniel Hackett, giocatore meno “fantasioso” ma più abile in difesa del Chacho. La seconda annata non è all’altezza delle precedenti ma, con la palla che pesa, il suo apporto continua ad essere centrale. I 23 punti in semifinale di Eurolega contro l’Efes ne sono una prova.

Nuove sfide.

Il secondo trionfo in Eurolega ha un sapore certamente diverso per El Chacho rispetto a quello del 2015. Nel CSKA vincente si trova improvvisamente a non essere più un elemento imprescindibile del roster e così, il 12 luglio 2019, i russi annunciano ufficialmente la fine dell’accordo. Poco male, dato che il diretto interessato aveva già deciso da un po’ di tempo quale sarebbe stata la nuova tappa della sua carriera. Forse proprio quella sera.

L’arrivo di Messina in panchina, il roster dai nomi altisonanti e soprattutto la voglia di riscatto dell’Armani Exchange dopo una stagione altamente al di sotto delle aspettative convincono Sergio a scegliere Milano. Già, proprio con quell’Ettore Messina che aveva avuto come coach al Real Madrid nel 2010-2011 e che gli preferiva Llull e Prigioni. In Spagna qualche sopracciglio si è alzato, al momento dell’annuncio del Chacho a Milano, ma a ben guardare si tratta semplicemente di un attestato di stima reciproca tra un grande allenatore e un grande giocatore, segno della sua enorme maturità e leadership. Per giunta, in una delle sue prime interviste come nuovo giocatore dell’Olimpia, Sergio ribadisce che proprio la presenza di Messina in panchina è stata “decisiva” per convincerlo a firmare per l’Olimpia. El Chacho è super motivato e per prepararsi al meglio alla nuova stagione, sente la necessità di riposarsi e trascorrere un’intera estate di allenamenti, rinunciando al Mondiale di Cina con la sua Spagna (come da lui stesso annunciato con un tweet).

Voglio essere il leader dei miei compagni e sfruttare la mia esperienza per far tornare alla vittoria questo club storico”. Sono parole di uno che ama cercare e prendersi responsabilità, di uno a cui i panni del gregario non stanno proprio alla grande, di uno che vive per eccellere e stupire. Basta guardare anche solo le partite del primo mese di Serie A per constatare che esistono due Milano, una con e una senza Sergio. Che in campo si fa subito amare per giocate del genere:

Non sazio per le 2 Euroleghe, le 2 VTB League, i 3 campionato spagnoli, le 4 Copas del Rey, le 3 supercoppe spagnole, la coppa intercontinentale, un argento e un bronzo olimpico, un oro mondiale e un oro, un  argento e 2 bronzi europei. Non sazio per il titolo di MVP dell’Eurolega, delle VTB Finals e per essere stato incluso una volta nel primo e una volta nel secondo quintetto dell’Eurolega.

Il premio migliore è sempre quello che ancora deve essere raggiunto. Sergio Rodrìguez Gomez lo sa ed è per questo che vuole far tornare Milano sul tetto d’Italia e tra le migliori d’Europa. Con il suo atteggiamento sempre positivo, mai sopra le righe, mai inutilmente istrionico. Con un coach esperto e una squadra di talento, El Chacho adesso sa che quello che gli viene chiesto di fare è ciò che ha sempre fatto meglio nella sua carriera: dare un contributo positivo nel tempo in cui sta in campo, poco o tanto che sarà. Sergio è un giocatore che non ha mai cercato i numeri personali in carriera, non è un caso ne abbiate letti pochissimi qui. Non ha mai imposto la sua leadeship e il suo status, ma se l’è sempre guadagnata sul campo. Ha accettato sfide personali e di collettivo, uscendone come un giocatore in grado di guidare le proprie squadre dando l’esempio di chi pensa prima alla vittoria, poi a tutto il resto. Il suo voler vincere gli è anche costato qualcosa, forse, nell’avventura in maglia 76ers, ma non ha mai smesso di essere sé stesso. Non ha mai smesso di creare vantaggi per le sue squadre, non importa chi giocasse accanto a lui, se Llull, Prigioni o Rubio. 

Si può essere protagonisti senza essere mai considerati il giocatore numero uno della propria squadra? Si può trovare il modo di essere decisivi, anche quando il tempo di gioco lo si deve sempre dividere con un pari ruolo altrettanto forte? E ancora, è possibile spostare l’equilibrio di una partita di basket, al giorno d’oggi, pur con un atletismo limitato e capacità difensive non di primissimo livello?

La risposta a tutte queste domande è S…ergio Rodrìguez: El Chacho.


Matteo Puzzuoli

Matteo Puzzuoli

Classe 1999, studente di Comunicazione alla Sapienza di Roma. Sogno di diventare giornalista sportivo dopo essermi drogato, giocando nelle minors, di pallacanestro. Amante di Virtus Roma, LeBron, Doncic e (soprattutto) Marjanovic, il basket per me è arte, il mix perfetto tra singolo e collettivo. Non finisce mai di sorprendere.