A New Jazz in town

Pubblicato da Leandro Nesi il

I nuovi Utah Jazz: da Ostia Lido ai Caraibi

L’offseason appena passata verrà ricordata come una delle più scoppiettanti di sempre. Un numero spaventoso di giocatori che hanno cambiato squadra, anche di alta e altissima fascia: Russ, PG, Kyrie, Davis, KD, DLo, Kemba, Butler, Horford, Cousins, Kawhi, tantissimi altri. Una Lega rivoluzionataIn questa rivoluzione, come sempre in maniera più silenziosa ma non per questo meno efficace, si sono mossi gli Utah Jazz: via il deludente Rubio, mai in grado di fare quel salto che sembrava solo una formalità al suo arrivo in NBA. Via Favors, lungo che tanto bene ha fatto vicino a Gobert. Via anche Crowder, mai tornato il giocatore intravisto a Boston sotto Stevens, pure se il contesto Jazz e il sistema difensivo di coach Quinn Snyder erano teoricamente perfetti per lui. 

Cambiare due quinti del quintetto base (tre, considerato che Crowder ha giocato parecchie partite in quintetto) e migliorare non è facile, in genere. Ma a Salt Lake City si è fatto sul serio, e quindi dentro:

Mike Conley, Bojan Bogdanovic, Jeff Green, Emmanuel Mudiay e Ed Davis. 

In altre parole, dal giorno alla notte, da Ostia Lido ai Caraibi. 

I nuovi Utah Jazz. Credits to Basketball Guy, YT channel

Le motivazioni dietro i cambi

Quando una squadra cambia così radicalmente la motivazione è di solito una e una soltanto: non si è vinto abbastanza. Nel caso di Utah, non ci si è andati neanche vicini e si la sensazione è che più di quanto fatto non si sarebbe riusciti a fare. 

Sotto la guida di Snyder Utah è stata una squadra ‘defense-first’:

Quarta per punti subiti (peggio solo di Indiana Miami e Memphis), quinta per percentuale di punti concessi, prima per punti in contropiede subiti, seconda per defensive efficiency e per defensive rating, dietro solo ai Bucks targati Giannis-Budenholzer. I problemi, soprattutto dalla partenza di Gordon Hayward, sono stati principalmente in attacco: 

Quattordicesimi come offensive ratings, con 110.7 punti per 100 possessi. Il dato è andato peggiorando (molto) ai playoff, segnando 101 e 99.2 punti per 100 possessi negli ultimi due anni nelle serie contro Houston. 

Mike Conley, the biggest upgrade

Chiamavamo Memphis per avere Mike Conley da cinque anni
Justin Zanik
Utah Jazz General Manager

Mike è un giocatore di livello assoluto e, rispetto a Rubio, sa fare molte più cose, e le sa fare tutte meglio: 

è un tiratore molto più affidabile, segna più liberi, perde molto meno il pallone, difende molto meglio. 

Nel dettaglio: 

36.4 % contro 31.1 % di Rubio da tre punti, su 6.1 tentativi contro i 3.7 dello spagnolo. 

84.5% ai liberi contro 85.5%, ma con 2.4 tentativi in più. 

Negli ultimi cinque anni, fra le guardie che hanno giocato circa gli stessi minuti di Conley, l’unico ad avere un turnover rate più basso è Kemba Walker. Tradotto, nessuno perde meno palloni di lui a parte Kemba, se rapportato al tempo di possesso. 

Conley fisicamente è più piccolo di Ricky ed è tre anni più vecchio, ma in difesa e nel tiro dalla distanza è dove la differenza con Rubio si potrebbe sentire maggiormente. In più, ha dalla sua anni passati a giocare con un centro èlite defender come Marc Gasol che, stazza a parte, ha uno stile difensivo decisamente simile a quello di Gobert. 

Offensivamente, Rubio veniva dal su miglior anno per percentuale al ferro in carriera, concluso con il 58%. Conley ha tirato al ferro il 58% per tutta la carriera. 

Difensivamente, Rubio è stato messo letteralmente alla gogna da Harden negli scorsi Playoffs, in parte per una strategia difensiva rivedibile, in parte per demeriti. Già dalla terza gara spesso gli era stato preferito O’Neale nella marcatura (ai limiti dell’impossibile, in ogni caso) su Harden. 

Da Crowder a Bogdanovic

Qualcosa che è sempre mancato nelle ultime due stagioni ai Jazz è un tiratore affidabile che permettesse di liberare spazio per le scorribande di Mitchell e contemporaneamente favorire i giochi a due con Gobert. Avendo Rubio e Crowder spesso in campo insieme, infatti, Utah specie ai Playoff mostrava delle spaziature piuttosto orrende, con le difese iper-concentrate sul duo Mitchell-Gobert.

Ad oggi, non è ancora chiaro se Bogdanovic partirà in quintetto insieme a Joe Ingles e anzi proprio quest’ultimo potrebbe partire dal pino, ma è ragionevole pensare che le partite verranno chiuse con Conley-Mitchell-Ingles-Bogdanovic-Gobert.

È un quintetto che vedrebbe Bogdanovic difendere (magari faticando) sui 4 avversari, ma che offensivamente è di primissimo livello. Difensivamente sarebbe un quintetto iper-mobile, strutturato su difensori di altissimo livello (Conley-Gobert), atleticità (Mitchell) e intelligenza cestistica (Ingles-Bogdanovic).

Bogdanovic sicuramente darà molto di più rispetto a Crowder in fase offensiva e proprio nella seconda parte della stagione passata si è dimostrato anche in grado di reggere il peso di un attacco. Dopo l’infortunio di Oladipo ha chiuso con 20.7 di media con una true shooting del 61.3%, con il 25% di usage. Per capire il livello assoluto di riferimento, nella stagione solo quattro giocatori hanno avuto questa combinazione di true shooting e usage: The Beard, Giannis, KD, KAT. 

Finali punto a punto

Come fatto notare da John Schuhmann su nba.com, Utah nella stagione precedente ha ottenuto molto meno di quel che il suo differenziale di punti avrebbe suggerito: ha avuto il secondo miglior differenziale di punti ad Ovest, ma nelle partite chiuse entro i cinque punti di margine il record ha recitato 15-18. Per una squadra che fa del fattore campo uno dei suoi punti di forza assoluti, perderlo per i finali punto a punto non è cosa buona. Di qui, la corsa ai ripari del front office: 

– Il rapporto fra assist e palle perse in situazioni clutch è di 2.46, contro una media nella Lega di 1.37. 

– Bogdanovic ha una percentuale effettiva del 51.1% in clutch time, contro il 47.1% della Lega. 

Il problema del clucth time stava diventando atavico, per la squadra di Salt Lake, con 89-101 nelle ultime 5 stagioni a fronte del 138-82 nelle partite non terminate con margine inferiore ai cinque punti. 

La panchina

Dando un attimo per scontato (e non lo è) che sia Ingles che Bogdanovic faranno parte del quintetto che chiuderà le partite, la “panchina” dei Jazz in questo momento prevederebbe: 

Dante Exum, Emmanuel Mudiay, Royce O’Neale, Jeff Gree, Ed Davis. 

Exum, se (ed è un ‘se’ molto grosso) rimanesse sano, sarebbe un ottimo backup per Conley. Mudiay esce da un anno in cui ha mostrato di poter essere un giocatore utile, almeno parlando di minuti dalla panchina. Green (indiziato numero uno a partire titolare SE uno fra Ingles e Bogdanovic partirà dalla panchina) dovrebbe garantire fisicità, tiro, mobilità. La scelta di far partire uno fra l’australiano e il croato dalla panchina potrebbe essere dovuta alla necessità di assicurare punti alla second unit, il che vorrebbe dire che Bojan sarebbe il naturale candidato proprio a fronte dell’anno passato post infortunio di Oladipo. Sicuramente entrambi finiranno le partite, in un modo o nell’altro. 

Il Mr. X che in caso di panchina iniziale di Ingles sembra il principale indiziato a partire in quintetto potrebbe essere proprio Royce O’Neale: difensore gagliardo, tosto fisicamente, 3&D di vecchia scuola. Nella passata stagione ha tirato con il 38% abbondante dall’arco nell’ultima stagione, di cui il 98% sono state assistite. Se in Utah c’è uno spot up shooter, è lui. 

Il Coach

Il coach dei Jazz, Quinn Snyder

Coach Snyder rimane uno dei migliori allenatori della Lega per considerazione e capacità. Sistema difensivo eccellente, ha tirato fuori il massimo e forse anche di più da una squadra che aveva veramente grandissimi limiti. Anche per lui, questo sarà l’anno che potrebbe metterlo stabilmente in classifica nei migliori del ruolo, o potrebbe vederne oscurata la parabola, dovesse fallire. La sensazione è quella di un allenatore preparato, bravo nelle chiamate da time-out, benvoluto dai giocatori. I problemi sono, paradossalmente, proprio dove Utah sembrava essere saldissima fino a non troppi mesi fa: Rudy Gobert. 

Gobert: da uomo franchigia a 'problema'

Rudy è uno dei centri difensivi migliori dell’NBA. Se non è il migliore, è nei primi cinque senza neanche starci a pensare troppo. La sua forza rimane la verticalità che gli permette di essere un rim-protector di altissimo livello, e le stoppate a sera che porta a casa da anni, dicono solo in parte quanto sia fondamentale. Sono infatti i tiri che non vengono presi per paura delle sue stoppate, quelli che danno il vero valore di Gobert e guardando anche una sola partita dei Jazz degli ultimi anni, in ogni partita se ne vedono tanti. Quanti è difficile dire, ma sono tanti. 

Il problema, però, si è presentato specie negli ultimi playoff: 

Gobert non guarda il canestro. Mai. Schiaccia, o non lo guarda. E alla lunga la cosa pesa sull’attacco dei Jazz. I cambi nel roster dovrebbero però liberare l’area e favorire un gioco di Gobert ‘alla Capela’, con una Utah molto più simile ai recenti Rockets per tipologie di tiri presi che agli Spurs, vero modello fino ad oggi. 

Win or Go Home

Utah molto difficilmente sarà, nei prossimi 5-7 anni, meglio di quanto sarà quest’anno. Flessibilità salariale esaurita, scelte bassissime. È il momento del grande salto, il momento in cui bisogna raccogliere il più possibile da Gobert, da Mitchell e da Conley. Il mix di esperienza e gioventù sembra adatto a provare ad arrivare in fondo. I giocatori presi sono stati accuratamente scelti per colmare le lacune e di gioco e nelle fasi più calde della partita. Mitchell, Gobert e Ingles dovrebbero tutti e tre essere stati messi in condizioni tattiche migliori rispetto all’anno passato. 

La speranza è che si possa arrivare in fondo. L’ovest però è diventato ancora più complicato, la concorrenza è totale e ogni partita di Regular Season sarà più che mai fondamentale per un piazzamento eccellente nella griglia Playoff, ma è inutile nasconderlo: 

Gli Utah Jazz non erano così forti da Stockton e Malone. 


Leandro Nesi

Leandro Nesi

Leandro Nesi, nato in Scozia ma Romano di Roma, 28 anni, felicemente sposato. Dottorando in ingegneria meccanica teorica e applicata. Amo il Gioco, detesto il tifo, specie quello con la t minuscola, che impedisce le discussioni. Simpatizzo per i Jazz e per LeBron, che mi hanno fatto innamorare della palla a spicchi. Di una partita guardo i giochi e gli schemi, di un giocatore gli aiuti in difesa e i tuffi sul parquet. Se c'è tattica, sono nel mio mondo. L'NFL e il tennis sono sul podio dei "miei" sport, dopo il Grande Amore (sportivo) che è il Basket.